Giovedì, vino!

Un tempo, era facile sentire dire in giro “Giovedì, gnocchi”, e scommetto che pochi di voi sanno il vero significato di questo modo di dire.

Ma da ieri sera, quando ho capito che, senza nemmeno farlo apposta, ogni giovedì sera mi ritrovo a condividere  una bottiglia con uno o più amici, la frase è diventata magicamente “Giovedì, vino!”. 

La versione originale è un modo di dire italiano, più precisamente romano, la cui origine si colloca nel dopoguerra: per soddisfare la richiesta di tutti, con i pochi prodotti disponibili sul mercato, il programma alimentare settimanale prevedeva “giovedì gnocchi, venerdì pesce e sabato trippa”. Si partiva con un piatto calorico in vista del venerdì, in cui secondo il credo religioso si rispettava il digiuno da carne e si potevano mangiare solo pesce e legumi. Gli gnocchi quindi erano il piatto più indicato per il loro potere saziante.

Ma torniamo al vino.
Anche ieri sera è bastato uno dei soliti miei messaggini alla persona giusta: “Ma tu non hai sete stasera?”-“Certo si che ne ho! Andiamo a berci qualcosa, da Valerio al Wineroad magari, che è parecchio tempo che non ci andiamo insieme.

Detto fatto. Alle 22.00 varchiamo la soglia del Wineroad, in viale Piave al 19, a pochi metri da Porta Venezia, uno dei cuori pulsanti della movida milanese.
Io sono praticamente di casa, tra compleanni e riunioni di redazione di Blogelier, serate estive ai tavolini all’aperto, chiacchierate e degustazioni durante prima e dopo l’esame per diventare Sommelier , qui ne ho passato di tempo e posso dire che è tra i miei posti del cuore. Enoteca con cucina, aperta a pranzo e a cena, ottima selezione dei vini, spiegati egregiamente da Valerio o Valeria, i gestori del locale, bravissimi sommelier.
I vini alla mescita sono riportati su una lavagnetta ma se invece, come succede spesso a me, si va con l’idea che “tanto ci facciamo consigliare da loro”, allora diventa un divertentissimo “problema”.

Ogni volta che decido di andare da loro senza una “voglia” particolare, senza un’idea precisa, si finisce con una carrellata di bottiglie prese dal frigo, dal magazzino o dagli scaffali. Per ogni bottiglia una spiegazione: territorio, annata, vitigno principale, nozioni sul produttore, curiosità.
Prendiamo ieri come esempio, da un mio “stasera niente vino bianco fermo però” sono arrivate sul tavolo un Metodo Classico dell’ Oltrepò, un Erbaluce di Caluso spumantizzata, uno Champagne, un Pinot Nero dell’Alto Adige, un Negroamaro, un Barolo e uno Sforzato di Valtellina. La confusione iniziale è in aumento. Ora ne vorrei provare almeno quattro.
Si inizia quindi a escludere per tipologia, per struttura e infine per rapporto qualità-prezzo, era pur sempre giovedì sera, e doveva essere una serata tranquilla). Valerio prova quindi ad aumentare le nostre idee confuse con un rosso dell’Etna e un rosso di Faro, ma pur sempre Sicilia.
Il Barolo sembra eccessivo e lo spostiamo dietro assieme agli spumanti e allo Champagne. Successivamente vengono raggiunti dal Negroamaro e dal Pinot Nero.
I miei occhi si posano quindi sullo Sforzato di Valtellina 2011 Albareda della Cantina Mamete Prevostini.
Ci viene detto che è l’ultima in magazzino, che di quella vendemmia non ne hanno più, che quel 2011 è totalmente diverso dagli altri anni e che potremmo bere “molto molto bene”.

Sfida accettata, Albareda 2011 sia!

Lo sforzato è prodotto con una tecnica simile a quella utilizzata in Valpolicella per l’Amarone. Le migliori uve di Chiavennasca, una sottovarietà del Nebbiolo, sono selezionate a mano e raccolte a maturazione avanzata, disposte sui graticci all’interno di locali areati chiamati fruttai per circa 90 giorni. In questo periodo avviene l’appassimento, l’uva perde circa il 35/40% del peso, diminuendo il contenuto di acqua ed aumentando il grado zuccherino.
Le uve per disciplinare possono essere pigiate dopo il 10 dicembre dello stesso anno della vendemmia, ma molti produttori della Valtellina aspettano gennaio o addirittura febbraio. Segue una fermentazione e un affinamento di almeno due anni prima in botte e poi in bottiglia.

Ma torniamo a quel vino che ha catturato la nostra attenzione:
Alla stappatura si capisce subito che abbiamo trovato il vino perfetto per la serata.
Nel calice un rosso granato scuro, poco scorrevole, al naso si percepisce l’eleganza della frutta matura, di prugna, more, e di confettura i fiori essiccati e un persistente ricordo di speziatura. La pungenza del cacao fa da principe, seguita successivamente dal tabacco e dal caffè.
Al palato è rotondo e morbido, potente, leggermente tannico, ma decisamente equilibrato. Molto persistente, le trame olfattive di confetture e tostature, ritornano a fine bevuta, ancora più evolute e complesse.
Un vino che è riuscito a farsi apprezzare anche senza un accompagnamento culinario, anche se con un formaggio di montagna, magari Valtellinese, sarebbe stato perfetto.
La serata è andata bene il vino era buono, l’enoteca è stata come sempre capace di farmi tornare a casa soddisfatto.

Un semplice messaggino a volte può risolvere una settimana stancante, può far conoscere vini esageratamente buoni e soprattutto fa capire che non si finisce mai di imparare.

