La tradizione scorre lungo il fiume Douro.

Il Duero è un fiume che nasce in Spagna, fa un viaggio di quasi 900 chilometri e taglia il Portogallo settentrionale da est a ovest prima di sfociare nell’Atlantico con il nome di Douro.

Questo fiume presenta un terroir unico e collabora con il popolo lusitano a rendere importante e famoso il Porto, un vino liquoroso conosciuto in tutto il mondo, reso particolare dalla sua fermentazione mutizzata.

Questo nettare prende il nome dall’omonima città sulle rive del fiume, sulla cui “rive gauche” presenta tutte le migliori cantine delle aziende produttrici. Per il turista comune che visita questa caratteristica località, la presenza di queste realtà può non significare molto.

Ma per gli eno-appassionati come me….. è il paese dei balocchi e c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Recentemente ho visitato questa città e si è presentata l’occasione per soddisfare la mia passione enologica. Per una giornata mi sono dedicato alla scoperta delle cantine presenti. Fantastico!

Arrivati sul luogo e di fronte ad un quartiere pieno di opportunità sorge il dubbio: quale scegliere?

Dopo un attimo di indecisione, avanziamo diritti verso la cantina più vicina al suggestivo ponte Dom Louis I: Burmester.

Fondata nel 1730 da Henry Burmester, questa società è una delle più antiche. L’entrata è molto cupa, scarna, essenziale e si intuisce come sia testimone dell’antica tradizione del “Vinho do Porto”. Chiediamo di poter fare una visita e scopriamo che è disponibile una guida in lingua italiana. Si presenta Luca, un ragazzo portoghese, che inizia a raccontare le origini di questa azienda vinicola. La quale dopo diverse gestioni, prima inglese e poi tedesca, è diventata parte di un gruppo spagnolo, Sogevinus, che comprende altri quattro brand come Barros, Calem, Kopke e Gilbert.

Durante la visita, percorriamo i corridoi delle sale con enormi antiche botti piene di nettare mentre le parole di Luca risuonano nel silenzio quasi religioso della cantina. Spiega che questo vino liquoroso nasce a cento chilometri dalla città, nelle colline che costeggiano il fiume, dove l’area vocata alla coltivazione delle uve è divisa in tre parti, ognuna con caratteristiche diverse e che conferisce al Porto aromi nettamente distinti.

Burmester si rivela un tour piuttosto breve ma l’ambientazione interna è molto suggestiva e la visita è veramente apprezzata.

E dulcis in fundo la degustazione!

Ci vengono offerti tre bicchieri. Un Porto bianco, un Porto Ruby e un LBV (late bottle vintage). Luca, ottimo anfitrione, ci descrive le loro caratteristiche con maestria e competenza che vengono molto apprezzate.

Il clou della degustazione arriva fuori programma, quando Luca ci offre altre due degustazioni. Una di queste è un Porto Burmester Tawny invecchiato 30 anni. Lui lo definisce, a suo parere il migliore della gamma, e debbo ammettere che il ragazzo è un grande intenditore.

Lasciamo con soddisfazione Burmester percorrendo la riva del fiume mentre snoccioliamo le cantine presenti sulla via: Sandeman, Quinta do Noval, Ramos Pinto, Porto Cruz, Vasconcellos.

Alla fine scegliamo di entrare in Ferreira, una cantina molto conosciuta e con una grande tradizione.

Fondata nel 1751 da una famiglia di viticoltori, ha un ruolo preminente nella storia del Porto. Fa parte di un gruppo portoghese dove sono presenti anche i brand Sandeman e Ramos Pinto.

La cantina è stata costruita sulle fondamenta di un ex-convento e si tratta di un grande edificio con soffitti alti in legno stagionato. La fondatrice, Dona Antónia Adelaide Ferreira, leggendaria nobildonna con una personalità unica, divenne un mito e un simbolo di forza contribuendo in modo significativo al consolidamento del marchio nei tempi difficili del Douro nel 19esimo secolo.

L’ambientazione è molto simile a quella presente a quella presente da Burmester, luci e odori ricordano sempre gli ambienti dei secoli scorsi. In alcuni corridoi o gallerie l’umidità si mescola a delle muffe molto persistenti e in ogni angolo si percepisce l’odore del legno bagnato mescolato con quello del vino molto dolce.

L’ambiente è sempre suggestivo, nonostante questo si ha la percezione che Ferreira voglia dare più un taglio più commerciale alle visite. Infatti alla degustazione vengono offerti solo due bicchieri di vino Porto della linea base, lasciandoci un po’ delusi.

Continuiamo il nostro percorso, arrampicandoci sulla collina, per un’ultima visita e notiamo la Taylor’s.

L’esterno ha un architettura stile “Impero Britannico” ed è veramente elegante e allettante. La reception mostra già lo stile e l’impronta della società, da sempre di proprietà inglese.

Fondata nel 1692, la Taylor’s è stata una società che ha precorso molto i tempi ed è rimasta molto indipendente, non è legata a nessun gruppo commerciale.

