Prapò, Barolo DOCG

Produttore: Ettore Germano

Denominazione: Barolo DOCG

Vitigno: Nebbiolo coltivato nella sottozona di Serralunga d’Alba denominata Prapò

Anno di vendemmia: 2009

Affinamento: Botte di rovere francese da 2000 litri

Temperatura di servizio: 16-18°

 

Il colore è di un bel rosso granato, con riflessi aranciati. Al naso sono subito nettamente percepiti i sentori di frutta rossa matura, quasi marmellatosa. A seguire si sentono anche le spezie, come il pepe bianco, la vaniglia e la cannella. L’ingresso di bocca è deciso e il vino ha un buon corpo. La beva è molto fresca e i tannini sono eleganti. Molto persistenti sono i suoi sapori. L’acidità che sottende i tannini permette che questo vino lasci estremamente pulita la bocca.

 

Le uve che sono destinate alla produzione di questo Barolo, provengono tutte dalla sottozona del comune di Serralunga d’Alba, denominata Prapò. La vendemmia è fatta manualmente e le uve sono raccolte in cassette. La fermentazione alcolica avviene in serbatoi di acciaio con una macerazione sulle bucce che dura circa 40 giorni, durante i quali si effettuano rimontaggi quotidiani. Successivamente alla svinatura, il vino viene posto in botti di rovere francese da circa 2000 litri, dove affina per un periodo compreso tra i 18 e i 24 mesi. Una volta messo in bottiglia qui giace per un altro anno prima di essere messo in commercio.

 

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE

L’azienda vinicola produce vino coniugando tradizione e innovazione. L’azienda Ettore Germano fonda le sue radici già nella metà del 1800 e ora come allora coltiva con passione il territorio e garantisce un sempre alto valore qualitativo per i suoi vini. Particolare attenzione è posta sui cicli vitali e biologici della vite. Nei vigneti sono poste delle stazioni meteorologiche che permettono un intervento tempestivo nel caso in cui siano necessari dei trattamenti fitosanitari, che sono attuati solo in casi estremi, in quanto viene sicuramente preferita una coltivazione di tipo biologico. La decisione aziendale di passare da una agricoltura di tipo tradizionale ad una biologica, ha permesso l’introduzione della lotta integrata e la demeccanizzazione di alcune pratiche di vigna. La zappatura, la potatura, la legatura dei tralci, come la vendemmia, sono attività che sono svolte prevalentemente a mano. Tra i filari, dove è possibile farlo, vengono seminate le leguminose affinchè, tramite la tecnica del sovescio, apportino al terreno naturali sostanze nutritive.

La stessa cura è riservata anche alle tecniche di cantina: rigidi sono i controlli affinché la temperatura rimanga costante ed il vino è trattato con particolare delicatezza nei momenti dei travasi e dell’imbottigliamento. I severi controlli attuati dal laboratorio interno garantiscono una sempre elevata qualità del vino che arriva sulle nostre tavole.

Un balcone sul mare

Sulle colline proprio alle spalle di San Benedetto del Tronto vive una piccola realtà vinicola a carattere familiare che produce solo tre tipologie di vino, ma tutte e tre degne di particolare attenzione.

Ho scoperto i Vigneti Bonaventura l’anno scorso in occasione della prima edizione di “Best Wine Stars”, l’ho ritrovata in un paio di altre manifestazioni meneghine, e nuovamente in questi giorni sotto i portici della Rotonda di Via Besana.

Volto dell’azienda è Andrea che si occupa principalmente della parte commerciale. Anche quest’anno ci siamo ritrovati come fossimo due vecchi amici, con la voglia di vederci e di chiacchierare di vino: attenta la sua accoglienza e a me personalmente fa un po’ specie che mi riconosca tra i tanti che affollano la sua postazione e mi saluti sempre con affetto.

Il vigneto si estende per otto ettari nelle quali si alternano la coltivazione di varietà locali, che poi vengono vinificate all’interno dell’azienda, con quelle internazionali, come ad esempio chardonnay, cabernet sauvignon, petit verdot, che vengono invece conferite ad altre realtà; tutte sempre e comunque prodotte nel pieno rispetto del territorio. Le moderne tecnologie di cantina e l’attenzione per ogni singolo passaggio della vinificazione consentono che il loro vino sia certificato biologico.

