Vespoline a confronto

Se mai si volesse fugare qualche incertezza sul concetto di terroir, se mai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul suo significato e sul suo valore, potrei suggerire di farsi un giro nella zona di Ghemme e degustare la Vespolina, un vitigno coltivato quasi esclusivamente sulle colline novaresi.

Geograficamente ci troviamo sotto le pendici del Monte Rosa, nella parte più a Nord del Piemonte.

Qui la presenza di antichi ghiacciai ha permesso la formazione di colline dal sottosuolo morenico vicino ad altre con terreno prevalentemente argilloso.

A pochi metri di distanza e situate entrambe nel comune di Ghemme, in provincia di Novara, ci sono due cantine che producono da anni la Vespolina in purezza, l’azienda agricola Torraccia del Piantavigna e l’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo.

Le ho assaggiate entrambe, vendemmia 2016. Ho trovato due vini molto diversi tra loro.

La Mostella, prodotta dall’azienda Torraccia dei Piantavigna si presenta di un bel colore rosso e stupisce subito per l’intensa aromaticità e il forte sentore di spezie percepibile fin dal naso. Cannella, noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano ci accompagnano anche nlla beva che per questo risulta molto gradevole.

 

 

Villa Horta, degli Antichi Vigneti di Cantalupo, conserva il naturale colore rosso intenso, ma si distingue per la corposità, l’eleganza e la finezza al palato. Gli aromi volgono piuttosto al cuoio e al tabacco. Una beva sicuramente più impegnativa, anche se altrettanto piacevole.

 

 

La vendemmia in questa zona è manuale per tradizione e le uve selezionate subiscono una permanenza di una decina di mesi in cisterne di acciaio per poi completare il loro affinamento in bottiglia prima di essere immesse in commercio. Nell’una come nell’altra azienda.

Come mai allora ci troviamo davanti due prodotti molto diversi tra di loro? A che cosa dobbiamo questa differenza?

Che sia proprio il luogo dove sono impiantati i vigneti a fare la differenza?

L’azienda agricola Torraccia del Piantavigna coltiva la Vespolina su un terreno argilloso, l’aria fredda che scende dal Monte Rosa d’inverno inneva i ripidi pendii vitati e in estate rende il clima molto fresco.

L’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo, invece, si estende su terreni prevalentemente morenici, posti tra i 250 ed i 310 mt/slm con esposizione verso Sud, Sud-Ovest e maggiormente riparati dalle correnti provenienti delle Alpi limitrofe.

Suolo e sottosuolo, disposizione geografica e clima, uniti insieme, caratterizzano in modo inequivocabile l’uva che, sebbene vinificata e affinata in egual modo, dà origine a vini significativamente diversi tra di loro.

 

 

* in copertina: Centro storico di Ghemme

Lo zucchero, la nuova frontiera dei tappi

Qualche settimana fa ha attirato la mia attenzione un grosso titolo comparso su un quotidiano milanese. Recitava così “Barolo, ora il tappo è di zucchero”. “Barolo” e “zucchero” nel mio immaginario sono due parole che non possono coesistere in un’unica frase.

Troppo forte la mia curiosità per non fermarmi a leggerlo e poi a documentarmi, perché quello che era riportato in quella mezza pagina non mi aveva convinto fino in fondo e perché, in fin dei conti, era uno di quegli articoli fatti forse più per pubblicità che per informazione vera e propria. Ma forse era proprio questo l’intento del giornalista.

Di sughero, della sua scarsità, dei suoi costi, si parla da tanti anni. In Italia il tappo di sughero, quello fatto da un unico pezzo, ormai è destinato alla chiusura di bottiglie di un certo pregio, il vino vocato all’invecchiamento, quello della tradizione italiana più profonda, come Barolo, Chianti, Amarone, gli spumanti e pochi altri, tutti comunque appartenenti ad una fascia alta in termini di costi.

Per la produzione che non necessita di invecchiamento o per quella che non modifica le sue caratteristiche con il passare del tempo, la moda e la spending review hanno fatto optare per i comodissimi tappi di silicone che hanno l’ulteriore vantaggio di non danneggiare il vino con il temuto “odore di tappo”.

