C’è un nuovo spazio degustazioni a Milano!

Con molto onore, e altrettanto piacere, oggi siamo stati presenti all’inaugurazione di un nuovo spazio dedicato alle degustazioni, situato a pochi passi dall’Arco della Pace, nel pieno centro di Milano.

A dire il vero, io mi sarei aspettata il “solito” wine bar con mescita di vino, vendita di bottiglie e una sala dedicata agli eventi. Niente di più sbagliato.

Milano Tasting Room, perché questo è il suo nome, è un vero e proprio spazio destinato unicamente alle degustazioni: vino, distillati, olio, cioccolato e quant’altro possa essere piacevolmente condiviso tra appassionati.

L’idea di Roberto ed Elisa, che nascono come sommelier, è quella di creare uno spazio dinamico e multifunzionale, modulabile secondo le esigenze dell’evento.

Vi è infatti un grosso tavolo attorno al quale possono sedere una ventina di persone, destinato alle degustazioni più grandi. Mi immagino già una serata condotta da un affabile e preparato comunicatore che conduce i presenti in una degustazione di un vitigno più o meno noto, mente nei bicchieri un sommelier mesce sapientemente il vino. Ma se al posto del vino vi fosse tè o caffè l’atmosfera non cambierebbe di certo…

In un’altra sezione di questo elegantissimo open-space sono collocate delle poltroncine tutte volte verso un grande schermo. Qui avranno luogo delle vere e proprie lezioni, con tanto di proiezioni video, per chi invece vuole avvicinarsi al mondo della degustazione o per chi desidera partecipare ad un master di approfondimento.

La possibilità poi di spostare le poltroncine e di sostituirle con piccoli tavoli permette di organizzare la degustazione di eccellenze; quelle bottiglie che non ti potresti mai permettere ma che volentieri condivideresti con un gruppo di enoappassionati, o quei prodotti di difficile reperimento o di limitata produzione che non troverebbero spazio nella nostra dispensa.

In questo vortice di idee Roberto ed Elisa  non sono altro che i registi che con sapienza organizzano e tengono le fila di questo progetto: non sono e non vogliono fare i tuttologi. Ogni degustazione, ogni evento sarà affidato ad un professionista del settore, una persona competente in grado di rispondere alle domande più disparate, mantenendo alto il livello degli eventi proposti.

Dimenticavo di dire che Milano Tasting Room non è una vetrina su strada, ma una location situata in un bellissimo palazzo d’epoca circondato dal verde, aperto solo e unicamente in occasione degli eventi il cui calendario è consultabile sul sito.

 

Bele Casel e il suo prosecco

Quando si parla di prosecco vengono in mente le colline di Valdobbiadene, con la esclusiva zona di Cartizze, delimitate dal vicino fiume Piave. Ma esiste un altra zona di prosecco, forse meno conosciuta ai più, ma che non è certamente inferiore al più famoso spumante d’Italia.

Stiamo parlando della piana a ovest del patriottico fiume che bloccò l’avanzata austriaca durante la prima guerra mondiale, dove si trova un altro comprensorio, l’Asolo Prosecco o Prosecco di Asolo DOCG. Nonostante si coltivi lo stesso vitigno, la glera, lo spumante prodotto in questa zona presenta caratteristiche differenti, con aromi e sapori più sapidi e definiti dovuti alla composizione del terreno marnoso e argilloso.

Diciannove comuni sono compresi in questo comprensorio, il cui centro è situato nel Comune di Asolo.

Una delle aziende maggiormente all’avanguardia nella produzione dell’Asolo Prosecco DOCG è  Bele Casel di Caerano San Marco, a pochi chilometri da Montebelluna.
Nata come cantina familiare, questa azienda è riuscita a farsi conoscere nel vasto mondo dello spumante non solo con la produzione del prosecco, ma anche per le sue evoluzioni vinicole, con l’intento di promuovere un offerta enologica capace di accontentare anche palati più esigenti.

Nei giorni scorsi abbiamo preso parte alla  degustazione di quattro loro prodotti presso una nuova e giovane enoteca di Milano, “La sala del vino” , sita nel quartiere Ortica, alla periferia Est della città.

Il primo calice che abbiamo assaggiato è stato un Asolo Prosecco Superiore DOCG extra dry, prodotto con uve glera in purezza provenienti da un vigneto giovane: predominanti sono le fragranti note fruttate di mela gialla, amplificate da un significativo grado zuccherino, che tuttavia non ha appesantito la nostra beva.

