Cinque assaggi di chenin blanc

Lo chenin blanc le mie papille gustative non avrebbero ben saputo dove collocarlo se non fossi intervenuta a colmare il vuoto con cinque assaggi in una serata di degustazione.

La storia racconta che sia apparso per la prima volta al centro della Loira, nella zona tra Anjou e Touraine; il suo nome francese è pineau de la Loire, ma lo conosciamo meglio come chenin, che pare derivi da Mont Chenin, distretto di Touraine. Si chiama steen se voliamo in Sud Africa dove è diventato uno dei vitigni più coltivati. Dicono che si trovi anche in California e Argentina, ma non è una novità per un vitigno francese aver fatto il giro del mondo.

Il suo è il passato di un vitigno messo da parte a causa della disattenzione della mano umana. Lo chenin ha bisogno di cure per far sì che le caratteristiche migliori non diventino le peggiori. La sua versatilità, infatti, è stata l’arma a doppio taglio che lo ha relegato nel dimenticatoio per un po’ di tempo. L’acidità spiccata è il vanto che lo rende interessante al palato e soprattutto adatto anche a lunghi invecchiamenti, ma se coltivato ad alte rese questa si impone rovinando la poesia. Così come gli zuccheri ne fanno un vitigno adatto a essere trasformato in spumante. La buccia sottile può far sembrare fragile il frutto ma lo aiuta a farsi attaccare dalla muffa nobile e trasformarlo in uno dei famosi vini botritizzati francesi. Germoglia in anticipo ma matura tardi, ci vuole la pazienza di aspettarlo un po’ così come bisognerà fare con il vino nel calice scopro dopo.

Per la degustazione ci siamo soffermati in Loira, rimanendo nei paraggi di Anjou. Per il momento seduta a un tavolo del Vinodromo sognando di girovagare tra cantine e castelli.

Ad aspettarci al fresco c’erano:

  • Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon
  • Ouest Coast 2016, Siro e Soulas
  • Terre de Grés 2015, Bois Brinçon
  • Savannieres 2010, Domaine Taillandier
  • Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon

Su un terreno vulcanico, argilloso e gessoso che dona rispettivamente mineralità, grassezza e acidità al vino, vengono coltivate le uve che danno vita a questo brut nature che sosta 15 mesi sui lieviti per poi stabilizzarsi in acciaio. Dai riflessi dorati, le bollicine continue e vivaci riempiono la bocca. Al naso si apre con sentori di lieviti che solo dopo lasciano spazio a ricordi più dolci come il profumo di miele che si annuncia essere una costante del vitigno. In bocca è completo, con acidità e sapidità bilanciate che ne rendono fitta la trama mentre compare un aroma di mela verde in sottofondo. Positiva la sensazione di vaga dolcezza dovuta agli zuccheri naturali del frutto che non sono riusciti a trasformarsi del tutto nella vinificazione.

Ouest Coast 2016, Sirot & Soulas

Figlio di un’annata non facile, viene vinificato in acciaio e cemento. Impatta al naso con una nota selvatica, dopo un po’ nel calice si apre ai sentori mielosi che si confondono a rimandi vegetali, gli agrumi compaiono dopo e, personalmente, li sento nella persistenza finale del gusto dove un po’ mi sembra di aver per sbaglio morso un pezzetto di buccia di pompelmo, l’acidità persiste in bocca confermando questa sensazione.

Terre de Grés 2015, Bois Brinçon

Ancora primo impatto di lieviti di pasticceria al naso che lasciano il posto a sentori di frutta secca, in particolare la noce, e la sua tipica sensazione di rotondità. Pregio dell’esperienza del produttore riuscire a creare un altro vino così pieno ed equilibrato in bocca, dove freschezza e sapidità ne definiscono la struttura rendendolo quasi “masticabile”.

Savannières 2010, Domaine Taillandier

Vicino ad Anjou, nella sponda sud della Loira, è nato questo vino che mi ha suscitato subito una gran simpatia. Prodotto con metodo che più spontaneo non si può, senza filtrazioni, né chiarifiche, senza aggiunta di solforosa o lieviti, di certo ha un impatto non comune che colpisce al naso con un primo ricordo di vernice, non manca un ricordo d’idrocarburo e si apre poi a note di sottobosco e un accenno di ossidato. Così descritto forse a nessuno verrebbe voglia di assaggiarlo ma queste impressioni non comuni lo rendono unico. In bocca lasciano il segno acidità e persistenza, e ricordiamoci che ha ben 8 anni quindi, quindi per rimanere in Francia, chapeau!

Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Un muffato che arriva da tre vendemmie (tris des vendanges come è citato in etichetta) dove l’uva viene raccolta in tre momenti diversi e la prima volta ancora non attaccata dalla Botrytis. Al naso subito si sente lo zolfo ma nel calice il vino si rilassa e si apre al miele pur senza abbandonare la sottile nota di vernice. La cosa interessante sono i sentori salmastri come iodati e di salamoia che preannunciano la sapidità del gusto bilanciata con l’acidità che mai ci ha abbandonato nei cinque assaggi. Caratteristiche non da poco per un vino dolce che riesce a mantenere la freschezza dell’uva senza che i sentori dolciastri del botritizzato prevalgano (come potrebbe accadere con muffati di zone limitrofe). Tutto merito del vitigno e di chi ha saputo lavorarlo.

Cosa ho imparato sullo chenin? Che per berlo bisogna mettere da parte la superficialità. Le sue qualità le può esprimere solo se lavorato con pazienza e maestria. Così come nel calice non bisogna soffermarsi su note che paiono scontate o spiacevoli, rischieremmo di perderci la sua lieve dolcezza che ne preannuncia il fascino.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

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