Come il cubo di Rubik

Chissà quanti si ricorderanno del cubo di Rubik, quel dado fatto di tanti tasselli che dovevano essere ricomposti per dare origine a sei facce di uno stesso colore.

A me è venuto in mente degustando il Lüsent, dell’Azienda Vitivinicola Eusebio. Mi sono trovata davanti ad un prodotto completamente diverso da quelli che si è soliti bere, difficilmente descrivibile utilizzando i rigidi termini di una scheda di degustazione.

L’etichetta recita “vino bianco”, ma nel mio bicchiere c’è un vino dal colore ambrato, quasi marrone. Assenti o impercettibili gli aromi floreali e la freschezza della beva tipica della vinificazione in bianco. Al naso mi colpiscono subito gli aromi terziari e principalmente quel sentore ferroso tipico dei vini ossidati e in bocca il tannino risulta quasi ruvido.

Accantono allora la scheda di valutazione dei bianchi, nella quale non mi ritrovo per niente.

Ma questi descrittori non sono neppure quelli dei rossi: non individuo né la tonalità del colore, né la gamma dei profumi. Ecco, forse solo la persistenza li richiama un po’.

Non mi è rimasto allora che chiedere spiegazioni al produttore, Marilena, una simpaticissima signora a cui si illuminano gli occhi quando parla del suo vino e delle sue viti.

Mi racconta che il Lüsent è prodotto con Erbaluce “vinificato in rosso”. E lo sconforto mi assale, demolendo un altro tassello delle mie poche, pochissime certezze. Però la lascio parlare perché senza ombra di dubbio ne sa ben più di me.

Comincia a raccontarmi della sua azienda, a Salussola, in quella parte di collina morenica denominata “Serra d’Ivrea”, nella quale sono banditi i diserbanti chimici e viene dato largo spazio alla lotta integrata, nel completo rispetto dell’ambiente.

Qui i filari di erbaluce sono posizionati su terrazzamenti creati con muretti a secco e coltivati a “pergola espansa” come è tradizione nella zona.

L’uva viene raccolta a completa maturazione, ossia quando gli acini assumono un colore dorato, e sottoposta ad un processo di diraspatura al quale segue un periodo di fermentazione sulle proprie bucce di una decina di giorni. Svolti tutti gli zuccheri, il mosto viene torchiato e lasciato riposare in botti di acciaio.

Seguono le consuete pratiche di cantina di svinatura e filtrazione naturale. L’assenza di solfiti aggiunti attiva un processo di ossidazione che è quello appunto che conferisce questo particolare colore tendente al marrone e gli aromi ferrosi.

Il risultato è un prodotto fuori dagli schemi ai quali noi siamo abituati, un vino “sfrontato, che uccide le papille” come Marilena è solita definirlo.

O lo si ama o si odia, senza mezzi termini. Certamente un’ottima scoperta e un nuovo tassello da aggiungere al panorama enologico italiano.

Due da uno

Due da uno: due spumanti da un unico vitigno. E qui non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che la base spumante è una barbera.

Sì, avete letto bene: una barbera!

Ci troviamo nel cuore del Monferrato, a Costignole d’Asti. Qui sulla collina di Sant’Anna la famiglia Lenti nel recente 2012 acquista una cascina e per prima cosa recupera il corpo vitato: circa 5 ettari, uno dei quali viene reimpiantato completamente. Di uve barbera e moscato, manco a dirlo, sono i filari.

La signora Orsetta, indiscussa padrona di casa, ha un modo di atteggiarsi quasi antico, con un qualcosa di nobiliare, e nel suo elegantissimo abito di sangallo blu mi racconta con passione le sue giornate passate in vigna e in cantina.

Mi mostra con orgoglio le nodose viti, vecchie di qualche decennio e i più giovani virgulti, già però in grado di produrre dell’ottimo vino. Mi spiega come lei e la sua famiglia si prendono cura della vigna e della cantina; con dispiacere mi confida che non si attivano per ottenere la certificazione “bio” in quanto i vigneti confinanti sono trattati con i sistemi convenzionali e di questo ne risente tutto l’eco-sistema della zona.

Tuttavia il rispetto dell’ambiente li porta continuamente verso scelte il meno possibile invasive. Il recente posizionamento di una centralina metereologica direttamente in vigna consente interventi focalizzati e dal minimo impatto ambientale.