La cura dell’uva è particolarmente attenta nel delicato momento del raccolto. Prima di tutto aspettano che il frutto sia giunto a completa maturazione e quindi procedono con una vendemmia che viene fatta manualmente, nel rispetto della pianta e dell’acino che giunge intatto in cantina dove viene subito selezionato e lavorato.

Il vino affina in barriques o in vasche d’acciaio prima di essere imbottigliato, sempre a temperatura e ossigenazione controllata. Nella cantina ipogea – dove per natura la temperatura rimane costante – matura poi fino alla commercializzazione.

Ovviamente questo attento lavoro ha dato i suoi frutti. Tre sono i vini prodotti, due bianchi – ma che forse sono anche tre – e un rosso, tutti iscritti nella Offida DOCG.

Ancrima” Offida Passerina DOCG: un bel giallo paglierino, con riflessi dorati; al naso sprigiona aromi di fiori freschi e frutta a polpa bianca leggermente acerba. Ed è proprio questa acidità che, unita alla sapidità, caratterizza la beva; l’ingresso in bocca è tagliente, ma piacevole e persistente la sua permanenza.

Bakchai” Offida Pecorino DOCG: alla vista si presenta subito come un vino intenso e importante. Il suo colore paglierino carico fa presagire una vasta gamma di sentori che ricordano la frutta a polpa gialla come le susine e le nespole. In bocca i sapori sono più decisi e si percepiscono chiaramente gli aromi della macchia mediterranea come la salvia e la menta. Molto elegante e persistente la beva. Del percorino producono anche una versione barriccata, una limitata produzione ma molto particolare. Qui menta e salvia lasciano il passo ad aromi balsamici più importanti che virano addirittura verso l’eucalipto, ma certamente ammorbiditi dalla vaniglia e dagli altri sentori che le barrique di primo passaggio cedono soprattutto ai vini bianchi.

Maancrie” Offida Rosso DOCG: un blend di montepulciano e cabernet sauvignon dall’intenso rosso rubino.  Qui i frutti rossi maturi non stentano a farsi sentire. Al suo ingresso in bocca si presenta subito come un vino importante, di corpo. Del resto trascorre ben trenta mesi in barrique di rovere francese acquisendo una importante nota balsamica e speziata, che vira fino agli aromi di tostatura. Lunga, ovviamente, la sua persistenza in bocca.

E poiché anche l’occhio vuole la sua parte, un cenno è doveroso sia per i nomi di questi vini sia per le loro bottiglie: per i vini bianchi è stata scelta una bottiglia alta e stretta, del tipo alsaziana, ma ancora più slanciata; mentre per il rosso, una più classica borgognotta. Quanto ai nomi invece, essi riportano ai componenti della famiglia Bonaventura e in particolare ad Andrea, Massimiliano e Cristina presente e futuro dell’azienda.

 

The Malbec World Day in Milan

Il malbec argentino è stato protagonista per un giorno di numerose manifestazioni in giro per il mondo.

A Milano ha avuto come partners Ais Lombardia e Via dell’Abbondanza, il suo maggiore distributore, che insieme hanno organizzato un simpatico pomeriggio fatto di degustazioni, di chiacchiere, di masterclass ma anche di musica. Per un pomeriggio al Westin Palace Hotel di Milano si è parlato e bevuto argentino.

Io c’ero, come al solito volutamente impreparata; del resto a queste manifestazioni mi piace andare alla scoperta, senza portarmi appresso una aspettativa che potrebbe essere tradita. I vini proposti erano circa un centinaio provenienti da tutta l’Argentina, anche se la regione di Mendoza era quella maggiormente rappresentata.

Lungi da me raccontare ogni singola degustazione (anche se ce ne sarebbero di cose da dire) per cui mi limito a questi tre vini, guarda caso i primi due provenienti dalla Provincia di Mendoza e il terzo dalla Provincia di Salta, che ho particolarmente apprezzato.

