Il tour della riscoperta

In una Milano dei grandi numeri e dei grandi eventi acquista un particolare significato la riscoperta dei quartieri.

In quest’ottica si muove il progetto “Eustachi Ora”.

Avevo avuto modo di conoscerlo in occasione della settimana del design e l’ho ritrovato anche in occasione nella Milano Fashion Week, e poi della prestigiosa Milano Wine Week e forse di qualche altro evento che sicuramente mi sarò persa…

Il filo conduttore che ha legato eventi così distanti tra loro è stato il desiderio di rivalutare angoli poco noti della grande metropoli in momenti di forte richiamo turistico.

Complici in questo progetto sei enoteche, poco distanti tra loro, che hanno preferito lavorare insieme piuttosto che farsi concorrenza.

Non si può certamente definire periferica la zona limitrofa a Corso Buenos Ayres, dove si trova appunto via Eustachi, ma ai più risulta quasi inesplorata e una degustazione itinerante è un ottimo motivo per scoprirla!

Chi poteva partecipare a questa “degustazione itinerante”? Come praticamente era organizzata? Domande assolutamente legittime data la novità del progetto.

Prima di tutto va sottolineato il fatto che gli assoluti protagonisti sono stati gli osti che hanno messo a disposizione tempo, spazio e bicchieri, oltre che – ovviamente – il vino: uno diverso dall’altro per produttore o per tipologia. In ognuna delle sei enoteche aderenti al progetto è stato possibile acquistare un carnet di 6 biglietti spendibili unicamente presso gli aderenti all’iniziativa. L’evento era aperto a tutti, anche se gli “addetti ai lavori” hanno potuto avvantaggiarsi di un tour guidato!

Prendiamo per esempio la Fashion Week. Nella settimana in cui la moda è stata assoluta protagonista e si è omaggiato il mondo femminile, la scelta è inevitabilmente caduta sul vino rosato, ossia quel vino che, prodotto con uve a bacca scura, viene ingentilito nel corso della sua lavorazione, con l’intento di catturare anche i palati più esigenti.

La selezione di bottiglie proposta è stata di sicuro interesse e ha permesso di fare un bel giro d’Italia: da Nord a Sud sono stati in degustazione il pinot nero di St. Michael Eppan, il lagrein delle Cantine Tramin, il Chiaretto classico di Bardolino di Le Morette, il cerasuolo d’Abruzzo di Villa Medoro.

L’obiettivo di Sergio Valente ci ha introdotto nel mondo della moda: le sue fotografie sono state una splendida cornice alla nostra degustazione itinerante.

Con le stesse modalità si sono svolti anche gli altri eventi: un vino e un’opera di design, nella settimana dedicata all’architettura, un territorio e un vino, quando quest’ultimo è stato protagonista assoluto di una fantastica settimana.

Il quantitativo di biglietti venduti e l’allegra compagnia che ha riempito questi locati sono stati senza dubbio indice di un progetto ben riuscito!

E allora non ci resta che aspettare il prossimo evento!

 

Il lato nascosto della Slovenia

Proprio sulle colline al di sopra della città di Trieste, in quella parte del territorio sloveno in cui si parla ancora, per tradizione, Italiano esiste una realtà vinicola di una decina di ettari, gestita dalla famiglia Klabjan.

Degustare i loro preziosi vini non è assolutamente facile, sia per l’esiguità della loro produzione sia perché non approdano alla grande distribuzione italiana, per loro scelta. Uros Klabjan, colui che ha in mano ora le redini dell’azienda, infatti, rifugge i social media, “non ha tempo” per curare un sito internet o per gestire i canali di distribuzione. Così o si va direttamente in vigna, previo appuntamento perché non si sa mai con precisione dove lui sia, oppure si spera di incrociarlo in qualche degustazione in giro per il Nord Italia – eh sì solo lì – perché Uros non vuole allontanarsi troppo dalla sua vigna, casomai questa avesse bisogno di lui.

Ho avuto la fortuna di incontrarlo in una degustazione quasi privata, eravamo in pochissime persone, e posso confermare che si tratta di un personaggio straordinario, come straordinari sono i suoi vini ed è proprio per questo che mi è tanto difficile mettere nero su bianco le emozioni di quella serata.

L’azienda si estende su un territorio di una decina di ettari, mai effettivamente misurati, che arrivano a lambire il bosco che in quella zona si fa fitto; di certo è che sono circa sessantamila piante di età compresa tra i venti ed i centocinquanta (ma forse anche di più) anni.

In questo contesto parlare di biologico o biodinamico non ha molto senso: Uros continua a coltivare la vite come è stato fatto dai suoi predecessori per generazioni e generazioni. Non usa diserbanti o insetticidi perché non fanno parte della sua cultura e perché, dice lui, la natura prende e toglie a suo piacimento.

