Celeste Crianza

Produttore: Bodegas Miguel Torres S.A.
Denominazione: Ribera del Duero, DO
Vitigni: Tempranillo (Tinto fino) 100%
Alcol: 14%
Vendemmia: 2014
Affinamento: barriques di legno per 12 mesi
Temperatura di servizio: 16°C -18°C

Alla vista appare di un colore rosso rubino con riflessi granati. Al naso prevalgono principalmente sentori di more e mirtilli seguiti da aromi terziari di legno tostato, spezie con prevalenza pepe nero, erbaceo di sottobosco e aromatico di liquirizia.

Al palato si rivela di corpo pieno e morbido, con un entrata vellutata di tannini setosi, una leggera sapidità e freschezza, risulta complessivamente equilibrato. Nonostante il livello alcolico, non si avverte calore nella degustazione. Buona persistenza finale e un retrogusto molto aromatico e vanigliato.

Nasce sulle alture sopra gli 800 slm della regione spagnola della Ribera del Duero da vigne vecchie e matura per 12 mesi in botti di rovere.

 

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

La Bodegas Miguel Torres S.A. è una delle più importanti aziende vitivinicole della Spagna, presente sui mercati mondiali con circa 50 etichette in oltre 150 Paesi.

L’azienda, ancora oggi a conduzione familiare, è stata fondata nel 1870 a Vilafranca del Penedés, portando avanti una tradizione vinicola arrivata alla quinta generazione, oggi guidata dal presidente Miguel A. Torres.

Presenta una vastissima gamma di prodotti, includendo vini emblematici come Grans Muralles o Mas La Plana ed etichette estremamente note come Viña Sol, Sangre de Toro, Viña Esmeralda, De Casta o Coronas. E’ all’avanguardia con i suoi celebri brandy, dove il più conosciuto è il Torres 10.

Produce vini Jean Leon da una tenuta nel cuore del Penedés; nella Rioja, con il Torres Altos Ibéricos; nella Ribera del Duero, con la gamma di vini Celeste; nella Rías Baixas, col suo Albariño Pazo das Bruxas; nella regione di Rueda, con il suo Verdeo.

La multinazionale vinicola spagnola è molto conosciuta anche nel continente americano, dove si è stabilita nel 1979 con la fondazione Miguel Torres Chile, che conta circa 400 ettari di terreno vicino alle Ande, coltivati in modo biologico.

Nel 1983 ha inaugurato l’azienda californiana di Marimar Torres Estate, con vigneti nella Russian River Valley e a Sonoma County.

Uno dei principali obiettivi della casa vinicola spagnola è quello di ritrovare varietà ancestrali e fa del recupero ambientale uno dei principali valori alla base del suo lavoro, come dimostra il motto aziendale: “Maggiore è la cura per la terra, migliore sarà il vino che se ne ottiene“.

Prodigo Syrah

Produttore: Azienda Agricola Donato Giangirolami
Denominazione: Lazio IGP rosso
Vitigni: syrah 100%
Alcol: 14,5%
Vendemmia: 2016
Affinamento: acciaio
Temperatura di servizio: 18°C

Presenta un colore rosso rubino intenso, quasi impenetrabile. Ad una prima olfazione prevalgono aromi fruttati, di lamponi e mirtilli e successivamente emergono sentori speziati di cuoio, pepe nero e noce moscata.
Al palato è intenso, morbido, di corpo pieno e leggermente sapido, con buona tannicità ed una gradazione alcolica importante. Media persistenza e finale molto intenso con lievi note balsamiche.
“Prodigo” nasce nella piana dell’Agro Pontino, in una zona nota come Le Ferriere, da viti poste su un terreno sabbioso e argilloso.
La vendemmia viene eseguita a fine settembre e, dopo la pressatura delle uve, il mosto ricavato viene fatto macerare e fermentare in contenitori di acciaio inox, utilizzati per completare l’affinamento.
E’ un ottimo vino, che può essere degustato con secondi piatti strutturati a base di carne rossa. Può essere degustato appena prodotto ma se lasciato riposare per 3-5 anni in cantina può evolversi per una degustazione più complessa e soddisfacente.

ALCUNE NOTE SULL’AZIENDA

L’azienda Giangirolami nasce nel 1956 con il capostipite Dante, mentre dagli anni 90 ad oggi è gestita dal figlio Donato. Vi sono 80 ettari di terreno di cui 38 coltivati a vigneto secondo la coltivazione biologica, ottenuta nel 1993, con eliminazione dell’utilizzo di prodotti chimici.

Il territorio si suddivide in due zone:

  • nella parte di Doganella di Ninfa (Cisterna di Latina) si coltivano i vitigni a bacca bianca (Malvasia Puntinata, Grechetto, Sauvignon Blanc, Viognier, Chardonnay) e qualcuno a bacca rossa (Montepulciano e Nero Buono di Cori); qui si trova la Casa Rosa, la sala per incontri, degustazioni e attività culturali di vario genere
  • in località Borgo Montello/Le Ferriere (Latina) sono coltivati i vitigni a bacca rossa (Syrah, Petit Verdot, Merlot, Cabernet Sauvignon); in questa frazione si trova la Casa Rossa, il cuore produttivo ed amministrativo dell’azienda, dove arrivano le uve appena raccolte, pronte per essere lavorate in cantina.