Qui la vendemmia è fatta tutta manualmente, nel rispetto pieno della vite.

Mentre la mia attenzione è rivolta a questo suadente racconto, i miei occhi sono catturati da due bottiglie chiuse con il tappo fungo e la gabbietta, forse proprio perché gli spumanti nel Monferrato sono rari e hanno sempre qualcosa da raccontare. Proprio come questi due.

Sorsi di Emozione” è uno spumante metodo Martinotti. La base è una barbera vendemmiata ai primi di settembre alla quale è aggiunta una piccolissima percentuale di chardonnay. Il vino viene lasciato per circa sei mesi a contatto con le proprie bucce mantenute in sospensione e rimescolate con bâtonnage settimanali. Nella primavera successiva alla vendemmia avviene la presa di spuma e il successivo affinamento in bottiglia per qualche mese. Insomma, in meno di un anno abbiamo la possibilità di degustare un ottimo spumante dal bel colore giallo paglierino e dal fine perlage, è armonico e ci regala un’ottima freschezza unita ad aromi fruttati per nulla scontati. Il titolo alcolometrico si aggira intorno al 12% ed è classificato come brut.

Incanto” è uno spumante metodo classico. La base è costituita unicamente dai migliori grappoli di barbera, selezionati a mano uno per uno. Il corpo e l’eleganza di questa base sono frutto di un passaggio in barriques e dei bâtonnage a frequenza settimanale. Ai primi caldi avviene la presa di spuma innescata da un mosto fermentato di moscato approntato per l’occasione e conservato ad una temperatura di 0°. Il contatto con il vino caldo e innalzamento delle temperature stagionali avviano naturalmente la presa di spuma.  Su questi lieviti del tutto indigeni il nostro spumante giace per 24 mesi. Per il necessario rabbocco successivo alla sboccatura si ricorre alla base barbera. Gli unici zuccheri presenti sono quelli naturali del mosto di moscato che si svolgono completamente nel corso del processo fermentativo. Ne consegue che questo spumante dal titolo alcolometrico pari a 12,5% possa essere classificato come pas dosé. Rispetto al precedente, questo spumante risulta arricchito degli aromi tipici del “passaggio in botte” e della naturale morbidezza che ciò conferisce, oltre ai sentori di crosta di pane e di crema al burro che i lieviti portano con sé.

Due spumanti così simili ma così diversi, come due fratelli nati dalla stessa madre. E a noi, poveri assaggiatori, non rimane che l’imbarazzo della scelta.

Cheese & Wine

Abbassate le luci sul Vinitaly 2018, si cominciano a decifrare le numerose pagine di appunti.

La maggiore manifestazione vinicola italiana è stata preceduta da un fine settimana intenso di eventi dislocati in punti turistici della città di Verona, che per l’occasione si è trasformata in uno dei più grandi palcoscenici d’Italia. Vinitaly and the City l’hanno chiamato.

Nei giardini pubblici dell’Arsenale, proprio accanto al Ponte di Castelvecchio, il fine settimana ha vestito i colori e i profumi della Sicilia. Il bel giardino antistante la fontana durante il giorno ha visto radunarsi compagnie di amici e famiglie intere con i bimbi al seguito; appena calato il buio magnifici giochi di acqua e luci colorate hanno ravvivato le serate.

Il filo conduttore però è sempre stata la Sicilia con i suoi vini, ovviamente, e con prelibatezze gastronomiche antiche di secoli che, grazie anche all’intensa attività del presidio Slow Food locale, stanno riacquistando vita e notorietà.

In questo contesto ho avuto la possibilità, o forse è meglio dire l’onore, di assaggiare il Maiorchino, un formaggio prodotto con un mix di latte di capra e pecora, lavorato rigorosamente a mano e lasciato stagionare per quasi un anno.

Ovviamente noi cittadini non ne abbiamo mai sentito parlare; in città questo formaggio non ci arriva neppure. La sua produzione è limitata e circoscritta nella zona dei Monti Peloritani, in provincia di Messina, e la “ricetta” viene tramandata di padre in figlio.

Qui la parola transumanza ha ancora significato. Le pecore brucano l’erba dei prati e si spostano, seguendo i ritmi delle stagioni e della natura, alla ricerca del foraggio fresco. E quando l’erba non si trova più il bestiame è alimentato con il fieno raccolto ed essiccato nei mesi precedenti, quando le vallate erano ancora verdi.