Responsabile di questo difetto è un fungo, l’Armillaria mellea, un parassita della quercia da sughero. Quando questa non è trattata con i dovuti accorgimenti o è mal conservata il parassita prolifera e sviluppa il tricloroanisolo, l’isomero che, appunto, origina questo sgradevole sentore.

È davvero un peccato aprire una bottiglia e farla correre direttamente nello scarico del lavandino senza poterla bere, drammatico diventa quando ad essere imbevibile è un’intera partita, diciamo qualche centinaio di bottiglie.

Ed è quello che è successo qualche tempo fa all’azienda Brandini, una giovane realtà del Monferrato, che produce vini biologici e che a causa di questo fungo ha perso quasi per intero un’annata del suo pregiato Barolo.

Da questa disavventura è iniziata la loro ricerca di una chiusura per le bottiglie che fosse ecologica e con la medesima capacità traspirante del sughero, caratteristica indispensabile per i vini che si evolvono con il passare degli anni.

È iniziata così la collaborazione con la Vinventions, azienda specializzata nella produzione e commercializzazione di chiusure per qualsiasi tipo di contenitore e, in particolare, con il loro marchio Nomacorc che è giustamente considerato l’anima verde dell’intero gruppo.

Nomacorc Green Line rappresenta una nuova “categoria” di tappi, preparati con materie prime sostenibili e rinnovabili, costituite da polimeri derivati dall’etanolo ottenuto dalla canna da zucchero. Permettono lo scambio di ossigeno tra l’esterno e l’interno della bottiglia, così da garantire l’evoluzione del vino e la sua longevità. Hanno un aspetto elegante con le loro striature che assomigliano molto a quelle del sughero, sono riciclabili. Non sono, però, attaccabili dalla temuta Armillaria mellea!

E così ci si trova di fronte ad un altro progetto rispettoso dell’ambiente: la canna da zucchero utilizzata per la produzione di questi tappi proviene da coltivazioni controllate, dove l’utilizzo di pesticidi e diserbanti chimici è ridotta al minimo, dove le coltivazioni non hanno un impatto ambientale forte e dove non c’è sfruttamento di manodopera.

Ecco allora che “Barolo” e “zucchero” trovano una bellissima sintonia all’interno di un’unica frase e sulla nostra tavola!

 

Nina, il bovale

Credo che solo impostando un aggiornato navigatore si riescano a trovare facilmente le cantine Su’entu io però le ho scoperte in una calda serata estiva nel pieno centro di Milano.

I filari della vite e la cantina si trovano infatti lungo quell’unica strada assolata che collega Oristano a Cagliari, nell’entroterra di quella bellissima Sardegna più conosciuta per il mare cristallino, tanto caro alla Milanobene.

“Su’entu”, il vento, ha spinto la famiglia Pilloni a compiere questa grande impresa, ossia produrre dell’ottimo vino in una delle regioni più difficili, ma anche affascinanti della nostra Italia. Ed è ancora il suo soffio che anima la vita di questa realtà, sempre pronta a nuove sfide e a nuovi progetti.

Prima di tutto i vitigni coltivati. Vermentino, monica, cagnulari, cannonau e bovale, ossia i vini della tradizione sarda, quelli che i tecnici chiamano autoctoni, convivono accanto agli internazionali chardonnay, merlot e syrah, e alla falanghina, originaria della Campania, ma che qui trova una bella espressione.

Poi l’innovazione nel rispetto del territorio. I nuraghi, le antiche fortezze, che dominano la vallata e sembrano proteggere i vitigni sottostanti da improvvise invasioni, sono gelosamente custoditi e protetti dalle intemperie e dal passare del tempo attraverso opere di continuo restauro, proprio come si fa con la propria casa.

E nel “Nina Rosè” (Isola dei Nuraghi IGT),  il loro rosato, c’è tutto l’amore e la passione che circonda questo progetto. A partire proprio dalle uve bovale, un antico vitigno sardo, poco coltivato e per nulla conosciuto al di fuori della regione, ma in grado di dare vita a vini sicuramente interessanti.

