Come il cubo di Rubik

Chissà quanti si ricorderanno del cubo di Rubik, quel dado fatto di tanti tasselli che dovevano essere ricomposti per dare origine a sei facce di uno stesso colore.

A me è venuto in mente degustando il Lüsent, dell’Azienda Vitivinicola Eusebio. Mi sono trovata davanti ad un prodotto completamente diverso da quelli che si è soliti bere, difficilmente descrivibile utilizzando i rigidi termini di una scheda di degustazione.

L’etichetta recita “vino bianco”, ma nel mio bicchiere c’è un vino dal colore ambrato, quasi marrone. Assenti o impercettibili gli aromi floreali e la freschezza della beva tipica della vinificazione in bianco. Al naso mi colpiscono subito gli aromi terziari e principalmente quel sentore ferroso tipico dei vini ossidati e in bocca il tannino risulta quasi ruvido.

Accantono allora la scheda di valutazione dei bianchi, nella quale non mi ritrovo per niente.

Ma questi descrittori non sono neppure quelli dei rossi: non individuo né la tonalità del colore, né la gamma dei profumi. Ecco, forse solo la persistenza li richiama un po’.

Non mi è rimasto allora che chiedere spiegazioni al produttore, Marilena, una simpaticissima signora a cui si illuminano gli occhi quando parla del suo vino e delle sue viti.

Mi racconta che il Lüsent è prodotto con Erbaluce “vinificato in rosso”. E lo sconforto mi assale, demolendo un altro tassello delle mie poche, pochissime certezze. Però la lascio parlare perché senza ombra di dubbio ne sa ben più di me.

Comincia a raccontarmi della sua azienda, a Salussola, in quella parte di collina morenica denominata “Serra d’Ivrea”, nella quale sono banditi i diserbanti chimici e viene dato largo spazio alla lotta integrata, nel completo rispetto dell’ambiente.

Qui i filari di erbaluce sono posizionati su terrazzamenti creati con muretti a secco e coltivati a “pergola espansa” come è tradizione nella zona.

L’uva viene raccolta a completa maturazione, ossia quando gli acini assumono un colore dorato, e sottoposta ad un processo di diraspatura al quale segue un periodo di fermentazione sulle proprie bucce di una decina di giorni. Svolti tutti gli zuccheri, il mosto viene torchiato e lasciato riposare in botti di acciaio.

Seguono le consuete pratiche di cantina di svinatura e filtrazione naturale. L’assenza di solfiti aggiunti attiva un processo di ossidazione che è quello appunto che conferisce questo particolare colore tendente al marrone e gli aromi ferrosi.

Il risultato è un prodotto fuori dagli schemi ai quali noi siamo abituati, un vino “sfrontato, che uccide le papille” come Marilena è solita definirlo.

O lo si ama o si odia, senza mezzi termini. Certamente un’ottima scoperta e un nuovo tassello da aggiungere al panorama enologico italiano.

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