Altemasi, dalla montagna allo Yacht di Milano

Milano, ultima domenica di settembre, sono partiti ufficialmente decine, centinaia di eventi sul vino, corsi, mini corsi; Ais e Fisar hanno ricominciato a far lezioni per formare  nuovi Sommelier; si avvicina la Milano Wine Week, ma soprattutto è il momento per “Trentodoc in Città – Milano 2018”, una kermesse rivolta ai professionisti del settore, agli estimatori ed  appassionati del metodo classico di montagna.
Durante questa manifestazione, esattamente per nove giorni, 19 tra locali, ristoranti e bar, ospiteranno aperitivi, eventi, party esclusivi, degustazioni e cene.

Ed è proprio di una cena che vi sto per parlare.
Invitato dalla mia amica Chiara, grande appassionata di spumanti e futura promettente sommelier, domenica sera ho deciso di cenare al Ristorante Nuovo Yacht di Milano: tre portate abbinate ad altrettante bottiglie di metodo classico Altemasi.

A presentare la serata, a raccontarci la storia di Altemasi, e le caratteristiche dei suoi prodotti, ci sono Roberto Sebastiani, Brand Manager Cavit/Altemasi, e Marco Zambianchi.
Scopriamo che la cantina Altemasi è socia della cooperativa Cavit di Trento, che ogni anno produce circa 70 milioni di bottiglie, bottiglia più bottiglia meno. Sono oltre 4500 i viticoltori che conferiscono le uve ad una decina di cantine sociali nelle quali sono prodotti i vini che comporranno poi la vasta gamma della produzione Cavit.

Si inizia con un calice di benvenuto, un Brut Millesimato 2014, composto unicamente da chardonnay proveniente da vigneti piantati tra i dai 400 agli 800 mt di altitudine. Bolla fine ed elegante, sentori di frutta al naso e freschezza in bocca.

L’antipasto, un’insalatina di polpo ligure con scaglie di Parmigiano Reggiano, sedano e frutti di bosco, invece è accompagnata magistralmente dal Rosè, composto da 40% chardonnay e 60% pinot nero, vendemmia 2018 coltivati nei dintorni di Trento e sull’Altopiano di Brentonico tra i 400 e i 600 mt. di altitudine.
Affina 30 mesi sui lieviti e la sboccatura è del 2018.
Di color rosa tenue, anche nel Rosé la bolla è fine e persistente. Il naso è invaso da sensazioni di frutta fresca, si riconoscono prugna, amarena, mela rossa e piccoli frutti di bosco; in bocca è molto ricco, complesso, molto equilibrato. L’abbinamento tra pietanza e spumante è ottimo, direi che iniziamo molto bene.

La prima portata è un risotto con scampi e fiori di zucca di ottima fattura. Il vino scelto dal ristorante è il il Brut Millesimato che avevamo bevuto come benvenuto, ma della vendemmia 2013, 48 mesi sui lieviti, sboccatura del 2018, molto più riposato e morbido rispetto a quello di prima.
La caratteristica che mi colpisce subito è la grana molto fine dello spumante, che dona eleganza al calice. I profumi sono complessi. Al naso si riconoscono note agrumate e di frutta bianca, in bocca è particolarmente fresco e di ottima struttura e equilibrio.

Le parole del cameriere “Adesso arriva la punta di diamante di Altemasi” mi incuriosiscono.

Manca un solo piatto, il salmone in crosta di pane, e in abbinamento c’è la Riserva Graal.
Lo spumante è composto dal 70% di chardonnay che vinifica in barrique, e dal 30% pinot nero.
Vendemmia 2010, sboccatura nel 2018, quindi ben 84 mesi sui lieviti.
Di color giallo dorato, perlage molto persistente, profumi molto fini ed eleganti, mela matura, nocciola, miele. Al palato si nota subito l’avvolgenza del sorso, arricchita dalla freschezza e dalla sapidità che danno la sensazione di totale equilibrio.
Il salmone, cucinato con grande maestria, era accompagnato ad una salsina,  una maionese sapientemente aromatizza, molto delicata ma allo stesso tempo capace di tener testa al vino che altrimenti avrebbe sovrastato il piatto.

Aveva ragione il cameriere. La riserva Graal è la vera punta di diamante della casa.

Dulcis in fundo una vendemmia tardiva di Cavit, Rupe Re, da accompagnare a piccoli squisiti biscotti fatti in casa.
Vino che nasce nella Valle dei Laghi, quella che porta da Trento a Riva del Garda, battuta da un vento che si forma tutti i giorni sul lago, l’ Ora, che permette ai grappoli di rimanere asciutti e di appassire tranquillamente in pianta.
Le uve sono gewürztraminer, sauvignon, incrocio Manzoni e nosiola. La beva è fresca, di piacevolissima dolcezza, che si abbina perfettamente ai biscottini.

 

La sensazione, dopo serate del genere, dove si ha la possibilità di assaggiare prodotti dell’eccellenza enogastronomica italiana, è sempre gratificante. Mi dirigo verso casa, in metropolitana ovviamente, rilassato, dimenticandomi che il weekend è appena finito e un altro lunedì mattina sta arrivando!

Piccolo roadtrip eno-gastronomico in Sicilia

Primi di Settembre. Tornato dalle ferie a fine Agosto, ancora tra borsoni e zaini vuoti da sistemare fino al prossimo viaggio, trovo la vecchia guida della Sicilia, convinto di averla persa o abbandonata da qualche parte e scopro segnalibri e appunti presi prima della partenza.

Questa del 2018 è stata un’estate da girovago. Una breve sosta dai miei genitori a Taormina, per poi prendere un autobus fino a Palermo, raggiungere Trapani e Marsala, nella punta ovest dell’isola, e in auto con amici, tornare a est passando per Noto e Siracusa, per concludere come ultima tappa, ancora Taormina.
Ed è proprio dalla perla del Mediterraneo, che voglio far partire il mio racconto-tour, un elenco dei migliori ricordi eno-culinari  di questi venti giorni.