 

A Milano gli artigiani del vino si incontrano al LIVE WINE 2019

L’ex tempio dei Diavoli Hockey Milano, il Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi, sarà crocevia di circa centocinquanta cantine vinicole, provenienti dal ogni parte della nazione e oltreconfine, che si incontreranno per dare luogo alla quinta edizione del Salone Internazionale del Vino Artigianale LIVE WINE nelle giornate di Domenica 3 e Lunedì 4 Marzo 2019.

Gli enoappassionati che raggiungeranno questo spazio espositivo avranno l’opportunità di degustare produzioni vitivinicole di ottima qualità, di conoscere i produttori ed il loro appassionato lavoro, di informarsi sulla loro etica di produzione, che applica una viticoltura non convenzionale, seguendo metodi biologici o biodinamici in vigna e vinificando senza additivi enologici.

Una filosofia di produzione che privilegia un vino “naturale”, con un approccio che riduce al minimo gli interventi in cantina in modo da ottenere un vino che sia reale espressione del territorio di provenienza, dell’annata e della sensibilità del produttore.

Oltre alle degustazioni, i partecipanti alla manifestazione avranno l’opportunità di approfondire la loro conoscenza di due territori con una spiccata tradizione vinicola.

Nella giornata di domenica verranno organizzate due degustazioni guidate: “Alsazia zero solfiti” riguardante la regione francese con i suoi splendidi vini bianchi aromatici e “Roero on my mind” che illustreranno un territorio piemontese dove vengono prodotti vini rossi di grande corpo e struttura.

Non mancheranno degustazioni nella giornata di lunedì, quando sarà organizzata una tavola rotonda con argomentoIl giusto prezzo del vino (naturale), nella quale saranno esposti pensieri, riflessioni e analisi sulle motivazioni interenti il valore del vino e su come questo influisce sulle scelte del consumatore, con interventi di critici gastronomici e produttori.

Ancora prima che la manifestazione “LIVE WINE 2019” cominci, da sabato 2 fino alla conclusione della manifestazione si terranno gli eventifuori salone” nei quali gli enoappassionati avranno la possibilità di effettuare degustazioni, incontri e serate a tema nelle enoteche, nei ristoranti e nei locali che hanno scelto di aderire all’iniziativa, il tutto per diffondere la filosofia del vino naturale e artigianale.

Per chi volesse conoscere anticipatamente il programma completo della manifestazione, lo invitiamo a consultare il sito www.livewine.it per ottenere tutte le informazioni necessarie.

 

Un magiaro per Natale

Tempo di Natale, tempo di feste.

Come di consuetudine di fine anno, si comincia a pensare di organizzare pranzi e cenoni natalizi all’insegna del gourmet, allestendo piatti prelibati e tradizionali accompagnati da vini importanti.

Ma al momento del dolce, panettone o pandoro che sia come esige la tradizione, l’abbinamento più comune prevede la bollicina, che sia metodo classico o charmat.

Solitamente risulta più apprezzato l’abbinamento con uno spumante secco, mentre sarebbe più appropriato l’associazione con un prodotto dolce o demi sec.

Negli anni ’60 e ’70 era in voga l’abbinamento con l’Asti spumante DOC, oggi va per la maggiore il Prosecco, prevalentemente brut o un po’ più abboccato.

Ma perchè non provare a guardare fuori dai confini italiani per vedere un qualcosa di diverso, ma non meno interessante, da abbinare con il dessert natalizio prescelto?

Quindi vado alla ricerca di un prodotto che possa soddisfare questo abbinamento e con calma inizio a cercare qualcosa che stuzzichi la mia curiosità in varie enoteche di Milano.

Scartato il Sauterne, un ricercato vino muffato di provenienza francese con una vena agro-dolce che non si abbina completamente, rivolgo lo sguardo verso l’Est Europa. Punto alle colline della Pannonia, una regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava che comprende la parte occidentale dell’attuale Ungheria, dove una volta vi era il popolo dei Magiari.

Trovo tra gli scaffali una piccola bottiglia di Tokaji ungherese, ormai l’unico prodotto che può essere chiamato con tale denominazione. Lo prendo, il costo non è esorbitante. Torno verso casa con la curiosità di chi si aspetta una bella sorpresa da questa scelta.

Si tratta di un Tokaji Szamorodni Edes Sweet del 2013, prodotto dalla Grand Tokaj, che dovrà accompagnare un panettone di Giovanni Cova & C., il “Pan de Toni”, uno dei prodotti di punta della antica pasticceria di Milano, una vera istituzione dal 1930.

Attraverso la rete mi informo e scopro che il vino scelto è differente dal famoso Tokaji Aszù. Infatti le uve vengono raccolte in grappoli interi che vengono pressati direttamente prima della fermentazione, nella stessa maniera eseguita per i vini dolci del mondo (Sauternes, Beerenauslesen ecc.). Per queste varianti, i vini di Édes Szamorodni sono più leggeri nello stile pur mantenendo le inconfondibili note muffate ottenute dalla Botrytis.

Riuscirà questo Tokaij a sostenere il passo del “Pan de Toni”?

Scarto il panettone e nello stesso tempo stappo la bottiglia da mezzo litro di nettare ungherese. In poco tempo l’ambiente si riempie di sentori dolci e profumati provenienti dai due prodotti.