Già nella reception notiamo un arredamento differente dalle altre due realtà visitate. In questa traspare il richiamo ad una tradizione britannica molto evidente. Successivamente all’apertura della porta di accesso alla cantina, la vista è mozzafiato. Un enorme padiglione con un corridoio lungo almeno 200 metri dove sia alla nostra destra che alla nostra sinistra ci sono due lunghe file di botti.

Suggestiva anche una delle sale successive dove sono visibili, poste nelle teche, bottiglie di Porto di antiche vendemmie, risalenti anche al 1800. Lasciate impolverate come prevede la logica dell’invecchiamento.

Come al solito la degustazione conclude la visita. La location ha uno stile inimitabile e suggestivo. Decidiamo per una verticale di questo nettare e ci regaliamo quattro Tawny di 10, 20, 30, 40 anni più un fuoriclasse, il Taylor’s Tawny del 1966.

Una degustazione utile per distinguere nettamente le differenze dell’invecchiamento tra gli esemplari, qui gli aromi si modificano da fruttati e corposi, presenti nel Taylor’s Tawny di 10 anni, verso una raffinata setosità dove emergono sentori di legno, vaniglia e miele del Taylor’s Tawny 40 anni. Infine l’eccellente 1966 si dimostra un vero fuoriclasse con complessità di aromi e sentori, sorprendendo per quanta longevità può avere questo prodotto. Svolto in un terrazzo con vista sublime sul fiume Douro e dell’altra sponda della città.

Una giornata veramente piacevole, con il fascino di aver scoperto una tradizione più che una moda.

E adesso so cosa degustare nelle serate casalinghe quando ho l’opportunità di rilassarmi e di meditare. E ricordare quanto sia stata fantastica questa giornata passata tra le cantine di Porto.

Santa Giuletta, protettrice degli eno-artigiani.

Domenica mattina di inizio marzo, una pioggia copiosa scende dal cielo. Con questo tempo si preferirebbe stare in un caldo letto a dormire.

Stefano Milanesi non ci riesce. E’ già in piedi nella vigna a controllare le sue viti, ancora spoglie. Nella collina pavese c’è così tanto da fare. Un amore per la vigna nato seguendo le orme del padre e del nonno, nell’azienda agricola di famiglia, e così grande da accogliere gli studenti dei suoi corsi o appassionati come me, curiosi di conoscere le realtà vinicole a pochi chilometri dalla grande città.

Santa Giuletta è a solo un’ora di macchina dalla metropoli. Nei pressi dell’arrivo, i cartelli che indicano l’Azienda Agricola Stefano Milanesi presentano una dicitura che lo descrive con un aggettivo che trovo molto appropriato: eno-artigiano.

Perché l’istrionico Stefano Milanesi è un vero artigiano, passionale, esperto, meticoloso. Ci accoglie, con il suo fare burbero ma bonario. Scherza e ironizza molto, ma quando c’è da parlare sul vino sale in cattedra e la sua voce modella le sue parole ed il suo discorso come un docente universitario sa fare.

La sua cantina è essenziale, per certi versi anche caotica, perchè lo spazio è esiguo. Mostra un attività sempre in fermento, come il vino posto nei vari recipienti presenti.

Ci parla della sua azienda, situata nell’Oltrepò Pavese a 20 chilometri dal piacentino e ad altrettanti chilometri dall’alessandrino. Situata nella prima fascia collinare, a circa 250 metri sul livello del mare, il sottosuolo è composto da un soffice strato di limo che copre uno strato sottostante di arenaria e tufo. Un terreno che drena le precipitazioni piovose in maniera ottimale. I suoi vigneti, 13 ettari esposti da sud-est a sud-ovest, sono lambiti dalla corrente proveniente dal golfo del Tigullio che asciuga le sue coltivazioni.

Ha scelto la via del naturale ed ha sposato i dettami della agricoltura biologica. Non per convenienza ma perchè ci crede.

Da più di dieci anni tratta tutte le vigne rispettando le leggi della natura, assecondandola e non forzandola. Le sue pratiche sono per una viticoltura a favore della vite e del vino. Senza usare diserbanti chimici e utilizzando i resti di potatura come sostanze organiche per il terreno. I sistemi di allevamento usati sono il Guyot o cordone speronato. La vendemmia è eseguita manualmente, ogni grappolo viene selezionato e la vinificazione utilizza lieviti indigeni presenti in natura, senza nessun trattamento.

I vitigni coltivati sono diversi. Spicca il  Pinot Nero, re incontrastato nell’Oltrepò Pavese, ma c’e spazio anche per Riesling Italico, Cortese, Sauvignon Blanc,  Barbera, Uva Rara, Croatina, Cabernet Sauvignon.

Con questi vitigni, Stefano Milanesi produce degli ottimi risultati. Con degli aromi molto particolari.

Come i nomi delle sue produzioni, frutto della sua fantasia, creati con degli anagrammi e giochi di parole.

Due metodi classici: Vesna, un  Pinot Nero  in purezza con permanenza sulle fecce nobili per 12 mesi e un bouquet molto delicato e floreale, e Smila, una cuvèe di  Pinot Nero, Cortese e Riesling Italico con 60 mesi sui lieviti ed un profilo aromatico con sentore di frutta bianca.