Sono stato all’ Arco Rosso, era da anni che non tornavo in questo piccolo locale di amici, incastrato in una strettissima via, in discesa, tra un negozio di souvenir e i tavolini dei ristoranti in equilibrio precario.
A conduzione familiare, la specialità della casa sono le ottime bruschette, ma anche panini e taglieri di affettati misti con prodotti tipici siculi.
Decido quindi di assaggiare due bruschette, una con origano, aglio, pomodoro, prosciutto crudo e formaggio spalmabile e l’altra con pesto di pistacchio, melanzane, prosciutto crudo e grana a scaglie, entrambe su buon pane di casa. Devo dire ottime!

Il vino scelto per questo veloce aperitivo è stato consigliato dallo staff, Tenute Donna Elia 2016, Etna Bianco doc composto da carricante per l’80%, minnella e altri vitigni a bacca bianca per il 20%.
Giallo paglierino intenso, al naso si nota una nota fruttata intensa, inizialmente agrumata, poi di frutta bianca come pesca, accenni floreali, come l’acacia e una leggera mineralità.
In bocca si nota subito la sapidità e la freschezza. Un vino equilibrato, l’ho trovato interessante, abbinato soprattutto alla bruschetta con il pesto di pistacchio.

 

Abbandonata la “east cost”, i giorni successivi li ho passati a Palermo, tra le splendide cattedrali e i vicoli rumorosi e colorati dei mercati di Ballarò, della Vucciria e del Capo.

Sono stato con amici, dopo svariati e insistenti consigli, all’Osteria Ballarò, un ristorante molto particolare, un piccolo gioiello in mattoni e archi all’interno delle antiche scuderie di Palazzo Cattolica. Dopo la prima lettura del menù, capisco subito che uscirò soddisfatto. Tutti prodotti, dai formaggi ai vini, di Presidi Slow Food.

Carta dei vini che mette in difficoltà, per l’ottima scelta. Decido di ordinare Bianco Pomice, della cantina Tenute di Castellaro, un vino già bevuto in altre degustazioni ma mai a tavola con calma e accompagnato a ottimo cibo.
Vino prodotto sull’isola di Lipari, nelle Eolie, a 350 mt s.l.m. composto da malvasia delle Lipari per il 60% e carricante per il 40%.
Fermentazione in barriques e affinamento in bottiglia per due mesi.
Si presenta alla vista con un giallo paglierino scarico, con riflessi verdolini.
Al naso si percepiscono note floreali, che con il passare dei minuti vengono coperte da sentori di frutta fresca, erbacei, di macchia mediterranea, un leggero profumo agrumato, ma quello che spicca di più è la potente mineralità.
In bocca ha grande struttura, è parecchio persistente, fresco e sapido, torna prepotente la nota minerale.
Un vino di grande struttura, ma allo stesso tempo estremamente fine ed elegante. Unica pecca, l’abbinamento con una “Ricottina di bufala siciliana affumicata alle erbe, fiore di zucca in tempura e croccante al pistacchio di bronte”. E’ risultato un piatto troppo delicato per tener testa all’ottimo vino.

Terza e ultima tappa, ma solo per ordine cronologico, è Marsala.
Consigliati dalla persona che ci ha affittato casa, ci rechiamo a “Le Caserie, locanda di charme“, un luogo tranquillo, tra i vicoli bianchi di della cittadina, ristorante dell’omonimo hotel, non lontano dal centro.
Posto particolarmente bello, situato poco sotto il livello della strada, in mattoni, dove non prendono i cellulari, e si può cenare tranquillamente.

La scelta del vino qua è stata più facile. Non ci sono state esitazioni alla vista di Grappoli del Grillo, di Marco De Bartoli.
Un vino incredibile, 100% grillo coltivato nella storica contrada Samperi, poco lontana da Trapani, affina 12 mesi in fusti di rovere e altri 6 mesi di affinamento in bottiglia. Il colore è invitante, un giallo paglierino intenso, una trama complessa al naso, il bouquet floreale iniziale, con il passare dei minuti, scopre i profumi di frutta esotica, come l’ananas maturo.
Al palato è ben strutturato, un finale leggermente amaro, da mandorla, che aiuta la persistenza. Perfettamente bilanciato, questa volta penso di aver trovato un bell’abbinamento con il cibo. Infatti, dopo l’antipasto di crudo di mare diviso tra amici, mi fiondo su un tipico piatto, come quello che facevano le nonne un tempo: “Spaghetti spezzati in brodo di cernia di Marettimo, con scampi”. Matrimonio perfetto con il Grappoli del Grillo.

Ma siamo a Marsala. Non te ne sarai andato via da qua senza aver provato una delle decine di enoteche aperte fino a tardi? Direte voi.
Affatto, l’enoteca La Sirena Ubriaca, nel centro storico di Marsala, offre alla clientela la possibilità di fare degustazioni perfettamente guidate e spiegate da loro.
Chiudiamo la serata quindi con due tipologie diverse dello stesso vino: un Marsala Superiore Ambra Secco della cantina Casano e un Marsala Vergine delle Cantine Buffa.
Il primo, prodotto con Grillo, Cataratto e Insolia è di un color ambrato intenso, molto brillante, profuma di pasticceria siciliana, di mandorle,caramello.
Al palato è un esplosione di sapori, frutta secca, si nota il fico, un ottimo vino da dessert.

Il secondo, la versione Vergine delle Cantine Buffa invece, è tutt’altra storia. Prodotto con Grillo e Cataratto, ha un naso complesso, si va dalla confettura alla frutta esotica e al timo, fino alla vaniglia e al tabacco dolce.
Il gusto è estremamente elegante, strutturato, molto persistente, un bel ricordo che mi accompagna verso casa.

E soprattutto che merita l’acquisto la mattina successiva.