La fragranza del panettone, leggermente riscaldato nel forno, mi inebria le narici e mi invoglia ad un primo morso. Verso un piccolo quantitativo di vino nel bicchiere e ne ammiro il giallo dorato con riflessi scintillanti, un colore caldo e che scalda il mio cuore in questa fredda serata di dicembre, con la neve che inizia a scendere avvolgendo la pianura padana.

Al naso il vino magiaro mi offre inizialmente lievi fragranze floreali e successivamente intensi sentori di frutti tropicali, ananas, e disidratati, come l’albicocca e il dattero.

Degusto il primo sorso e noto immediatamente il corpo intenso e cremoso ma percepisco che gli aromi non sono così dolci come mi ero immaginato precedentemente attraverso il mio olfatto.

L’acidità è sostenuta e contrasta in maniera adeguata gli zuccheri presenti. Un buon bilanciamento tra le due contrapposte componenti. Sentori di miele, frutta secca, prevalentemente mandorla si fondono con i sapori dei canditi e la sensazione burrosa proveniente dal panettone.

La persistenza è media e gradevole, il retrogusto è piacevole e deliziosamente aromatico. 

Mi fa venire voglia di ripetere la prova. Taglio quindi un’altra fetta di panettone e verso ancora del Tokaji nel bicchiere, soddisfatto di questo connubio magiaro-meneghino.

Un piccolo anticipo del Natale, con il fuoco del camino che scoppietta e scalda l’ambiente. E la mia mente si rilassa con queste dolcezze immaginando il giorno della festa che dovrà venire.

La tris di Fornovo

No, non stiamo parlando di cavalli e corse equine. Stiamo parlando di vini e delle nostre selezioni effettuate alla rassegna enogastronomica “Vini di vignaioli” svoltasi, come ogni anno, nella prima settimana di novembre a Fornovo di Taro.

Abbiamo visitato questa diciassettesima edizione del vino artigianale cercando di farci largo tra la folla per degustare i prodotti delle aziende presenti. Ovviamente non era possibile assaggiarli tutti, quindi ci siamo affidati al caso. Alla fine sono tre i vini che ci hanno colpito maggiormente.

Rosissima 2017, Azienda vinicola Montesissa Emilio.

Situata a Carpaneto Piacentino, l’azienda produce questo rosato di uve barbera (60%) e bonarda (40%) ottenuto da vigne di circa 50 anni poste a circa 300 metri s.l.m. su un terreno argilloso e sabbioso.

Ottenuto con la tecnica del “salasso”, viene imbottigliato senza essere filtrato e completa in bottiglia la fermentazione degli zuccheri residui della prima vinificazione, divenendo leggermente frizzante.
Presenta un colore buccia di cipolla, ottenuta con solo un’ora di macerazione sulle bucce.
Al naso si notano subito sentori di frutta rossa e di sottobosco (fragola e lampone), poi aromi erbacei e vegetali (pomodoro). Al palato l’acidità è sostenuta, è leggermente sapido con un corpo leggero e delicato, confermando le note olfattive. Lunga persistenza retro olfattiva dove il vino diventa sempre più armonico perdendo leggermente le freschezze iniziali per diventare più avvolgente e gradevole.

Dannato 2012, Piccola azienda vinicola Redondel.

Paolo Zanini, vignaiolo con grandissima passione, ha creato un teroldego rotaliano in purezza ottenuto da uve coltivate nella piana trentina di Mezzolombardo. Le uve provengono da cinque appezzamenti di età diverse e vengono vinificate separatamente, assemblandole successivamente.
Il risultato finale è veramente notevole, conseguito dopo un anno di affinamento in bottiglia.
L’occhio rimane colpito dal colore rosso rubino carico, nell’olfatto si avvertono inizialmente sentori di frutta rossa polposa (amarena, prugna) per poi virare sugli aromi terziari (legno, cuoio, tabacco e liquirizia). Il tutto completato da spezie (pepe nero) e sentori balsamici.
In bocca l’entrata è morbida, rotonda e avvolgente. Il corpo è caldo, poderoso e spinto da una vigorosa acidità mentre i tannini sono mediamente pungenti. Si confermano i profumi avvertiti all’olfatto con una lunghissima persistenza retro-olfattiva piacevole e leggermente amarognola. Particolare il nome, conferito dalla moglie di Paolo Zanini, successivo ad uno sfogo del marito a fronte degli sforzi compiuti per promuovere il suo vino (“Dannato Teroldego!”)

Foglio 11 2014, Fattoria Calcabrina.

Angelo Calcabrina, titolare della omonima azienda agricola, ci ha deliziato con il suo Foglio 11, un sagrantino in purezza, ottenuto sulle colline umbre adiacenti a Montefalco. Un vino biologico dalla bottiglia non convenzionale ed elegante. Le sue vigne, poste a 400 metri s.l.m., producono uve profumate che danno un vino eccellente.