Per noi che siamo abituati a pianificare la nostra vita secondo preventivi e consuntivi, è disarmante, quando addirittura non concepibile, sentire qualcuno che parla tranquillamente di un raccolto andato perduto, di una fatica mal ripagata: “la natura si è presa il suo prezzo” dice con estrema serenità.

In tale contesto non si può prevedere quante bottiglie saranno prodotte, quale sarà la qualità del vino. Detto così, sembra che in questa cantina regni il caos più totale e invece tutto è perfettamente ordinato, come ordinate e pulite sono le sue bottiglie: etichetta bianca con scritta in nero per i vini ottenuti dalle vigne più giovani, etichetta nera con scritta bianca per le vigne più vecchie. Il colore del logo della cantina contrassegna i vini bianchi e quelli rossi.

Semplice, no? Eppure così tanto semplici i suoi vini non sono!

 

Il primo assaggio è stata la malvasia, o malvajia in istriano, servita in due versioni, quella prodotta da vigne relativamente giovani, una ventina di anni, e quella proveniente da impianti vecchi di oltre cinquanta anni.

Nel primo caso (vendemmia 2017) le uve hanno subito una macerazione di poche ore per poi essere vinificate in acciaio. Ne è uscito un vino fresco, dalla bella acidità, sapido e molto persistente. Il bel color giallo paglierino ne è stato un perfetto biglietto da visita.

Nel secondo bicchiere ci è stata servita la versione prodotta da uve provenienti dai vigneti più vecchi (vendemmia 2015). La macerazione in questo caso raggiunge i 10 giorni e il vino giace per un paio di anni in grandi botti prima di essere imbottigliato. Il colore risulta così più ambrato e al naso si percepiscono note balsamiche e di idrocarburi. In bocca si riconoscono anche i sentori tannici dovuti alla macerazione e una bella componente di frutta a polpa gialla disidratata, come l’albicocca, senza tuttavia perdere in freschezza e sapidità.

 

Come secondo assaggio ci sono state presentate due versioni di refosco, qui chiamato refosk.

Dalla bottiglia dall’etichetta bianca è fuoriuscito un vino rosso rubino dai riflessi purpurei, dai sentori di frutta rossa fresca, quasi di sottobosco, assolutamente avvolgente in bocca dove i tannini polverosi ma eleganti lasciano comunque spazio ad una piacevole freschezza. Tutto ciò ha fatto presagire ad una recente vendemmia, e invece no, le uve, provenienti dagli impianti più giovani, sono state vendemmiate nel lontano 2015. Dopo una fermentazione di una quindicina di giorni sulle proprie bucce, il raccolto è stato suddiviso in due parti, la prima è stata posta in tank di acciaio e la seconda in botti grandi di legno. Due anni dopo sono state assemblate e poste in bottiglia dove hanno riposato per almeno un altro anno, se non di più.

Provenienti da vigne di età compresa tra i cinquanta e i centocinquanta (ma forse anche di più) anni sono state vendemmiate nel 2011 le uve utilizzate per produrre quanto contenuto nella seconda bottiglia di refosk, quella dalla etichetta nera. In questo caso il vino ha un colore più scuro, quasi impenetrabile e i tannini sono importanti; anche gli aromi virano verso quelli della frutta rossa matura, quasi marmellatosa, dal retrogusto molto persistente. In questo caso la fermentazione sulle bucce arriva fino ai trenta giorni, poi il mosto prosegue la sua vinificazione in botti ormai esauste per quattro anni, ai quali si aggiunge un altro anno in barrique di primo passaggio. Affina successivamente in tank di acciaio per altri due anni, prima di essere imbottigliato, e ancora non è pronto per essere messo in commercio.

Un vero e proprio tripudio di spezie, e principalmente di pepe nero un po’ piccante, e di frutta matura si sprigiona dal terzo assaggio di vino rosso. Ci troviamo davanti un ottimo calice di merlot dal bel color rosso rubino: uve provenienti, anche in questo caso, da viti vecchie, macerate per 15 giorni e poi affinate per un paio di anni in botte. In bocca i tannini si fanno ben sentire ma sono rotondi e molto eleganti.

La serata si è conclusa con una vera e propria “chicca”. Un calice di moscato, muskat, secco prodotto da un clone in via di estinzione. Uros Klabjan ne possiede circa due ettari dai quali riesce a produrre, nelle annate più generose, 600 bottiglie. Si tratta di un clone particolare di moscato che si trova solo in quella zona e che si caratterizza per essere naturalmente ricco di tannini. Il colore è ambrato, quasi fosse un passito, eppure fermenta sulle bucce solo 6 giorni per poi essere messo in tank d’acciaio, il grado alcolico è importante e si aggira intorno ai 16%. Gli aromi coprono lo spettro della frutta disidratata con significativi toni erbacei e di fiori bianchi.