Tutto ciò non può che dare origine ad un grande formaggio, dagli intensi aromi e dai forti sapori erbacei, molto sapido e speziato.

Il vino servito in abbinamento era un Nero d’Avola, il vino rosso siciliano per antonomasia. Nella fattispecie Vitese, Nero d’Avola, cantina Colomba Bianca, 2017agricoltura biologica certificata.

Come si sa, il Nero d’Avola si caratterizza per i sentori di frutta rossa a bacca piccola, generalmente maturi, per i sentori di pepe nero e spezie e per l’elegante tannino.

Sulla carta, quindi, ci saremmo aspettati un abbinamento perfetto, un completo bilanciamento tra cibo e vino con la nascita del famigerato “terzo sapore” del quale sono alla costante ricerca i sommelier più raffinati.

C’erano tutte le carte in regola perché fosse quel grande vino che tutti ci aspettavamo, gradazione alcolica compresa. Ma al momento era decisamente troppo giovane e troppo poco strutturato per reggere il passo con un formaggio così impegnativo.

La giovane annata e il recente imbottigliamento non hanno permesso ai tannini di ammorbidirsi, rimanendo di fatto ancora molto nervosi, e al corpo di espandersi, di maturare.

La consistenza e la grassezza del formaggio hanno sovrastato il corpo e i tannini del vino che, così, è passato in secondo piano rispetto al nostro Maiorchino, padrone indiscusso della scena.

Sarebbe bastato aspettare qualche mese, forse anche meno di un anno, e avremmo potuto godere in un vino ottimo, strutturato e affinato al punto giusto; capace quindi di ben abbinarsi a questo buonissimo, ma molto impegnativo, formaggio.

Missione Zalto!

La missione era quella di fare una degustazione utilizzando i famosi calici Zalto.

La curiosità era proprio quella di scoprire che cosa hanno mai di particolare questi bicchieri e perché il loro costo è di gran lunga superiore a quello dei normali calici da degustazione.

Hanno una solida base, necessaria per tenere in equilibrio il bicchiere; hanno uno stelo lungo e fine, per permettere una comoda rotazione del vino e una giusta distanza della mano dal naso e dalla bocca consentendo una minore contaminazione degli aromi; hanno una forma molto elegante, frutto di un lavoro di design.

Tutto qui?

No. È proprio dallo studio meticoloso delle tre parti che compongono il bicchiere che parte tutta l’innovazione, o meglio, la tradizione che si rinnova.

Facciamo un po’ di storia. La famiglia Zalto è partita un paio di secoli fa dalla laguna veneta per cercare fortuna in Austria, portando con sé l’arte del vetro soffiato a bocca, quell’arte che è da sempre patrimonio della Serenissima.

Da allora non hanno mai smesso di soffiare il vetro. L’incontro agli inizi del XXI secolo con Hans Denk, uno dei maggiori degustatori austriaci, ha costituito la vera svolta nella produzione dei bicchieri, che fino a quel momento erano stati creati seguendo le mode e i gusti dei committenti.

Il bicchiere è diventato più semplice, si è liberato degli orpelli e ha assunto forme ben precise che andassero ad esaltare gli aromi del vino. È più sottile per i vini bianchi e gli spumanti, più “panciuto” per i vini rossi e per quelli strutturati.

Forme, insomma, che anche noi ben conosciamo. Ma con la particolarità che le angolazioni sono state studiate scientificamente, riprendendo i gradi di inclinazione dell’asse terrestre e di quei contenitori che gli antichi avevano considerato essere migliori per la conservazione del vino.

Ma a Hans Denk la forma del calice non bastava.

Voleva un bicchiere diverso, che quasi scomparisse, per rendere vero protagonista il vino. Zalto l’ha accontentato, creando una linea di prodotti che rispondesse alle sue esigenze.

Il cristallo, più leggero e duttile, ha preso il posto del vetro. Il calice non arriva ai 100 gr, quindi quanto noi percepiamo come peso è praticamente solo quello del vino.

Lo stesso vale per il colore. L’assenza di piombo ha la duplice funzione di rendere ancora più trasparente il bicchiere e di mantenerlo tale anche dopo numerosi lavaggi. Per usare una terminologia moderna, ci troviamo in una condizione di “senza filtro”.