 

BODEGA CATENA ZAPATA – Catena Alta Malbec – 2014

Prima di raccontare questo vino è necessario fare un po’ di storia della famiglia Catena Zapata che ha cominciato a piantare malbec nei primi anni del 1900 ad altitudini diverse comprese tra gli 800 mt/slm e i 1400 mt/slm, suddividendo il territorio in lotti ben ordinati e meticolosamente numerati.

Le uve destinate alla produzione del “Catena Alta” provengono da specifici filari di vigne piantate tra gli 800 mt/slm e il 1100 mt/slm. La vendemmia avviene per lotti e in tempi diversi per garantire il giusto grado di maturazione delle uve e di conseguenza la giusta acidità. La fermentazione prende avvio grazie a lieviti indigeni e il mosto, riposto in barriques, subisce un costante battonage (cosa che consente anche la riduzione della quantità di solfiti prodotti). Il successivo affinamento avviene in grandi botti di rovere francese per almeno 18 mesi. Prima di essere messo in commercio riposa in bottiglia per qualche mese ancora; insomma può essere bevuto tre anni dopo la vendemmia, non prima.

Va da sé che questo vino ha un buon corpo, una buona struttura e una piacevole persistenza. Al naso sono predominanti i sentori di frutta rossa matura e delle spezie scure come il pepe e la cannella. I tannini setosi lo rendono non solo equilibrato, ma anche molto elegante. L’acidità, ancora spiccata nonostante le uve siano state vendemmiate nel 2014, è presagio di un vino destinato a durare ancora nel tempo.

 

VINOS DE PORTERO – Gran Malbec – 2016

La curiosità mi ha spinto ad assaggiare il vino prodotto da Nicolas Burdisso, grande campione della gloriosa Inter.

Tra i tre proposti, Malbec 2017, Riserva 2017 e Gran Malbec 2016, ho preferito quest’ultimo in quanto offre maggiore equilibrio ed eleganza. Le uve da cui si ottiene questo vino sono prodotte da viti giovani, piantate nel 2008. La fermentazione avviene dapprima grazie a lieviti indigeni e poi portata a compimento con l’inoculazione di lieviti selezionati. L’affinamento prosegue in grandi botti di rovere di primo e secondo passaggio dove il vino riposa per almeno 12 mesi.

Ne esce un vino morbido, di gran corpo e struttura, con un finale persistente. Al naso sono chiaramente percepibili i sentori di frutta rossa matura e in bocca setosi tannini e una buona acidità riportano questo vino nel suo giusto equilibrio. Davvero un gran vino!

 

PACHAMAMA – Malbec – 2015

Qui ci troviamo nel cuore della Provincia del Salta, ossia nella parte Nord-Ovest dell’Argentina, al confine con il Cile, in pieno territorio andino, dove le viti sono piantate ad altitudini estreme.

Di questa zona si sono innamorati due enologi, l’italiano Roberto Cipresso e l’argentino Rafael Domingo, che hanno provato a produrre un vino utilizzando uve provenienti da viti piantate in alta quota. Hanno deciso di chiamare il loro prodotto “Pachamama”, ossia “Terra Madre” nell’idioma indigeno locale.

Il malbec che è utilizzato per produrre questo vino è coltivato a 2000 mt/slm e per questo nel corso degli anni ha sviluppato delle caratteristiche sue molto particolari, non fosse altro per la capacità di adattarsi alle basse temperature e all’alta quota. La bassa resa delle vigne permette una produzione molto limitata che si aggira intorno a poche migliaia di bottiglie, non di più.

L’uva raccolta a piena maturazione fermenta grazie ai lieviti indigeni e il vino così prodotto affina successivamente in barriques di rovere francese per almeno 12 mesi.

Al naso spiccano subito i sentori terziari di spezie, vaniglia e pepe bianco su tutte, tipiche dell’affinamento. Non tarda però a farsi sentire la frutta rossa matura. Buon equilibrio ed eleganza caratterizzano questo vino che in bocca si fa quasi pastoso e molto persistente.