A seguire ci è stato proposto l’Asolo Prosecco Superiore DOCG extra brut, ottenuto da vecchie vigne poste nelle zone più fredde del comprensorio integrate con una percentuale residua di vitigni indigeni, quali la bianchetta trevigiana e la perera, che conferiscono maggiore struttura, freschezza e sapidità.

Un Asolo Prosecco Col Fondo DOCG, un prosecco non filtrato come dice il suo stesso nome, ci è stato offerto come terzo assaggio. Le uve, provenienti da vigne vecchie e selezionate, sofficemente pressate, subiscono in questo caso un affinamento in serbatoi di acciaio per sette mesi senza essere sottoposte ad alcuna filtrazione. Dopo l’imbottigliamento il prosecco viene stoccato in un ambiente fresco e buio dove rimane per almeno sei mesi prima di essere messo in commercio. Va da sé che non vi è sboccatura e fuoriuscita dei lieviti esausti, che, appunto rimangono in sospensione, creando appunto quello che in gergo si chiama “fondo”. Importanti i sapori che hanno invaso il nostro palato, uniti ad una sensazione di cremosità e mineralità, per una beva davvero interessante.

Come ultima degustazione ci è stato offerto un altro prodotto innovativo, presentato  per la prima volta proprio qui alla “Sala del vino”, che per le sue caratteristiche non può fregiarsi denominazione di prosecco. Sotto al nome Asolo DOCG Vecchie Uve vi è una cuvèe prodotta da uve glera provenienti da vigneti di oltre 50 anni, con una percentuale di vitigni autoctoni, di poco inferiore al 15%, ma quanto basta per fornire complessità e aromaticità al nostro vino. Si tratta di uno spumante lavorato con il metodo Martinotti, come è tradizione di quella zona, anche se la sua permanenza sui lieviti arriva fino ai dodici mesi.

Una serata davvero interessante, dove anche i più irriducibili appassionati di metodo classico, sono riusciti a soddisfare il loro palato a dimostrazione che, quando un prosecco è ben fatto, risulta essere un prodotto di altissima qualità.

Torre Rosazza Ribolla Gialla

Produttore: Azienda Agricola Torre Rosazza

Denominazione: Ribolla Gialla Friuli Colli Orientali Doc

Vitigni: ribolla gialla 100%

Alcol in volume: 13%

Affinamento: acciaio

Temperatura di servizio: 8°/10°

 

Il colore è giallo paglierino di media intensità. Ha profumi netti e floreali in cui si distinguono il melone e una leggera nota agrumata. Al palato è leggero, molto fresco, caratterizzato dalla presenza agrumata già percepita al naso.

Le uve diraspate vengono sottoposte a spremitura soffice. Terminate le fermentazioni, che avvengono in recipienti d’acciaio mantenuti a temperatura controllata, il vino riposa sui lieviti per almeno 4 mesi prima di essere imbottigliato.

La ribolla è uno dei vitigni autoctoni friulani di cui si hanno testimonianze più antiche, che nei Colli di Rosazzo trova ampia diffusione per l’elevata qualità dei vini che esprime. Ha profumo fine e delicato e una buona acidità naturale, che lo rende fresco e snello.

Ottimo come aperitivo, o servito in abbinamento a tartine salate e antipasti in genere. Può accompagnare anche primi piatti delicati, come trofie al pesto e risotti alle erbe.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda si trova in quella zona che confluisce della Doc Colli Orientali del Friuli. In questa zona la viticultura risale a tempi molto antichi, quando erano i monaci benedettini ad occuparsi prevalentemente dell’agricoltura. Per secoli vigneti e uliveti si sono alternati nel disegnare le forme di questo paesaggio, proprio grazie al clima mite che caratterizza questa zona. Con il passare del tempo e alcune annate molto sfavorevoli dal punto di vista climatico, la coltivazione delle viti ha soppiantato quella degli ulivi.

A questo si deve aggiungere la particolare attenzione dei produttori che negli ultimi cinquant’anni hanno studiato terreni e clima per migliorare la produzione vinicola.

L’ultimo impulso, in ordine di tempo, è stato dato da Walter Filiputti che ha introdotto l’uso delle barriques per l’affinamento dei vini rossi, donando loro un’impronta di tipo francese.

 

 

Si salvi chi può!

Capita quel giorno in cui in enoteca si presenta un avventore che è più di un semplice cliente perché ormai è diventato un amico. E per di più uno di quelli dai gusti difficili, tecnico degustatore e palato sopraffino.