E con questo ultimo assaggio, un po’ fuori dagli schemi tradizionali, si è conclusa una interessantissima degustazione di vini macerati, prodotti a due passi dal confine italiano, ma lontani anni luce dal nostro mondo enologico.

Dove eravamo rimasti?

L’ultima degustazione prima della pausa estiva Fisar Milano l’ha interamente dedicata al vino bianco dell’estate: il vermentino, compagno di bevute in riva al mare nelle giornate più calde.

Questo vitigno si coltiva sulle coste del Mar Tirreno, a partire dalla Riviera Ligure di Ponente, per giungere a quella parte della Toscana che confina con il Lazio, senza tralasciare la Sardegna e la Corsica: diverse regioni, diversi suoli e quindi diverse espressioni.

Il vermentino si trova particolarmente a suo agio sulle coste mediterranee in quanto è una pianta che non richiede molta acqua perché ha radici profonde in grado di accedere spesso e volentieri direttamente al mare. Ama molto il vento che soffia in queste zone e che tiene asciutto il grappolo evitando la formazione di muffe, che quasi mai diventano “muffa nobile”; e non ultimo apprezza lo iodio che il vento ha con sé e che si posa sugli acini arricchendoli di un prezioso e caratteristico sentore salmastro.

Il suolo calcareo, come quello che troviamo nello spezino, produce vini freschi e strutturati, con sentori fruttati e di macchia mediterranea. Nel corso della serata abbiamo degustato il “Costa Marina, Colli di Luni Vermentino DOC, Ottaviano Lambruschi, 2018”, ottima espressione di questo territorio. Mi ha colpito subito per la prepotente nota minerale e di idrocarburi che si percepisce alla prima olfazione. Il vino, che viene prodotto con uve provenienti da vigneti che hanno superato la trentina d’anni, ha una bella struttura e una consistente acidità. Ho trovato particolarmente interessante il finale di bocca dall’amaro sapore di mandorla.

Troviamo invece un terreno argilloso e calcareo in Corsica, in quella zona inscritta nella AOP Patrimonio che si affaccia sul mare. Qui il Domaine de Catarelli produce un vermentino – vendemmia 2018 – dai sentori di fiori bianchi e di frutta dalla polpa gialla, con note di erbe aromatiche come salvia e basilico. La caratteristica mineralità qui vira sui sentori della grafite. La bottiglia di vetro trasparente, personalizzata con lo stemma di famiglia, ci anticipa un vino giallo paglierino, perfettamente limpido e trasparente.

Approdando in Sardegna, e precisamente in Gallura, dove il vermentino è il re indiscusso, troviamo anche qualche piccola “chicca” come il “Sciala, Vendemmia Tardiva, 2016” iscritto nella DOCG vermentino di Gallura e prodotto dalle cantine Surrau. Questo vino si caratterizza per intensi aromi di frutta a polpa gialla e di frutta tropicale, uniti a quelli di agrumi canditi. La fermentazione di parte delle uve in botti di rovere francese non tostate conferisce sentori burrosi e di pasticceria oltre che i riflessi dorati al già intenso giallo paglierino.

Ma non è finita qui. Il pannel di degustazione comprendeva nove vini equamente suddivisi tra le tre regioni sulle quali si è voluta focalizzare l’attenzione. Ripropongo qui sotto le altre etichette, rimandando ad altra sede il loro racconto.

Clos Poggiale, Corsica Bianco AOP, Domaine Terra Vecchia, 2018

Sérénité, Corsica Bianco AOP, Domaine Perlongo, 2018

Vermentino, Riviera Ligure di Ponente DOC, Terre Bianche, 2018

Giardino dei Vescovi, Vermentino Colli di Luni DOC, Giacomelli, 2017

Azzesu, Vermentino di Sardegna DOC, Ledda, 2017

Vign’Angena, Vermentino di Gallura DOCG, Capichera, 2017.

 

Che dire? Una gran bella degustazione! Nove vini di carattere, nove vini molto diversi tra loro, accumunati però dalla freschezza della beva e dall’elevato grado alcolometrico che rende questo eccezionale vino bianco piacevolmente godibile nelle calde serate estive così come nelle più fredde giornate invernali.

