Il verdicchio, vitigno e vino figli di un territorio tra Jesi e Matelica

Perché il verdicchio sia il mio vino bianco preferito è presto detto.

A mio modesto parere un grande vino ha 3 caratteristiche fondamentali: deve essere riconoscibile, longevo e capace di migliorare nel tempo. Ovviamente la precondizione è che sia buono.

Ci sono vini longevi ma un po’ anonimi. Altri invecchiano ma non migliorano. Altri non sanno invecchiare e vanno bevuti giovani.

E’ questo incrocio di variabili che rende pinot nero, nebbiolo e riesling autentici vitigni di talento nel mondo.

Il verdicchio nelle tre dimensioni suggerite sembra eccellere in tutte. Ha ottime doti di riconoscibilità, soprattutto al naso, ha un ottima capacità d’invecchiamento e matura deliziosamente acquisendo complessità e spessore.

Vi ho già detto che è anche buono?

E poi ha una storia unica nel suo genere, fatta di passione e dedizione.

Il verdicchio è un vitigno che ha saputo ritagliarsi la sua parte di storia, tanto nell’enologia marchigiana, quanto in quella nazionale e poi mondiale. Riguardo le sue origini, sono state avanzate diverse ipotesi, la più accreditata vede la sua comparsa nelle Marche in seguito all’insediamento di coloni veneti, chiamati a ripopolare le valli dopo una terribile epidemia di peste.

Tale ipotesi è supportata da recenti studi che hanno rilevato somiglianze genetiche con il trebbiano di Soave ed il trebbiano di Lugana.

Ad ogni modo, se la coltivazione di questo vitigno era già diffusa nel 1300, solo negli  ultimi decenni del 1800 si può parlare di una produzione di un buon livello qualitativo, tant’è che in questo periodo un produttore quale Ubaldo Rosi dell’ Az. Colonnara (Cupramontana, AN) iniziò con le prime prove di spumantizzazione di queste uve.

Una storia tumultuosa quella del verdicchio, fatta di grandi successi e spiacevoli controversie ma che oggi lo vedono nel panorama mondiale tra i grandi vini.

Questo bianco dalle straordinarie qualità ha avuto una grandissima diffusione verso la metà del 1900 quando si impose sul mercato con vini freschi, leggeri e facili da bere.

Nel 1954 una geniale opera di marketing di Fazi Battaglia (Cupramontana, AN) mise sul mercato una bottiglia a forma di anfora, creata dall’architetto milanese Antonio Maiocchi, portando così il verdicchio fuori dai confini marchigiani e su tutte le tavole degli Italiani.

Una diffusione che portò, tra il 1967 e il 1968, ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata (DOC) e che, paradossalmente, segnerà l’inizio di uno dei periodi più brutti della sua storia. Infatti nei primi anni la bottiglia ad anfora si rivelò una carta vincente, alcuni produttori, poco inclini alla qualità, la usarono come escamotage per immettere sul mercato prodotti che avevano poco a che fare col vino oltre la confezione. Questo portò il verdicchio durante gli anni ’70 ad una  ingloriosa decadenza  tanto per Jesi quanto per Matelica.

Fortunatamente nulla può fermare chi è nato per essere grande.

Negli anni ’80 ci fu  una sorta di riscossa, merito di una nuova generazione di vignaioli  come Aldo Ciofola di La Monacesca (Matelica), Ampelio Bucci (Ostra, AN), Carlo Garofoli dell’omonima azienda e poi, la famiglia Bernetti di Umani Ronchi, solo per citarne alcuni, che riportarono le sorti del vino sulla strada della qualità.

A questo si aggiunse, verso la fine degli anni ’80, l’eliminazione della denominazione Verdicchio delle Marche, che  oltre a confondere il consumatore era una denominazione di ricaduta spesso usata come “scorciatoia” per aggirare il tetto produttivo.

A chiudere il decennio in bellezza ci fu la grandiosa vendemmia del 1988 (forse qualche bottiglia si trova ancora).

Ma  come detto  si trattò solo di una riscossa, per arrivare al verdicchio che conosciamo oggi la strada è ancora lunga e le combinazioni di una confezione che appariva vecchia (l’anfora), la cattiva nomea degli anni precedenti unite al carattere poco avvezzo alle autocelebrazioni dei marchigiani rese tutto più difficile.

Poi arrivarono i mitici anni ’90 (perdonatemi l’euforia ma son stati anni fantastici) e con loro i primi premi e  riconoscimenti da parte delle guide, con la consacrazione nel 1999, quando all’International Wine Challenge di Londra ( in quegli anni, forse, il più autorevole concorso enologico) il Verdicchio dei castelli di Jesi classico superiore Barciana ’97 di Sartarelli vinse il primo premio.

Una scossa salutare, che fece da sprone qualitativo a tutto il settore.

Gli ultimi 15 anni, in fine, hanno conosciuto una crescita costante del Verdicchio in tutte le sue tipologie fermo, spumante e passito, segno anche di una grande versatilità.

Nel 2009 per Matelica e nel 2010 per Jesi il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) costituì un ulteriore suggello qualitativo che insieme al sacrificio e al duro lavoro dei produttori  hanno portato il Verdicchio al giusto posto che merita, nell’Olimpo dei Grandi Vini.

 

Autore: Antonio Catena

Maitre e sommelier ristorante “Tommasi” Milano

“Ama il tuo lavoro e non lavorerai un solo giorno della tua vita” (Confucio)

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