Il lato nascosto della Slovenia

Proprio sulle colline al di sopra della città di Trieste, in quella parte del territorio sloveno in cui si parla ancora, per tradizione, Italiano esiste una realtà vinicola di una decina di ettari, gestita dalla famiglia Klabjan.

Degustare i loro preziosi vini non è assolutamente facile, sia per l’esiguità della loro produzione sia perché non approdano alla grande distribuzione italiana, per loro scelta. Uros Klabjan, colui che ha in mano ora le redini dell’azienda, infatti, rifugge i social media, “non ha tempo” per curare un sito internet o per gestire i canali di distribuzione. Così o si va direttamente in vigna, previo appuntamento perché non si sa mai con precisione dove lui sia, oppure si spera di incrociarlo in qualche degustazione in giro per il Nord Italia – eh sì solo lì – perché Uros non vuole allontanarsi troppo dalla sua vigna, casomai questa avesse bisogno di lui.

Ho avuto la fortuna di incontrarlo in una degustazione quasi privata, eravamo in pochissime persone, e posso confermare che si tratta di un personaggio straordinario, come straordinari sono i suoi vini ed è proprio per questo che mi è tanto difficile mettere nero su bianco le emozioni di quella serata.

L’azienda si estende su un territorio di una decina di ettari, mai effettivamente misurati, che arrivano a lambire il bosco che in quella zona si fa fitto; di certo è che sono circa sessantamila piante di età compresa tra i venti ed i centocinquanta (ma forse anche di più) anni.

In questo contesto parlare di biologico o biodinamico non ha molto senso: Uros continua a coltivare la vite come è stato fatto dai suoi predecessori per generazioni e generazioni. Non usa diserbanti o insetticidi perché non fanno parte della sua cultura e perché, dice lui, la natura prende e toglie a suo piacimento.

Per noi che siamo abituati a pianificare la nostra vita secondo preventivi e consuntivi, è disarmante, quando addirittura non concepibile, sentire qualcuno che parla tranquillamente di un raccolto andato perduto, di una fatica mal ripagata: “la natura si è presa il suo prezzo” dice con estrema serenità.

In tale contesto non si può prevedere quante bottiglie saranno prodotte, quale sarà la qualità del vino. Detto così, sembra che in questa cantina regni il caos più totale e invece tutto è perfettamente ordinato, come ordinate e pulite sono le sue bottiglie: etichetta bianca con scritta in nero per i vini ottenuti dalle vigne più giovani, etichetta nera con scritta bianca per le vigne più vecchie. Il colore del logo della cantina contrassegna i vini bianchi e quelli rossi.

Semplice, no? Eppure così tanto semplici i suoi vini non sono!

 

Il primo assaggio è stata la malvasia, o malvajia in istriano, servita in due versioni, quella prodotta da vigne relativamente giovani, una ventina di anni, e quella proveniente da impianti vecchi di oltre cinquanta anni.

Nel primo caso (vendemmia 2017) le uve hanno subito una macerazione di poche ore per poi essere vinificate in acciaio. Ne è uscito un vino fresco, dalla bella acidità, sapido e molto persistente. Il bel color giallo paglierino ne è stato un perfetto biglietto da visita.

Nel secondo bicchiere ci è stata servita la versione prodotta da uve provenienti dai vigneti più vecchi (vendemmia 2015). La macerazione in questo caso raggiunge i 10 giorni e il vino giace per un paio di anni in grandi botti prima di essere imbottigliato. Il colore risulta così più ambrato e al naso si percepiscono note balsamiche e di idrocarburi. In bocca si riconoscono anche i sentori tannici dovuti alla macerazione e una bella componente di frutta a polpa gialla disidratata, come l’albicocca, senza tuttavia perdere in freschezza e sapidità.

 

Come secondo assaggio ci sono state presentate due versioni di refosco, qui chiamato refosk.

Dalla bottiglia dall’etichetta bianca è fuoriuscito un vino rosso rubino dai riflessi purpurei, dai sentori di frutta rossa fresca, quasi di sottobosco, assolutamente avvolgente in bocca dove i tannini polverosi ma eleganti lasciano comunque spazio ad una piacevole freschezza. Tutto ciò ha fatto presagire ad una recente vendemmia, e invece no, le uve, provenienti dagli impianti più giovani, sono state vendemmiate nel lontano 2015. Dopo una fermentazione di una quindicina di giorni sulle proprie bucce, il raccolto è stato suddiviso in due parti, la prima è stata posta in tank di acciaio e la seconda in botti grandi di legno. Due anni dopo sono state assemblate e poste in bottiglia dove hanno riposato per almeno un altro anno, se non di più.

Provenienti da vigne di età compresa tra i cinquanta e i centocinquanta (ma forse anche di più) anni sono state vendemmiate nel 2011 le uve utilizzate per produrre quanto contenuto nella seconda bottiglia di refosk, quella dalla etichetta nera. In questo caso il vino ha un colore più scuro, quasi impenetrabile e i tannini sono importanti; anche gli aromi virano verso quelli della frutta rossa matura, quasi marmellatosa, dal retrogusto molto persistente. In questo caso la fermentazione sulle bucce arriva fino ai trenta giorni, poi il mosto prosegue la sua vinificazione in botti ormai esauste per quattro anni, ai quali si aggiunge un altro anno in barrique di primo passaggio. Affina successivamente in tank di acciaio per altri due anni, prima di essere imbottigliato, e ancora non è pronto per essere messo in commercio.

Un vero e proprio tripudio di spezie, e principalmente di pepe nero un po’ piccante, e di frutta matura si sprigiona dal terzo assaggio di vino rosso. Ci troviamo davanti un ottimo calice di merlot dal bel color rosso rubino: uve provenienti, anche in questo caso, da viti vecchie, macerate per 15 giorni e poi affinate per un paio di anni in botte. In bocca i tannini si fanno ben sentire ma sono rotondi e molto eleganti.

La serata si è conclusa con una vera e propria “chicca”. Un calice di moscato, muskat, secco prodotto da un clone in via di estinzione. Uros Klabjan ne possiede circa due ettari dai quali riesce a produrre, nelle annate più generose, 600 bottiglie. Si tratta di un clone particolare di moscato che si trova solo in quella zona e che si caratterizza per essere naturalmente ricco di tannini. Il colore è ambrato, quasi fosse un passito, eppure fermenta sulle bucce solo 6 giorni per poi essere messo in tank d’acciaio, il grado alcolico è importante e si aggira intorno ai 16%. Gli aromi coprono lo spettro della frutta disidratata con significativi toni erbacei e di fiori bianchi.

E con questo ultimo assaggio, un po’ fuori dagli schemi tradizionali, si è conclusa una interessantissima degustazione di vini macerati, prodotti a due passi dal confine italiano, ma lontani anni luce dal nostro mondo enologico.

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