I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

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