Anche lui ha ceduto alla tentazione delle bollicine, del resto i primi raggi di sole preannunciano la primavera, e ordina per sé e per i suoi amici una bottiglia di spumante. Gli propongo un Franciacorta rosato, prodotto con il nobile pinot nero e una piccola percentuale di chardonnay, quanto basta per regalare profumo e ingentilire la beva. È un nuovo acquisto che va ad impreziosire gli scaffali, la cantina nota, una bottiglia ben conosciuta, ma l’amico non l’ha mai bevuta, anche se ovviamente ne ha sentito parlare.

Purtroppo la mia proposta non incontra i suoi gusti. E cosa fare ora? Mandare a casa un cliente insoddisfatto o farsi venire un’idea? Nel dubbio lo faccio parlare e cerco di capire i suoi gusti che ovviamente sono molto lontani dalle eleganti bollicine. Ecco che allora gli propongo qualche cosa di totalmente diverso da quello che aveva ordinato. Lo porto lontano geograficamente e agli antipodi nello spettro degustativo.

Lo teletrasporto in Alto Adige, a Termeno, dove c’è una storica cantina sociale. Qui quasi trecento piccoli coltivatori conferiscono le uve lavorate con la cura a la pazienza tipica dei piccoli produttori di montagna. Con dedizione il raccolto viene lavorato per dare vita a importanti vini che mantengono intatti i valori e i sapori della tradizione di questa regione. Scelgo per loro il vitigno rosso maggiormente identificativo della zona, ma con un importante affinamento, un vino di carattere, insomma.

In panciuti bicchieri verso un’abbondante dose di “Urban”, un lagrein riserva, vendemmia 2014, Cantina Tramin.

Ormai si è fatto tardi, siamo in chiusura, e posso tranquillamente condividere con lui e i suoi amici la bottiglia che sarà ovviamente “gentilmente offerta dalla casa”. Non so se ci stupisce più l’intenso colore rubino dagli eleganti riflessi violacei o il profumo dei frutti di bosco che si sprigiona nell’aria. Lo lasciamo riposare qualche minuto prima di degustarlo.

Portato il bicchiere alle labbra, il sapore dei frutti di bosco maturi – qualcuno li ha definiti anche marmellatosi – ben si armonizza con gli aromi di sottobosco, di erbe aromatiche, che lasciano piacevolmente il passo ai più complessi sentori di cacao e tabacco. Il tutto contornato da una nota tannica decisamente importante ma elegantissima e piacevolissima.

In men che non si dica, la bottiglia viene vuotata con l’entusiasmo di chi ha trovato il giusto vino per chiudere in allegria una serata tra amici e con il sornione compiacimento di chi ha brindato in modo poco convenzionale.

 

Umore nero

Produttore: Castello di Luzzano

Denominazione: Umore nero

Vitigni: Pinot Nero 100%

Affinamento: acciaio

Temperatura di servizio: 16°-18°

 

E’ un pinot nero fuori dagli schemi classici, dal colore rosso rubino brillante, spirito giovane ed un po’ irriverente come il suo nome. Non ha passaggio in legno o note di invecchiamento, ma è delicato al palato e profuma dolcemente di rosa.

La vinificazione è di tipo tradizionale con contatto del mosto sulle bucce. A questa segue un passaggio in vasche di cemento vetrificato e  a fine primavera finalmente è imbottigliato. L’affinamento in bottiglia giova in modo particolare a questo vino che esprime il suo meglio dopo due anni di permanenza in bottiglia.

E’ un vino molto elegante che si accompagna bene a tutto pasto.

La parola “umore” ha tanti significati: è il succo che stilla dall’acino ma anche uno stato d’animo. Per rappresentare l’ “UMORE NERO” si è voluta usare la grafica fumettistica, come fosse un’idea che si ha in testa. Il nome e l’etichetta rispecchiano perfettamente il tipo di vino proposto: giovane e moderno. Idea e disegno di Giovannella Fugazza, una delle due proprietarie dell’azienda.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda da oltre vent’anni aderisce ad un programma di agricoltura biologica integrata, sotto il rigoroso controllo di organi regionali, per un uso ridotto di fitofarmaci e fertilizzanti. Il 100% dell’azienda adotta l’inerbimento sotto filare. La raccolta delle uve è eseguita prevalentemente a mano e alcuni vigneti, meno ripidi, sono stati predisposti per una raccolta anche meccanica eseguita con attrezzature di proprietà.

L’azienda imbottiglia solo vini prodotti con uve di proprietà, selezionando i migliori vigneti. Ogni vigna è raccolta e vinificata separatamente per mantenere appieno le sue caratteristiche.