La linea base è composta dal Poltre bianco e Poltre rosso. Il primo è una cuvèe di uve bianche con una spiccata freschezza e mineralità mentre il secondo è composto da Croatina,  Barbera, Uva Rara, Cabernet Sauvignon e  Pinot Nero  piacevolmente intenso con sentori di frutta rossa e frutti di bosco.

Le produzioni più nobili si hanno con il Neroir, un  Pinot Nero  in purezza intenso e equilibrato con aromi prevalentemente fruttati, e l’OpPure, una Croatina in purezza, con macerazione sulle bucce per dodici giorni e invecchiamento in rovere per tre anni, che si fa notare per la sua potenza, struttura e leggera speziatura.

Infine i cru, esclusivamente monovitigni: Maderu (Pinot Nero), Elisa (Barbera) e Alessandro (Cabernet Sauvignon).

A nostro personalissimo parere si sono distinti il Vesna ed l’OpPure, espressioni del territorio pavese dall’impronta più classica ma nello stesso tempo innovativa. Le caratteristiche di questi vini trasudano di questo angolo di Lombardia e di questa terra. E riflettono l’immagine del loro creatore, un eno-artigiano con una visione del vino proiettata nel futuro, sempre con il rispetto di Madre Natura.

Una natura generosa come Santa Giuletta, protettrice degli eno-artigiani.

Don David Tannat 2015, “el Gaucho de Salta”

Nell’universo vitivinicolo non esiste solo l’emisfero settentrionale, con i vini prodotti nel vecchio continente a partire da vitigni cosiddetti tradizionali.

A sud dell’Equatore possiamo trovare dei vitigni a prima vista esotici, seppur originari dal vecchio mondo, con i quali vengono prodotti dei vini sorprendenti, praticamente ignorati nell’italico stivale.

Fra questi, oggi parliamo del Tannat, un vitigno a bacca rossa originario delle regioni del sud ovest della Francia, ai piedi dei Pirenei, che in Italia risulta ancora pressoché sconosciuto dovuto, soprattutto, alla scarsa diffusione sul territorio.

La parola Tannat deriva dalla Langue d’Oc “Tanat”, termine che esprime la ricchezza di tannini del vitigno il quale regala vini piuttosto tannici, tanto da riscuotere il soprannome “tannin du diable“. Sono vini caratterizzati, inoltre, da forte acidità e grande potenziale di invecchiamento.

Introdotto oltreoceano, con le migrazioni europee in Sudamerica, il Tannat si è perfettamente ambientato, tanto da diventare il vitigno principale dell’Uruguay, dove il “terroir”, ma, soprattutto, il clima, dalle notti fresche con influenze marittime, si riflettono sui vini, che esprimono un’invidiabile freschezza con una notevole finezza nei primi anni.

Esistono però stili di Tannat provenienti dalla vicina Argentina che hanno un varietale completamente diverso da quello espresso nel paesaggio uruguagio, e più simili a quelli originali di provenienza europea.

Dalle alture nel nord del Paese, a ridosso della Cordigliera Andina, si trova la provincia di Salta dove la capitale dall’omonimo nome è una città famosa non solo per i suoi edifici in stile coloniale spagnolo ma anche per la produzione di vino delle cantine situate nelle campagne e vallate adiacenti a quella che è considerata una delle più belle città argentine.

Il vino da noi degustato è il Don David Reserva, vendemmia 2015, della azienda agricola El Esteco.

Nasce nei vigneti situati nelle Valli Calchaquíes, nella provincia vitivinicola di Cafayate, una zona situata a circa 1.600 metri sul livello del mare. Questa altura favorisce un clima fresco con sbalzi di temperatura notevoli che permettono al vitigno di sviluppare una sostenuta acidità e favorire cosi la ricchezza dei tannini.

Alla vista il Don David dimostra tutta la sua gioventù con il suo colore rosso rubino con venature purpuree mentre al palato gli aromi sviluppati sono quelli di frutta di bosco nera, prevalentemente more e mirtilli, con note balsamiche di mentolo e anice completati da essenze boisè a base di liquirizia e vaniglia dovute all’affinamento in legno.

L’acidità è sostenuta ma non esagerata, la sapidità contenuta, mentre i tannini risultano ancora acerbi ma non cosi aggressivi. Si dimostra un vino secco, di notevole struttura nonostante la corposità alquanto magra. Le sue caratteristiche lo rendono un ottimo abbinamento a piatti di carne e formaggi grassi.

Nell’occasione, il Don David Tannat Riserva 2015 ha accompagnato una bistecca di coppa di maiale arrostita alla griglia ed i grassi prodotti dalla cottura, assieme alla dolcezza della carne, sono stati ben amalgamati dall’acidità e sgrassati dai tannini del “Gaucho tinto de Salta“, che si è dimostrato un prodotto vitivinicolo interessante e gustoso.

Considerato l’importo pagato al ristorante, si può affermare che il rapporto qualità/prezzo del prodotto è molto favorevole e conveniente, ancora di più se acquistato in un canale di distribuzione on-line oppure in una fornita enoteca.

Armenia: alle radici del vino.