Appoggiato alle labbra il bicchiere scompare nel vero senso della parola. Non vi è l’ispessimento del bordo. Il vino scivola in bocca e quasi si ha la percezione che il cristallo si deformi, adeguandosi alla conformazione fisica delle labbra del degustatore.

L’unicità di ogni singolo pezzo che, ora come allora, è lavorato a mano seguendo la più antica tradizione, contribuisce a rendere sorprendente la degustazione.

Scoperto l’arcano. Missione compiuta!

 

* Un ringraziamento particolare va agli amici del Vinodromo di Milano che hanno organizzato una verticale di Riesling Renano in calici Zalto.

Buona Pasqua!

Manca poco alla Pasqua e noi della redazione di Blogelier ci prendiamo qualche giorno di vacanza.

Abbiamo cominciato questa avventura tre mesi fa e abbiamo lavorato senza sosta, degustando e raccontandovi quello che ci era piaciuto di più.  Ora abbiamo proprio bisogno di una piccola pausa.

 

Non potevamo però non brindare con voi!

Per questa occasione abbiamo scelto un metodo classico che ci teletrasporta nella nostra meravigliosa Sicilia, e precisamente in provincia di Palermo, su una fascia collinare di media altitudine (intorno ai 600 m/slm). L’agricoltura in questa zona è improntata nel rispetto del territorio e dell’uomo; le vecchie viti, che qui sono ancora coltivate con metodi tradizionali, hanno una resa molto bassa e la vendemmia, rigorosamente manuale, rimandano a quelle antiche tradizioni che la gente di Sicilia sta riscoprendo come proprio patrimonio culturale.

 

Gustiamolo da solo, per un brindisi o in accompagnamento ad un antipasto a base di pesce appena scottato o addirittura crudo.

 

LYR – Metodo Classico – PORTA DEL VENTO

Troviamo nel bicchiere un fantastico Perricone in purezza, vinificato in bianco. Le uve per la produzione di questo metodo classico sono raccolte ancora in fase di maturazione proprio perché l’acidità deve rimanere elevata e i profumi quanto più freschi possibili.

Il vino ottenuto dalla spremitura soffice delle uve rimane sui propri lieviti per circa 18 mesi, permettendo così la formazione di un fine ed elegante perlage. Come per ogni metodo classico che si rispetti, prima di essere messo al consumo viene illimpidito e privato dei lievi esausti.

Il suo grado zuccherino si aggira intorno all’1,6 g/l quindi è uno spumante molto secco, “extra brut” per classificarlo tecnicamente.

Bevuto ben freddo (consigliamo una temperatura non superiore agli 8°) accarezza i nostri sensi con aromi floreali e di frutta a polpa bianca ancora da maturare; inevitabile per i vini prodotti in questa zona, è la presenza di una forte mineralità.

L’elevata acidità contribuisce a pulire dalla eventuale grassezza del nostro antipasto ed invita l’appetito al successivo ricco pasto.

 

CIN CIN!

Rosso Barbera

Ennesimo “centro” fatto dagli amici di Go Wine che hanno organizzato un piccolo ma interessantissimo evento completamente dedicato alla Barbera, uno dei vitigni maggiormente coltivati in Italia.

La loro attenzione si è incentrata sulla Barbera piemontese e in questa manifestazione hanno invitato cinque aziende agricole situate nelle province di Cuneo e Asti.

A dirla così, sembra che siano stati proposti vini tutti uguali rendendo l’evento di una noia mortale.

Niente di più sbagliato!

La selezione delle bottiglie è stata quanto mai varia, per tipologia di terroir e affinamento: ogni azienda agricola ha proposto quanto di sua produzione, compiendo anche qualche “fuori tema”, proprio per far meglio apprezzare la sua produzione.

Il tempo, sempre tiranno, mi ha concesso solo una piccola tregua e pertanto mi sono soffermata a degustare unicamente Barbera, riuscendo comunque ad avere una bella panoramica su questo vitigno, molto spesso snobbato, che riserva invece bellissime sorprese.

Arriviamo al dunque.

 

CASCINA DEL POZZO (Castellinaldo – CN)

Barbera d’Alba Doc Fossamara 2016: ci troviamo di fronte ad un vino appena imbottigliato, quindi ancora molto giovane. La sua produzione prevede, infatti, un periodo di affinamento in acciaio di 8 mesi completato con altri 6 mesi in bottiglia. Si presenta di un bel colore rubino, intensi sapori di frutta rossa acerba, forte acidità al palato.