Alla vista si nota un colore rosso rubino molto carico. Al naso si avvertono sentori di frutti di bosco e macchia mediterranea, dove predominano aromi di frutta rossa sciroppata, marasca sotto spirito e lampone. Successivamente si avvertono profumi floreali di rosa associati da note di vaniglia, dovute all’affinamento in botte grande.
In bocca l’entrata è potente con i tannini alquanto spigolosi. L’acidità iniziale è sostenuta ma tende ad affievolirsi lentamente e nel bicchiere, con il passare del tempo, il vino evolve lentamente risultando più dolce, morbido, rotondo, equilibrato. Emergono profumi speziati di pepe nero e balsamici di cannella e chiodi di garofano; completano il bouquet note di vaniglia, legno, pelle animale e legno.

Il finale è pieno, corposo, lungo e persistente. Un vino eccellente che risulta per nulla alcolico nonostante i suoi 15 gradi, arrotondati per difetto dal produttore.

Un’occasione per ritornare ad assaggiare Foglio 11 sarà alla prossima edizione de “La terra trema – Fiera Feroce” in programmazione a Milano il prossimo 29 e 30 novembre.

Le tre stelle di Cori

Sono un inguaribile curioso. La scorsa estate questa mia caratteristica mi ha portato a conoscere due vitigni autoctoni di cui credo di non aver mai sentito parlare.

Si tratta del vitigno a bacca bianca bellone e quello a bacca nera nero buono.

Ho chiesto aiuto in rete per farmi conoscere un buon produttore di questi vitigni e mi è stato consigliato un nome: Marco Carpineti.

Egli si trova a Cori, una cittadina collinare a metà strada tra la Pianura Pontina e i Castelli Romani.

Al mio arrivo in azienda mi accoglie Roberta, una vera fuoriclasse della comunicazione e delle relazioni esterne.

L’amore per il vino, galeotto, l’ha portata a lavorare in una realtà diversa dai suoi studi iniziali e l’ha resa una perfetta anfitriona con gli ospiti.

Inizialmente la famiglia Carpineti aveva un piccolo appezzamento di terreno di circa 4 ettari in zona Capo Le Mole. La morte del padre ha decretato la conversione dell’impiegato comunale Marco Carpineti nel moderno viticoltore attuale che ha ingrandito l’azienda portandola agli attuali quattro terreni, situati in località Capo Le Mole, Tenuta “San Pietro”, Tenuta di Ninfa e Tenuta dell’Antignana per un totale di circa 110 ettari, dei quali 65 vitati e 10 destinati ad uliveti.

Un azienda ancora con una realtà a livello familiare ma con idee in grande.

Tutti i terreni presentano sottosuolo a base tufacea e calcarea, di composizione vulcanica con forte mineralità; le esposizioni a sudovest vengono accarezzate dalle brezze marine che arrivano dalla pianura e lambiscono i monti Lepini.

La prima modifica introdotta dal nuovo proprietario è stata quella di modernizzare la viticoltura nell’azienda.

La seconda svolta invece si è avuta nel 1994 con la conversione al biologico e bionaturale, perché, secondo il pensiero di Carpineti, ogni pianta fa parte di un sistema naturale che, se non viene forzato o abusato con sostanze chimiche esterne, si autosostiene.

In questo modo, vengono rispettati i dettami della natura.

Ma la più importante innovazione effettuata è stata quella di re-impiantare i vitigni storici del territorio locale, il bellone e il nero buono di Cori, da sempre rimasti nell’anonimato. Marco Carpineti è il più convinto dei vignaioli locali nel progetto di rivalutazione di queste varietà.

Nel corso di questi anni l’azienda si è attorniata di validi enologi. Attualmente Francesco Silvi e Emiliano Rossi, quest’ultimo specializzato in spumantizzazione, sono gli artefici delle produzioni vinicole. 

Abbiamo assaggiato alcune di queste.

Il primo è stato il “Kius”, un brut metodo classico composto da uve bellone in purezza, millesimato 2015.

Alla vista si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi dorati. Dopo un affinamento di 24 mesi, il perlage è molto fine e intenso mentre al naso sviluppa profumi aromatici di fiori e successivamente aromi fruttati di ananas e frutto della passione.

Nel palato risulta una vena citrina ed una decisa freschezza, a dispetto della quantità zuccherina presente. Leggermente sapido, con una buona corposità e una prolungata persistenza, dove emergono i sentori dei lieviti e la crosta di pane. Si confermano inoltre gli aromi percepiti nell’olfatto, con l’aggiunta di sentori di banana matura.

Per capire le potenzialità del bellone, Roberta ci offre il “Capolemole” bianco, la versione ferma del Kius.

Anch’esso sviluppa al naso note floreali e successivamente sentori di frutta matura e aromi tropicali. Nel palato il gusto è meno acidulo della versione spumantizzata. E’ morbido, rotondo, armonioso. La persistenza è meno netta ma con una leggera e piacevole aromaticità.

Il “Moro“, la terza degustazione, è un assemblaggio di greco giallo e greco moro.

Nella vinificazione, una parte dei vitigni assemblati viene fermentata in legno per poi riunirla nel prodotto finale.

Alla vista si presenta con colore giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli. Un vino molto corposo, che sviluppa forti richiami olfattivi di pesca matura misti a sentori di mandorle e nocciole, con leggeri aromi vegetali di fieno ed erba tagliata. Ha un corpo intenso, morbido e rotondo, dove sapidità e acidità non intaccano questa intensità armoniosa, con una lunga persistenza finale. Un vino che ci avvolge per il suo corpo, molto caldo, anche se nasconde molto bene il suo volume alcolemico di 14 gradi.