La cantina di vinificazione è ubicata in un’ala del castello. Venne costruita nel 1936 ed è completamente interrata. La sua ubicazione, la funzionalità, la capacità di stoccaggio con prevalenza di vasche in cemento vetrificate hanno fatto sì che,  modernamente attrezzata ovviamente, si continui ad utilizzarla ancora oggi. Il reparto di imbottigliamento e stoccaggio è invece stato costruito nel 1985. L’antica cantina del castello, di epoca medioevale, è dedicata all’affinamento in barriques di vini rossi riserva.

 

 

I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

Chateauneuf du Pape

Produttore: Domaine Durieu

Denominazione: Chateauneuf du Pape

Vitigni: grenache 80% syrah 10% mourvedre 5% cinsault 3% counoise 2%

Alcol: 14,5%

Annata: 2013

Temperatura di servizio: 16°/18°

 

Le uve utilizzate per la produzione di questo vino sono coltivate su un terreno che si estende per 30 ettari ed è situato sull’altopiano di Farguerol.

La coltivazione è di tipo tradizionale e la vendemmia manuale.
Le uve sono vinificate separatamente per tipologia e poi assemblate in botti grandi da 150 ettolitri.
Il mosto appena vinificato subisce continui rimontaggi per due ore e successivamente permane sulle bucce fini per 30 giorni, poi viene messo ad affinare in botti per 18 mesi. Subisce una leggera filtrazione senza collageni prima di essere messo in bottiglia.
Questo vino è prodotto con le uve tipiche del territorio in proporzioni variabili a seconda dell’annata. Il suo aroma è sempre molto ampio e potente con note fresche e fruttate che aggiungono eleganza a questo grande cru.

 

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE

L’azienda vinicola, che in questa zona prende il nome francese di Domaine, ha avuto avvio all’inizio degli anni ’70 e la cantina fu costruita nel 1976, anno in cui è stato messo in commercio il primo millesimato. L’impianto delle viti è molto antico: alcune viti sono antecedenti alla prima guerra mondiale e proliferano accanto a ceppi decisamente più giovani.
Oggi la cantina offre ai clienti la possibilità di degustare e comprare i vini bianchi e rossi eleganti e potenti, fatti con passione e frutto della grande varietà dei differenti vitigni e alla grande qualità dei terreni. In questi ultimi anni un nuovo impulso commerciale ha permesso che queste bottiglie fossero presenti nelle maggiori manifestazioni di settore e di conseguenza anche sulle nostre tavole.

Sandbichler Pinot Noir Riserva

Produttore: H.LUN
Denominazione: Alto Adige Doc
Annata: 2016
Uve: Pinot Nero 100%
Affinamento: legno grande e barrique
Alcol in volume 13,5 %
Temperatura di servizio: 16° C

Questo vino ha un colore tra il rubino e il granato, molto luminoso.
Al naso rivela accattivanti note di confetture di prugna, liquirizia, terra, muschio, fiori e spezie.
Molto fine ed elegante sia al naso che in bocca dove troviamo i giusti tannini e una buona componente di acidità.
Un vino di grande equilibrio.

I vini Sandbichler sono il prodotto di punta della linea di qualità e sono sottoposti per questo a severissime procedure di selezione delle uve già nel vigneto.
Cresciuto sui soleggiati versanti orientali della Bassa Atesina, questo Pinot Nero matura, dopo una fermentazione in acciaio, nelle tradizionali botti di legno e una piccola parte nelle botti di rovere francese, come da pluriennale esperienza. La fruttata intensità e la sua pienezza rendono questo vino veramente unico.

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE
Nella lunga tradizione vitivinicola dell’ Alto Adige, i vini H. LUN hanno sempre ricoperto un ruolo molto speciale. Con grande competenza e lungimiranza, già nel 1840, Alois H. LUN ebbe il coraggio imprenditoriale e la tenacia di produrre vini esclusivi provenienti dalle migliori vigne. Sino ai giorni nostri, nulla è mutato della filosofia aziendale che vede nella continuità e nella qualità il vero tratto distintivo della cantina.

Valente

Produttore: Podere il Castellaccio
Annata: 2015
Denominazione: IGT Toscana
Varietà: Sangiovese, Pugnitello, Foglia Tonda e Ciliegiolo
Alcol: 14%

La vigna, di circa 1,5 ettari, è posizionata 160 m s.l.m. in un territorio caratterizzato dalla presenza di scisto di galestro. L’impianto ha una densità di 5000 ceppi per ettaro, con una esposizione Nord/Sud e l’età delle viti si aggira intorno ai 50 anni.

Il clima in questa zona è temperato, contraddistinto da estati molto lunghe così da favorire durante il giorno un’ottima luminosità. L’inverno è da considerarsi mite.