 

E come ogni festa che si rispetti non poteva certo mancare la musica: una chitarra acustica e delle percussioni, in perfetto stile argentino, hanno accompagnato questa grande degustazione di malbec nelle sue numerose interpretazioni.

C’è un nuovo spazio degustazioni a Milano!

Con molto onore, e altrettanto piacere, oggi siamo stati presenti all’inaugurazione di un nuovo spazio dedicato alle degustazioni, situato a pochi passi dall’Arco della Pace, nel pieno centro di Milano.

A dire il vero, io mi sarei aspettata il “solito” wine bar con mescita di vino, vendita di bottiglie e una sala dedicata agli eventi. Niente di più sbagliato.

Milano Tasting Room, perché questo è il suo nome, è un vero e proprio spazio destinato unicamente alle degustazioni: vino, distillati, olio, cioccolato e quant’altro possa essere piacevolmente condiviso tra appassionati.

L’idea di Roberto ed Elisa, che nascono come sommelier, è quella di creare uno spazio dinamico e multifunzionale, modulabile secondo le esigenze dell’evento.

Vi è infatti un grosso tavolo attorno al quale possono sedere una ventina di persone, destinato alle degustazioni più grandi. Mi immagino già una serata condotta da un affabile e preparato comunicatore che conduce i presenti in una degustazione di un vitigno più o meno noto, mente nei bicchieri un sommelier mesce sapientemente il vino. Ma se al posto del vino vi fosse tè o caffè l’atmosfera non cambierebbe di certo…

In un’altra sezione di questo elegantissimo open-space sono collocate delle poltroncine tutte volte verso un grande schermo. Qui avranno luogo delle vere e proprie lezioni, con tanto di proiezioni video, per chi invece vuole avvicinarsi al mondo della degustazione o per chi desidera partecipare ad un master di approfondimento.

La possibilità poi di spostare le poltroncine e di sostituirle con piccoli tavoli permette di organizzare la degustazione di eccellenze; quelle bottiglie che non ti potresti mai permettere ma che volentieri condivideresti con un gruppo di enoappassionati, o quei prodotti di difficile reperimento o di limitata produzione che non troverebbero spazio nella nostra dispensa.

In questo vortice di idee Roberto ed Elisa  non sono altro che i registi che con sapienza organizzano e tengono le fila di questo progetto: non sono e non vogliono fare i tuttologi. Ogni degustazione, ogni evento sarà affidato ad un professionista del settore, una persona competente in grado di rispondere alle domande più disparate, mantenendo alto il livello degli eventi proposti.

Dimenticavo di dire che Milano Tasting Room non è una vetrina su strada, ma una location situata in un bellissimo palazzo d’epoca circondato dal verde, aperto solo e unicamente in occasione degli eventi il cui calendario è consultabile sul sito.

 

Bele Casel e il suo prosecco

Quando si parla di prosecco vengono in mente le colline di Valdobbiadene, con la esclusiva zona di Cartizze, delimitate dal vicino fiume Piave. Ma esiste un altra zona di prosecco, forse meno conosciuta ai più, ma che non è certamente inferiore al più famoso spumante d’Italia.

Stiamo parlando della piana a ovest del patriottico fiume che bloccò l’avanzata austriaca durante la prima guerra mondiale, dove si trova un altro comprensorio, l’Asolo Prosecco o Prosecco di Asolo DOCG. Nonostante si coltivi lo stesso vitigno, la glera, lo spumante prodotto in questa zona presenta caratteristiche differenti, con aromi e sapori più sapidi e definiti dovuti alla composizione del terreno marnoso e argilloso.

Diciannove comuni sono compresi in questo comprensorio, il cui centro è situato nel Comune di Asolo.

Una delle aziende maggiormente all’avanguardia nella produzione dell’Asolo Prosecco DOCG è  Bele Casel di Caerano San Marco, a pochi chilometri da Montebelluna.
Nata come cantina familiare, questa azienda è riuscita a farsi conoscere nel vasto mondo dello spumante non solo con la produzione del prosecco, ma anche per le sue evoluzioni vinicole, con l’intento di promuovere un offerta enologica capace di accontentare anche palati più esigenti.

