Degustazione alla cieca: un torneo a colpi di bicchiere

Quasi per scommessa mi sono iscritta ad un round di un torneo di degustazione alla cieca organizzato da Fisar Milano.

Ero sì reduce da un consistente ripasso di ampelografia ma mi sono accostata alla serata completamente impreparata, e di questo ero perfettamente consapevole, ma comunque ben disposta a dare il meglio di me.

Ne è uscita una serata molto divertente: tutti i concorrenti, quelli seri per intenderci, hanno analizzato con molta tecnica e competenza i vini scaraffati e giocoforza anch’io mi sono prodigata nell’analisi sensoriale di ciascun assaggio. Ho portato a casa un misero ultimo posto e la consapevolezza che ho bisogno di fare tanta altra strada nel mondo del vino.

La serata si è svolta presso l’enoteca Hic di via Spallanzani a Milano e attorno al tavolo eravamo seduti in 12, metà assidui partecipanti al torneo, gli altri, tra i quali mi ci metto pure io, semplici curiosi.

Qualche giorno prima ci era stato fornito un elenco di venti etichette delle quali si sapeva solo il nome del produttore e il vitigno, nella fattispecie rossi d’Italia. In caraffe numerate ci sono state servite le cinque bottiglie selezionate dalla lista che ci era stata fornita. Noi concorrenti dovevamo indovinare vitigno, regione di produzione, classificazione, anno di vendemmia e infine gradazione alcolica.

Facile no? No, per niente.

Prendo ad esempio il quarto assaggio proposto.

Questo vino ha sfoggiato un bellissimo color porpora molto carico, con riflessi violacei, forse tipici di un vino giovane. Al naso sono risultati predominanti gli aromi terziari e la speziatura. In bocca, infine, si è fatto notare per la spiccata acidità e per gli importanti tannini. Certamente un vino ben strutturato, di carattere, si potrebbe dire.

Difficile, almeno per me, anche solo collocarlo territorialmente. Non mi ricordo neppure che cosa ho indicato.

Di fatto era “Altaguardia”, Forti del Vento, Albarossa, Piemonte Doc, vendemmia 2013, 13%.

Forti del Vento è un’azienda che si è convertita all’agricoltura biodinamica, ossia ha completamente abolito fertilizzanti e pesticidi di origine chimica che sono stati sostituiti dall’uso del compost, dalla rotazione delle colture, da pesticidi a base di sostanze minerali. Rispetto del territorio e stagionalità, fasi lunari comprese, sono la filosofia aziendale.

In cantina vasche d’acciaio, botti di legno e anfore lavorano a stretto contatto le une con le altre. Anche nella fase della lavorazione del vino l’intervento della mano dell’uomo è ridotto al minimo. È il mosto, e poi il vino, che detta i tempi della permanenza sulle bucce, dei travasi, della filtrazione. Il costante controllo delle temperature permette che i lieviti indigeni svolgano in maniera egregia il loro difficile compito.

Da chi lavora in questa maniera non ci si poteva aspettare niente di diverso: un ottimo prodotto, pulito, dall’ampio spettro aromatico e dal perfetto equilibrio. Un grande vino che da oggi occuperà un posto d’onore nella mia cantina.

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

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