Cheese & Wine

Abbassate le luci sul Vinitaly 2018, si cominciano a decifrare le numerose pagine di appunti.

La maggiore manifestazione vinicola italiana è stata preceduta da un fine settimana intenso di eventi dislocati in punti turistici della città di Verona, che per l’occasione si è trasformata in uno dei più grandi palcoscenici d’Italia. Vinitaly and the City l’hanno chiamato.

Nei giardini pubblici dell’Arsenale, proprio accanto al Ponte di Castelvecchio, il fine settimana ha vestito i colori e i profumi della Sicilia. Il bel giardino antistante la fontana durante il giorno ha visto radunarsi compagnie di amici e famiglie intere con i bimbi al seguito; appena calato il buio magnifici giochi di acqua e luci colorate hanno ravvivato le serate.

Il filo conduttore però è sempre stata la Sicilia con i suoi vini, ovviamente, e con prelibatezze gastronomiche antiche di secoli che, grazie anche all’intensa attività del presidio Slow Food locale, stanno riacquistando vita e notorietà.

In questo contesto ho avuto la possibilità, o forse è meglio dire l’onore, di assaggiare il Maiorchino, un formaggio prodotto con un mix di latte di capra e pecora, lavorato rigorosamente a mano e lasciato stagionare per quasi un anno.

Ovviamente noi cittadini non ne abbiamo mai sentito parlare; in città questo formaggio non ci arriva neppure. La sua produzione è limitata e circoscritta nella zona dei Monti Peloritani, in provincia di Messina, e la “ricetta” viene tramandata di padre in figlio.

Qui la parola transumanza ha ancora significato. Le pecore brucano l’erba dei prati e si spostano, seguendo i ritmi delle stagioni e della natura, alla ricerca del foraggio fresco. E quando l’erba non si trova più il bestiame è alimentato con il fieno raccolto ed essiccato nei mesi precedenti, quando le vallate erano ancora verdi.

Tutto ciò non può che dare origine ad un grande formaggio, dagli intensi aromi e dai forti sapori erbacei, molto sapido e speziato.

Il vino servito in abbinamento era un Nero d’Avola, il vino rosso siciliano per antonomasia. Nella fattispecie Vitese, Nero d’Avola, cantina Colomba Bianca, 2017agricoltura biologica certificata.

Come si sa, il Nero d’Avola si caratterizza per i sentori di frutta rossa a bacca piccola, generalmente maturi, per i sentori di pepe nero e spezie e per l’elegante tannino.

Sulla carta, quindi, ci saremmo aspettati un abbinamento perfetto, un completo bilanciamento tra cibo e vino con la nascita del famigerato “terzo sapore” del quale sono alla costante ricerca i sommelier più raffinati.

C’erano tutte le carte in regola perché fosse quel grande vino che tutti ci aspettavamo, gradazione alcolica compresa. Ma al momento era decisamente troppo giovane e troppo poco strutturato per reggere il passo con un formaggio così impegnativo.

La giovane annata e il recente imbottigliamento non hanno permesso ai tannini di ammorbidirsi, rimanendo di fatto ancora molto nervosi, e al corpo di espandersi, di maturare.

La consistenza e la grassezza del formaggio hanno sovrastato il corpo e i tannini del vino che, così, è passato in secondo piano rispetto al nostro Maiorchino, padrone indiscusso della scena.

Sarebbe bastato aspettare qualche mese, forse anche meno di un anno, e avremmo potuto godere in un vino ottimo, strutturato e affinato al punto giusto; capace quindi di ben abbinarsi a questo buonissimo, ma molto impegnativo, formaggio.

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