Oggigiorno il vino fa parte della nostra realtà quotidiana.

Ma da dove inizia questa “passione” collettiva?

Secondo recenti scoperte, il vino arriva dall’Armenia, una nazione in mezzo al quadrilatero Georgia-Azerbaijan-Iran-Turchia. Qui esperti archeologi hanno ritrovato la più antica cantina del mondo, rinvenendo utensili dai quali hanno dedotto che si producesse vino già nel 4.500 avanti Cristo, circa 6.000 anni fa.

Da questa importante scoperta è partito lo studio compiuto da Guido Invernizzi, sommelier e relatore dell’AIS, che ha illustrato la realtà enologica dell’Armenia con la sua coinvolgente passione.

In Armenia sono presenti ben 400 specie di vitigni autoctoni mai esportati in altre nazioni in quanto il paese è risultato per secoli estraneo alle principali vie di comunicazione. Le caratteristiche vinicole, uniche nel loro genere, sono dovute ad un terroir completamente esclusivo.

Le vigne sono situate su altezze al di sopra dei 900 metri, dove non attecchisce la fillossera, per cui i vitigni autoctoni sono quasi tutti a piede franco. Inoltre il suolo vulcanico conferisce al terreno una spiccata sapienza sulfurea mentre le esigue precipitazioni piovose ed il drenaggio accentuato del terreno facilitano l’assorbimento dell’acqua nelle falde, obbligando le radici della vite a ricercare in profondità le sostanze nutritive. Infine il clima non è influenzato da particolari correnti o brezze marine che possano mitigare il clima invernale.

Le principali aree vinicole dell’Armenia sono la Valle dell’Ararat, la regione montana del Vayots Dzor, la regione vulcanica del Aragatsotn, i terreni limosi del Tavush ed il Nagorno-Karabakn.

Grazie al dottor Guido Invernizzi abbiamo degustato dei vini prodotti di una realtà locale, la Karas, presente nella regione orientale dell’Armavir, caratterizzata da un suolo vulcanico e ricco di minerali con un esposizione solare molto intensa ed una escursione termica molto accentuata.

Cinque i vini proposti.

Si inizia con il Karas Extra Brut annata 2013, cuveè di Colombard, Folle Blanche e l’autoctono Kangun, colore giallo paglierino scarico con un perlage non fine. Al naso presenta sentori di agrumi (pompelmo), albicocca disidratata e frutti tropicali. Al palato risulta una nota di freschezza, acidità e netta sapidità e dopo alcuni assaggi affiora anche una nota minerale con una certa tessitura cremosa che rimane persistente.

Più strutturato il Karas Blanc vendemmia 2013, cuveè composta dagli autoctoni Kangun e Rkatsiteli insieme a Chardonnay e Viogner. Visivamente è brillante, pulito e leggermente denso con una cromaticità giallo paglierino. Al naso si riscontrano aromi delicati, sentori di pesca bianca ed erbe aromatiche (menta e basilico). In bocca risulta cremoso e molto sapido, con aromi di mela cotogna. Successivamente manifesta una mineralità con aromi carbonati e metallici. Un vino equilibrato, rotondo e con un finale molto persistente.

Il rosso è rappresentato dal Karas Rouge 2013, un blend composto da Syrah, Tannat, Malbec e Petit Verdot. Colpisce il colore, un rosso rubino acceso e intenso, mentre gli aromi sprigionati sono di frutta a bacca rossa ed erbe medicinali (rabarbaro e genziana). Al palato predominano i frutti di bosco e un aroma di liquirizia che vira in un finale amaricante. I tannini sono ammorbiditi mentre l’acidità è sostenuta ma piacevole, un vino strutturato con una persistenza prolungata.

La complessità sale con il Karas riserva vendemmia 2012. Blend composto da Syrah, Montepulciano, Ancellotta e Petit Verdot. Il colore è un ammiccante rosso intenso brillante ed al naso si dimostra complesso con aromi di vaniglia, frutta a bacca rossa e nera, marasca, cioccolato e chiodi di garofano oltre a varietali vegetali (peperone). Morbido e rotondo al palato con tannini che affiorano successivamente. Armonico ed equilibrato, ricorda le cuveè bordolesi di grande prestigio.

Ultimo il Karas Dyntrich, Moscato in purezza, un brillante passito giallo paglierino con note agrumate (pompelmo), tropicali (ananas) e dolciastre (frutta disidratata). Notevole la freschezza supportata da una buona acidità con aromi che variano tra vaniglia, fiori d’arancio e mela gialla. Finale corto ma piacevole.

In conclusione l’Armenia si dimostra una nuova realtà vinicola con un futuro promettente ed un valido esempio per altri potenziali territori presenti nel continente asiatico.

Tre amici e un vitigno

Metti una sera a cena tre amici, amanti del vino, e un vitigno: il Pinot Nero.

Ecco un esempio di come una cena può diventare un terreno di confronto-scontro di opinioni e gusti su due prodotti monovitigno provenienti dalle parti opposte del globo. Quasi come fosse un incontro di boxe, come quelli di una volta, ed immagino questa situazione come se si svolgesse ai tempi di Mohammed Ali……

“In un angolo, proveniente dall’Alto Adige, il Pinot Nero ‘Mazzon’ Bruno Gottardi 2013!!! Nell’angolo opposto, proveniente dalla Nuova Zelanda, il Pinot Nero Cloudy Bay 2015!!!”