L’intensità del colore rosa, che ha vivaci riflessi purpurei, va di pari passo con quella aromatica. La frutta rossa a bacca piccola, come ciliegie lamponi e ribes, si amalgama con i sentori delle erbe officinali, tipiche della bassa macchia mediterranea, passando anche per l’asprezza degli agrumi, pompelmo prima di tutti.

E se gli occhi e il naso sono rimasti affascinati da questa bellezza, anche il palato ne ha di che stare contento: un vino molto intenso, ben equilibrato, dove si ritrovano tutti quegli aromi che si erano percepiti fin dalla prima olfazione e che ora in bocca tardano a scomparire.

E lo spirito? Certamente ne ritrova anche lui beneficio, se non fosse altro che per la bassa temperatura a cui questo rosato va servito, circa 6°-8°, che ritempra il fisico dopo una lunga e calda giornata lavorativa.

Decisamente una bella scoperta questo Nina. Care amiche del Rosèe tenetemene una bottiglia in frigorifero ché passo a trovarvi presto!

Degustazione alla cieca: un torneo a colpi di bicchiere

Quasi per scommessa mi sono iscritta ad un round di un torneo di degustazione alla cieca organizzato da Fisar Milano.

Ero sì reduce da un consistente ripasso di ampelografia ma mi sono accostata alla serata completamente impreparata, e di questo ero perfettamente consapevole, ma comunque ben disposta a dare il meglio di me.

Ne è uscita una serata molto divertente: tutti i concorrenti, quelli seri per intenderci, hanno analizzato con molta tecnica e competenza i vini scaraffati e giocoforza anch’io mi sono prodigata nell’analisi sensoriale di ciascun assaggio. Ho portato a casa un misero ultimo posto e la consapevolezza che ho bisogno di fare tanta altra strada nel mondo del vino.

La serata si è svolta presso l’enoteca Hic di via Spallanzani a Milano e attorno al tavolo eravamo seduti in 12, metà assidui partecipanti al torneo, gli altri, tra i quali mi ci metto pure io, semplici curiosi.

Qualche giorno prima ci era stato fornito un elenco di venti etichette delle quali si sapeva solo il nome del produttore e il vitigno, nella fattispecie rossi d’Italia. In caraffe numerate ci sono state servite le cinque bottiglie selezionate dalla lista che ci era stata fornita. Noi concorrenti dovevamo indovinare vitigno, regione di produzione, classificazione, anno di vendemmia e infine gradazione alcolica.

Facile no? No, per niente.

Prendo ad esempio il quarto assaggio proposto.

Questo vino ha sfoggiato un bellissimo color porpora molto carico, con riflessi violacei, forse tipici di un vino giovane. Al naso sono risultati predominanti gli aromi terziari e la speziatura. In bocca, infine, si è fatto notare per la spiccata acidità e per gli importanti tannini. Certamente un vino ben strutturato, di carattere, si potrebbe dire.

Difficile, almeno per me, anche solo collocarlo territorialmente. Non mi ricordo neppure che cosa ho indicato.

Di fatto era “Altaguardia”, Forti del Vento, Albarossa, Piemonte Doc, vendemmia 2013, 13%.

Forti del Vento è un’azienda che si è convertita all’agricoltura biodinamica, ossia ha completamente abolito fertilizzanti e pesticidi di origine chimica che sono stati sostituiti dall’uso del compost, dalla rotazione delle colture, da pesticidi a base di sostanze minerali. Rispetto del territorio e stagionalità, fasi lunari comprese, sono la filosofia aziendale.

In cantina vasche d’acciaio, botti di legno e anfore lavorano a stretto contatto le une con le altre. Anche nella fase della lavorazione del vino l’intervento della mano dell’uomo è ridotto al minimo. È il mosto, e poi il vino, che detta i tempi della permanenza sulle bucce, dei travasi, della filtrazione. Il costante controllo delle temperature permette che i lieviti indigeni svolgano in maniera egregia il loro difficile compito.

Da chi lavora in questa maniera non ci si poteva aspettare niente di diverso: un ottimo prodotto, pulito, dall’ampio spettro aromatico e dal perfetto equilibrio. Un grande vino che da oggi occuperà un posto d’onore nella mia cantina.