Nei giorni scorsi abbiamo preso parte alla  degustazione di quattro loro prodotti presso una nuova e giovane enoteca di Milano, “La sala del vino” , sita nel quartiere Ortica, alla periferia Est della città.

Il primo calice che abbiamo assaggiato è stato un Asolo Prosecco Superiore DOCG extra dry, prodotto con uve glera in purezza provenienti da un vigneto giovane: predominanti sono le fragranti note fruttate di mela gialla, amplificate da un significativo grado zuccherino, che tuttavia non ha appesantito la nostra beva.

A seguire ci è stato proposto l’Asolo Prosecco Superiore DOCG extra brut, ottenuto da vecchie vigne poste nelle zone più fredde del comprensorio integrate con una percentuale residua di vitigni indigeni, quali la bianchetta trevigiana e la perera, che conferiscono maggiore struttura, freschezza e sapidità.

Un Asolo Prosecco Col Fondo DOCG, un prosecco non filtrato come dice il suo stesso nome, ci è stato offerto come terzo assaggio. Le uve, provenienti da vigne vecchie e selezionate, sofficemente pressate, subiscono in questo caso un affinamento in serbatoi di acciaio per sette mesi senza essere sottoposte ad alcuna filtrazione. Dopo l’imbottigliamento il prosecco viene stoccato in un ambiente fresco e buio dove rimane per almeno sei mesi prima di essere messo in commercio. Va da sé che non vi è sboccatura e fuoriuscita dei lieviti esausti, che, appunto rimangono in sospensione, creando appunto quello che in gergo si chiama “fondo”. Importanti i sapori che hanno invaso il nostro palato, uniti ad una sensazione di cremosità e mineralità, per una beva davvero interessante.

Come ultima degustazione ci è stato offerto un altro prodotto innovativo, presentato  per la prima volta proprio qui alla “Sala del vino”, che per le sue caratteristiche non può fregiarsi denominazione di prosecco. Sotto al nome Asolo DOCG Vecchie Uve vi è una cuvèe prodotta da uve glera provenienti da vigneti di oltre 50 anni, con una percentuale di vitigni autoctoni, di poco inferiore al 15%, ma quanto basta per fornire complessità e aromaticità al nostro vino. Si tratta di uno spumante lavorato con il metodo Martinotti, come è tradizione di quella zona, anche se la sua permanenza sui lieviti arriva fino ai dodici mesi.

Una serata davvero interessante, dove anche i più irriducibili appassionati di metodo classico, sono riusciti a soddisfare il loro palato a dimostrazione che, quando un prosecco è ben fatto, risulta essere un prodotto di altissima qualità.

Torre Rosazza Ribolla Gialla

Produttore: Azienda Agricola Torre Rosazza

Denominazione: Ribolla Gialla Friuli Colli Orientali Doc

Vitigni: ribolla gialla 100%

Alcol in volume: 13%

Affinamento: acciaio

Temperatura di servizio: 8°/10°

 

Il colore è giallo paglierino di media intensità. Ha profumi netti e floreali in cui si distinguono il melone e una leggera nota agrumata. Al palato è leggero, molto fresco, caratterizzato dalla presenza agrumata già percepita al naso.

Le uve diraspate vengono sottoposte a spremitura soffice. Terminate le fermentazioni, che avvengono in recipienti d’acciaio mantenuti a temperatura controllata, il vino riposa sui lieviti per almeno 4 mesi prima di essere imbottigliato.

La ribolla è uno dei vitigni autoctoni friulani di cui si hanno testimonianze più antiche, che nei Colli di Rosazzo trova ampia diffusione per l’elevata qualità dei vini che esprime. Ha profumo fine e delicato e una buona acidità naturale, che lo rende fresco e snello.