Iniziamo questo match, potenzialmente un po’impari a favore del Gottardi per via delle diverse annate, stappando il più giovane contendente per la vittoria finale.

Il neozelandese si presenta con un brillante rosso rubino ma soprattutto ci invade inizialmente con un sentore molto particolare. Veniamo travolti da un odore non consono per un Pinot Nero, che ricordano il cuoio ed ambienti di stalle equine, un aroma molto animale. Dopo qualche minuto dove l’aria accarezza il vino nel bicchiere, i sentori del Cloudy Bay si trasformano ricordando legno, terra umida, fungo e muffa. Gli aromi floreali si svilupperanno in seguito con bouquet di rosa e molto più tardi riusciamo a notare aromi fruttati (ciliegia) e boisè (vaniglia).

Nel palato l’entrata è piuttosto decisa, con i tannini che rimangono alquanto morbidi ma molto presenti. Leggermente sapido e fresco, con quest’ultima caratteristica si attenua abbastanza velocemente, dimostra una grande struttura con una decisa corposità, quasi polposa, con tendenza finale amarognola e mediamente persistente.

Questo prodotto ha qualcosa di “non armonioso” ma è gradevole e sorso dopo sorso riesce a convincermi che sarebbe l’ideale per un secondo di carne, magari una carne dolciastra come il cavallo.

Lo sfidante del Pinot “Kiwi” è un italiano con un “carattere” completamente differente.

Il pinot nero prodotto da Mazzon-Gottardi visivamente presenta una tonalità di rosso rubino leggermente più ambrata e scarica. I sentori sono più delicati del “collega” neozelandese e confermano le caratteristiche principali di questo vitigno. Molto evidenti i sentori di fragoline montane e frutti di bosco assieme a delicate fragranze floreali di violette misti a boisè (legno e vaniglia).

L’entrata nel palato è più morbida ed elegante del rivale neozelandese. Una buona acidità e una leggera sapidità accompagnano dei tannini morbidi ma che si fanno sentire. Stupisce la tenuta della freschezza del prodotto che rimane a lungo presente. Gli aromi confermano i sentori percepiti, con predominanza di quelli fruttati, a base di fragoline montane e prugne, a cui si associano aromi di legno, vaniglia e vagamente di liquirizia.

Il risultato finale è un equilibrio sontuoso che si abbina perfettamente con delicati risotti o carni bianche.

Alla fine di questo confronto, ci siamo sorpresi come come due anime cosi contrapposte possano essere entrambe affini al vitigno. E sono state entrambe apprezzate notevolmente. Però alla fine ci ha convinti di più la versione dell’Alto Adige, più elegante e raffinata. Forse quella con le caratteristiche più tipiche secondo lo standard del Pinot Nero.

Il Pinot Nero “Maori”

Il Pinot Nero di Gottardi

Piacenza, atto secondo dei Vignaioli Indipendenti

Sembra solo ieri ma la memoria mi porta allo scorso novembre. Mi porta al FiVi di Piacenza.

Tre settimane dopo Fornovo oltre 500 espositori erano presenti al “Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti“, manifestazione situata nell’area Expo, una location moderna e organizzata, svoltasi fluidamente nonostante l’alto numero di visitatori.

Impensabile poter degustare tutto. Quindi decidiamo di ricercare le cantine per noi interessanti.

Iniziamo da Mosnel dove assaggiamo il Brut Nature 2014 ed il Pas Rosè, due metodi classici composti da Pinot Nero e Chardonnay, con differenti aromi e sentori, entrambi con una ottima qualità.

Passiamo ad Haderburg che ci coccola con il metodo classico 2008 riserva, Chardonnay in purezza, ottima acidità e fine perlage con aromi vanigliati e con una trama molto corposa. Notevole anche il loro Pas Dosè, cuveè di Chardonnay e Pinot Nero con aromi di frutta secca.

Casualmente ci fermiamo davanti allo stand delle Cantine Pacelli, una azienda familiare situata sulle colline cosentine e condotta dalle sorelle Carla e Laura. Assaggiamo il Zoe, un metodo classico 2013 Riesling in purezza. Morbido con una struttura sorprendente e una lieve acidità. Una scoperta ma ancora meglio è il taglio bordolese, Zio Nunin annata 2015, un prodotto di altissima qualità.

Le sorelle Pacelli dell’omonima cantina calabrese

Les Cretes, un’azienda agricola valdostana, esponeva i suoi cavalli di battaglia. Spiccava il “Chardonnay Cuvée Bois Valle d’Aosta D.O.P.”, eccellente Chardonnay in purezza affinato “sur lies” per 11 mesi. Una fantastica fragranza con grande equilibrio. Il proprietario ci informava orgogliosamente che molti enoappassionati della Borgogna oltrepassano le Alpi per assaggiare la sua cuveè. Al suo posto lo saremmo anche noi.