 

La Franciacorta che non ti aspetti

Per anni, e forse ancora oggi, il termine Franciacorta è stato per molti sinonimo di Champagne italiano, complice il fatto che zona e tipologia di produzione sono sinonimi, proprio come accade oltralpe.

In Franciacorta si producono spumanti con metodo classico, utilizzando uve chardonnay, pinot nero, pinot bianco e ultimamente è stato ammesso nel disciplinare l’erbamat, vitigno autoctono della zona collinare bresciana.

Il trend dei vini naturali ha però raggiunto anche questo enclave e cominciano a diventare numerose le cantine che decidono di avvalersi di una viticultura moderna, che si rifà completamente al passato, quando le sostanze chimiche non avevano fatto ancora il loro ingresso tra i filari della vite.

Villa Crespia è una di queste realtà che, pur non abbandonando del tutto la viticultura cosiddetta convenzionale, immette sul mercato anche un prodotto completamente innovativo e mi riferisco al loro “Simbiotico”.

Questo spumante è prodotto con uve chardonnay in purezza, piantate in cima ad una collina di origine alluvionale, dove il terreno è poco profondo e ciottoloso e dove la famiglia Muratori ha deciso di coltivare l’uva senza additivi chimici, affidandosi esclusivamente alla natura e alla ciclicità dei suoi elementi. Batteri e microorganismi vivono indisturbati tra le radici della vite fornendone il naturale nutrimento e coadiuvando sole e acqua nella rigogliosa e sana crescita dei grappoli.

Anche nelle attività di cantina la mano dell’uomo è necessaria solo per controllare che gli eventi facciano spontaneamente il loro corso: il mosto fermenta da solo, senza l’aggiunta di agenti lievitanti, in fusti di acciaio dove vi rimane fintanto che sia completato il processo fermentativo. Successivamente lo chardonnay riposa sui propri lieviti per circa 7 mesi, quando viene posto in bottiglia dove affina per due anni.

Nessuna chiarificazione,nessuna filtrazione, nessuna stabilizzazione. “Senza uso di allergeni” recita l’etichetta, un prodotto bio e vegan.

Me l’hanno proposto al “Rosée” un wine bar di ultima generazione, uno di quei posti insomma dove si può bere qualche cosa di anticonvenzionale, pur restando nel centro di Milano.

Rigorosamente servito nel calice a forma di tulipano, quello approvato dal consorzio Franciacorta per intenderci, ad una temperatura molto bassa, ha dato il meglio di sé.

Un perlage fine e persistente, un colore giallo intenso, un profumo freschissimo di tiglio e uno spunto ossidativo che ne ha esaltato la mineralità. E in bocca sembrava non finire più.

Bellissimo modo per finire una lunga giornata lavorativa, quando il traffico della città è ormai lontano e le fioche luci notturne tracciano deboli contorni agli antichi palazzi del centro della mia adorata Milano.

 

* L’immagine di copertina è tratta dal sito di Villa Crespia che si ringrazia per la gentile concessione.

Il di vin castello

“Evento zero” recitava l’invito alla manifestazione organizzata entro le mura del Castello di Stefanago; una sorta di prova generale di qualche cosa che esiste da tempo, se non nella forma, almeno nella sostanza.

La famiglia Baruffaldi ha spalancato le porte di casa agli amici produttori di vini naturali e ha organizzato una bellissima manifestazione aperta ad un pubblico sempre più vasto di appassionati.

In tanti abbiamo valicato l’importante cancello che apre all’ultima faticosa salita dotati di un calice e di una tasca come si conviene nelle manifestazioni serie, quelle insomma in cui ti serve la mano destra per reggere la penna e la sinistra il taccuino.

La fatica dell’ultimo pendio fatto a piedi e i numerosi chilometri percorsi in macchina su strade, che in alcuni tratti si faticava a chiamare tali, è stata prontamente ripagata dal panorama mozzafiato a 360° sulle colline dell’Oltrepo’ pavese e dalla qualità dei vini in degustazione.