 

 

 

 

Benvenuta Milano Wine Week #MWW

Dopo la Fashion Week, la Design Week, la Food Week e la Social Week, a Milano, arriverà la Milano Wine Week.
E’ stata presentata ieri, 21 giugno 2018, nelle splendide sale del Palazzo Bovara, in zona Palestro, davanti ad un pubblico di giornalisti, blogger, addetti stampa, produttori di vino, associazioni sommelier, scrittori e critici, l’idea dell’imprenditore Federico Gordini, già creatore di Bottiglie Aperte, altro evento svolto nella città meneghina, e di Vivite, evento dedicato alle cantine cooperative italiane.

“Non è un’alternativa o una concorrenza alle fiere come il Vinitaly. È solo una novità. Milano non sarà capitale del vino, piuttosto capitale della comunicazione e del business che ruota intorno ad esso”.

Un evento sì ideato e creato da Gordini, ma con “l’aiuto” di un vero e proprio “comitato scientifico”, formato da importanti personaggi appartenenti al mondo del cibo, del vino e della comunicazione, come Luciano Ferrara, caporedattore del Corriere della Sera, Daniele Cernilli, fondatore della guida “Doctor Wine”, Pier Bergonzi, sommelier, vicedirettore della Gazzetta dello Sport e curatore della pagina “Gazza Golosa”, Andrea Grignaffini, membro del comitato scentifico di Alma, Gigi Brozzoni, curatore della Guida Oro Veronelli, Antonio Paolini, giornalista enogastronimico di Gambero Rosso e Luca Gardini, sommelier campione del mondo 2010.

La base, il cuore pulsante della Milano Wine Week sarà Palazzo Bovara, che ospiterà il primo ” Milano Wine Business Forum” oltre a eventi serali, workshop, masterclass.
Il vero evento si svolgerà in tutta la città; locali, enoteche e ristoranti saranno collegati tra loro per creare dei veri e propri distretti del vino.

La Milano Wine Week sarà aperta dalla settima edizione di Bottiglie Aperte, il 7 e 8 ottobre, nella nuova location di Superstudio in Via Tortona, e si chiuderà con la presentazione della Guida di Doctorwine a cura di Daniele Cernilli domenica 14 all’Hotel Principe di Savoia.
Altre importanti collaborazioni saranno quelle di Eataly, Signorvino e Rinascente Duomo.

Uno degli argomenti principali su cui si è soffermato il Presidente EPAM-FIPE e Vicepresidente di Confcommercio Imprese per l’italia, Lino Stoppani e su cui  si porrà molta attenzione sarà il tema riguardante l’educazione all’alcol e al bere.

Molto importante il supporto di Comune e Regione. Cristina Tajani, Assessore alle Politiche per il Lavoro, Attività Produttive e Commercio del Comune di Milano: “Il legame con il territorio si percepisce subito, con i quartieri di Milano protagonisti e i piccoli ecosistemi che si creano insieme ai cittadini e i distretti di pubblici esercizi. Il Comune farà la sua parte”. Lara Magoni, Assessore al Turismo e Marketing Territoriale di Regione Lombardia: “Ho imparato che per vincere bisogna stare vicini a chi vince. Milano sta diventando travolgente grazie a eventi del genere. Vorrò capire queste iniziative per portarle sul territorio. Oggi turismo non è più lago o montagna, ma emozioni o esperienza, e Federico sta portando questo esempio alla ribalta”.

Non ci resta che attendere ottobre allora. Sicuramente Milano e i milanesi non rimarranno delusi da questa Milano Wine Week! #mww!

 

Per rimanere aggiornati:
www.milanowineweek.com
info@milanowineweek.com

In gita sull’Etna

Tutti noi abbiamo un luogo del cuore, dove ci sentiamo a nostro agio e qualsiasi tipo di pensiero negativo sparisce per un istante.

Ecco, per la precisione io ne ho più di uno, e gran parte di essi sono nella stessa regione. La Sicilia, luogo di nascita dei miei genitori, e dove ho trascorso più di trenta vacanze estive ormai.

Il più importante, quello a cui  sono più legato, è la zona dell’Etna. Il vulcano attivo più grande d’Europa. Fin da piccolo gli arrivi all’aeroporto di Catania, o quelli in treno dopo estenuanti viaggi da Milano, avevano come obbiettivo quello di osservare il pennacchio fumante dell’immenso vulcano ogni volta che ne avevo possibilità, e lo scrutare il paesaggio infinito che parte dal Mar Ionio e finisce nel centro della Sicilia sperando sempre nel cielo limpido.

La fortuna vuole che nel territorio dell’Etna, si coltivi anche dell’uva, e con questa uva magnifica si produca dell’ottimo vino da sempre. Merito del faticoso lavoro dell’uomo che da secoli “arriva a compromessi” con la natura selvaggia del vulcano, della conformazione dei terreni, da quelli ghiaiosi e ciottolosi a quelli sabbiosi, e merito anche delle grandi escursioni termiche, tra la notte e il giorno.

Potevo quindi non approfittare di una mini vacanza in Sicilia a maggio?
Ispirato dalla bontà di una bottiglia aperta con amici mesi fa, e catturato da sempre dalla bellissima e allo stesso tempo semplicissima etichetta, decido di recarmi in compagnia di mio cugino, all’Azienda Agricola Girolamo Russo, a Passopisciaro, un piccolo borgo in provincia di Catania, nel cuore della zona di produzione della Doc Etna.

Ad accogliermi è Dante, fidato braccio destro di Giuseppe Russo, titolare dell’azienda. Assieme a lui c’è un altro ragazzo “enocurioso” come me, direttamente dalla California e appassionato di vini Italiani. Nemmeno il tempo di parcheggiare l’auto, che subito mi fa risalire sulla sua per portarci nei vigneti, per una breve visita. Una bella sorpresa che non mi aspettavo. Ci troviamo a Contrada Feudo, 8 ettari circa nella zona Nord dell’ Etna, ad un’ altitudine media di 650 metri, tra coltivazioni ad alberello per le piante più vecchie (intorno ai 70 anni) e impianti coltivati a spalliera.