Infine abbiamo degustato il “Capolemole” rosso.

Composto in prevalenza da nero buono di Cori, cesanese e montepulciano, viene affinato in barriques per 12 mesi. Presenta un colore rosso rubino pieno; nell’olfatto si avverte che si tratta di un vino complesso. I sentori percepiti sono di frutta rossa matura, di frutti di bosco e di amarena sciroppata, mentre al gusto il suo corpo, armonico ed elegante, si unisce ad una lieve freschezza. Lunga persistenza finale che tende ad essere amarognola.

Alla fine chiediamo a Roberta cosa significano le tre stelle presenti sullo stemma della azienda. Si tratta di una antichissima incisione presente all’interno della corte dove è nato e vive Marco Carpineti, nella parte antica di Cori che si trova vicino al tempio dei Dioscuri, i gemelli Castore e Polluce.

Un segno del destino. In mezzo ai Dioscuri, in mezzo a due stelle, ci può stare solo una stella come loro, che brilla nelle assolate campagne di Cori mentre lavora tra i filari di vite.

P.S. Roberta la ritroviamo all’evento Sky Wine svoltosi a Sezze qualche giorno dopo. Ci ha servito il “Kius Extra Brut”, un metodo classico rosato da nero buono, e lo “Nzù’”,un bianco da bellone e affinato con lieviti indigeni in terracotta.

Dalla foto potete capire che si stava divertendo, nel segno delle tre stelle.

 

Ricordi di questa estate: il sogno di Mario.

Nella piana di Teano, la stessa dove Garibaldi consegnò l’Italia ai Savoia, un uomo sta vivendo un sogno lungo una vita.

Si chiama Mario Basco ed è l’anima dell’azienda agricola “I Cacciagalli“, una piccola realtà vitivinicola dell’alta pianura campana, nella provincia di Caserta. Una azienda nata solamente nel 2008, ma che raccoglie l’eredità di generazioni di viticoltori.

Egli è arrivato in soccorso della sua amata sposa, che aveva deciso di rilevare l’azienda di famiglia trascurata per decenni. Lui, laureato in architettura e lavoratore nelle cooperative archeologiche, non aveva mai immaginato di ritrovarsi in una dimensione così diversa.

Venti anni dopo aver completato gli studi da sommelier e degustatore, ha trovato un’occasione per mettere in pratica la sua passione per la viticoltura e rimettere in gioco la sua carriera, assecondando il suo istinto alla ricerca della sua soddisfazione personale. Per realizzare il suo sogno, desiderato da tanto tempo.

Dopo un inizio a piccoli passi, l’azienda agricola e vitivinicola “I Cacciagalli” è cresciuta migliorando in tutti gli aspetti.

Dagli iniziali 3 ettari vitati si è arrivati agli attuali 30-35, migliorando la produzione con il trasferimento dell’attività dalla vecchia cantina in una nuova costruzione per la vinificazione.

Tutto questo rimanendo in una dimensione artigianale dove, sotto la denominazione IGT Roccamonfina, i vini sono prodotti secondo i dogmi dell’agricoltura naturale, biologica e biodinamica, nel rispetto della vite. Nessun additivo, lieviti indigeni e minimo impiego dell’anidride solforosa sono i punti fermi della vinificazione di questa azienda.

La vinificazione viene proposta in acciaio, legno e cemento ma la sua migliore espressione di produzione si ottiene attraverso le anfore: un materiale inerte ma poroso, che consente al vino di traspirare senza acquisire aromi o profumi esterni. Mario utilizza 27 anfore di diverse terracotte e provenienti da differenti luoghi, per le sue produzioni vinicole in modo da valorizzare completamente i propri vitigni. E ci crede così tanto che più della metà della sua produzione utilizza questi recipienti da circa 800 litri l’uno.

Per una continuità con il passato, Mario ha riportato indietro il tempo di cinquanta anni espiantando i vitigni “internazionali” presenti e piantando solo vitigni autoctoni della zona vulcanica pedemontana: piedirosso, aglianico, palagrello nero tra le bacche rosse e fiano e falanghina tra le bacche bianche. I filari delle viti sono ingentiliti dal senso estetico di Mario, in quanto ha piantato un rosaio davanti ad ognuno di essi.

Soprattutto tutti i vini prodotti sfruttano quel mix di fattori tra la natura vulcanica del sottosuolo, il clima mite e la morfologia del territorio che li rendono unici.

La linea di produzione si divide in due realtà: le produzioni classiche, ossia vinificate in acciaio-legno-cemento, e quelle vinificate in anfora. La prima linea comprende i prodotti più freschi e immediati da degustare: Masseria Cacciagalli, da uve aglianico; il bianco Aorivola, una falanghina in purezza, e il rosso Mille, uvaggio di piedirosso-aglianico.

Nella linea di vinificazione in anfora sono presenti cinque produzioni, tutte composte in purezza con i vitigni autoctoni: Leneo, evoluzione dell’Aorivola, con falanghina al 100%; Zagreo, fiano in purezza; Phos, da sole uve aglianico; Lucno, da uve piedirosso, e lo Spheranera, di solo palagrello nero.