I produttori presenti erano per la maggior parte provenienti dalle zone limitrofe, ma grazie alla collaborazione con Radici Natural Wines, uno tra i maggiori distributori di vini naturali, anche le regioni geograficamente più lontane sono state ben rappresentate.

Per poter degustare tutto quanto è stato proposto ci sarebbero voluti non meno di un paio di giorni, quindi ho dovuto, purtroppo, selezionare. Nonostante questo la giornata è stata davvero impegnativa e provvidenziali sono stati i due punti di ristoro allestiti sul belvedere: salumi e formaggi locali di ottima qualità l’hanno fatta da padroni.

Le prime persone che ho incontrato all’interno del salone dove era stato allestito l’evento, sono stati proprio i padroni di casa, Giacomo Baruffaldi, il volto più noto, quello che il vino lo racconta, e suo fratello Antonio, l’enologo, il più schivo dei due, quello che lo fa.

La selezione l’ho fatta già a partire da loro. Ho tralasciato i superbi spumanti realizzati con metodo ancestrale e il riesling renano, che ho già avuto modo di apprezzare in altre manifestazioni, e mi sono indirizzata su quello che ancora non conoscevo, ossia il “Corti-Giano – Mi stai sulle bucce” e il “Ivan Drago – Ti spiezzo in tre”.

Già i loro “titoli e sottotitoli” parlano da soli, poi ci si mettono pure le etichette che sembra siano state disegnate a mano da un bambino.

“Corti-Giano – Mi stai sulle bucce” è un vino fermo, dal colore rosa buccia di cipolla, che già ci preannuncia una rifermentazione sulle sue fecce nobili. La base è un vino fuori zona, un cortese, che è coltivato nella tenuta secondo i rigorosi dettami dell’agricoltura biologica per la quale ha ottenuto la certificazione.

Per 62 giorni, recita l’etichetta, il mosto sosta sulle proprie bucce per prendere quel meraviglioso colore, quei sentori vegetali e quel poco di tannino, che altrimenti non avrebbe. La mancata filtrazione lo rende poco trasparente, ma proprio in questo è il suo fascino. L’entrata in bocca di questo vino è certamente importante e sembra quasi di masticarlo.

“Ivan Drago – Ti spiezzo in tre” è invece un pinot grigio, anch’esso prodotto nell’azienda e certificato biologico. Fin qui non ci sarebbe nulla di particolare se non che è frutto di uve provenienti da tre vendemmie diverse.

Un primo lotto è raccolto in anticipo, quando gli acini sono ancora acerbi e quindi la loro acidità è elevata. Una seconda parte è raccolta in piena e giusta maturazione. A ciò si aggiungono uve di vendemmia tardiva, ossia quando il loro grado zuccherino è maggiore.

E qui mi fermo. Non voglio svelare nulla di questo fantastico vino. Io l’ho trovato eccezionale e questo basta. Provare per credere, diceva quel tale…

Un’Orma di vino

Ebbene sì, devo confessarlo, non sono una grande appassionata di carne. Anzi spesso rifuggo dal mangiare quello che fu di un essere vivente.

Questo però mi porta inevitabilmente a bere i “soliti” vini bianchi che si accompagnano bene a cibi più delicati, come ad esempio le verdure, stufate o come condimento a primi piatti.

L’altra sera però mi hanno regalato una bottiglia di “Orma” e mi pareva brutto non berla subito.

Mi sono quindi messa ai fornelli e tra lo stupore generale dei miei commensali ho cucinato sulla piastra domestica – ahimè nel centro di Milano è molto difficile avere a disposizione del fuoco vivo – un paio di spesse e grasse bistecche. In un piatto ho messo del pomodoro ramato tagliato e condito con olio, aceto, sale e una bella spolverata di origano pugliese.

Nel calice avevo il mio “Orma”, un IGT Toscana prodotto con uve merlot, cabernet sauvignon e cabernet franc. Un bordolese di noi altri, insomma, prodotto in quella zona della Toscana chiamata Bolgheri e più conosciuta per i famosi Sassicaia e Ornellaia.

Il Podere Orma si estende per pochi ettari su un terreno argilloso e calcareo a Castagneto in provincia di Livorno, paese che già diede i natali ad uno dei più grandi poeti italiani, Carducci, presagio quindi di eccellenza a prescindere.