Prapò, Barolo DOCG

Produttore: Ettore Germano

Denominazione: Barolo DOCG

Vitigno: Nebbiolo coltivato nella sottozona di Serralunga d’Alba denominata Prapò

Anno di vendemmia: 2009

Affinamento: Botte di rovere francese da 2000 litri

Temperatura di servizio: 16-18°

 

Il colore è di un bel rosso granato, con riflessi aranciati. Al naso sono subito nettamente percepiti i sentori di frutta rossa matura, quasi marmellatosa. A seguire si sentono anche le spezie, come il pepe bianco, la vaniglia e la cannella. L’ingresso di bocca è deciso e il vino ha un buon corpo. La beva è molto fresca e i tannini sono eleganti. Molto persistenti sono i suoi sapori. L’acidità che sottende i tannini permette che questo vino lasci estremamente pulita la bocca.

 

Le uve che sono destinate alla produzione di questo Barolo, provengono tutte dalla sottozona del comune di Serralunga d’Alba, denominata Prapò. La vendemmia è fatta manualmente e le uve sono raccolte in cassette. La fermentazione alcolica avviene in serbatoi di acciaio con una macerazione sulle bucce che dura circa 40 giorni, durante i quali si effettuano rimontaggi quotidiani. Successivamente alla svinatura, il vino viene posto in botti di rovere francese da circa 2000 litri, dove affina per un periodo compreso tra i 18 e i 24 mesi. Una volta messo in bottiglia qui giace per un altro anno prima di essere messo in commercio.

 

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE

L’azienda vinicola produce vino coniugando tradizione e innovazione. L’azienda Ettore Germano fonda le sue radici già nella metà del 1800 e ora come allora coltiva con passione il territorio e garantisce un sempre alto valore qualitativo per i suoi vini. Particolare attenzione è posta sui cicli vitali e biologici della vite. Nei vigneti sono poste delle stazioni meteorologiche che permettono un intervento tempestivo nel caso in cui siano necessari dei trattamenti fitosanitari, che sono attuati solo in casi estremi, in quanto viene sicuramente preferita una coltivazione di tipo biologico. La decisione aziendale di passare da una agricoltura di tipo tradizionale ad una biologica, ha permesso l’introduzione della lotta integrata e la demeccanizzazione di alcune pratiche di vigna. La zappatura, la potatura, la legatura dei tralci, come la vendemmia, sono attività che sono svolte prevalentemente a mano. Tra i filari, dove è possibile farlo, vengono seminate le leguminose affinchè, tramite la tecnica del sovescio, apportino al terreno naturali sostanze nutritive.

La stessa cura è riservata anche alle tecniche di cantina: rigidi sono i controlli affinché la temperatura rimanga costante ed il vino è trattato con particolare delicatezza nei momenti dei travasi e dell’imbottigliamento. I severi controlli attuati dal laboratorio interno garantiscono una sempre elevata qualità del vino che arriva sulle nostre tavole.

Un balcone sul mare

Sulle colline proprio alle spalle di San Benedetto del Tronto vive una piccola realtà vinicola a carattere familiare che produce solo tre tipologie di vino, ma tutte e tre degne di particolare attenzione.

Ho scoperto i Vigneti Bonaventura l’anno scorso in occasione della prima edizione di “Best Wine Stars”, l’ho ritrovata in un paio di altre manifestazioni meneghine, e nuovamente in questi giorni sotto i portici della Rotonda di Via Besana.

Volto dell’azienda è Andrea che si occupa principalmente della parte commerciale. Anche quest’anno ci siamo ritrovati come fossimo due vecchi amici, con la voglia di vederci e di chiacchierare di vino: attenta la sua accoglienza e a me personalmente fa un po’ specie che mi riconosca tra i tanti che affollano la sua postazione e mi saluti sempre con affetto.

Il vigneto si estende per otto ettari nelle quali si alternano la coltivazione di varietà locali, che poi vengono vinificate all’interno dell’azienda, con quelle internazionali, come ad esempio chardonnay, cabernet sauvignon, petit verdot, che vengono invece conferite ad altre realtà; tutte sempre e comunque prodotte nel pieno rispetto del territorio. Le moderne tecnologie di cantina e l’attenzione per ogni singolo passaggio della vinificazione consentono che il loro vino sia certificato biologico.

La cura dell’uva è particolarmente attenta nel delicato momento del raccolto. Prima di tutto aspettano che il frutto sia giunto a completa maturazione e quindi procedono con una vendemmia che viene fatta manualmente, nel rispetto della pianta e dell’acino che giunge intatto in cantina dove viene subito selezionato e lavorato.

Il vino affina in barriques o in vasche d’acciaio prima di essere imbottigliato, sempre a temperatura e ossigenazione controllata. Nella cantina ipogea – dove per natura la temperatura rimane costante – matura poi fino alla commercializzazione.

Ovviamente questo attento lavoro ha dato i suoi frutti. Tre sono i vini prodotti, due bianchi – ma che forse sono anche tre – e un rosso, tutti iscritti nella Offida DOCG.