I marchigiani di Villa Bucci presentavano il Castelli di Jesi 2016, Verdicchio in purezza con aromi di frutta candita ma il top era rappresentato dalla riserva 2014, un vino evoluto con una mineralità persistente.

Passando ai rossi ci ha incuriosito lo stand di Weingut Abraham, azienda dell’Alto Adige. La mini verticale in degustazione di Pinot Nero, dal 2015 al 2013, ci ha sorpreso notevolmente. Tutti molto raffinati e strutturati. Anche la Schiava annata 2014, vitigno solitamente non molto considerato, ha dimostrato di essere un buon prodotto con una buona acidità a supporto della struttura.

I titolari della cantina dell’Alto Adige Weingut Abraham, produttori di un ottimo pinot nero.

Continuando il percorso ci imbattiamo nelle Freise autoctone della azienda Tenuta Santa Caterina di Asti. Il Sori di Giul 2013 mostra dei tannini ammorbiditi con delicate note vegetali mentre il fratello maggiore, il 2012, si presenta più “spallato” dai tannini e con delle note boisè dovute all’affinamento in botti di rovere.

La titolare della Tenuta Santa Caterina di Asti

I nostri stomaci reclamano e interrompiamo le degustazioni accodandoci al self service.

Ci accorgiamo che non abbiamo vino da abbinare alle nostre pietanze. Con una faccia di bronzo spudorata me lo faccio offrire da un produttore, Vigne Monache di Taranto, che non solo si mostra disponibile ma addirittura ci chiede cosa mangiamo!

L’offerta è una razione più che generosa di un Primitivo di Manduria riserva 2013, “l’Assiade”. Il vino è eccellente, in corpo e in struttura, con delle note gustative fruttate e speziate che ben si assemblano con i “pisarei e fasoeu”, la versione piacentina della pasta e fagioli. Facciamo i complimenti ai produttori e loro, sempre gentili, ci offrono il 1920, un Primitivo di Manduria dolce naturale morbidissimo, con una gradazione alcolica potente attenuata dalla sua complessità ed equilibrio.

Riprendiamo a fatica le degustazioni e andiamo da Arpepe per assaggiare il nebbiolo della Valtellina. Prima il “Rosso della Valtellina” 2016 e poi “Il Pettirosso” 2015 mostrano con quale cura e ricercatezza questa azienda produce degli ottimi esempi di Chiavennasca. Qualità eccelse che si elevano con il “Sassella Rocce Rosse” 2009: una raffinato esempio di nebbiolo al di fuori del Piemonte.

Come al solito sopraggiunge la stanchezza fisica e anche le nostre papille gustative cominciano a dare cenni di appannamento.

Chiudiamo in bellezza le degustazioni ricercando un Amarone. L’azienda agricola Ca’ La Bionda ci viene in soccorso con il classico “Amarone classico della Valpolicella” e il “Vigneti di Ravazzòl”, entrambi 2012, che si differenziano tra loro per il terroir e l’altimetria delle vigne. Il secondo risulta essere più corposo, strutturato e armonioso.

Lasciamo l’esposizione con un pizzico di dispiacere, perché ci sarebbe ancora tanto da assaggiare, degustare, apprezzare e anche parlare con la miriade di vignaioli e dei loro prodotti, della loro filosofia, della loro passione oltre che della loro professione e del loro lavoro.

Il Prosecco al cinema

Immaginatevi un paesaggio fatto di verdi colline tortuose, piene di filari di vigne dove cresce la  Glera.

Inframezzate da antiche e solitarie ville un po’ trascurate e piccoli paesi arroccati sulle pendenze, con la foschia che avvolge il tutto.

Questa è la zona tra Conegliano Veneto e Valdobbiadene, la dove nasce il Prosecco e dove è ambientata la sceneggiatura del film “Finché c’è prosecco c’è speranza” diretto dal regista Antonio Padovan e tratto dal libro omonimo di Fulvio Ervas, recentemente passato sui grandi schermi.

Il film è un giallo, con stile tra il “noir” e il “british”, dove il goffo ispettore persiano-veneziano Stucky, interpretato dal bravissimo Giuseppe Battiston, indaga su un caso di apparente suicidio del conte Desiderio Ancillotto (interpretato dall’impeccabile Rade Serbedzija) e sui successivi assassinii di personaggi eccellenti.

Con una particolare sensibilità, nonostante la diffidenza del suo superiore, combattendo le ombre del suo passato e le proprie spigolature caratteriali, Stucky riesce a scoprire il colpevole di tali assassinii. Ma soprattutto mette in luce e pone fine ai torbidi interessi di un gruppo di imprenditori proprietari di un inceneritore proprio nel cuore della zona del Prosecco DOCG.

La storia è bella e interessante. Soprattutto è la fotografia a colpirmi con i suoi chiaroscuri e i suoi colori.

Per il sottoscritto, amante della vita frenetica metropolitana piena di fredde luci, è un tuffo in un mondo lontano e meraviglioso, lontano dagli effimeri valori milanesi, dove le parole sono poche ma vere e schiette, scandite in quella soave cantilena del dialetto veneto.