Dante ci spiega la suddivisione dei vitigni, da quelli coltivati ad alberello di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio,  a quelli che verranno piantati in futuro e ci illustra la zona, circa 3 ettari, piantata lo scorso anno destinati al Carricante. Ci racconta delle influenze climatiche del territorio, la provenienza dei venti, la ricchezza del terreno vulcanico e la differenza dei colori della vallata opposta rispetto a dove ci troviamo.

La struttura che si vede raffigurata sulle etichette è quella che stanno ristrutturando in questa splendida contrada, che servirà ad ospitare la clientela per le degustazioni panoramiche, tra le vigne e le pendici del vulcano.

Finita la visita, tutti sull’auto di Dante, che conosce la strada, va da sola”, per rientrare a Passopisciaro, a provare i vini. Entrati in cantina e piacevolmente al riparo dalla temperatura estiva delle tarde mattinate sicule a maggio, vengo colpito una vasca di cemento sotterranea, dalla piccola barricaia, molte botti di secondo e terzo passaggio e qualche botte grande.

Ed ecco gli attori principali, i vini: iniziamo subito con il rosato “Etna Rosato 2017“, di colore rosa cipria, prodotto esclusivamente con uve di Nerello Mascalese raccolte nei filari bassi del cru di San Lorenzo. Fa una brevissima macerazione sulle bucce e affina qualche mese in acciaio.
Al naso ricorda il melograno, le fragoline selvatiche, sentori floreali. In bocca spingono la mineralità e la freschezza del sorso, con una piacevole sapidità. Un vino molto equilibrato, da bere in quel preciso istante, per rinfrescarsi, o magari dopo il faticoso lavoro in cantina.

Al rosato segue la degustazione dell’ Etna rosso “A Rina“, vendemmia 2016. Un vino di grande struttura e piacevole equilibrio. Rosso rubino, ottenuto da  Nerello Mascalese con l’aggiunta del Nerello Cappuccio (le percentuali sono 94% e 6%) e affinato in barriques di secondo e terzo passaggio per 12 mesi circa.
Al naso si nota subito la complessità, si va dai sentori di frutta rossa come ciliege mature e prugne, al tabacco e cuoio. Al palato ha una buona freschezza e una piacevole sapidità, di ottima struttura grazie anche ai tannini ammorbiditi dall’affinamento in barrique.

Si conclude la degustazione con quello che alla fine di tutto ho preferito.
L’Etna rosso “Feudo“, vendemmia 2015.
Nel calice è rubino intenso, al naso è ricco, articolato; si va dai profumi di frutta fresca come la ciliega tipica di zona e i frutti di bosco, alle erbe aromatiche della macchia mediterranea. All’assaggio è ben strutturato, complesso, molto persistente e di grande equilibrio.Viene prodotto in piccole quantità, all’incirca 3500 bottiglie l’anno.
Dopo la selezione manuale dei grappoli in vigna durante la vendemmia, solitamente dopo metà ottobre, fermenta in tini d’acciaio per circa 8 giorni, e macera sulle sue stesse bucce per altri 13.
In primavera, con il cambio di temperatura, si avvia la fermentazione malolattica che aiuta a rendere il vino ancora più elegante e morbido.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultima sorpresa, dopo le chiacchiere e i confronti tra i vini, davanti ad un semplicissimo cestino di pane fatto in casa e di olio, prodotto sempre da loro, è stata provare direttamente dalla botte l’Etna Rosso “San Lorenzo“, che uscirà in commercio questo giugno.
Un vino che ora risulta già complesso, ma non ancora al massimo del suo potenziale, di colore rosso rubino carico, prodotto con la quasi totalità di Nerello Mascalese e una piccola parte di Nerello Cappuccio, al naso si riconosce la ciliegia, la piccola frutta rossa matura, il tabacco e la vaniglia.
Anche se da botte, si intuisce la complessità in bocca, un vino di ottima struttura e persistenza. Da provare tra un paio di anni, magari a tavola, con il giusto abbinamento, per capirne le vere potenzialità ancora nascoste in questo momento.

 

Family Affair in Monferrato

Quella di Cinque Quinti è una piccola realtà.
Tanto piccola quanto meravigliosa; il sogno di cinque fratelli che hanno deciso di portare avanti l’attività di famiglia lunga quattro generazioni, e di rinnovarla.
Loro sono Fabrizio, Martina, Michele, Francesca e Mario. Il nome nasce proprio da questo, cinque fratelli con idee e capacità diverse pronti a dare il loro contributo per un unico scopo.
Decido di andarli a trovare un sabato mattina, con un paio di amici, la classica gita fuori porta: visitare una cantina, quattro chiacchiere sul vino e un pranzo in qualche ristorante in zona.
L’azienda si trova a Cella Monte, uno splendido borgo di poco più di cinquecento anime tra le colline del Monferrato, nella provincia di Alessandria.
La giornata non è climaticamente delle migliori, ma grazie all’accoglienza di Martina, la “seconda quinta” come si definisce lei, ci dimentichiamo della pioggia che ci accompagna nel tragitto in auto per dirigerci verso una delle vigne, sempre a Cella Monte, in località Perona.
Sfortunatamente le condizioni del terreno, non ci permettono di addentrarci molto più in là del ciglio della strada, ma Martina ci spiega perfettamente lo svolgimento dei lavori in vigna, di come tutto è partito grazie ai suoi fratelli, della divisione dei terreni e delle altre attività svolte nell’azienda.
Le altre attività, appunto. Perché la Società Agricola Fratelli Arditi non produce solo vino. Dei 100 ettari di proprietà, 15 sono per la coltivazione dei cereali come mais, grano e soia, circa 30 ettari invece sono destinati ai pioppi, specialmente vicino alle rive del Po, e una piccola parte è dedicata ai tartufi.
La restante metà è tutta vocata ai vigneti. Oltre alla barbera per la produzione privata della cantina, vengono allevate anche altre tipologie di uva per la vendita a piccoli produttori locali e cantine sociali.
Al ritorno dalla vigna, la mattinata prosegue con un breve tour della sede e tra i corridoi sotterranei dell’ “Infernot”.