Ancrima” Offida Passerina DOCG: un bel giallo paglierino, con riflessi dorati; al naso sprigiona aromi di fiori freschi e frutta a polpa bianca leggermente acerba. Ed è proprio questa acidità che, unita alla sapidità, caratterizza la beva; l’ingresso in bocca è tagliente, ma piacevole e persistente la sua permanenza.

Bakchai” Offida Pecorino DOCG: alla vista si presenta subito come un vino intenso e importante. Il suo colore paglierino carico fa presagire una vasta gamma di sentori che ricordano la frutta a polpa gialla come le susine e le nespole. In bocca i sapori sono più decisi e si percepiscono chiaramente gli aromi della macchia mediterranea come la salvia e la menta. Molto elegante e persistente la beva. Del percorino producono anche una versione barriccata, una limitata produzione ma molto particolare. Qui menta e salvia lasciano il passo ad aromi balsamici più importanti che virano addirittura verso l’eucalipto, ma certamente ammorbiditi dalla vaniglia e dagli altri sentori che le barrique di primo passaggio cedono soprattutto ai vini bianchi.

Maancrie” Offida Rosso DOCG: un blend di montepulciano e cabernet sauvignon dall’intenso rosso rubino.  Qui i frutti rossi maturi non stentano a farsi sentire. Al suo ingresso in bocca si presenta subito come un vino importante, di corpo. Del resto trascorre ben trenta mesi in barrique di rovere francese acquisendo una importante nota balsamica e speziata, che vira fino agli aromi di tostatura. Lunga, ovviamente, la sua persistenza in bocca.

E poiché anche l’occhio vuole la sua parte, un cenno è doveroso sia per i nomi di questi vini sia per le loro bottiglie: per i vini bianchi è stata scelta una bottiglia alta e stretta, del tipo alsaziana, ma ancora più slanciata; mentre per il rosso, una più classica borgognotta. Quanto ai nomi invece, essi riportano ai componenti della famiglia Bonaventura e in particolare ad Andrea, Massimiliano e Cristina presente e futuro dell’azienda.

 

The Malbec World Day in Milan

Il malbec argentino è stato protagonista per un giorno di numerose manifestazioni in giro per il mondo.

A Milano ha avuto come partners Ais Lombardia e Via dell’Abbondanza, il suo maggiore distributore, che insieme hanno organizzato un simpatico pomeriggio fatto di degustazioni, di chiacchiere, di masterclass ma anche di musica. Per un pomeriggio al Westin Palace Hotel di Milano si è parlato e bevuto argentino.

Io c’ero, come al solito volutamente impreparata; del resto a queste manifestazioni mi piace andare alla scoperta, senza portarmi appresso una aspettativa che potrebbe essere tradita. I vini proposti erano circa un centinaio provenienti da tutta l’Argentina, anche se la regione di Mendoza era quella maggiormente rappresentata.

Lungi da me raccontare ogni singola degustazione (anche se ce ne sarebbero di cose da dire) per cui mi limito a questi tre vini, guarda caso i primi due provenienti dalla Provincia di Mendoza e il terzo dalla Provincia di Salta, che ho particolarmente apprezzato.

 

BODEGA CATENA ZAPATA – Catena Alta Malbec – 2014

Prima di raccontare questo vino è necessario fare un po’ di storia della famiglia Catena Zapata che ha cominciato a piantare malbec nei primi anni del 1900 ad altitudini diverse comprese tra gli 800 mt/slm e i 1400 mt/slm, suddividendo il territorio in lotti ben ordinati e meticolosamente numerati.

Le uve destinate alla produzione del “Catena Alta” provengono da specifici filari di vigne piantate tra gli 800 mt/slm e il 1100 mt/slm. La vendemmia avviene per lotti e in tempi diversi per garantire il giusto grado di maturazione delle uve e di conseguenza la giusta acidità. La fermentazione prende avvio grazie a lieviti indigeni e il mosto, riposto in barriques, subisce un costante battonage (cosa che consente anche la riduzione della quantità di solfiti prodotti). Il successivo affinamento avviene in grandi botti di rovere francese per almeno 18 mesi. Prima di essere messo in commercio riposa in bottiglia per qualche mese ancora; insomma può essere bevuto tre anni dopo la vendemmia, non prima.

Va da sé che questo vino ha un buon corpo, una buona struttura e una piacevole persistenza. Al naso sono predominanti i sentori di frutta rossa matura e delle spezie scure come il pepe e la cannella. I tannini setosi lo rendono non solo equilibrato, ma anche molto elegante. L’acidità, ancora spiccata nonostante le uve siano state vendemmiate nel 2014, è presagio di un vino destinato a durare ancora nel tempo.

 

VINOS DE PORTERO – Gran Malbec – 2016

La curiosità mi ha spinto ad assaggiare il vino prodotto da Nicolas Burdisso, grande campione della gloriosa Inter.