Un film che scorre lento, come il corso di un fiume, e descrive una realtà provinciale, contadina, agricola e tradizionale fatta di discrezione, silenzi e passione. Una passione che si unifica nel prodotto più conosciuto di quel territorio, un “oro giallo” che scorre nelle cantine e che parte da esse per andare in tutto il mondo, rendendo il Prosecco il vino italiano più venduto e più imitato.

Una tradizione quella del Prosecco salvaguardata e difesa anche nel film, che offre un “cameo” alla Confraternita di Valdobbiadene, un istituzione creata nel lontano 1946 con lo scopo di evitare l’abbandono dei vigneti da parte dei viticoltori, aiutandoli a rimanere a coltivare la terra anche attraverso sostegni morali e materiali.

Ed è proprio attraverso questo nettare, spesso denigrato da chi come me è un amante del metodo classico, che la zona di Valdobbiadene e l’intero Triveneto si identifica. Nel suo vino, un vino per tutte le occasioni, che nel tempo si è trasformato, ha saputo modificarsi da semplice vino da tavola leggermente frizzante a vino importante, nobile, gentile, “femminile”, tanto da essere considerato il vino preferito dal gentil sesso.

Un anonimo giornalista di quella zona ha sintetizzato quel vino in una frase che non ha bisogno di ulteriori commenti.

“Il Prosecco era altro, poi ne hanno ristretto la bollicina, l’hanno fatta salire perfetta. E così è diventato perfetto, un perfetto non vino, che piace a tutti perché è fatto per piacere, il contrario di questa terra”.

Il poeta argentino Jorge Luis Borges definì il vino come “succo dell’uva, ma frutto della terra” ed il Prosecco è figlio di quella terra e di quella gente. Gente rude ma cristallina e trasparente. Proprio come il Prosecco.

Fornovo centro dei Vini di Vignaioli

Me lo aveva consigliato Alessandra, la mia insegnante del corso WSET.

Secondo lei l’unica manifestazione che valeva la pena di visitare era “Vini di Vignaioli”. Fornovo non è propriamente dietro l’angolo ma ci smuove la voglia di vedere qualche cosa di diverso dal solito. Si parte, nonostante la pioggia, pesante e incessante per tutto il giorno.

Si arriva poco dopo l’orario di apertura e già si nota un’atmosfera diversa dalle classiche degustazioni presenti nella città metropolitana. Come fosse una sagra di paese, che poi sagra lo è perché i suoi partecipanti, espositori e degustatori, appartengono a quella schiera di “enoappassionati” così diversi dagli “enofighetti” da cui provengo. Milano è così, produce troppi “enosnob” per un mondo genuino come quello dei vignaioli.

Ci tuffiamo allora nella realtà rurale e contadina, con un allegria insolita e ricerchiamo qualcosa di interessante. Ci sono ben 170 espositori a proporci le loro produzioni!

Come da manuale, le prime degustazioni interessano le “bollicine”. La prima tappa ci vede al banco di Ca’ del Vent, azienda lombarda, per un metodo classico del 2014, una cuveè di Cabernet e Merlot con il primo vitigno dominante.

Una sorprendente amabilità e delicatezza caratterizza questo nettare tanto da non credere che possa essere uno Chardonnay, solitamente proprietario di spiccata acidità.

Successivamente arriva il più conosciuto “blanc de blanc”, “Sogno” annata 2013. Delicato e raffinato ma non riesce a convincere il mio palato come la precedente degustazione.

Poi arriva il turno di 1701 Franciacorta, dove assaggiamo il 1701 Brut e il 1701 Rosè. Complice la mia debolezza sul Pinot Nero, mi inebria con il suo profumo e con il corpo molto strutturato.

Passiamo ai bianchi e grazie a Valentina vengo a conoscenza di una realtà ligure meritevole di menzione per il suo Vermentino. La azienda Selva Dolce ci accoglie con il suo proprietario il quale, con poche ed efficaci parole, ci dice ciò che ognuno vorrebbe sempre sentire: il vino buono è quello piace a noi. Ed il suo Vermentino è veramente un vino buono. Secco, sapido, profumato e persistente. Il mio primo acquisto è questa bottiglia.

Successivamente ricerchiamo vini bianchi con una più complessa struttura. Radikon ad esempio. La sua ribolla gialla è veramente notevole. Piena di corpo, sapore, sapidità e aromaticità. Una vera chicca per noi. Un vino da cui non ti staccheresti mai.

Ma ci sono altri protagonisti in questa fiera del naturale e dei vignaioli.

E continuiamo nel nostro percorso fatto di bianchi. Molti buoni, ma non tutti dimostrano qualità capaci di meravigliare il nostro palato. A mezzogiorno ci consoliamo con un cotechino nostrano di una bontà direi quasi antica tanto era puro il suo sapore.

Nel post pranzo passiamo ai rossi. Andrea mi dice che c’e il suo amico Davide Bentivegna, il creatore di Etnella. Quale migliore occasione per un saluto. Diverse degustazioni, ma “Notti Stellate”, un blend di  Nerello Mascalese  e Nerello Cappuccio, è quello che mi conquista di più. Ed è il mio secondo acquisto di giornata.

