Umore nero

Produttore: Castello di Luzzano

Denominazione: Umore nero

Vitigni: Pinot Nero 100%

Affinamento: acciaio

Temperatura di servizio: 16°-18°

 

E’ un pinot nero fuori dagli schemi classici, dal colore rosso rubino brillante, spirito giovane ed un po’ irriverente come il suo nome. Non ha passaggio in legno o note di invecchiamento, ma è delicato al palato e profuma dolcemente di rosa.

La vinificazione è di tipo tradizionale con contatto del mosto sulle bucce. A questa segue un passaggio in vasche di cemento vetrificato e  a fine primavera finalmente è imbottigliato. L’affinamento in bottiglia giova in modo particolare a questo vino che esprime il suo meglio dopo due anni di permanenza in bottiglia.

E’ un vino molto elegante che si accompagna bene a tutto pasto.

La parola “umore” ha tanti significati: è il succo che stilla dall’acino ma anche uno stato d’animo. Per rappresentare l’ “UMORE NERO” si è voluta usare la grafica fumettistica, come fosse un’idea che si ha in testa. Il nome e l’etichetta rispecchiano perfettamente il tipo di vino proposto: giovane e moderno. Idea e disegno di Giovannella Fugazza, una delle due proprietarie dell’azienda.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda da oltre vent’anni aderisce ad un programma di agricoltura biologica integrata, sotto il rigoroso controllo di organi regionali, per un uso ridotto di fitofarmaci e fertilizzanti. Il 100% dell’azienda adotta l’inerbimento sotto filare. La raccolta delle uve è eseguita prevalentemente a mano e alcuni vigneti, meno ripidi, sono stati predisposti per una raccolta anche meccanica eseguita con attrezzature di proprietà.

L’azienda imbottiglia solo vini prodotti con uve di proprietà, selezionando i migliori vigneti. Ogni vigna è raccolta e vinificata separatamente per mantenere appieno le sue caratteristiche.

La cantina di vinificazione è ubicata in un’ala del castello. Venne costruita nel 1936 ed è completamente interrata. La sua ubicazione, la funzionalità, la capacità di stoccaggio con prevalenza di vasche in cemento vetrificate hanno fatto sì che,  modernamente attrezzata ovviamente, si continui ad utilizzarla ancora oggi. Il reparto di imbottigliamento e stoccaggio è invece stato costruito nel 1985. L’antica cantina del castello, di epoca medioevale, è dedicata all’affinamento in barriques di vini rossi riserva.

 

 

I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

Chateauneuf du Pape

Produttore: Domaine Durieu

Denominazione: Chateauneuf du Pape

Vitigni: grenache 80% syrah 10% mourvedre 5% cinsault 3% counoise 2%

Alcol: 14,5%

Annata: 2013

Temperatura di servizio: 16°/18°

 

Le uve utilizzate per la produzione di questo vino sono coltivate su un terreno che si estende per 30 ettari ed è situato sull’altopiano di Farguerol.

La coltivazione è di tipo tradizionale e la vendemmia manuale.
Le uve sono vinificate separatamente per tipologia e poi assemblate in botti grandi da 150 ettolitri.
Il mosto appena vinificato subisce continui rimontaggi per due ore e successivamente permane sulle bucce fini per 30 giorni, poi viene messo ad affinare in botti per 18 mesi. Subisce una leggera filtrazione senza collageni prima di essere messo in bottiglia.
Questo vino è prodotto con le uve tipiche del territorio in proporzioni variabili a seconda dell’annata. Il suo aroma è sempre molto ampio e potente con note fresche e fruttate che aggiungono eleganza a questo grande cru.