Purtroppo noi abbiamo assaggiato solo Aorivola e Mille, in quanto la bontà dei vini di Mario fa si che questi lascino presto la sua cantina verso le enoteche di tutto il mondo.

Aorivola ci è piaciuto molto. Non è la solita falanghina “ordinaria” che si trova in Campania. Ha un colore con una tonalità di giallo molto brillante, con profumi molto intensi e complessi, in prevalenza di aromi minerali ed idrocarburi, dovuti al terreno di formazione vulcanica, miscelati a quelli fruttati di agrumi e fiori di campo, presentando una acidità ben equilibrata alla morbidezza con un finale molto prolungato. Tutti questi fattore fanno dell’Aorivola un vino molto complesso e ricco di sfaccettature aromatiche.

Mille è invece un assemblaggio dove il piedirosso è presente al 70-75% completato con uve aglianico che presentano decisi sentori di frutti rossi come ciliegie, amarene, more e prugne e solo ad un secondo sorso si notano aromi erbacei e balsamici. Corposo e valido, si abbina perfettamente soprattutto con arrosti magri, profumati e delicati.

Vini equilibrati e soprattutto eleganti. Sempre ricercando l’eleganza nella naturalezza dell’uva e della natura.

Prodotti da un uomo, da un sognatore, che non vuole smettere di sognare.

Alla scoperta del Centesimino

Mi trovo in Romagna, per una settimana di ferie in riviera.

Abbronzarsi al sole è piacevole, ma dopo qualche giorno ci si annoia. Allora provo a vivacizzare il mio soggiorno cercando qualche nuova cantina o azienda vinicola locale per scoprire nuove libagioni enologiche.

Chiamo Andrea, il collega di Blogelier.it e biblioteca vivente del sito, per farmi dare qualche dritta. Mi risponde con un solo nome che non mi dice nulla: centesimino.

What is centesimino?

Poi mi dice ancora: “Ancarani. Se ci vai, non te ne penti”. Poi scopro che lui non è mai stato in questa cantina. Come farà a sapere che non me pentirò?

Vado alla ricerca di informazioni sul centesimino. Scopro che si tratta di un vitigno autoctono delle colline di Faenza, a bacca rossa, semiaromatico, iscritto al Registro Nazionale dal 2004, quindi recentissimo. Ma nessuno dice che il centesimino era un vino molto popolare nella zona del Passatore Cortese, mitico brigante del 19esimo secolo, soprattutto nella località di Oriolo dei Fichi, zona storica di coltivazione, con il nome di “savignon rosso”. Scritto come nel dialetto di queste parti.

La ripresa di questo vitigno si deve a Pietro Pianori, soprannominato centesimino e proprietario del “Podere Terbato”. Negli anni 50 ritrovò alcune marze di una longeva vite conservata dentro le mura di una residenza nobiliare di Faenza scampata all’epidemia di fillossera che cancellò la maggior parte dei vigneti della zona come per il resto dell’Italia.

Per anni il centesimino è stato chiamato “savignon rosso” per via della aromaticità del vitigno, simile a quella del sauvignon bianco, e si pensava che il suo biotipo fosse derivante dall’alicante o grenache, altri vini semiaromatici.

I campioni inviati ai laboratori rivelarono che l’autoctono faentino era completamente differente da quelle uve ed una seconda analisi di laboratorio definì come il centesimino era una varietà a sé stante anche dai profili dei vitigni italiani.

A questo punto mi involo verso Faenza per visitare la Ancarani vini, come suggeritomi da Andrea.

Nel mezzo delle campagne, in località Oriolo dei Fichi, incontriamo la signora Rita, la dinamica moglie del “grande capo”, l’agricolo Claudio Ancarani, che ci illustra la sua piccola ma efficiente azienda vitivinicola.

Ironicamente lei si  definisce “la schiava” del “grande capo”, ma noi intuiamo benissimo che, come ogni donna romagnola, è l’anima generosa e passionale della azienda, che cura ogni aspetto estetico del luogo. E lo si nota nei dettagli ricercati e raffinati, presenti sia nell’ambiente esterno del giardino che nella sala interna del ristorante, che solo una donna può dare.  

Ci illustra la storia del vitigno, come uno dei autoctoni maggiori della zona faentina, che ha trovato una dimora ideale per via di una fascia di terreno presente tra la pianura e l’appennino, denominato lo “spungone romagnolo”, dove il sottosuolo è composto dal “sabbione”, che ci mostra in barattoli dimostrativi.

Inoltre il sottosuolo presenta nel suo insieme anche agglomerati calcarei/marnosi, conferendo al centesimino delle caratteristiche enologiche particolari come profumi e sentori. 

È un vitigno che presenta delle alte percentuali di zucchero e per questo motivo viene raccolto con un leggero anticipo per mantenere un alta acidità anche dopo la vinificazione, differentemente da come veniva effettuato nel passato, ed in questo modo viene conferito al vino anche una longevità maggiore.

Ci viene offerto un calice della vendemmia 2016, vinificato in purezza interamente in acciaio. E’ di colore rosso rubino cupo con dei riflessi violacei, indice di tannini non ancora sviluppati.