Ottimo come aperitivo, o servito in abbinamento a tartine salate e antipasti in genere. Può accompagnare anche primi piatti delicati, come trofie al pesto e risotti alle erbe.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda si trova in quella zona che confluisce della Doc Colli Orientali del Friuli. In questa zona la viticultura risale a tempi molto antichi, quando erano i monaci benedettini ad occuparsi prevalentemente dell’agricoltura. Per secoli vigneti e uliveti si sono alternati nel disegnare le forme di questo paesaggio, proprio grazie al clima mite che caratterizza questa zona. Con il passare del tempo e alcune annate molto sfavorevoli dal punto di vista climatico, la coltivazione delle viti ha soppiantato quella degli ulivi.

A questo si deve aggiungere la particolare attenzione dei produttori che negli ultimi cinquant’anni hanno studiato terreni e clima per migliorare la produzione vinicola.

L’ultimo impulso, in ordine di tempo, è stato dato da Walter Filiputti che ha introdotto l’uso delle barriques per l’affinamento dei vini rossi, donando loro un’impronta di tipo francese.

 

 

Si salvi chi può!

Capita quel giorno in cui in enoteca si presenta un avventore che è più di un semplice cliente perché ormai è diventato un amico. E per di più uno di quelli dai gusti difficili, tecnico degustatore e palato sopraffino.

Anche lui ha ceduto alla tentazione delle bollicine, del resto i primi raggi di sole preannunciano la primavera, e ordina per sé e per i suoi amici una bottiglia di spumante. Gli propongo un Franciacorta rosato, prodotto con il nobile pinot nero e una piccola percentuale di chardonnay, quanto basta per regalare profumo e ingentilire la beva. È un nuovo acquisto che va ad impreziosire gli scaffali, la cantina nota, una bottiglia ben conosciuta, ma l’amico non l’ha mai bevuta, anche se ovviamente ne ha sentito parlare.

Purtroppo la mia proposta non incontra i suoi gusti. E cosa fare ora? Mandare a casa un cliente insoddisfatto o farsi venire un’idea? Nel dubbio lo faccio parlare e cerco di capire i suoi gusti che ovviamente sono molto lontani dalle eleganti bollicine. Ecco che allora gli propongo qualche cosa di totalmente diverso da quello che aveva ordinato. Lo porto lontano geograficamente e agli antipodi nello spettro degustativo.

Lo teletrasporto in Alto Adige, a Termeno, dove c’è una storica cantina sociale. Qui quasi trecento piccoli coltivatori conferiscono le uve lavorate con la cura a la pazienza tipica dei piccoli produttori di montagna. Con dedizione il raccolto viene lavorato per dare vita a importanti vini che mantengono intatti i valori e i sapori della tradizione di questa regione. Scelgo per loro il vitigno rosso maggiormente identificativo della zona, ma con un importante affinamento, un vino di carattere, insomma.

In panciuti bicchieri verso un’abbondante dose di “Urban”, un lagrein riserva, vendemmia 2014, Cantina Tramin.

Ormai si è fatto tardi, siamo in chiusura, e posso tranquillamente condividere con lui e i suoi amici la bottiglia che sarà ovviamente “gentilmente offerta dalla casa”. Non so se ci stupisce più l’intenso colore rubino dagli eleganti riflessi violacei o il profumo dei frutti di bosco che si sprigiona nell’aria. Lo lasciamo riposare qualche minuto prima di degustarlo.

Portato il bicchiere alle labbra, il sapore dei frutti di bosco maturi – qualcuno li ha definiti anche marmellatosi – ben si armonizza con gli aromi di sottobosco, di erbe aromatiche, che lasciano piacevolmente il passo ai più complessi sentori di cacao e tabacco. Il tutto contornato da una nota tannica decisamente importante ma elegantissima e piacevolissima.

In men che non si dica, la bottiglia viene vuotata con l’entusiasmo di chi ha trovato il giusto vino per chiudere in allegria una serata tra amici e con il sornione compiacimento di chi ha brindato in modo poco convenzionale.

 

Umore nero

Produttore: Castello di Luzzano

Denominazione: Umore nero

Vitigni: Pinot Nero 100%

Affinamento: acciaio

Temperatura di servizio: 16°-18°

 

E’ un pinot nero fuori dagli schemi classici, dal colore rosso rubino brillante, spirito giovane ed un po’ irriverente come il suo nome. Non ha passaggio in legno o note di invecchiamento, ma è delicato al palato e profuma dolcemente di rosa.