 

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE

L’azienda vinicola, che in questa zona prende il nome francese di Domaine, ha avuto avvio all’inizio degli anni ’70 e la cantina fu costruita nel 1976, anno in cui è stato messo in commercio il primo millesimato. L’impianto delle viti è molto antico: alcune viti sono antecedenti alla prima guerra mondiale e proliferano accanto a ceppi decisamente più giovani.
Oggi la cantina offre ai clienti la possibilità di degustare e comprare i vini bianchi e rossi eleganti e potenti, fatti con passione e frutto della grande varietà dei differenti vitigni e alla grande qualità dei terreni. In questi ultimi anni un nuovo impulso commerciale ha permesso che queste bottiglie fossero presenti nelle maggiori manifestazioni di settore e di conseguenza anche sulle nostre tavole.

Sandbichler Pinot Noir Riserva

Produttore: H.LUN
Denominazione: Alto Adige Doc
Annata: 2016
Uve: Pinot Nero 100%
Affinamento: legno grande e barrique
Alcol in volume 13,5 %
Temperatura di servizio: 16° C

Questo vino ha un colore tra il rubino e il granato, molto luminoso.
Al naso rivela accattivanti note di confetture di prugna, liquirizia, terra, muschio, fiori e spezie.
Molto fine ed elegante sia al naso che in bocca dove troviamo i giusti tannini e una buona componente di acidità.
Un vino di grande equilibrio.

I vini Sandbichler sono il prodotto di punta della linea di qualità e sono sottoposti per questo a severissime procedure di selezione delle uve già nel vigneto.
Cresciuto sui soleggiati versanti orientali della Bassa Atesina, questo Pinot Nero matura, dopo una fermentazione in acciaio, nelle tradizionali botti di legno e una piccola parte nelle botti di rovere francese, come da pluriennale esperienza. La fruttata intensità e la sua pienezza rendono questo vino veramente unico.

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE
Nella lunga tradizione vitivinicola dell’ Alto Adige, i vini H. LUN hanno sempre ricoperto un ruolo molto speciale. Con grande competenza e lungimiranza, già nel 1840, Alois H. LUN ebbe il coraggio imprenditoriale e la tenacia di produrre vini esclusivi provenienti dalle migliori vigne. Sino ai giorni nostri, nulla è mutato della filosofia aziendale che vede nella continuità e nella qualità il vero tratto distintivo della cantina.

Valente

Produttore: Podere il Castellaccio
Annata: 2015
Denominazione: IGT Toscana
Varietà: Sangiovese, Pugnitello, Foglia Tonda e Ciliegiolo
Alcol: 14%

La vigna, di circa 1,5 ettari, è posizionata 160 m s.l.m. in un territorio caratterizzato dalla presenza di scisto di galestro. L’impianto ha una densità di 5000 ceppi per ettaro, con una esposizione Nord/Sud e l’età delle viti si aggira intorno ai 50 anni.

Il clima in questa zona è temperato, contraddistinto da estati molto lunghe così da favorire durante il giorno un’ottima luminosità. L’inverno è da considerarsi mite.

Il 2015 è stata un’ottima annata caratterizzata da poche piogge estive ma intense che hanno creato un profilo molto interessante per questa vendemmia. Le temperature soprattutto di luglio e di inizio agosto sono state alte ma mai eccessive, di fatto le piante hanno fornito maturazioni complete e veloci, ricche di complessità.
La ricchezza di polifenoli così come la finezza è rilevante e dovuta probabilmente all’annata equilibrata ed alla luminosità avuta in questo territorio. Questa regolarità ha consentito maturazioni complete e tannini fini delle uve.

Le uve sono state vendemmiate tra l’ultima settimana di settembre e la prima di ottobre. La fermentazione è separata per ogni vitigno ed avviene in botti di legno da 20 hl con una macerazione sulle bucce di circa due settimane. Dopo la svinatura il vino rimane per 12 mesi nelle botti di legno da 20hl. Segue l’imbottigliamento e un affinamento di 12 mesi in bottiglia.

Note degustative:
Colore rosso rubino intenso e luminoso. Al naso predominano note eleganti di fiori secchi appassiti accanto a richiami di visciole e piccoli frutti a bacca nera, note balsamiche e speziate, vaniglia e sentori resinati della pineta mediterranea. In bocca si denota la buona struttura, la trama tannica è fitta ed elegante ancora in evoluzione verso morbide sensazioni vellutate, con una buona freschezza finale.