Tra i tre proposti, Malbec 2017, Riserva 2017 e Gran Malbec 2016, ho preferito quest’ultimo in quanto offre maggiore equilibrio ed eleganza. Le uve da cui si ottiene questo vino sono prodotte da viti giovani, piantate nel 2008. La fermentazione avviene dapprima grazie a lieviti indigeni e poi portata a compimento con l’inoculazione di lieviti selezionati. L’affinamento prosegue in grandi botti di rovere di primo e secondo passaggio dove il vino riposa per almeno 12 mesi.

Ne esce un vino morbido, di gran corpo e struttura, con un finale persistente. Al naso sono chiaramente percepibili i sentori di frutta rossa matura e in bocca setosi tannini e una buona acidità riportano questo vino nel suo giusto equilibrio. Davvero un gran vino!

 

PACHAMAMA – Malbec – 2015

Qui ci troviamo nel cuore della Provincia del Salta, ossia nella parte Nord-Ovest dell’Argentina, al confine con il Cile, in pieno territorio andino, dove le viti sono piantate ad altitudini estreme.

Di questa zona si sono innamorati due enologi, l’italiano Roberto Cipresso e l’argentino Rafael Domingo, che hanno provato a produrre un vino utilizzando uve provenienti da viti piantate in alta quota. Hanno deciso di chiamare il loro prodotto “Pachamama”, ossia “Terra Madre” nell’idioma indigeno locale.

Il malbec che è utilizzato per produrre questo vino è coltivato a 2000 mt/slm e per questo nel corso degli anni ha sviluppato delle caratteristiche sue molto particolari, non fosse altro per la capacità di adattarsi alle basse temperature e all’alta quota. La bassa resa delle vigne permette una produzione molto limitata che si aggira intorno a poche migliaia di bottiglie, non di più.

L’uva raccolta a piena maturazione fermenta grazie ai lieviti indigeni e il vino così prodotto affina successivamente in barriques di rovere francese per almeno 12 mesi.

Al naso spiccano subito i sentori terziari di spezie, vaniglia e pepe bianco su tutte, tipiche dell’affinamento. Non tarda però a farsi sentire la frutta rossa matura. Buon equilibrio ed eleganza caratterizzano questo vino che in bocca si fa quasi pastoso e molto persistente.

 

E come ogni festa che si rispetti non poteva certo mancare la musica: una chitarra acustica e delle percussioni, in perfetto stile argentino, hanno accompagnato questa grande degustazione di malbec nelle sue numerose interpretazioni.

C’è un nuovo spazio degustazioni a Milano!

Con molto onore, e altrettanto piacere, oggi siamo stati presenti all’inaugurazione di un nuovo spazio dedicato alle degustazioni, situato a pochi passi dall’Arco della Pace, nel pieno centro di Milano.

A dire il vero, io mi sarei aspettata il “solito” wine bar con mescita di vino, vendita di bottiglie e una sala dedicata agli eventi. Niente di più sbagliato.

Milano Tasting Room, perché questo è il suo nome, è un vero e proprio spazio destinato unicamente alle degustazioni: vino, distillati, olio, cioccolato e quant’altro possa essere piacevolmente condiviso tra appassionati.

L’idea di Roberto ed Elisa, che nascono come sommelier, è quella di creare uno spazio dinamico e multifunzionale, modulabile secondo le esigenze dell’evento.

Vi è infatti un grosso tavolo attorno al quale possono sedere una ventina di persone, destinato alle degustazioni più grandi. Mi immagino già una serata condotta da un affabile e preparato comunicatore che conduce i presenti in una degustazione di un vitigno più o meno noto, mente nei bicchieri un sommelier mesce sapientemente il vino. Ma se al posto del vino vi fosse tè o caffè l’atmosfera non cambierebbe di certo…

In un’altra sezione di questo elegantissimo open-space sono collocate delle poltroncine tutte volte verso un grande schermo. Qui avranno luogo delle vere e proprie lezioni, con tanto di proiezioni video, per chi invece vuole avvicinarsi al mondo della degustazione o per chi desidera partecipare ad un master di approfondimento.

La possibilità poi di spostare le poltroncine e di sostituirle con piccoli tavoli permette di organizzare la degustazione di eccellenze; quelle bottiglie che non ti potresti mai permettere ma che volentieri condivideresti con un gruppo di enoappassionati, o quei prodotti di difficile reperimento o di limitata produzione che non troverebbero spazio nella nostra dispensa.

In questo vortice di idee Roberto ed Elisa  non sono altro che i registi che con sapienza organizzano e tengono le fila di questo progetto: non sono e non vogliono fare i tuttologi. Ogni degustazione, ogni evento sarà affidato ad un professionista del settore, una persona competente in grado di rispondere alle domande più disparate, mantenendo alto il livello degli eventi proposti.

