Sperss

Lo confesso: amo il Piemonte e adoro, letteralmente, le Langhe.

Mi piace la sua gente schiva e coriacea, laboriosa e sobria,  lontanissima dallo stereotipo dell’italiano caciarone e  rumoroso.

Amo le brume di Langa e le sue colline nelle giornate d’autunno, l’aria fredda e tagliente che profuma di camino e di lontana neve in arrivo.

Mi piace osservare i piccoli borghi dormienti sui colli, poveri d’arte ma gonfi di vino e di storia, seguire le curve del Tanaro che taglia come una lama verdastra la pianura boscosa, contemplare i rigorosi filari di vite che cesellano il fianco delle colline.

Da sempre mi affascina la naturale ritrosia dei suoi abitanti, quell’essere sempre defilati, in secondo piano, sullo sfondo della vita e dei suoi grandi avvenimenti.

In un mondo che appare per quello che non è, che fa a gara per mostrarsi istericamente sui Social, le Langhe rimangono ancora un microcosmo unico, dove ritrovare una certa Italia ormai dimenticata, dove grandi aziende del vino non hanno nemmeno un sito internet e la gente parla il fidato piemunteis  più che l’inglese dei “forestieri”.

Anche da queste parti, va osservato, è arrivato il benessere volgare e ostentato, i macchinoni, gli orridi SUV che sfregiano i colli, facendoli quasi assomigliare per un brevissimo istante ai viali di Milano o Torino.

Ma basta girare un angolo e svoltare in un viottolo sterrato e subito ci si ritrova in un’altra dimensione: ecco allora una casa, una sobria cascina in mattoni rossi, l’aia per gli animali, la cantina ombrosa col vino.

E poi il profumo, quel commovente sentore di mosto che si unisce al legno, al bosco, alla brace del camino e ci parla di un mondo ormai lontano, di secoli di civiltà contadina con le sue piccole gioie, i suoi dolori, le miserie e le tragedie.

Scrittori come Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, non potevano che nascere qui, in questa terra meravigliosamente ostica, sospesa tra soffocante conformismo e istinti di ribellione.

Un paese ci vuole non fosse altro per il gusto di tornarci“, scriveva Pavese nell’incipit di quel dolente capolavoro che è “La luna e i falò“.

Perché questa terra schiva e ritrosa, la puoi amare per quello che è o detestare per quello che ti impone di essere; ma  ti rimane dentro, se hai avuto la fortuna di essere nato da queste parti.

Quello che resta nel cuore alle genti di Langa è dunque un invincibile senso di appartenenza, una silenziosa malinconia che li seduce quando sono lontani, il richiamo della loro terra, dei sassi, delle campane suonate a festa, al tramonto di una lontana domenica di giugno ormai andata.

Forse davvero solo in questa parte di mondo, così piccola eppure così grande, potevano nascere vini assolutamente unici come il rosso che sto bevendo ora, mentre scrivo queste mie parole.

A proposito: si chiama “Sperss” ed in dialetto locale significa, non casualmente, “Nostalgia“…

 

Michele Galbiati
Sommelier Fisar

 

ph. Chiara Bovo

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