Barbera d’Alba Doc Fossamara 2013: il maggiore affinamento in bottiglia si nota subito dal colore più sanguigno del precedente. Rimangono inalterati i sapori di frutta rossa, già presenti nella versione giovane, ai quali si aggiungono i terziari e in modo particolare una bella speziatura. Peccato solo che al naso si perdano un po’ gli aromi originari.

Barbera d’Alba Doc Lucrezia 2015 e 2014: la storia di questo vino nasce da viti che arrivano ad avere fino a 55 anni e passa attraverso un affinamento in botte grande che dura 12 mesi e si completa con un altrettanto lungo periodo in bottiglia. Il vino che degustiamo è quindi di un bel rosso granato intenso, con sentori vinosi affiancati da quelli di cuoio, tabacco e legno; leggere note di miele si percepiscono sul fin di bocca. Il tannino è morbido e accompagnato da una buna acidità, presagio di un’aspettativa di vita ancora lunga. Bel regalo di un padre alla figlia, Lucrezia appunto!

 

TENUTA IL FALCHETTO (Santo Stefano Belbo – CN)

Barbera d’Asti Docg Pian Scorrone 2016: il bel rosso che colora questo vino è presagio di una fresca e leggera beva. La sosta lunga 6 mesi delle uve nelle vasche d’acciaio fa sì che gli aromi fruttati siano ben percepibili e i tannini eleganti. Al palato è di buona struttura e invita piacevolmente all’assaggio di un piatto di antipasti all’italiana o ad un ricco tagliere di salumi.

Barbera d’Asti Docg superiore Bricco Paradiso 2015: prima di passare alla degustazione di questo vino occorre conoscerne le varie fasi di produzione. Prima di tutto il vino ancora grezzo viene affinato in botti di rovere francese per un periodo che varia tra i 12 e i 14 mesi. Successivamente viene posto in bottiglia dove prosegue la sua evoluzione, processo possibile in quanto non subisce filtrazioni.  Si presenta quindi di un bel colore rosso rubino carico: subito al naso sono percepibili gli aromi di ciliegia e frutti di bosco, come mora e lampone; in bocca sono percepibili in aggiunta aromi di caffè e spezie con un finale mentolato che ne favorisce la freschezza e contribuisce alla sua persistenza.

 

COLLE MANORA (Quargnento – AL)

Barbera del Monferrato Doc Pais 2016: ci spostiamo con questa degustazione sul versante dell’alessandrino, dove i terreni sono argillosi e sabbiosi. Le viti in questa zona sono vecchie, raggiungono anche i 50 anni. Il vino raccoglie in sé tutta l’aromaticità della frutta rossa e di sottobosco. In bocca è un vino di corpo con i tannini molto più rotondi rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da un vino così giovane.

Barbera d’Asti Docg superiore Manora 2015: le vigne vecchie la fanno da padrone anche qui. Rispetto al precedente questo vino è certamente più “intrigante”. I tannini sono più morbidi ed eleganti, il passaggio in barriques, per un tempo compreso tra i 6 mesi e l’anno, conferisce struttura e personalità. Interessanti i sentori di frutti di bosco, di viola e infine di spezie.

 

GUASTI CLEMENTE E FIGLI (Nizza Monferrato – AT)

Barbera del Monferrato Doc Clementina 2016: espressione frizzante della Barbera. Nella produzione di questo vino concorre per il 15% la Freisa, altro vitigno autoctono piemontese. Seppure presente in minima percentuale, riesce a conferire a questa Barbera dal colore piuttosto scarico aromi di frutta rossa matura, il fin di bocca tende al dolce, richiamando appunto i sentori tipici della Freisa.

Nizza Docg Barcarato 2015: la selezione delle uve per la produzione di questo vino è effettuata direttamente in vigna al momento della vendemmia. Dalle viti più vecchie sono scelti i grappoli che presentano il miglior grado di maturazione; la vinificazione avviene separatamente e il successivo affinamento vede l’utilizzo delle barriques per un periodo variabile, ma che si aggira comunque intorno all’anno. Segue poi un secondo affinamento in bottiglia. Il Barbera che ne esce ha un colore rosso granato molto scuro; al naso e in bocca sono percepibili sentori di frutta rossa matura, di tabacco e di spezie. I tannini sono ancora acerbi – del resto, se si fanno un po’ di conti, l’anno di affinamento in bottiglia risulta appena concluso – quindi ci troviamo di fronte ad un vino giovane, in grado di riservarci piacevoli sorprese in futuro.