Complesso era il bouquet olfattivo sono riuscito a riconoscere aromi fruttati di bacche rosse, mora e ciliegia con una leggera nota speziata di anice e liquirizia. In una seconda olfazione riscontravo anche alcuni sentori floreali di rose e fiori di arancio.

Venivo sorpreso nella degustazione in quanto mi aspettavo molta asprezza del vino. Al contrario l’entrata nel palato era morbida, rotonda, con tannini non aggressivi che si amalgamavano con la componente aromatica del vitigno. Leggermente sapido, si avvertiva dopo alcuni secondi un corpo deciso e con una giusta acidità, nonostante l’alto contenuto di zuccheri presenti. Gli aromi percepiti confermavano l’analisi olfattiva con prevalenza dei sentori fruttati.

La signora Rita mi illustrava inoltre che, nonostante sia un vino di buona longevità, il centesimino offre il suo migliore profilo nel breve tempo, dai due ai cinque anni, quando lo spettro aromatico rimane ancora inalterato e fresco. Successivamente acquista altre caratteristiche terziarie a discapito della principale qualità del vitigno.

Caratteristiche terziarie che scoprivamo nella seconda degustazione, il centesimino passito.

Questa tipologia confermava tutte le caratteristiche precedenti, con una marcia nettamente superiore tanto da innamorarmi del gusto e della corposità del prodotto e richiedere un secondo assaggio. Anche in questo caso gli aromi fruttati sono emersi primariamente, con una freschezza molto sostenuta.

Un passito molto aromatico, con un alta percentuale di zuccheri presenti che non si dimostra stucchevole nel lungo termine, adatto soprattutto a degustazioni di profilo meditativo accompagnate da massicce dosi di cioccolato fondente. Dolcezze a cui è difficile resistere. Un prodotto veramente eccellente, degno dei migliori passiti in circolazione.

Lasciamo la signora Rita ai suoi doveri lavorativi e mi balenano nella mente le parole di Andrea: aveva ragione, è impossibile non pentirsi di fronte al centesimino.

Rosso di mare

Il mio amore per il vino rosso è illimitato.

Certo mi piaciono anche i vini bianchi o le bollicine. Ma per i vini rossi, soprattutto quelli composti da alcuni vitigni in particolare, ho un grandissimo debole. Purtroppo c’è un periodo dell’anno dove bere un vino rosso non è certo ideale: l’estate.

Sia chiaro, adoro l’estate. E’ la mia stagione preferita.

Però si pone il problema di trovare un rosso, leggero e beverino, che possa essere degustato con piacere quando la temperatura si alza a livelli torridi, sia in città che in località di mare. Magari degustando piatti a base di pesce, altra cosa che adoro.

Per queste due passioni, vino rosso e piatti a base di pesce, a volte è veramente difficile trovare il giusto abbinamento.

Qualche sera fa credo di essere riuscito a trovare la quadra del cerchio. Con un vino alquanto particolare.

Il Fichimori Salento IGT della cantina Tormaresca, un azienda del gruppo Antinori.

Questo vino, con base di  negroamaro  e con una lacrima di syrah attorno al 5%, è stato prodotto nella piana di San Pietro in Vernotico, in provincia di Brindisi, con una macerazione a freddo che risalta le caratteristiche del vitigno principe del Salento.

Il colore è un rosso rubino carico con forti venature purpuree.

E’ un vino da servire freddo, ad una temperatura ideale tra gli 8 e i 10 gradi, ma può essere degustato anche con qualche grado in più, dove sviluppa tutti i suoi sentori fruttati di ciliegia, fragola, lampone e ribes e si percepiscono leggermente degli aromi floreali che mi ricordano i petali di rosa.

Presenta una acidità piacevole, non aggressiva, con poca sapidità ed un corpo leggero e delicato. L’entrata in bocca è morbida e vellutata, causato dai tannini appena accennati, con un sapore molto fine. La persistenza è medio corta ma riesce a lasciare un’aroma finale piacevole.

È stato abbinato in un cena con piatti a base di pesce ed il risultato finale è risultato convincente e soddisfacente.

Anche se la degustazione si è svolta con una temperatura di un paio di gradi superiore a quella indicata dal produttore.

Come antipasto c’era un piatto di salmone su un letto di songino e trevisana, aromatizzati con una salsa di agrumi. Con questa fusione, probabilmente la temperatura un po’ troppo alta del vino ha penalizzato il piatto in quanto ha sovrastato leggermente la delicatezza del salmone ed ha attenuato la salsa di agrumi abbinata.

Al contrario del precedente abbinamento, con il secondo antipasto, un polipo arrostito con patate viola e pomodorini pachino, olive e capperi, questa volta l’alta temperatura del Fichimori lo ha aiutato a sostenere la corposità ed il sapore deciso del polipo, creando un effetto di contrasto e pulizia del palato, reso un po’ untuoso dalla carne del polipo.

Anche con il primo piatto l’abbinamento è risultato positivo. Il risotto di mare alle zucchine, aromatizzato con zafferano, curry e chicchi di melograno si è fuso con i sentori fruttati del Fichimori ed ha risaltato la freschezza dello stesso.

La robusta corpulenza del secondo piatto, una fetta di pesce spada impanato con funghi e erbe aromatiche ha risaltato la leggera corposità del Fichimori, lasciando nel palato un finale leggermente amarognolo.