Gli Infernot erano le vecchie cantine private, costruite solitamente sotto le abitazioni più grandi o con famiglie numerose. Potevano essere profonde diversi metri ed erano scavate a picconate in una roccia tipica della zona del basso Monferrato, simile al tufo. Servivano a conservare il vino più pregiato ed il cibo grazie alla capacità di mantenere inalterata la temperatura sotterranea in qualsiasi stagione.
Quello mostratoci è un vero gioiello. Vasche di cemento, botti antiche, ripiani scavati nella roccia e cunicoli bui ancora chiusi.

Ed eccoci infine alla degustazione.
Il VINO ROSSO Cinque Quinti è un vino da tavola prodotto con sola uva Barbera dalla vendemmia 2016, in sole 1400 bottiglie e vinificato in acciaio. Nel calice è di un bel rosso porpora, profumi intensi di frutta rossa, in bocca è di corpo, spicca la freschezza tipica della Barbera piemontese. Un vino che colpisce al cuore, soprattutto se abbinato ad un tagliere di salumi e formaggi e bevuto tra amici.
Una degustazione accompagnata da Martina con l’appoggio del maggiore dei fratelli, Fabrizio. Una bella mattinata trascorsa a chiacchierare di vino, di sogni nel cassetto, di progetti futuri e di attività da poter svolgere dentro l’azienda.
Ci illustrano un calendario pieno in effetti, dallo yoga in vigna, agli aperitivi musicali, alla possibilità di aiutarli nella vendemmia a settembre.
Nel futuro immediato c’è la produzione di una seconda linea, con il nome Roverò, un vino ottenuto da sole uve Barbera, ma con affinamento in tonneaux.

L’impressione è quella di aver trovato uno di quei produttori con la P maiuscola, in cui lavorano persone appassionate, preparate, e pronte ad affrontare quel futuro radioso che si meritano, grazie soprattutto ad una famiglia unita con un bel progetto, forse quello che molti di noi appassionati di vino avremmo voluto realizzare.

 

LiveWine 2018. Piccoli produttori crescono

Il primo weekend di marzo, a Milano, nella splendida cornice del  Palazzo del Ghiaccio in via Piranesi, si è svolta la quarta edizione del LIVEWINE, il Salone Internazione del Vino Artigianale.
Un evento molto atteso dagli amanti dei vini naturali-biologici-biodinamici e dagli addetti ai lavori della metropoli Meneghina e non solo.

Quest’anno il mio  programma era di stare poco e andare a provare solo le novità e i prodotti che non avevo mai avuto occasione di conoscere in questi anni.
Più o meno erano quelle le intenzioni, veloci, concise e senza distrazione dai soliti vini; il risultato è stato che  tutto il pomeriggio di domenica 4 marzo e un “ripasso” in compagnia di Alessandra nel primo pomeriggio del lunedì li ho passati parlando con produttori, distributori e avventori sconosciuti ma appassionati come me.
Così tanto tempo trascorso tra le fila degli espositori mi hanno portato a creare una vera e propria lista dei prodotti che più ho apprezzato.

Slovenia
GORDIADamigiana 2012 
da uve malvasia e moscato bianco, ottenuto da grappoli lasciati appassire in cassette fino a gennaio. Torchiatura, maturazione e fermentazione in botti di legno di quercia per circa 12 mesi. Giallo dorato, al naso confetture di albicocche molto intenso. In bocca ricorda molto il miele con la frutta secca. Estremamente elegante e armonico

Italia
AGRICOLA NEVIO SCALA
Novità assoluta dell’edizione 2018, l’ex allenatore di Serie A si è dato al vino. Azienda Agricola aperta assieme al figlio, in provincia di Padova, sui Colli Euganei.
Gargànte: garganega 100%, vino bianco rifermentato in bottiglia, giallo paglierino intenso, note fruttate al naso e una leggera crosta di pane. In bocca è scorrevole e fresco, persistente e di buona bevibilità

CANTINA MARILINA: Altra novità 2018 del salone, cerco la postazione e vengo accolto dai due splendidi sorrisi delle sorelle Marilina e Federica, titolari dell’Azienda sulle stupende colline di Noto.
In degustazione parecchi prodotti tra cui i due metodi ancestrali: Fedelie Bianco Frizzante da uve viogner e Fedelie rosato frizzante, veramente una sorpresa per me questa versione di Nero d’Avola. Eccellente il colore, un melograno intenso, al naso ricorda la viola, ciliege e agrumi, in bocca è fruttato, fresco, lo si immagina da bere seduti al mare, come ottimo aperitivo.
Tra le chiacchiere sull’amata Sicilia, la spiegazione delle etichette e le varie promesse di visite in cantina  a provare tutta la linea di produzione, Marilina mi fa innamorare del suo Cuè, che in dialetto siciliano significa “Chi è?”. Una vera e propria sorpresa.
Fermentato sulle sue bucce, fa affinamento in vasche di cemento con lieviti naturali. Un moscato secco di color giallo paglierino intenso, con sentori intensi di pesca e mela matura al naso e in bocca piacevolmente sapido e secco.