 

FRANCO ROERO (Montegrosso – AT)

Barbera d’Asti Docg “Carbunè” 2017: questo vino è stato imbottigliato qualche giorno prima dell’evento, quindi appena uscito dalle vasche d’acciaio dove ha sostato 6 mesi. La selezione di uve da vigne vecchie di 50 anni rende questo vino già pronto alla beva: il colore è quello della Barbera giovane, ossia un bel rosso intenso, e gli aromi sono quelli della frutta rossa e delle spezie che sono percepibili maggiormente nel fin di bocca.

Barbera d’Asti Docg superiore “Cellarino” 2016: ancora più intenso e cupo è qui il colore. I tannini sono morbidi e prevalgono sentori di frutta rossa sotto spirito; importanti arrivano anche gli aromi terziari come le spezie e il tabacco. L’affinamento in barriques di secondo e terzo passaggio per 15 mesi conferisce indubbiamente eleganza e struttura. Immaginiamocelo dopo un lungo periodo di ulteriore affinamento in bottiglia.

Barbera d’Asti Docg superiore “Sichei” 2015: sono 18 i mesi che la Barbera trascorre nelle barriques nuove prima di regalarci un altro bel vino dall’intenso rosso con riflessi purpurei. More, ciliegie, spezie, cuoio, caffè e grafite sono gli aromi che ci accarezzano a tutto tondo. Davvero un grande vino, importante, che è capace di non sfigurare al cospetto dei suoi più nobili cugini.

 

Cinque produttori, si diceva sopra, ben più di cinque vini degustati, uno diverso dall’altro, emblematica versatilità della Barbera piemontese.

Yin e Yang dell’Etna

Yin e Yang non si contrappongono, ma si amalgamano e si susseguono, si completano; dove è bianco c’è anche un po’ di nero e viceversa.

Questo sembrano dire i due vini Etna Doc di Palmento Costanzo che ho avuto l’onore di degustare nel corso della manifestazione “Anteprima fiere del vino 2018” curata da Gambero Rosso: Bianco di Sei e Rosso di Sei.

Racchiuso nelle due etichette c’è già tutto quello che si deve sapere prima di procedere alla degustazione di ciò che viene proposto nel bicchiere.

Già nel nome “palmento” troviamo un legame molto forte con il territorio. Il palmento infatti è una

“vasca larga e poco profonda, con pareti di mattoni o di calcestruzzo, o anche scavate nella roccia impermeabile, usata per la pigiatura e la fermentazione dei mosti nell’Italia meridionale, e specialmente in Puglia, Calabria e Sicilia”, così recita il dizionario Treccani.

E a Passopisciaro, in provincia di Catania, la famiglia Costanzo ha rimesso a nuovo, utilizzando innovative tecniche architettoniche a basso impatto ambientale, un palmento che era già in uso alla fine del 1700.

E qui innovazione, tradizione e rispetto della natura si compenetrano, proprio come Yin e Yang.

Come se non bastasse.

L’Etna è poi fisicamente presente nelle etichette e non solo perché ve ne è raffigurata la sagoma in un gioco di bianco e nero. Della polvere lavica è infatti miscelata all’inchiostro utilizzato per la stampa: le etichette risultano porose al tatto e leggermente profumate di zolfo nella parte che raffigura il magnifico ed imponente vulcano siciliano.

E non è ancora finita.

Bianco di Sei e Rosso di Sei, dove è proprio il termine “sei” che attira la nostra attenzione: l’Etna è il sesto vulcano attivo per imponenza e importanza nel mondo.

Detto questo non ci resta che assaggiare il frutto di questa meravigliosa zona, sapientemente lavorato dalle mani esperte di chi il vino lo produce per passione.

 

BIANCO DI SEI – ETNA DOC BIANCO – 2016

Uve Carricante 70% e Catarratto 30% coltivate a circa 700 m/slm, affinate per sei mesi in acciaio e per un uguale tempo in bottiglia.

Il vino si presenta di un bel colore giallo paglierino, molto intenso che sprigiona subito sentori di fiori bianchi ed agrumi che poi al palato si uniscono con gli aromi delle spezie officinali e della macchia mediterranea. Completa lo spettro aromatico la persistente mineralità.  Non c’è dubbio, ci troviamo davanti ad un ottimo vino, espressione piena della zona nella quale vede i natali.