Per ricambiare il favore, Andrea mi concede la degustazione di un  Sangiovese, che lui proprio non adora. Scegliamo di degustrare i vini della Fattoria Castellina. La scelta si dimostra azzeccata: la giovane proprietaria Elisabetta mi descrive con grande trasporto tutto il suo amore per i suoi vini, ma non ne avrebbe neanche bisogno. Il suo “Terra e Cielo” è vino di grande struttura che riesce a farmi strabuzzare le papille gustative. E anche quelle di Andrea, che forse comincia a ricredersi sul Sangiovese. La terza bottiglia acquistata è la sua.

Si continua imperterriti sulle degustazioni dei rossi quando Andrea vede un altra cantina siciliana, la “Dos Tierras“. Pierpaolo, il proprietario assieme a Beatriz, ci illustra la sua scelta aziendale di puntare su un vitigno tipicamente spagnolo, il Tempranillo,  Il risultato è notevolissimo in quanto il prodotto ha una buona struttura ed è morbido nonostante la tannicità tipica del vitigno. L’ultima bottiglia presa è questa.

Ci piacerebbe continuare nelle degustazioni ma la stanchezza comincia a farsi sentire ed il pensiero di affrontare la lunga strada del ritorno ci fa desistere dal farlo. Chiudiamo cosi la nostra esperienza con i vini di vignaioli. Peccato per lo spazio esiguo tra gli espositori ma per il resto è stata sicuramente una bella manifestazione. Che ritroveremo volentieri a Piacenza.

Un Menhir nel cuore del Salento

Le vacanze ci possono dare sempre qualche voglia di novità.

Così, da quando sono diventato un eno-appassionato, cerco di modificare la mia pigrizia vacanziera votata al riposo con la mia curiosità mai sopita di scoprire delle realtà enologiche precedentemente sconosciute. E quest’estate ho approfittato per rivedere il Salento con occhi diversi, da enonavigante e enoscopritore. Considerandomi un neofita sono andato a ricercare, senza referenze e seguendo l’istinto, qualche cantina che mi potesse fare conoscere le tipiche produzioni locali.

Scopro che a pochi chilometri dalla splendida Otranto, verso sud nella piana salentina, è situata la Menhir Salento in quel di Minervino di Lecce. Arrivo alle 13 e nell’assolato paesino non c’è traccia di anima viva ma nonostante tutto l’azienda vinicola è aperta.

Il cancello è caratteristico, con uno stile simile al barocco. Varco il portone e l’ambientazione nel cortile è curata nei minimi particolari, con un gusto tipicamente salentino e molto elegante. L’interno è ancora meglio, una location veramente sorprendente. Scopro che vi è un servizio ristorante e…. approfitto dell’occasione per un pranzo con una piccola degustazione guidata.

Quale migliore occasione per conoscere i vini di questa azienda!

Come aperitivo ci vengono serviti una Verdeca Puglia IGT ed un Sale Salento IGT. Entrambi in perfetta temperatura di servizio. Il primo si presenta con sentori intensi di fiori e agrumi che si confermano al palato associandosi ad una nota minerale soffusa con una persistenza finale leggera. Il secondo, un blend di Fiano e Malvasia in parti uguali, rimane invece più strutturato con sentori che ricordano aromi di frutta matura e tropicale mentre al palato risulta sapido, fruttato con un finale amarognolo di mandorla.

Vengono serviti i primi piatti e per una specialità rustica di pasta locale come le sagne salentine mi viene proposto un Menhir Salice Salentino DOC riserva mentre per un piatto delicato come delle linguine ai frutti di mare viene proposto un Novementi Rosato Salento IGT.

Il primo si mostra di medio corpo, con la struttura del Negroamaro arrotondata dalla Malvasia Nera presente per una quinta parte. Spiccano gli aromi di frutti di bosco e sottobosco accompagnati da sentori di vaniglia, cuoio e liquirizia derivanti e propri dall’invecchiamento in barriques per 24 mesi. Il Novementi invece, da buon vino “ruffiano”, è un Negramaro vinificato in rosato che sprigiona spiccati aromi fruttati di fragola e mora ma che al gusto svaniscono lasciando una decisa acidità con fragranze più speziate e vegetali che si abbinano molto bene con il piatto a base di pesce servito in tavola.

Una completa armonia tra cibo e vino è come un biglietto da visita che merita di essere conservato.

Soddisfatti e saziati da questi primi piatti, decidiamo di passare subito al dessert che viene accompagnato dal suadente D’Alesio Aleatico Passito Puglia IGT. Un vino passito molto profumato, fruttato con sentori di ciliegia matura e fiori rossi, molto corposo e con una lunga e dolce persistenza finale.

Un pranzo molto soddisfacente in un giornata soleggiata di agosto accompagnata da una piacevole e sostenuta brezza proveniente dal vicino mare Adriatico. La visita alla cantina Menhir si conclude passando dal punto vendita dove acquisto diverse bottiglie che consoleranno le mie serate invernali. Pensando sempre al Salento, terra di sole, di mare, di vento.

E soprattutto di vini, che allietano il cuore.