Alla scoperta del Centesimino

Mi trovo in Romagna, per una settimana di ferie in riviera.

Abbronzarsi al sole è piacevole, ma dopo qualche giorno ci si annoia. Allora provo a vivacizzare il mio soggiorno cercando qualche nuova cantina o azienda vinicola locale per scoprire nuove libagioni enologiche.

Chiamo Andrea, il collega di Blogelier.it e biblioteca vivente del sito, per farmi dare qualche dritta. Mi risponde con un solo nome che non mi dice nulla: centesimino.

What is centesimino?

Poi mi dice ancora: “Ancarani. Se ci vai, non te ne penti”. Poi scopro che lui non è mai stato in questa cantina. Come farà a sapere che non me pentirò?

Vado alla ricerca di informazioni sul centesimino. Scopro che si tratta di un vitigno autoctono delle colline di Faenza, a bacca rossa, semiaromatico, iscritto al Registro Nazionale dal 2004, quindi recentissimo. Ma nessuno dice che il centesimino era un vino molto popolare nella zona del Passatore Cortese, mitico brigante del 19esimo secolo, soprattutto nella località di Oriolo dei Fichi, zona storica di coltivazione, con il nome di “savignon rosso”. Scritto come nel dialetto di queste parti.

La ripresa di questo vitigno si deve a Pietro Pianori, soprannominato centesimino e proprietario del “Podere Terbato”. Negli anni 50 ritrovò alcune marze di una longeva vite conservata dentro le mura di una residenza nobiliare di Faenza scampata all’epidemia di fillossera che cancellò la maggior parte dei vigneti della zona come per il resto dell’Italia.

Per anni il centesimino è stato chiamato “savignon rosso” per via della aromaticità del vitigno, simile a quella del sauvignon bianco, e si pensava che il suo biotipo fosse derivante dall’alicante o grenache, altri vini semiaromatici.

I campioni inviati ai laboratori rivelarono che l’autoctono faentino era completamente differente da quelle uve ed una seconda analisi di laboratorio definì come il centesimino era una varietà a sé stante anche dai profili dei vitigni italiani.

A questo punto mi involo verso Faenza per visitare la Ancarani vini, come suggeritomi da Andrea.

Nel mezzo delle campagne, in località Oriolo dei Fichi, incontriamo la signora Rita, la dinamica moglie del “grande capo”, l’agricolo Claudio Ancarani, che ci illustra la sua piccola ma efficiente azienda vitivinicola.

Ironicamente lei si  definisce “la schiava” del “grande capo”, ma noi intuiamo benissimo che, come ogni donna romagnola, è l’anima generosa e passionale della azienda, che cura ogni aspetto estetico del luogo. E lo si nota nei dettagli ricercati e raffinati, presenti sia nell’ambiente esterno del giardino che nella sala interna del ristorante, che solo una donna può dare.  

Ci illustra la storia del vitigno, come uno dei autoctoni maggiori della zona faentina, che ha trovato una dimora ideale per via di una fascia di terreno presente tra la pianura e l’appennino, denominato lo “spungone romagnolo”, dove il sottosuolo è composto dal “sabbione”, che ci mostra in barattoli dimostrativi.

Inoltre il sottosuolo presenta nel suo insieme anche agglomerati calcarei/marnosi, conferendo al centesimino delle caratteristiche enologiche particolari come profumi e sentori. 

È un vitigno che presenta delle alte percentuali di zucchero e per questo motivo viene raccolto con un leggero anticipo per mantenere un alta acidità anche dopo la vinificazione, differentemente da come veniva effettuato nel passato, ed in questo modo viene conferito al vino anche una longevità maggiore.

Ci viene offerto un calice della vendemmia 2016, vinificato in purezza interamente in acciaio. E’ di colore rosso rubino cupo con dei riflessi violacei, indice di tannini non ancora sviluppati.

Complesso era il bouquet olfattivo sono riuscito a riconoscere aromi fruttati di bacche rosse, mora e ciliegia con una leggera nota speziata di anice e liquirizia. In una seconda olfazione riscontravo anche alcuni sentori floreali di rose e fiori di arancio.

Venivo sorpreso nella degustazione in quanto mi aspettavo molta asprezza del vino. Al contrario l’entrata nel palato era morbida, rotonda, con tannini non aggressivi che si amalgamavano con la componente aromatica del vitigno. Leggermente sapido, si avvertiva dopo alcuni secondi un corpo deciso e con una giusta acidità, nonostante l’alto contenuto di zuccheri presenti. Gli aromi percepiti confermavano l’analisi olfattiva con prevalenza dei sentori fruttati.

La signora Rita mi illustrava inoltre che, nonostante sia un vino di buona longevità, il centesimino offre il suo migliore profilo nel breve tempo, dai due ai cinque anni, quando lo spettro aromatico rimane ancora inalterato e fresco. Successivamente acquista altre caratteristiche terziarie a discapito della principale qualità del vitigno.

Caratteristiche terziarie che scoprivamo nella seconda degustazione, il centesimino passito.

Questa tipologia confermava tutte le caratteristiche precedenti, con una marcia nettamente superiore tanto da innamorarmi del gusto e della corposità del prodotto e richiedere un secondo assaggio. Anche in questo caso gli aromi fruttati sono emersi primariamente, con una freschezza molto sostenuta.

Un passito molto aromatico, con un alta percentuale di zuccheri presenti che non si dimostra stucchevole nel lungo termine, adatto soprattutto a degustazioni di profilo meditativo accompagnate da massicce dosi di cioccolato fondente. Dolcezze a cui è difficile resistere. Un prodotto veramente eccellente, degno dei migliori passiti in circolazione.

Lasciamo la signora Rita ai suoi doveri lavorativi e mi balenano nella mente le parole di Andrea: aveva ragione, è impossibile non pentirsi di fronte al centesimino.

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