Dalle uve ai fenicotteri rosa

La settimana dedicata al Movimento Turismo del Vino Puglia è ormai alle spalle e sono svaniti anche tutti gli aromi dei prodotti locali che la generosità della gente pugliese aveva portato con sé.

Abbiamo potuto degustare l’elegante olio, in purezza oppure aromatizzato, fatto colare su fette di pane casereccio. Taralli e friselle non sono certo mancati. Tutti serviti in accompagnamento al primitivo o al negroamaro, i vini simbolo di quella bellissima regione.

La manifestazione si è snodata nel corso di un’intera settimana e ha coinvolto una decina di enoteche nella sola città di Milano, quindi è facilmente immaginabile la quantità di bottiglie stappate e i fiumi di vino sgorgati. Alcuni sono stati apprezzati per la loro qualità, altri per il forte legame con il territorio, alcuni perché più semplici altri perché complessi. Insomma, ce n’era per tutti i gusti.

Uno di questi mi ha particolarmente colpito non solo perché ha subito incontrato il mio gusto, ma perché porta con sé un bellissimo progetto. Si tratta di un blend di uve negroamaro, primitivo con una piccola parte di merlot che tuttavia fornisce un considerevole apporto.

Il colore infatti è di un bel rosso rubino, brillante, con riflessi a tratti violacei. Al naso sono subito percepibili i sentori di frutta rossa a bacca piccola, matura, che in bocca lasciano spazio anche alle spezie, al tabacco e al cioccolato. I tannini sono morbidi e la beva è molto piacevole. Insomma un gran bel vino da portare sulla nostra tavola.

Sull’etichetta troviamo tutto quello che ci serve per conosce il progetto collegato e anche qualche cosa di più. Iniziamo dal suo nome, “QU.ALE”,ossia le iniziali del nome e del cognome della sua ideatrice, Alessandra Quarta. Figlia di quel Claudio Quarta che è proprietario di tre tenute agricole situate nella provincia di Avellino (cantina Sanpaolo), Lecce (cantina Moros) e Taranto (tenuta Eméra), ha scelto quest’ultima per tenere a battesimo il suo innovativo prodotto.

Da oltre un decennio la famiglia Quarta produce i suoi vini nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’uomo, affidandosi all’agricoltura biologica, ma Alessandra con questo progetto ha voluto fare un ulteriore passo avanti: bottiglia, tappo ed etichetta sono fatti con materiali riciclati e a loro volta riciclabili. Una parte dei proventi delle vendite del vino è destinato alla salvaguardia della “Salina Monaci” a Manduria, dove è stata costituita una Riserva Naturale per la salvaguardia dei fenicotteri rosa, specie animale destinata all’estinzione se non amorevolmente protetta.

Come se non bastasse, ogni bottiglia riporta un codice che permette agli utilizzatori finali di donare a loro volta una somma di denaro, piccola o grande che sia, ad una organizzazione no profit liberamente scelta. E su questa etichetta, che sembra non essere grande abbastanza, c’è anche posto per i primi sei articoli del “Manifesto per una democrazia del vino”.

Che cosa chiedere di più se non qualche calice per brindare in compagnia?

 

L’occhio del gallo

L’avevo conosciuto ad una manifestazione di vini naturali questa primavera, l’ho trovato di nuovo a Bottiglie Aperte e ho avuto la conferma che il “Vino Cotto Stravecchio” di Tiberi David è garanzia di un’ottima bevuta.

Per poterlo comprendere a pieno è necessario però prima conoscere bene chi lo produce.

L’azienda agricola Tiberi David è situata nelle Marche, a Loro Piceno, in una parte di quell’Italia strettamente legata alla tradizione, dove ancora oggi le feste di paese sono rallegrate da danze e sfilate in costumi tipici locali.

Ancorata alla tradizione e fortemente arroccata sul territorio è la produzione di questo vincotto.