Il 2015 è stata un’ottima annata caratterizzata da poche piogge estive ma intense che hanno creato un profilo molto interessante per questa vendemmia. Le temperature soprattutto di luglio e di inizio agosto sono state alte ma mai eccessive, di fatto le piante hanno fornito maturazioni complete e veloci, ricche di complessità.
La ricchezza di polifenoli così come la finezza è rilevante e dovuta probabilmente all’annata equilibrata ed alla luminosità avuta in questo territorio. Questa regolarità ha consentito maturazioni complete e tannini fini delle uve.

Le uve sono state vendemmiate tra l’ultima settimana di settembre e la prima di ottobre. La fermentazione è separata per ogni vitigno ed avviene in botti di legno da 20 hl con una macerazione sulle bucce di circa due settimane. Dopo la svinatura il vino rimane per 12 mesi nelle botti di legno da 20hl. Segue l’imbottigliamento e un affinamento di 12 mesi in bottiglia.

Note degustative:
Colore rosso rubino intenso e luminoso. Al naso predominano note eleganti di fiori secchi appassiti accanto a richiami di visciole e piccoli frutti a bacca nera, note balsamiche e speziate, vaniglia e sentori resinati della pineta mediterranea. In bocca si denota la buona struttura, la trama tannica è fitta ed elegante ancora in evoluzione verso morbide sensazioni vellutate, con una buona freschezza finale.

Dalle uve ai fenicotteri rosa

La settimana dedicata al Movimento Turismo del Vino Puglia è ormai alle spalle e sono svaniti anche tutti gli aromi dei prodotti locali che la generosità della gente pugliese aveva portato con sé.

Abbiamo potuto degustare l’elegante olio, in purezza oppure aromatizzato, fatto colare su fette di pane casereccio. Taralli e friselle non sono certo mancati. Tutti serviti in accompagnamento al primitivo o al negroamaro, i vini simbolo di quella bellissima regione.

La manifestazione si è snodata nel corso di un’intera settimana e ha coinvolto una decina di enoteche nella sola città di Milano, quindi è facilmente immaginabile la quantità di bottiglie stappate e i fiumi di vino sgorgati. Alcuni sono stati apprezzati per la loro qualità, altri per il forte legame con il territorio, alcuni perché più semplici altri perché complessi. Insomma, ce n’era per tutti i gusti.

Uno di questi mi ha particolarmente colpito non solo perché ha subito incontrato il mio gusto, ma perché porta con sé un bellissimo progetto. Si tratta di un blend di uve negroamaro, primitivo con una piccola parte di merlot che tuttavia fornisce un considerevole apporto.

Il colore infatti è di un bel rosso rubino, brillante, con riflessi a tratti violacei. Al naso sono subito percepibili i sentori di frutta rossa a bacca piccola, matura, che in bocca lasciano spazio anche alle spezie, al tabacco e al cioccolato. I tannini sono morbidi e la beva è molto piacevole. Insomma un gran bel vino da portare sulla nostra tavola.

Sull’etichetta troviamo tutto quello che ci serve per conosce il progetto collegato e anche qualche cosa di più. Iniziamo dal suo nome, “QU.ALE”,ossia le iniziali del nome e del cognome della sua ideatrice, Alessandra Quarta. Figlia di quel Claudio Quarta che è proprietario di tre tenute agricole situate nella provincia di Avellino (cantina Sanpaolo), Lecce (cantina Moros) e Taranto (tenuta Eméra), ha scelto quest’ultima per tenere a battesimo il suo innovativo prodotto.

Da oltre un decennio la famiglia Quarta produce i suoi vini nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’uomo, affidandosi all’agricoltura biologica, ma Alessandra con questo progetto ha voluto fare un ulteriore passo avanti: bottiglia, tappo ed etichetta sono fatti con materiali riciclati e a loro volta riciclabili. Una parte dei proventi delle vendite del vino è destinato alla salvaguardia della “Salina Monaci” a Manduria, dove è stata costituita una Riserva Naturale per la salvaguardia dei fenicotteri rosa, specie animale destinata all’estinzione se non amorevolmente protetta.

Come se non bastasse, ogni bottiglia riporta un codice che permette agli utilizzatori finali di donare a loro volta una somma di denaro, piccola o grande che sia, ad una organizzazione no profit liberamente scelta. E su questa etichetta, che sembra non essere grande abbastanza, c’è anche posto per i primi sei articoli del “Manifesto per una democrazia del vino”.

Che cosa chiedere di più se non qualche calice per brindare in compagnia?