In conclusione il Fichimori si è dimostrato un ottimo rosso per i piatti di pesce, con una bevibilità semplice e un gusto delicato, a patto che i piatti abbinati non siano troppo corposi, unti o con grande riduzione.

In pratica un ottimo, delicato e fresco “rosso di mare”.

La Borgogna a tavola

Si dice sempre che la Borgogna è la regione dei vini di eccellenza, con produzioni di alta qualità.

Ma come abbinare queste produzioni al momento di “mettere le gambe sotto il tavolo”?

Al ristorante “La dogana del buongusto” ci hanno provato in una serata denominata “A scuola di…. Borgogna” e, considerato il risultato finale, gli abbinamenti sono stati di buona qualità.

L’evento, organizzato dal sommelier della ASPI Nino Pappalettera, prevedeva una cena nella quale sono stati abbinati piatti tipici della regione francese con tre vini scelti dal sommelier.

Il primo vino in degustazione è stato uno Chablis Grand Cru Les Preuses AOC, vendemmia 2015, della azienda “La Chablisienne“.

Prodotto in una zona dove il sottosuolo presenta un fondo calcareo e marnoso, lo chablis emanava un sentore di fiori bianchi e  aromi minerali di sassi bianchi con l’aggiunta di qualche nota vegetale e balsamica, salvia in primis.

L’entrata in bocca è stata inizialmente cremosa e morbida ma in seguito il vino ha creato una salivazione intensa per via della sostenuta acidità dello chablis, che ha sprigionato aromi leggeri di frutta esotica. Leggermente sapido, ha stupito la sua prolungata persistenza.

Questo vino è stato accompagnato a un piatto di escargot alla Bourguignonne, lumache farcite con crema di burro al sale aromatizzata con aglio, prezzemolo e salsa Worcester. La cremosità del burro ha attenuato l’acidità dello chablis aromatizzando l’escargot in modo da fondersi perfettamente con il vino.

Il secondo vino borgognone proposto è stato un Les Narvaux Domaine Michelot, Meursault AOC, vendemmia 2015, dell’azienda “Domaine Michelot“.

E’ prodotto nella Côte de Beaune, dove il fondo è composto da un sottofondo più calcareo e argilloso. Questo chardonnay si è dimostrato meno accattivante del precedente chablis, con sentori più freschi e speziati di pepe bianco e cannella, accompagnati da aromi fruttati di mele golden, ananas e albicocca acerba e sottili profumi vegetali ed erbacei.

Al palato il vino ha confermato la sua freschezza, nettamente superiore allo chablis, dimostrandosi un prodotto più beverino e meno strutturato del precedente. Una leggera sapidità si evidenziava solo fin di bocca, insieme ad una persistenza con una sensazione un po’ gessosa, dovuto alla mineralità del vino.

In abbinamento, è stata servita una Terrine Campagnarde a base di carne di maiale con zucchine e cetrioli, avvolta nel budello di maiale, e accompagnata da confettura di albicocche e zenzero. La delicatezza e l’aromaticità del maiale riusciva ad fondersi con il sapore speziato del meursault, tuttavia, il piatto veniva un po’ penalizzato dalla poca persistenza del vino.

L’ultimo vino era un Volvay Villes Vignes AOC Domaine Laurent, vendemmia 2015, dell’azienda vinicola “Domaine Laurent Père et Fils“.

Un giovane e piuttosto corposo  pinot nero  in purezza prodotto da uve di più vigneti presenti nella Côte de Beaune, un territorio meno vocato per la produzione del vitigno principe della Borgogna, da un piccolo “negociant-eleveur” della bella cittadina di Nuits-Saint-Georges, capace di acquistare i mosti da altri vignerons e creare delle produzioni interessanti.

Al naso ha offerto la sua intensa aromaticità dove sono emerse note fruttate di frutti di bosco, ciliegie e ribes accompagnate da spezie dolci come coriandolo, pepe bianco e noce moscata. Ad una seconda presa di olfazione, sono emerse anche note floreali di violetta e un sentore di sottobosco legnoso.

Il palato ha confermato l’aromaticità del  pinot nero  con una acidità sostenuta, sapidità leggera e corposità superiore a quella dei vini simili della Cote des Nuits. L’aroma è rimasto sostenuto e intatto nel palato con una persistenza piacevolmente prolungata.

Per questo vino è stato effettuato l’abbinamento più complesso e azzardato dell’intera cena, il piccione in sfoglia con salsa in riduzione dello stesso e tartufo nero.

Lo chef ha eseguito la cottura del piccione in maniera esemplare, lasciando che la carne rimanesse rosata, poiché una cottura completa avrebbe compromesso la consistenza della carne delicata del pennuto.

Nell’assaggio si è riscontrato che la corposità del  pinot nero,  assieme alla sua aromaticità speziata è riuscito a sostenere la carne saporita e sapida del piccione, resa ancora più morbida dall’involucro di sfoglia tipico della ricetta borgonese, risultando un matrimonio perfetto tra le complesse strutture dei due prodotti alimentari.

Inoltre, la carne dolciastra del piccione ha smorzato un latente finale amarognolo del Volvay, lasciando una piacevole persistenza gustativa.

Che dire dopo questa cena?

La Borgogna non solo passa l’esame enologico ma anche quello culinario a pieni voti!