Appena aperta la bottiglia sono subito attratta dai profumi che invadono l’aria. Aromi di frutta a bacca rossa e spezie finissime non tardano ad uscire dal bicchiere. In bocca sento un vino pieno e complesso, dall’alcolicità importante. Ritrovo la ciliegia e la prugna unite ad una variegata speziatura: pepe nero, cannella, liquirizia. Scopro anche i terziari originati dal lungo affinamento in botte, come il tabacco ed il cuoio.

Sono catturata da un vino sontuoso, importante, complesso, che non ha nulla da invidiare ai più famosi vicini o ai cugini francesi. Un vero e proprio nettare che rapisce i sensi e che solo al secondo bicchiere scopro avere anche un affascinante colore rosso rubino, con luminosi riflessi purpurei, passato inevitabilmente in secondo piano davanti a cotanta ricchezza olfattiva.

Non mi resta ora che abbinarlo alla mia bistecca, ma quale bistecca? Quella che ormai fredda e poco invitante è abbandonata nel piatto?

La lascio là, rovinerebbe tutta la poesia di questa lunga persistenza che ancora invade i miei sensi.

In giro per Milano a degustare vino

Mi ci è voluta una settimana e anche più per riprendermi dalla Food Week milanese. Una settimana ricca di eventi dedicati al buon cibo che ha visto una consistente partecipazione di pubblico proveniente da ogni parte d’Italia che si è ben amalgamato dalla folta schiera di turisti che invadono Milano nelle giornate di primavera.

Per una settimana Milano è stata al centro del mondo culinario. Grandi chef hanno dato prova della loro arte, che, si sa ormai, deve essere giustamente accompagnata dal buon bere.

In questa saporitissima kermesse si sono distinti due appuntamenti dedicati unicamente al vino: Wine Days Italy e Best Wine Stars. Due manifestazioni molto simili tra di loro, anche nel nome, che hanno visto la partecipazione di un bel gruppo di eno-appassionati.

Wine Days Italy è stato allestito al “Base”, uno spazio eventi ricavato all’interno della dismessa fabbrica Ansaldo: un grande e bianco stanzone ravvivato dai molteplici colori delle bottiglie di vino. Gli espositori, quasi tutti piccoli o medi produttori, hanno presentato con la loro mai sopita passione il prodotto del loro paziente lavoro.

Impossibile elencarli tutti, ne propongo uno che mi ha particolarmente interessato, forse perché insolito rispetto a quello che sono abituata a bere.

L’“Asti secco Docg” di Acquesi è uno spumante realizzato con metodo Martinotti, partendo da una base di moscato bianco, vitigno per eccellenza di quella zona, vinificato in secco. Beh, insomma, è facile capire da queste poche parole che ci troviamo di fronte a qualcosa di insolito.

Il moscato bianco, uva aromatica per eccellenza, qui è stata privata quasi completamente del suo naturale zucchero, che nel corso della vinificazione viene “svolto”, quindi tramutato in alcol. Non per niente ci troviamo di fronte uno spumante dall’11% di volume in alcol.

La spuma risulta ricca e persistente. In bocca è certamente uno spumante impegnativo, dalla beva inusuale, proprio perché siamo abituati ad abbinare l’aromaticità del moscato bianco con la sua dolcezza. Particolarmente accattivante è la bottiglia di vetro trasparente, arricchita da un ricamo floreale in stile liberty.

Location del tutto diversa ha ospitato invece Best Wine Stars.  L’elegante chiostro del Museo Diocesano ha abbandonato la sua sacralità per gettarsi tra le braccia di Bacco per una due giorni ricca di piacevoli incontri. Qui ho rivisto produttori, ormai diventati amici come quelli di DonnaLia, e altri che presto lo diventeranno, ne sono sicura.

Alta e molto curata la selezione dei vini provenienti da tutta Italia.

Michelangelo Alagna delle Cantine Anabasis in quel di Marsala mi ha fatto assaggiare il suo “Hedonysm” e ne sono rimasta incantata.