La cottura del mosto è una tecnica di conservazione che risale ai secoli passati; era riservata al vino che doveva affrontare lunghi viaggi con mezzi di trasporto certamente meno veloci e stabili di quelli odierni, oppure quando l’uva era di scarsa qualità e inevitabilmente destinata a diventare presto aceto.

Nell’Italia Centrale, inoltre, il pensiero popolare riteneva che il vincotto avesse proprietà taumaturgiche: era somministrato nella dose di un cucchiaio al giorno agli adulti che erano costretti a lavorare in condizioni difficili, proprio per aumentare le difese immunitarie; ai bambini gracili era spalmato sulle gambe per rafforzarne i muscoli.

Oggi del vino cotto se ne fa un uso diverso: viene consumato in accompagnamento a dolci molto speziati o formaggi dalla lunga stagionatura. Nell’azienda agricola Tiberi David, tuttavia, è ancora fatto come una volta.

Le uve trebbiano, sangiovese, montepulciano e verdicchio sono raccolte a mano, trasportate in cassetta e subito pigiate e torchiate. Il mosto così ottenuto viene posto in un grosso paiolo di rame e messo a bollire a fuoco diretto fino a che il suo volume si riduce ad un terzo e assume un colore ambrato molto simile a quello dell’occhio dei galli, dal quale prende orgogliosamente il nome. Posto, poi, ad affinare in botte viene, se così si può dire, dimenticato lì per almeno un decennio.

Quando il mastro di cantina lo giudica pronto, il vino viene prelevato e messo direttamente in piccole bottiglie da 50 cl dove continua il suo affinamento prima di essere immesso sul mercato.

La grande varietà delle uve e la lunga permanenza in botte permettono che questo vino sviluppi una grande varietà di aromi: datteri, fichi secchi, miele e spezie si percepiscono subito al naso. Ritroviamo gli stessi sentori anche in bocca dove l’elevato grado zuccherino e il significativo tenore alcolico ben si equilibrano con la spiccata acidità.

La mancata filtrazione e la combinazione variabile di uve bianche e nere fanno sì che questo vino di sviluppi caratteristiche molto diverse di anno in anno: ho avuto il piacere di degustare sia l’annata 2003 sia la 2005 e mi sento di dire che quest’ultima aveva una complessità aromatica ed un grado zuccherino maggiore.

Bisognerebbe, a questo punto, fare un salto indietro nel tempo e confrontare le due vendemmie e le loro differenti caratteristiche per comprendere se e quanto il raccolto abbia effettivamente influito sul prodotto finale, oppure se il fattore determinante sia unicamente la botte e la sua età.

Trovata o meno la risposta a questo interrogativo, risulta fuori discussione il fatto che ci troviamo davanti ad una piccola perla del panorama enologico italiano, sconosciuta al grande pubblico e forse proprio per questo ancora artigianale e incontaminata.

Vespoline a confronto

Se mai si volesse fugare qualche incertezza sul concetto di terroir, se mai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul suo significato e sul suo valore, potrei suggerire di farsi un giro nella zona di Ghemme e degustare la Vespolina, un vitigno coltivato quasi esclusivamente sulle colline novaresi.

Geograficamente ci troviamo sotto le pendici del Monte Rosa, nella parte più a Nord del Piemonte.

Qui la presenza di antichi ghiacciai ha permesso la formazione di colline dal sottosuolo morenico vicino ad altre con terreno prevalentemente argilloso.

A pochi metri di distanza e situate entrambe nel comune di Ghemme, in provincia di Novara, ci sono due cantine che producono da anni la Vespolina in purezza, l’azienda agricola Torraccia del Piantavigna e l’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo.

Le ho assaggiate entrambe, vendemmia 2016. Ho trovato due vini molto diversi tra loro.

La Mostella, prodotta dall’azienda Torraccia dei Piantavigna si presenta di un bel colore rosso e stupisce subito per l’intensa aromaticità e il forte sentore di spezie percepibile fin dal naso. Cannella, noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano ci accompagnano anche nlla beva che per questo risulta molto gradevole.