La vinificazione è di tipo tradizionale con contatto del mosto sulle bucce. A questa segue un passaggio in vasche di cemento vetrificato e  a fine primavera finalmente è imbottigliato. L’affinamento in bottiglia giova in modo particolare a questo vino che esprime il suo meglio dopo due anni di permanenza in bottiglia.

E’ un vino molto elegante che si accompagna bene a tutto pasto.

La parola “umore” ha tanti significati: è il succo che stilla dall’acino ma anche uno stato d’animo. Per rappresentare l’ “UMORE NERO” si è voluta usare la grafica fumettistica, come fosse un’idea che si ha in testa. Il nome e l’etichetta rispecchiano perfettamente il tipo di vino proposto: giovane e moderno. Idea e disegno di Giovannella Fugazza, una delle due proprietarie dell’azienda.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda da oltre vent’anni aderisce ad un programma di agricoltura biologica integrata, sotto il rigoroso controllo di organi regionali, per un uso ridotto di fitofarmaci e fertilizzanti. Il 100% dell’azienda adotta l’inerbimento sotto filare. La raccolta delle uve è eseguita prevalentemente a mano e alcuni vigneti, meno ripidi, sono stati predisposti per una raccolta anche meccanica eseguita con attrezzature di proprietà.

L’azienda imbottiglia solo vini prodotti con uve di proprietà, selezionando i migliori vigneti. Ogni vigna è raccolta e vinificata separatamente per mantenere appieno le sue caratteristiche.

La cantina di vinificazione è ubicata in un’ala del castello. Venne costruita nel 1936 ed è completamente interrata. La sua ubicazione, la funzionalità, la capacità di stoccaggio con prevalenza di vasche in cemento vetrificate hanno fatto sì che,  modernamente attrezzata ovviamente, si continui ad utilizzarla ancora oggi. Il reparto di imbottigliamento e stoccaggio è invece stato costruito nel 1985. L’antica cantina del castello, di epoca medioevale, è dedicata all’affinamento in barriques di vini rossi riserva.

 

 

I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

Chateauneuf du Pape

Produttore: Domaine Durieu

Denominazione: Chateauneuf du Pape

Vitigni: grenache 80% syrah 10% mourvedre 5% cinsault 3% counoise 2%

Alcol: 14,5%

Annata: 2013

Temperatura di servizio: 16°/18°

 

Le uve utilizzate per la produzione di questo vino sono coltivate su un terreno che si estende per 30 ettari ed è situato sull’altopiano di Farguerol.

La coltivazione è di tipo tradizionale e la vendemmia manuale.
Le uve sono vinificate separatamente per tipologia e poi assemblate in botti grandi da 150 ettolitri.
Il mosto appena vinificato subisce continui rimontaggi per due ore e successivamente permane sulle bucce fini per 30 giorni, poi viene messo ad affinare in botti per 18 mesi. Subisce una leggera filtrazione senza collageni prima di essere messo in bottiglia.
Questo vino è prodotto con le uve tipiche del territorio in proporzioni variabili a seconda dell’annata. Il suo aroma è sempre molto ampio e potente con note fresche e fruttate che aggiungono eleganza a questo grande cru.

 

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE

L’azienda vinicola, che in questa zona prende il nome francese di Domaine, ha avuto avvio all’inizio degli anni ’70 e la cantina fu costruita nel 1976, anno in cui è stato messo in commercio il primo millesimato. L’impianto delle viti è molto antico: alcune viti sono antecedenti alla prima guerra mondiale e proliferano accanto a ceppi decisamente più giovani.
Oggi la cantina offre ai clienti la possibilità di degustare e comprare i vini bianchi e rossi eleganti e potenti, fatti con passione e frutto della grande varietà dei differenti vitigni e alla grande qualità dei terreni. In questi ultimi anni un nuovo impulso commerciale ha permesso che queste bottiglie fossero presenti nelle maggiori manifestazioni di settore e di conseguenza anche sulle nostre tavole.