Mentre degustavo questo zibibbo in purezza, ho ascoltato il racconto che ne faceva il suo ideatore e mi sono sentita come teletrasportata su un’assolata spiaggia siciliana, tra profumi di salsedine e di erbe aromatiche, accarezzata da una dolce brezza.

La filosofia aziendale è quella di valorizzare i vitigni autoctoni, in modo tale da catturarne le caratteristiche principali. La loro produzione infatti si limita a grillo, nero d’avola e zibibbo, tutti vinificati in purezza. I loro vitigni sono impiantati a ridosso del litorale e risentono di tutti i benefici derivanti dalla vicinanza del mare.

Ritrovo nel bicchiere il giallo del sole, la sapidità del mare, i frutti bianchi estivi e la mineralità delle scogliere. Interessante e intrigante come solo i siciliani sanno essere. Uno spettro aromatico molto ricco e una beva tutt’altro che semplice. Aromi di frutta candita dalla lunga persistenza si impossessano delle papille gustative, per nulla intenzionati ad andarsene.

L’impegno nella produzione di vini di alta qualità e la soddisfazione per aver ottenuto quanto desiderato sono due facce della stessa medaglia, come i due volti antitetici raffigurati sull’etichetta: tanto è maggiore l’impegno profuso, migliore sarà la qualità del prodotto ottenuto.

O almeno questa è la filosofia delle Cantine Anababis, alla quale con molta umiltà mi associo volentieri!

Come il cubo di Rubik

Chissà quanti si ricorderanno del cubo di Rubik, quel dado fatto di tanti tasselli che dovevano essere ricomposti per dare origine a sei facce di uno stesso colore.

A me è venuto in mente degustando il Lüsent, dell’Azienda Vitivinicola Eusebio. Mi sono trovata davanti ad un prodotto completamente diverso da quelli che si è soliti bere, difficilmente descrivibile utilizzando i rigidi termini di una scheda di degustazione.

L’etichetta recita “vino bianco”, ma nel mio bicchiere c’è un vino dal colore ambrato, quasi marrone. Assenti o impercettibili gli aromi floreali e la freschezza della beva tipica della vinificazione in bianco. Al naso mi colpiscono subito gli aromi terziari e principalmente quel sentore ferroso tipico dei vini ossidati e in bocca il tannino risulta quasi ruvido.

Accantono allora la scheda di valutazione dei bianchi, nella quale non mi ritrovo per niente.

Ma questi descrittori non sono neppure quelli dei rossi: non individuo né la tonalità del colore, né la gamma dei profumi. Ecco, forse solo la persistenza li richiama un po’.

Non mi è rimasto allora che chiedere spiegazioni al produttore, Marilena, una simpaticissima signora a cui si illuminano gli occhi quando parla del suo vino e delle sue viti.

Mi racconta che il Lüsent è prodotto con Erbaluce “vinificato in rosso”. E lo sconforto mi assale, demolendo un altro tassello delle mie poche, pochissime certezze. Però la lascio parlare perché senza ombra di dubbio ne sa ben più di me.

Comincia a raccontarmi della sua azienda, a Salussola, in quella parte di collina morenica denominata “Serra d’Ivrea”, nella quale sono banditi i diserbanti chimici e viene dato largo spazio alla lotta integrata, nel completo rispetto dell’ambiente.

Qui i filari di erbaluce sono posizionati su terrazzamenti creati con muretti a secco e coltivati a “pergola espansa” come è tradizione nella zona.

L’uva viene raccolta a completa maturazione, ossia quando gli acini assumono un colore dorato, e sottoposta ad un processo di diraspatura al quale segue un periodo di fermentazione sulle proprie bucce di una decina di giorni. Svolti tutti gli zuccheri, il mosto viene torchiato e lasciato riposare in botti di acciaio.

Seguono le consuete pratiche di cantina di svinatura e filtrazione naturale. L’assenza di solfiti aggiunti attiva un processo di ossidazione che è quello appunto che conferisce questo particolare colore tendente al marrone e gli aromi ferrosi.

Il risultato è un prodotto fuori dagli schemi ai quali noi siamo abituati, un vino “sfrontato, che uccide le papille” come Marilena è solita definirlo.