 

 

Villa Horta, degli Antichi Vigneti di Cantalupo, conserva il naturale colore rosso intenso, ma si distingue per la corposità, l’eleganza e la finezza al palato. Gli aromi volgono piuttosto al cuoio e al tabacco. Una beva sicuramente più impegnativa, anche se altrettanto piacevole.

 

 

La vendemmia in questa zona è manuale per tradizione e le uve selezionate subiscono una permanenza di una decina di mesi in cisterne di acciaio per poi completare il loro affinamento in bottiglia prima di essere immesse in commercio. Nell’una come nell’altra azienda.

Come mai allora ci troviamo davanti due prodotti molto diversi tra di loro? A che cosa dobbiamo questa differenza?

Che sia proprio il luogo dove sono impiantati i vigneti a fare la differenza?

L’azienda agricola Torraccia del Piantavigna coltiva la Vespolina su un terreno argilloso, l’aria fredda che scende dal Monte Rosa d’inverno inneva i ripidi pendii vitati e in estate rende il clima molto fresco.

L’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo, invece, si estende su terreni prevalentemente morenici, posti tra i 250 ed i 310 mt/slm con esposizione verso Sud, Sud-Ovest e maggiormente riparati dalle correnti provenienti delle Alpi limitrofe.

Suolo e sottosuolo, disposizione geografica e clima, uniti insieme, caratterizzano in modo inequivocabile l’uva che, sebbene vinificata e affinata in egual modo, dà origine a vini significativamente diversi tra di loro.

 

 

* in copertina: Centro storico di Ghemme

Lo zucchero, la nuova frontiera dei tappi

Qualche settimana fa ha attirato la mia attenzione un grosso titolo comparso su un quotidiano milanese. Recitava così “Barolo, ora il tappo è di zucchero”. “Barolo” e “zucchero” nel mio immaginario sono due parole che non possono coesistere in un’unica frase.

Troppo forte la mia curiosità per non fermarmi a leggerlo e poi a documentarmi, perché quello che era riportato in quella mezza pagina non mi aveva convinto fino in fondo e perché, in fin dei conti, era uno di quegli articoli fatti forse più per pubblicità che per informazione vera e propria. Ma forse era proprio questo l’intento del giornalista.

Di sughero, della sua scarsità, dei suoi costi, si parla da tanti anni. In Italia il tappo di sughero, quello fatto da un unico pezzo, ormai è destinato alla chiusura di bottiglie di un certo pregio, il vino vocato all’invecchiamento, quello della tradizione italiana più profonda, come Barolo, Chianti, Amarone, gli spumanti e pochi altri, tutti comunque appartenenti ad una fascia alta in termini di costi.

Per la produzione che non necessita di invecchiamento o per quella che non modifica le sue caratteristiche con il passare del tempo, la moda e la spending review hanno fatto optare per i comodissimi tappi di silicone che hanno l’ulteriore vantaggio di non danneggiare il vino con il temuto “odore di tappo”.

Responsabile di questo difetto è un fungo, l’Armillaria mellea, un parassita della quercia da sughero. Quando questa non è trattata con i dovuti accorgimenti o è mal conservata il parassita prolifera e sviluppa il tricloroanisolo, l’isomero che, appunto, origina questo sgradevole sentore.

È davvero un peccato aprire una bottiglia e farla correre direttamente nello scarico del lavandino senza poterla bere, drammatico diventa quando ad essere imbevibile è un’intera partita, diciamo qualche centinaio di bottiglie.

Ed è quello che è successo qualche tempo fa all’azienda Brandini, una giovane realtà del Monferrato, che produce vini biologici e che a causa di questo fungo ha perso quasi per intero un’annata del suo pregiato Barolo.

Da questa disavventura è iniziata la loro ricerca di una chiusura per le bottiglie che fosse ecologica e con la medesima capacità traspirante del sughero, caratteristica indispensabile per i vini che si evolvono con il passare degli anni.