 

ROSSO DI SEI – ETNA DOC ROSSO – 2013

Uve Nerello mascalese 80% e Nerello cappuccio 20% coltivate a circa 700 m/slm, affinate in botti di rovere francese per 24 mesi e per altri 12 in bottiglia.

Si presenta di un bel rosso rubino, intenso al naso. Sprigiona subito i sentori della frutta rossa matura che si affiancano a quelli minerali. Il lungo affinamento in botte regala eleganti e morbidi tannini. Ci troviamo davanti ad un vino molto raffinato ed equilibrato, dalla lunga persistenza.

A Passopisciaro nel completo rispetto della tradizione la vite viene coltivata ad alberello e quindi l’uva raccolta rigorosamente a mano. Qui ceppi nuovi si alternano ad altri più vecchi – centenari in alcuni casi – in un perfetto equilibrio, come Yin e Yang.

 

Di pronta beva sarai tu!

Spesso con il termine “di pronta beva” si identifica un vino semplice, poco apprezzabile. Ma non è così.

Si tratta invece di vini di qualità, perché questa deve esserci a prescindere sulle nostre tavole, ma che non hanno la pretesa di essere grandi vini.

Dopotutto quello che noi mangiamo quotidianamente, non è sempre un piatto ricco, unto e sontuoso. Ben più facilmente si tratta di pasti frugali, semplici, tipici della nostra cucina mediterranea come un piatto di pasta al sugo, un piatto di affettati, una fetta di pollo alla piastra accompagnato da due foglie di insalata.

E se è questo quello che mangiamo perché mai dovremmo privarci di un buon bicchiere in abbinamento? Non sia mai! E allora cerchiamo nella corsia di un supermercato, o negli scaffali più bassi della nostra enoteca di fiducia, un buon vino, che sia semplice, come semplice è la nostra pietanza.

Facciamo un esempio, così ci capiamo meglio. Ho acquistato una bottiglia di Vermentino dei Colli di Luni DOC, Solaris il suo nome di fantasia, prodotto dall’Azienda Agricola Federici; una decina di euro il suo prezzo.

Si tratta di un vino bianco fresco, dal sentore di frutta bianca ancora da maturare e di mela golden. È prodotto in quella parte della Liguria che confina con la Toscana, dove il sole scalda le pendici dei colli che in questa zona non sono molto alti. Qui il vermentino perde l’intensa acidità, tipica invece di quello, più famoso, coltivato in Sardegna. La vicinanza con il mare invece si percepisce sulle labbra dove la salinità si fa sentire.

In bocca il vino risulta tutt’altro che scarno, il corpo è sostenuto anche dal grado alcolico che si aggira intorno al 13%.

La sua struttura risulta semplice in quanto il vino non subisce una particolare lavorazione in cantina. Viene utilizzato solo il mosto fiore e la macerazione sulle bucce fini non supera i 50 giorni, dopo di che prosegue l’affinamento in acciaio fino ai primi caldi quando viene imbottigliato.

Questo tipo di lavorazione se da una parte permette al vino di mantenere inalterate le proprie caratteristiche varietali, dall’altra non consente la formazione di un ampio spettro aromatico. Ed è proprio per questo che possiamo parlare di un vino semplice, magari anche facile.

L’utilizzo esclusivo dei fusti d’acciaio e la semplicità delle tecniche di cantina, unitamente al fatto che esse non si dispieghino per un lungo periodo, permettono un contenimento dei costi che si traduce di conseguenza in un costo inferiore per il consumatore finale.

Non per questo ci troviamo davanti ad un prodotto mediocre, anzi. Il vino è sicuramente interessante, fresco, adatto appunto per accompagnare a un piatto di spaghetti alle vongole, un tagliere di salumi, oppure un filetto di pesce appena saltato in padella.

Ed ecco quindi che anche il cosiddetto vino “di pronta beva” trova il suo posto d’onore in tavola!

Pasteggiare a spumante … si può!

Le fasi cicliche della vita mi hanno riportato sui miei passi.

A qualche anno di distanza sono tornata alle Tenute Tonalini 1865 in quel di Montù. Allora si chiamava Cantina Storica di Montù Beccaria.

Diverso il nome e diversa la grafica delle etichette, invariata l’accoglienza e la qualità dei vini.

