Il Prosecco al cinema

Immaginatevi un paesaggio fatto di verdi colline tortuose, piene di filari di vigne dove cresce la  Glera.

Inframezzate da antiche e solitarie ville un po’ trascurate e piccoli paesi arroccati sulle pendenze, con la foschia che avvolge il tutto.

Questa è la zona tra Conegliano Veneto e Valdobbiadene, la dove nasce il Prosecco e dove è ambientata la sceneggiatura del film “Finché c’è prosecco c’è speranza” diretto dal regista Antonio Padovan e tratto dal libro omonimo di Fulvio Ervas, recentemente passato sui grandi schermi.

Il film è un giallo, con stile tra il “noir” e il “british”, dove il goffo ispettore persiano-veneziano Stucky, interpretato dal bravissimo Giuseppe Battiston, indaga su un caso di apparente suicidio del conte Desiderio Ancillotto (interpretato dall’impeccabile Rade Serbedzija) e sui successivi assassinii di personaggi eccellenti.

Con una particolare sensibilità, nonostante la diffidenza del suo superiore, combattendo le ombre del suo passato e le proprie spigolature caratteriali, Stucky riesce a scoprire il colpevole di tali assassinii. Ma soprattutto mette in luce e pone fine ai torbidi interessi di un gruppo di imprenditori proprietari di un inceneritore proprio nel cuore della zona del Prosecco DOCG.

La storia è bella e interessante. Soprattutto è la fotografia a colpirmi con i suoi chiaroscuri e i suoi colori.

Per il sottoscritto, amante della vita frenetica metropolitana piena di fredde luci, è un tuffo in un mondo lontano e meraviglioso, lontano dagli effimeri valori milanesi, dove le parole sono poche ma vere e schiette, scandite in quella soave cantilena del dialetto veneto.

Un film che scorre lento, come il corso di un fiume, e descrive una realtà provinciale, contadina, agricola e tradizionale fatta di discrezione, silenzi e passione. Una passione che si unifica nel prodotto più conosciuto di quel territorio, un “oro giallo” che scorre nelle cantine e che parte da esse per andare in tutto il mondo, rendendo il Prosecco il vino italiano più venduto e più imitato.

Una tradizione quella del Prosecco salvaguardata e difesa anche nel film, che offre un “cameo” alla Confraternita di Valdobbiadene, un istituzione creata nel lontano 1946 con lo scopo di evitare l’abbandono dei vigneti da parte dei viticoltori, aiutandoli a rimanere a coltivare la terra anche attraverso sostegni morali e materiali.

Ed è proprio attraverso questo nettare, spesso denigrato da chi come me è un amante del metodo classico, che la zona di Valdobbiadene e l’intero Triveneto si identifica. Nel suo vino, un vino per tutte le occasioni, che nel tempo si è trasformato, ha saputo modificarsi da semplice vino da tavola leggermente frizzante a vino importante, nobile, gentile, “femminile”, tanto da essere considerato il vino preferito dal gentil sesso.

Un anonimo giornalista di quella zona ha sintetizzato quel vino in una frase che non ha bisogno di ulteriori commenti.

“Il Prosecco era altro, poi ne hanno ristretto la bollicina, l’hanno fatta salire perfetta. E così è diventato perfetto, un perfetto non vino, che piace a tutti perché è fatto per piacere, il contrario di questa terra”.

Il poeta argentino Jorge Luis Borges definì il vino come “succo dell’uva, ma frutto della terra” ed il Prosecco è figlio di quella terra e di quella gente. Gente rude ma cristallina e trasparente. Proprio come il Prosecco.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

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