O lo si ama o si odia, senza mezzi termini. Certamente un’ottima scoperta e un nuovo tassello da aggiungere al panorama enologico italiano.

Due da uno

Due da uno: due spumanti da un unico vitigno. E qui non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che la base spumante è una barbera.

Sì, avete letto bene: una barbera!

Ci troviamo nel cuore del Monferrato, a Costignole d’Asti. Qui sulla collina di Sant’Anna la famiglia Lenti nel recente 2012 acquista una cascina e per prima cosa recupera il corpo vitato: circa 5 ettari, uno dei quali viene reimpiantato completamente. Di uve barbera e moscato, manco a dirlo, sono i filari.

La signora Orsetta, indiscussa padrona di casa, ha un modo di atteggiarsi quasi antico, con un qualcosa di nobiliare, e nel suo elegantissimo abito di sangallo blu mi racconta con passione le sue giornate passate in vigna e in cantina.

Mi mostra con orgoglio le nodose viti, vecchie di qualche decennio e i più giovani virgulti, già però in grado di produrre dell’ottimo vino. Mi spiega come lei e la sua famiglia si prendono cura della vigna e della cantina; con dispiacere mi confida che non si attivano per ottenere la certificazione “bio” in quanto i vigneti confinanti sono trattati con i sistemi convenzionali e di questo ne risente tutto l’eco-sistema della zona.

Tuttavia il rispetto dell’ambiente li porta continuamente verso scelte il meno possibile invasive. Il recente posizionamento di una centralina metereologica direttamente in vigna consente interventi focalizzati e dal minimo impatto ambientale.

Qui la vendemmia è fatta tutta manualmente, nel rispetto pieno della vite.

Mentre la mia attenzione è rivolta a questo suadente racconto, i miei occhi sono catturati da due bottiglie chiuse con il tappo fungo e la gabbietta, forse proprio perché gli spumanti nel Monferrato sono rari e hanno sempre qualcosa da raccontare. Proprio come questi due.

Sorsi di Emozione” è uno spumante metodo Martinotti. La base è una barbera vendemmiata ai primi di settembre alla quale è aggiunta una piccolissima percentuale di chardonnay. Il vino viene lasciato per circa sei mesi a contatto con le proprie bucce mantenute in sospensione e rimescolate con bâtonnage settimanali. Nella primavera successiva alla vendemmia avviene la presa di spuma e il successivo affinamento in bottiglia per qualche mese. Insomma, in meno di un anno abbiamo la possibilità di degustare un ottimo spumante dal bel colore giallo paglierino e dal fine perlage, è armonico e ci regala un’ottima freschezza unita ad aromi fruttati per nulla scontati. Il titolo alcolometrico si aggira intorno al 12% ed è classificato come brut.

Incanto” è uno spumante metodo classico. La base è costituita unicamente dai migliori grappoli di barbera, selezionati a mano uno per uno. Il corpo e l’eleganza di questa base sono frutto di un passaggio in barriques e dei bâtonnage a frequenza settimanale. Ai primi caldi avviene la presa di spuma innescata da un mosto fermentato di moscato approntato per l’occasione e conservato ad una temperatura di 0°. Il contatto con il vino caldo e innalzamento delle temperature stagionali avviano naturalmente la presa di spuma.  Su questi lieviti del tutto indigeni il nostro spumante giace per 24 mesi. Per il necessario rabbocco successivo alla sboccatura si ricorre alla base barbera. Gli unici zuccheri presenti sono quelli naturali del mosto di moscato che si svolgono completamente nel corso del processo fermentativo. Ne consegue che questo spumante dal titolo alcolometrico pari a 12,5% possa essere classificato come pas dosé. Rispetto al precedente, questo spumante risulta arricchito degli aromi tipici del “passaggio in botte” e della naturale morbidezza che ciò conferisce, oltre ai sentori di crosta di pane e di crema al burro che i lieviti portano con sé.

Due spumanti così simili ma così diversi, come due fratelli nati dalla stessa madre. E a noi, poveri assaggiatori, non rimane che l’imbarazzo della scelta.