Ci troviamo nell’Oltrepo’ Pavese, una distesa di colline dai tratti morbidi, disegnati dai lunghi filari di vite ora in quiescenza, ma già pronti ad iniziare il meraviglioso ciclo vitale ormai alle porte. Qui madre natura è stata molto generosa e la vite cresce rigogliosa, dando ottimi frutti.

In questa zona la fa da padrona l’umile Croatina che cresce indisturbata accanto al nobile Pinot Nero e ad una serie di vitigni che sarebbe troppo lungo riportare.

La visita inizia e termina nella cantina dove è stato possibile, per così dire, toccare con mano le varie fasi della trasformazione dell’uva in vino. Tra la visita, il pranzo e la degustazione abbiamo assaggiato tutti, o quasi, i vini prodotti da questa azienda, grappa compresa.

All’interno infatti delle Tenute Tonalini vi è una importante distilleria che produce ottime grappe, partendo proprio dagli “scarti” della loro produzione vinicola.

Per i pochi che non lo sapessero ancora, sono un’appassionata di vini rosati e di Pinot Nero e quindi per me questa gita fuori porta è stata occasione per acquistare una cassa del loro Cruasé.

La capacità di questo spumante, prodotto con il metodo classico, è indubbiamente quella di abbinarsi a numerosi piatti della cucina tipica italiana a partire proprio dagli antipasti di salumi, dove gli aromi di frutta di bosco a bacca piccola tipici del Pinot Nero ben si accostano a quella degli insaccati.

La freschezza e l’effervescenza sono invece degli ottimi sgrassatori per un secondo di carne. E a noi, buoni italiani, il sentore di crosta di pane, che è subito percepibile al naso, risulta piacevole a tutto pasto.

L’ho provato anche con il dessert, una fetta di torta rustica a base di cioccolato. Forse questo abbinamento era poco consono in quanto il grado zuccherino dello spumante, un brut, non si equilibrava certamente con il dolce che era nel piatto, ma la speziatura percepibile sul fin di bocca, quella sì che si è armonicamente amalgamata!

 

Nero come il carbone di Carbonia

Quella meravigliosa terra che è la Sardegna non finisce mai di stupirmi, così come i suoi instancabili abitanti.

In uno dei numerosi eventi enologici dedicati ai vini naturali a cui ho partecipato, mi sono imbattuta in un giovane, un tale Enrico, che con fare molto timido mi ha offerto il suo Carignano rosè. Non ne ho sprecato nemmeno una goccia e mi sono intrattenuta con lui a chiacchierare del suo vino e della Sardegna. Ne è uscito un quadro fatto di passione e fatica.

Lui è Enrico Esu, titolare dell’omonima azienda; produce Carignano coltivando le viti che suo padre ha piantato nel 1958. Fiero ed orgoglioso del suo lavoro e delle sue origini. Gli faccio due domande e con naturalezza comincia a raccontare della sua terra, del suo paese, Carbonia, nome che non a caso ricorda le vicine miniere di carbone, nella zona più arida e ventosa della Sardegna.

Qui la coltivazione della vite è obbligatoriamente ad alberello, in quanto il vento batte incessantemente ed inoltre la pianta deve svilupparsi più nel sottosuolo che all’aria aperta per andare a cercare in profondità quel nutrimento che il terreno sabbioso nel quale è giace non concede.

Tanta fatica per una resa bassissima: i grappoli sono molto piccoli, ed il mosto che se ne si estrae è molto scuro. Non a caso Enrico ha battezzato il suo vino “Miniera” (Isola dei Nuraghi IGT, per completare la denominazione). La sua produzione, mi dice, si aggira intorno alle 6000 bottiglie l’anno. Una parte la vinifica in acciaio, una parte fa un passaggio in barriques e una minima parte viene vinificato in rosato.

Ed è proprio quest’ultima espressione che mi incanta per il suo colore che oserei definire confetto (anche se non si addice ad una terminologia da sommelier, ma che rende molto bene l’idea), un rosa tenue che fa presagire un vino dalla grande freschezza, dalla gradevole acidità: tutte qualità che ritrovo piacevolmente in bocca.

Ed è subito estate, sull’arenile, in una sera di fine agosto, nell’assolata Sardegna, lontana dalla calca frenetica dei villeggianti, a godere del panorama e del frutto del lavoro di questo orgoglioso popolo.