MARIA PIA CASTELLI: Cantina consigliata da svariato tempo da amica che conosce la produttrice di persona. La bottiglia che mi ha colpito di più è stata Stella Flora, un vino bianco ottenuto da Pecorino, Passerina, Trebbiano e Malvasia di Candia, di un elegantissimo giallo paglierino intenso, con sfumature d’oro. I profumi ricordano gli agrumi, la buccia di un pompelmo maturo, e successivamente un sentore di erbe aromatiche. Il sorso è pulito, sapido con una grande ricchezza aromatica. Molto persistente.
Affina 18 mesi in legno e altrettanti in bottiglia.

ANCARANI: Indigeno 100% Trebbiano, leggermente frizzante, un vino che rifermenta in bottiglia sui propri lieviti. Profumi non invadenti ma eleganti, di agrumi e leggera crosta di pane. Al palato spiccano sapidità e acidità. Molto equilibrato.
Perlagioia, prodotto con Albana e una minima parte di vitigni  romagnoli, si presenta  giallo intenso, con profumi molto delicati di fiori bianchi e un leggero ricordo di agrume. In bocca è minerale, con una strepitosa sapidità inaspettata.

CRASA’: Si sale sull’Etna. Il loro Etna Rosso Doc Cru “Rivaggi” prodotto con 80% nerello mascalese  e 20% granaccia. Color rosso porpora intenso, al naso si riconoscono profumi di frutta rossa che accompagnano il pepe nero e i sentori erbacei tipici del territorio Etneo. In bocca è tannico e mantiene una buona acidità, un vino molto persistente, ottimo direi. Da riprovare a tavola, accompagnato da piatti con sughi complessi o da formaggi stagionati del luogo.

ELIOSSempre in Sicilia ma sul versante ovest dell’isola, cantina di cui avevo letto molto ultimamente ma non avevo avuto ancora occasione di provare i vini.
Modus bibendi Grillo 100% Grillo, di color giallo paglierino con riflessi leggermente verdolini, una trama olfattiva che ricorda la terra da dove proviene, note balsamiche e macchia mediterranea come menta e salvia, in bocca risulta fresco, di buona acidità e sapidità.
Modus bibendi bianco macerato non filtrato da uve Grillo, Cataratto, Zibibbo, color arancione con riflessi dorati, al naso presenta profumi di arancia e albicocca candita. In bocca colpisce immediatamente la freschezza e la leggera astringenza. Molto persistente.

Il TORCHIO: Trovati per caso, a fine giro del lunedi pomeriggio. Colpito più che altro perchè unici produttori liguri nella fiera e per le splendide etichette realizzate dal pittore locale Francesco Musante, la vera sorpresa è stata il loro Stralunato 2016 da uve vermentino e moscato bianco. Giallo paglierino con riflessi dorati, profumi molto intensi di frutta tropicale, agrumi e frutta matura. Buona acidità, lascia un finale piacevole e armonioso.

Personalmente sono molto affezionato a questa manifestazione: la mia prima fiera del vino da studente nel mondo del vino, come visitatore ovviamente, la scoperta di alcuni produttori a cui ora sono particolarmente legato, la mia fuga dallo studio per diventare Sommelier l’edizione passata per assistere ad una degustazione guidata dell’ Etna, la sensazione di festa che si vede sui visi degli espositori e dei loro avventori.

La cosa che mi ha colpito di più nell’edizione 2018 è proprio questa. I vini del LIVEWINE sono veri come i loro produttori!

E’ tempo di Brunello!

E’ stata una settimana particolarmente lunga e faticosa. La voglia di rilassarsi davanti ad un buon vino era tanta. E aver trovato una data ideale per l’invito, da parte di un caro amico, ad aprire una bottiglia di rosso “come piace a noi” è stata la fine gloriosa di questa settimana lavorativa.
La bottiglia in questione è il Brunello di Montalcino “Bassolino di sopra” della cantina Pian dell’ Orino, vendemmia 2010. Un vino che ha ottenuto un prestigioso 100/100 per “The Wine Advocate”, l’autorevole pubblicazione di Robert Parker, guru Statunitense della critica enologica mondiale.
Le uve per questo vino provengono dalla parte alta del vigneto “Pian Bassolino” denominato “Bassolino di Sopra”, che si trova ad un’altitudine di 370-390 m/slm. I soli 6 ettari vitati sono coltivati in biologico e biodinamico.
Ed eccola lì sul tavolo, sapientemente aperta un paio di ore prima del mio arrivo dal padrone di casa. Affiancata da due calici, e un tagliere ancora vuoto.
Chi mi conosce bene sa che non vado molto d’accordo con i vini toscani; non è mai scattata la scintilla, non so il perché. Tranne per alcuni casi speciali, ahimè quasi impossibili da portarsi a casa per il prezzo.
Tolta giacca e fatti tutti i convenevoli arriviamo al dunque; una veloce apparecchiata del tavolo, decidiamo di accompagnare il nostro Brunello con un altrettanto fantastico Pecorino di Pienza semistagionato del Caseificio Cugusi.

Il vino si presenta di un bel rosso granato.
Al naso si intuisce subito la sua complessità; dai piccoli frutti rossi maturi iniziali, che si evolvono nei minuti a seguire in profumi di frutta sottospirito e di sottobosco, a note floreali, forse di violetta, di spezie dolci, liquirizia e prugna.
In bocca la cosa che colpisce subito è l’estrema eleganza, quei piccoli frutti rossi tipici del Sangiovese che ritornano, un vino di una notevole struttura accompagnata però dalla freschezza dei suoi pochi anni e dal lieve tannino finale.

L’apoteosi  è poterselo godere con il pecorino. Ecco il famoso “terzo gusto”, quello che ci spiegano ai corsi sommelier!
Pietanze e cibo si bilanciano perfettamente.
La persistenza aromatica del pecorino viene accompagnata dal Brunello che nel suo calice con il passare dei minuti aggiunge complessità a quella iniziale, svelandosi per quello che è effettivamente.