È iniziata così la collaborazione con la Vinventions, azienda specializzata nella produzione e commercializzazione di chiusure per qualsiasi tipo di contenitore e, in particolare, con il loro marchio Nomacorc che è giustamente considerato l’anima verde dell’intero gruppo.

Nomacorc Green Line rappresenta una nuova “categoria” di tappi, preparati con materie prime sostenibili e rinnovabili, costituite da polimeri derivati dall’etanolo ottenuto dalla canna da zucchero. Permettono lo scambio di ossigeno tra l’esterno e l’interno della bottiglia, così da garantire l’evoluzione del vino e la sua longevità. Hanno un aspetto elegante con le loro striature che assomigliano molto a quelle del sughero, sono riciclabili. Non sono, però, attaccabili dalla temuta Armillaria mellea!

E così ci si trova di fronte ad un altro progetto rispettoso dell’ambiente: la canna da zucchero utilizzata per la produzione di questi tappi proviene da coltivazioni controllate, dove l’utilizzo di pesticidi e diserbanti chimici è ridotta al minimo, dove le coltivazioni non hanno un impatto ambientale forte e dove non c’è sfruttamento di manodopera.

Ecco allora che “Barolo” e “zucchero” trovano una bellissima sintonia all’interno di un’unica frase e sulla nostra tavola!

 

Nina, il bovale

Credo che solo impostando un aggiornato navigatore si riescano a trovare facilmente le cantine Su’entu io però le ho scoperte in una calda serata estiva nel pieno centro di Milano.

I filari della vite e la cantina si trovano infatti lungo quell’unica strada assolata che collega Oristano a Cagliari, nell’entroterra di quella bellissima Sardegna più conosciuta per il mare cristallino, tanto caro alla Milanobene.

“Su’entu”, il vento, ha spinto la famiglia Pilloni a compiere questa grande impresa, ossia produrre dell’ottimo vino in una delle regioni più difficili, ma anche affascinanti della nostra Italia. Ed è ancora il suo soffio che anima la vita di questa realtà, sempre pronta a nuove sfide e a nuovi progetti.

Prima di tutto i vitigni coltivati. Vermentino, monica, cagnulari, cannonau e bovale, ossia i vini della tradizione sarda, quelli che i tecnici chiamano autoctoni, convivono accanto agli internazionali chardonnay, merlot e syrah, e alla falanghina, originaria della Campania, ma che qui trova una bella espressione.

Poi l’innovazione nel rispetto del territorio. I nuraghi, le antiche fortezze, che dominano la vallata e sembrano proteggere i vitigni sottostanti da improvvise invasioni, sono gelosamente custoditi e protetti dalle intemperie e dal passare del tempo attraverso opere di continuo restauro, proprio come si fa con la propria casa.

E nel “Nina Rosè” (Isola dei Nuraghi IGT),  il loro rosato, c’è tutto l’amore e la passione che circonda questo progetto. A partire proprio dalle uve bovale, un antico vitigno sardo, poco coltivato e per nulla conosciuto al di fuori della regione, ma in grado di dare vita a vini sicuramente interessanti.

L’intensità del colore rosa, che ha vivaci riflessi purpurei, va di pari passo con quella aromatica. La frutta rossa a bacca piccola, come ciliegie lamponi e ribes, si amalgama con i sentori delle erbe officinali, tipiche della bassa macchia mediterranea, passando anche per l’asprezza degli agrumi, pompelmo prima di tutti.

E se gli occhi e il naso sono rimasti affascinati da questa bellezza, anche il palato ne ha di che stare contento: un vino molto intenso, ben equilibrato, dove si ritrovano tutti quegli aromi che si erano percepiti fin dalla prima olfazione e che ora in bocca tardano a scomparire.

E lo spirito? Certamente ne ritrova anche lui beneficio, se non fosse altro che per la bassa temperatura a cui questo rosato va servito, circa 6°-8°, che ritempra il fisico dopo una lunga e calda giornata lavorativa.

Decisamente una bella scoperta questo Nina. Care amiche del Rosèe tenetemene una bottiglia in frigorifero ché passo a trovarvi presto!