Dimenticavo di dire che Milano Tasting Room non è una vetrina su strada, ma una location situata in un bellissimo palazzo d’epoca circondato dal verde, aperto solo e unicamente in occasione degli eventi il cui calendario è consultabile sul sito.

 

Bele Casel e il suo prosecco

Quando si parla di prosecco vengono in mente le colline di Valdobbiadene, con la esclusiva zona di Cartizze, delimitate dal vicino fiume Piave. Ma esiste un altra zona di prosecco, forse meno conosciuta ai più, ma che non è certamente inferiore al più famoso spumante d’Italia.

Stiamo parlando della piana a ovest del patriottico fiume che bloccò l’avanzata austriaca durante la prima guerra mondiale, dove si trova un altro comprensorio, l’Asolo Prosecco o Prosecco di Asolo DOCG. Nonostante si coltivi lo stesso vitigno, la glera, lo spumante prodotto in questa zona presenta caratteristiche differenti, con aromi e sapori più sapidi e definiti dovuti alla composizione del terreno marnoso e argilloso.

Diciannove comuni sono compresi in questo comprensorio, il cui centro è situato nel Comune di Asolo.

Una delle aziende maggiormente all’avanguardia nella produzione dell’Asolo Prosecco DOCG è  Bele Casel di Caerano San Marco, a pochi chilometri da Montebelluna.
Nata come cantina familiare, questa azienda è riuscita a farsi conoscere nel vasto mondo dello spumante non solo con la produzione del prosecco, ma anche per le sue evoluzioni vinicole, con l’intento di promuovere un offerta enologica capace di accontentare anche palati più esigenti.

Nei giorni scorsi abbiamo preso parte alla  degustazione di quattro loro prodotti presso una nuova e giovane enoteca di Milano, “La sala del vino” , sita nel quartiere Ortica, alla periferia Est della città.

Il primo calice che abbiamo assaggiato è stato un Asolo Prosecco Superiore DOCG extra dry, prodotto con uve glera in purezza provenienti da un vigneto giovane: predominanti sono le fragranti note fruttate di mela gialla, amplificate da un significativo grado zuccherino, che tuttavia non ha appesantito la nostra beva.

A seguire ci è stato proposto l’Asolo Prosecco Superiore DOCG extra brut, ottenuto da vecchie vigne poste nelle zone più fredde del comprensorio integrate con una percentuale residua di vitigni indigeni, quali la bianchetta trevigiana e la perera, che conferiscono maggiore struttura, freschezza e sapidità.

Un Asolo Prosecco Col Fondo DOCG, un prosecco non filtrato come dice il suo stesso nome, ci è stato offerto come terzo assaggio. Le uve, provenienti da vigne vecchie e selezionate, sofficemente pressate, subiscono in questo caso un affinamento in serbatoi di acciaio per sette mesi senza essere sottoposte ad alcuna filtrazione. Dopo l’imbottigliamento il prosecco viene stoccato in un ambiente fresco e buio dove rimane per almeno sei mesi prima di essere messo in commercio. Va da sé che non vi è sboccatura e fuoriuscita dei lieviti esausti, che, appunto rimangono in sospensione, creando appunto quello che in gergo si chiama “fondo”. Importanti i sapori che hanno invaso il nostro palato, uniti ad una sensazione di cremosità e mineralità, per una beva davvero interessante.

Come ultima degustazione ci è stato offerto un altro prodotto innovativo, presentato  per la prima volta proprio qui alla “Sala del vino”, che per le sue caratteristiche non può fregiarsi denominazione di prosecco. Sotto al nome Asolo DOCG Vecchie Uve vi è una cuvèe prodotta da uve glera provenienti da vigneti di oltre 50 anni, con una percentuale di vitigni autoctoni, di poco inferiore al 15%, ma quanto basta per fornire complessità e aromaticità al nostro vino. Si tratta di uno spumante lavorato con il metodo Martinotti, come è tradizione di quella zona, anche se la sua permanenza sui lieviti arriva fino ai dodici mesi.

Una serata davvero interessante, dove anche i più irriducibili appassionati di metodo classico, sono riusciti a soddisfare il loro palato a dimostrazione che, quando un prosecco è ben fatto, risulta essere un prodotto di altissima qualità.

Torre Rosazza Ribolla Gialla

Produttore: Azienda Agricola Torre Rosazza

Denominazione: Ribolla Gialla Friuli Colli Orientali Doc

Vitigni: ribolla gialla 100%

Alcol in volume: 13%

Affinamento: acciaio

Temperatura di servizio: 8°/10°

 

Il colore è giallo paglierino di media intensità. Ha profumi netti e floreali in cui si distinguono il melone e una leggera nota agrumata. Al palato è leggero, molto fresco, caratterizzato dalla presenza agrumata già percepita al naso.