Ho finalmente trovato quello che da tempo stavo aspettando e un sorriso soddisfatto prende il posto sul mio volto dei segni della fatica della settimana.

 

Nerello Mascalese VS Pinot Nero: chi vincerà?

Fine estate 2017, sabato mattina, squilla il telefono. Eugenio mi chiede suggerimenti su dove andare a comprare una bottiglia di vino per una cena.

Una risposta secca, semplice e di cuore “ENOCLUB, ma vengo anche io! Così chiediamo informazioni sul minicorso dei vitigni a confronto che ho letto sulla news letter, c’è una serata che potrebbe interessarci”.
E’ il 30 ottobre, lunedi sera, prima serata di freddo milanese, ci troviamo seduti entrambi, insieme ad una trentina di persone assetate come noi, dentro l’Enoclub, l’enoteca di Massimo e Bianca Malfassi e della loro famiglia, a Milano in via Friuli al 15.
Una degustazione alla cieca, con  le bottiglie coperte,  nella quale gli avventori dovranno indovinare se si tratta di  Nerello Mascalese o di Pinot Nero.

Il Nerello, è un vitigno tipico dell’areale Etneo, coltivato da circa quattro secoli; il nome deriva dalla contea di Mascali, un antico territorio  ai piedi dell’Etna, collocato tra Giarre e Mascali, nella provincia Catanese.

Il Pinot Nero è un vitigno internazionale, coltivato in tutto il mondo, che ama il freddo ed è difficile da coltivare, a detta di molti produttori, ma che dà soddisfazioni enormi sia per loro che per chi lo beve.
Ma soprattutto è il vitigno che mi ha fatto capire che avrei dovuto saper di più sul mondo del vino, spingendomi a fare  il corso per diventare Sommelier.

Una serata molto piacevole, accompagnata dai simpaticissimi e competenti padroni di casa, pronti a spiegare e raccontare le caratteristiche dei due vitigni.

Non avrei mai detto di confondere un Pinot Nero dell’Oltrepò di Conte Vistarino, Costa del Nero 2015, con un vino dell’ Etna. Ma era il primo dei sei calici, e forse per colpa di quel bel rosso scarico e trasparente, mi sono ingannato.
L’Etna Rosso di Graci 2015 era inconfondibile, quel rubino intenso e quei profumi mi ricordavano molto il vino fatto con il Nerello di casa mia in Sicilia, quello che una volta faceva la nonna e ora fa mio padre.
Il terzo calice era un “viso” conosciuto per me; Avevo già bevuto quel vino, quell’Aetnus 2010 de “I Custodi delle Vigne dell’Etna”, quindi ero sicuro di quello che assaggiavo in quel preciso istante; lo definirei  più che altro un vero colpo di fortuna
Successivamente una bella espressione di Pinot Nero dell’Alto Adige: il Sanct Valentin del 2012 della cantina St. Michael Eppan.

La sorpresa della serata per me è stata un altro Etna Rosso, quello di Tasca d’Almerita: Tascante Seconda Vendemmia 2009 è un vino sorprendente, che mi ha messo in crisi per alcuni minuti, con i suoi continui cambiamenti nel calice.
L’ultimo, ma non per importanza, ci porta in Francia, in Borgogna per esattezza, luogo di origine di questo importante vitigno internazionale. “Le Corton Grand Cru Domaine 2011” di Bouchard Père & Fils è un vino importante, con cui chiudere una serata in bellezza con i suoi profumi di marmellata di frutti di bosco, molto intensi ma estremamente fini, in bocca un equilibrio non da tutti e una lunga e piacevolissima persistenza in bocca.

A fine serata mi rendo conto di essere stato più bravo del previsto, con cinque calici indovinati su sei.
Esco soddisfatto e con un sorriso stampato in faccia, non solo per aver trovato una qualità superlativa dei vini, ma soprattutto perché è mio uso, non avanzare quasi mai niente nei calici.

Hérzu, il Riesling di Ettore Germano

C’era molta attesa per questa degustazione con la cantina Ettore Germano organizzata da Fisar Milano presso l’Hotel Andreola, in zona Stazione Centrale.
C’era molta attesa, da parte mia almeno, di assaggiare i tre Barolo della cantina, della stessa annata, ma provenienti da appezzamenti diversi.
E invece è un vino bianco che mi rapisce. Un Riesling Renano, in Piemonte, sì!
Il suo nome è Hérzu, della cantina Ettore Germano, noto produttore langarolo dei più famosi Barolo Cerretta e Lazzarito, proviene da vitigni ad un altitudine di 600 metri circa, il nome deriva appunto da erto, a strapiombo sul fiume Tanaro,  situati 50 km più a sud di Serralunga, nel comune di Cigliè, in Alta Langa.
Il vino, versato nel calice dall’ottima squadra di Sommelier Fisar, è di color giallo paglierino limpido con riflessi verdolini.
L’impatto olfattivo è importante, quasi  complesso; si notano subito note floreali, ricordi di zagara e fiori bianchi, e agrumate come il pompelmo rosa.
Successivamente si riconoscono la pera e la mela, la frutta tropicale e i sentori minerali di grafite, sicuramente legati al terreno di natura calcarea e all’altezza del vigneto.
In bocca è di corpo, sapido al punto giusto, e di una gradevole dolcezza che si equilibra perfettamente con la freschezza e la persistenza di questo  ottimo Riesling.
Il gioco degli abbinamenti, quando un vino è cosi piacevole al naso e al palato, è naturale. Un vino da accompagnare ad un piatto di pesce crudo, antipasti di mare. Comunque cotture poco elaborate.

Ottimo inizio per la degustazione dei vini rossi che è partita subito dopo.