Murales: vino, colori e arte di Sardegna

Una macchina si ferma davanti una distesa di arbusti bassi, in lontananza il mare. Scende un uomo che, togliendosi gli occhiali da sole, rimane abbagliato dalla miriade di colori che gli si aprono davanti, annusa l’aria sferzata dal vento ed è come se respirasse il mare. Si china a raccogliere una manciata di terra e vede come in sogno quale sarà il suo futuro.

La Sardegna è una terra ricca di colori, di natura, di arte. La natura detta i tempi e la strada, basta aderire al suo progetto”.

Queste le parole di Piero Canopoli proprietario della cantina Murales, nata non troppi anni fa a Olbia, in Gallura. Il nome è legato proprio all’impatto visivo che la Sardegna ha suscitato nel produttore, come un murales pieno di vita e colori.

Le etichette dei loro vini raccontano storie, ognuna è diversa ma il filo conduttore è uno e parla di tradizione e amore per la terra espresso attraverso l’arte.

“Tutte le etichette sono frutto di intuizioni legate a particolari momenti, da me abbozzate e realizzate da artisti locali”.

Lo stile abbraccia svariate tecniche pittoriche. I soggetti sono volti di donne sarde che paiono madonne o viceversa (Miradas), uomini anziani che sembrano racchiudere storie senza tempo (Millant’anni), o ancora paesaggi e tramonti suggeriti da poche pennellate (Nativo e Su Soi rosso).

Secondo il produttore due sono le etichette e quindi i vini che più rappresentano la cantina.

Il bianco “Lumenera” con raffigurata una scena ambientata al crepuscolo, un uomo appoggiato una parete di una casa si intrattiene con una donna. Un pezzo di una storia di cui vorresti conoscere il seguito. Magari sorseggiando questo Vermentino che fermenta in botti da 500 l con macerazione sulle bucce per poi passare in acciaio e sostare sulle proprie fecce per 6/12 mesi. Il colore è cupo come quando il sole sta per lasciare il posto alla notte, da qui il nome.

Ai posteri” è Cannonau in maggior parte. Nato “secondo precisa indicazione del vigneto stesso”, vinificato dopo essere stato vendemmiato tardivamente con appassimento delle uve e raggiunge i 16,5% di volume in alcol. Una tecnica sperimentale e fuori dal coro per la zona, il nome infatti vuole suggerire nuove possibilità per le generazioni che verranno. L’etichetta ha uno sfondo nero su cui sono incise due mani, l’una consegna il dono sacro dell’uva e l’altra umilmente lo accoglie per accingersi a trasformarla in vino.

Un approccio trasversale quello della cantina, dove le tecniche tradizionali si intrecciano con sperimentazioni suggerite dalla natura stessa. Ed ecco che il murales diventa anche supporto dove raccontare la storia di una terra attraverso il vino.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

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