Le uve diraspate vengono sottoposte a spremitura soffice. Terminate le fermentazioni, che avvengono in recipienti d’acciaio mantenuti a temperatura controllata, il vino riposa sui lieviti per almeno 4 mesi prima di essere imbottigliato.

La ribolla è uno dei vitigni autoctoni friulani di cui si hanno testimonianze più antiche, che nei Colli di Rosazzo trova ampia diffusione per l’elevata qualità dei vini che esprime. Ha profumo fine e delicato e una buona acidità naturale, che lo rende fresco e snello.

Ottimo come aperitivo, o servito in abbinamento a tartine salate e antipasti in genere. Può accompagnare anche primi piatti delicati, come trofie al pesto e risotti alle erbe.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda si trova in quella zona che confluisce della Doc Colli Orientali del Friuli. In questa zona la viticultura risale a tempi molto antichi, quando erano i monaci benedettini ad occuparsi prevalentemente dell’agricoltura. Per secoli vigneti e uliveti si sono alternati nel disegnare le forme di questo paesaggio, proprio grazie al clima mite che caratterizza questa zona. Con il passare del tempo e alcune annate molto sfavorevoli dal punto di vista climatico, la coltivazione delle viti ha soppiantato quella degli ulivi.

A questo si deve aggiungere la particolare attenzione dei produttori che negli ultimi cinquant’anni hanno studiato terreni e clima per migliorare la produzione vinicola.

L’ultimo impulso, in ordine di tempo, è stato dato da Walter Filiputti che ha introdotto l’uso delle barriques per l’affinamento dei vini rossi, donando loro un’impronta di tipo francese.

 

 

Si salvi chi può!

Capita quel giorno in cui in enoteca si presenta un avventore che è più di un semplice cliente perché ormai è diventato un amico. E per di più uno di quelli dai gusti difficili, tecnico degustatore e palato sopraffino.

Anche lui ha ceduto alla tentazione delle bollicine, del resto i primi raggi di sole preannunciano la primavera, e ordina per sé e per i suoi amici una bottiglia di spumante. Gli propongo un Franciacorta rosato, prodotto con il nobile pinot nero e una piccola percentuale di chardonnay, quanto basta per regalare profumo e ingentilire la beva. È un nuovo acquisto che va ad impreziosire gli scaffali, la cantina nota, una bottiglia ben conosciuta, ma l’amico non l’ha mai bevuta, anche se ovviamente ne ha sentito parlare.

Purtroppo la mia proposta non incontra i suoi gusti. E cosa fare ora? Mandare a casa un cliente insoddisfatto o farsi venire un’idea? Nel dubbio lo faccio parlare e cerco di capire i suoi gusti che ovviamente sono molto lontani dalle eleganti bollicine. Ecco che allora gli propongo qualche cosa di totalmente diverso da quello che aveva ordinato. Lo porto lontano geograficamente e agli antipodi nello spettro degustativo.

Lo teletrasporto in Alto Adige, a Termeno, dove c’è una storica cantina sociale. Qui quasi trecento piccoli coltivatori conferiscono le uve lavorate con la cura a la pazienza tipica dei piccoli produttori di montagna. Con dedizione il raccolto viene lavorato per dare vita a importanti vini che mantengono intatti i valori e i sapori della tradizione di questa regione. Scelgo per loro il vitigno rosso maggiormente identificativo della zona, ma con un importante affinamento, un vino di carattere, insomma.

In panciuti bicchieri verso un’abbondante dose di “Urban”, un lagrein riserva, vendemmia 2014, Cantina Tramin.

Ormai si è fatto tardi, siamo in chiusura, e posso tranquillamente condividere con lui e i suoi amici la bottiglia che sarà ovviamente “gentilmente offerta dalla casa”. Non so se ci stupisce più l’intenso colore rubino dagli eleganti riflessi violacei o il profumo dei frutti di bosco che si sprigiona nell’aria. Lo lasciamo riposare qualche minuto prima di degustarlo.

Portato il bicchiere alle labbra, il sapore dei frutti di bosco maturi – qualcuno li ha definiti anche marmellatosi – ben si armonizza con gli aromi di sottobosco, di erbe aromatiche, che lasciano piacevolmente il passo ai più complessi sentori di cacao e tabacco. Il tutto contornato da una nota tannica decisamente importante ma elegantissima e piacevolissima.

In men che non si dica, la bottiglia viene vuotata con l’entusiasmo di chi ha trovato il giusto vino per chiudere in allegria una serata tra amici e con il sornione compiacimento di chi ha brindato in modo poco convenzionale.