Ricordi di questa estate: il sogno di Mario.

Nella piana di Teano, la stessa dove Garibaldi consegnò l’Italia ai Savoia, un uomo sta vivendo un sogno lungo una vita.

Si chiama Mario Basco ed è l’anima dell’azienda agricola “I Cacciagalli“, una piccola realtà vitivinicola dell’alta pianura campana, nella provincia di Caserta. Una azienda nata solamente nel 2008, ma che raccoglie l’eredità di generazioni di viticoltori.

Egli è arrivato in soccorso della sua amata sposa, che aveva deciso di rilevare l’azienda di famiglia trascurata per decenni. Lui, laureato in architettura e lavoratore nelle cooperative archeologiche, non aveva mai immaginato di ritrovarsi in una dimensione così diversa.

Venti anni dopo aver completato gli studi da sommelier e degustatore, ha trovato un’occasione per mettere in pratica la sua passione per la viticoltura e rimettere in gioco la sua carriera, assecondando il suo istinto alla ricerca della sua soddisfazione personale. Per realizzare il suo sogno, desiderato da tanto tempo.

Dopo un inizio a piccoli passi, l’azienda agricola e vitivinicola “I Cacciagalli” è cresciuta migliorando in tutti gli aspetti.

Dagli iniziali 3 ettari vitati si è arrivati agli attuali 30-35, migliorando la produzione con il trasferimento dell’attività dalla vecchia cantina in una nuova costruzione per la vinificazione.

Tutto questo rimanendo in una dimensione artigianale dove, sotto la denominazione IGT Roccamonfina, i vini sono prodotti secondo i dogmi dell’agricoltura naturale, biologica e biodinamica, nel rispetto della vite. Nessun additivo, lieviti indigeni e minimo impiego dell’anidride solforosa sono i punti fermi della vinificazione di questa azienda.

La vinificazione viene proposta in acciaio, legno e cemento ma la sua migliore espressione di produzione si ottiene attraverso le anfore: un materiale inerte ma poroso, che consente al vino di traspirare senza acquisire aromi o profumi esterni. Mario utilizza 27 anfore di diverse terracotte e provenienti da differenti luoghi, per le sue produzioni vinicole in modo da valorizzare completamente i propri vitigni. E ci crede così tanto che più della metà della sua produzione utilizza questi recipienti da circa 800 litri l’uno.

Per una continuità con il passato, Mario ha riportato indietro il tempo di cinquanta anni espiantando i vitigni “internazionali” presenti e piantando solo vitigni autoctoni della zona vulcanica pedemontana: piedirosso, aglianico, palagrello nero tra le bacche rosse e fiano e falanghina tra le bacche bianche. I filari delle viti sono ingentiliti dal senso estetico di Mario, in quanto ha piantato un rosaio davanti ad ognuno di essi.

Soprattutto tutti i vini prodotti sfruttano quel mix di fattori tra la natura vulcanica del sottosuolo, il clima mite e la morfologia del territorio che li rendono unici.

La linea di produzione si divide in due realtà: le produzioni classiche, ossia vinificate in acciaio-legno-cemento, e quelle vinificate in anfora. La prima linea comprende i prodotti più freschi e immediati da degustare: Masseria Cacciagalli, da uve aglianico; il bianco Aorivola, una falanghina in purezza, e il rosso Mille, uvaggio di piedirosso-aglianico.

Nella linea di vinificazione in anfora sono presenti cinque produzioni, tutte composte in purezza con i vitigni autoctoni: Leneo, evoluzione dell’Aorivola, con falanghina al 100%; Zagreo, fiano in purezza; Phos, da sole uve aglianico; Lucno, da uve piedirosso, e lo Spheranera, di solo palagrello nero.

Purtroppo noi abbiamo assaggiato solo Aorivola e Mille, in quanto la bontà dei vini di Mario fa si che questi lascino presto la sua cantina verso le enoteche di tutto il mondo.

Aorivola ci è piaciuto molto. Non è la solita falanghina “ordinaria” che si trova in Campania. Ha un colore con una tonalità di giallo molto brillante, con profumi molto intensi e complessi, in prevalenza di aromi minerali ed idrocarburi, dovuti al terreno di formazione vulcanica, miscelati a quelli fruttati di agrumi e fiori di campo, presentando una acidità ben equilibrata alla morbidezza con un finale molto prolungato. Tutti questi fattore fanno dell’Aorivola un vino molto complesso e ricco di sfaccettature aromatiche.

Mille è invece un assemblaggio dove il piedirosso è presente al 70-75% completato con uve aglianico che presentano decisi sentori di frutti rossi come ciliegie, amarene, more e prugne e solo ad un secondo sorso si notano aromi erbacei e balsamici. Corposo e valido, si abbina perfettamente soprattutto con arrosti magri, profumati e delicati.

Vini equilibrati e soprattutto eleganti. Sempre ricercando l’eleganza nella naturalezza dell’uva e della natura.

Prodotti da un uomo, da un sognatore, che non vuole smettere di sognare.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Alla scoperta del Centesimino

Mi trovo in Romagna, per una settimana di ferie in riviera.

Abbronzarsi al sole è piacevole, ma dopo qualche giorno ci si annoia. Allora provo a vivacizzare il mio soggiorno cercando qualche nuova cantina o azienda vinicola locale per scoprire nuove libagioni enologiche.

Chiamo Andrea, il collega di Blogelier.it e biblioteca vivente del sito, per farmi dare qualche dritta. Mi risponde con un solo nome che non mi dice nulla: centesimino.

What is centesimino?

Poi mi dice ancora: “Ancarani. Se ci vai, non te ne penti”. Poi scopro che lui non è mai stato in questa cantina. Come farà a sapere che non me pentirò?

Vado alla ricerca di informazioni sul centesimino. Scopro che si tratta di un vitigno autoctono delle colline di Faenza, a bacca rossa, semiaromatico, iscritto al Registro Nazionale dal 2004, quindi recentissimo. Ma nessuno dice che il centesimino era un vino molto popolare nella zona del Passatore Cortese, mitico brigante del 19esimo secolo, soprattutto nella località di Oriolo dei Fichi, zona storica di coltivazione, con il nome di “savignon rosso”. Scritto come nel dialetto di queste parti.

La ripresa di questo vitigno si deve a Pietro Pianori, soprannominato centesimino e proprietario del “Podere Terbato”. Negli anni 50 ritrovò alcune marze di una longeva vite conservata dentro le mura di una residenza nobiliare di Faenza scampata all’epidemia di fillossera che cancellò la maggior parte dei vigneti della zona come per il resto dell’Italia.

Per anni il centesimino è stato chiamato “savignon rosso” per via della aromaticità del vitigno, simile a quella del sauvignon bianco, e si pensava che il suo biotipo fosse derivante dall’alicante o grenache, altri vini semiaromatici.

I campioni inviati ai laboratori rivelarono che l’autoctono faentino era completamente differente da quelle uve ed una seconda analisi di laboratorio definì come il centesimino era una varietà a sé stante anche dai profili dei vitigni italiani.

A questo punto mi involo verso Faenza per visitare la Ancarani vini, come suggeritomi da Andrea.

Nel mezzo delle campagne, in località Oriolo dei Fichi, incontriamo la signora Rita, la dinamica moglie del “grande capo”, l’agricolo Claudio Ancarani, che ci illustra la sua piccola ma efficiente azienda vitivinicola.

Ironicamente lei si  definisce “la schiava” del “grande capo”, ma noi intuiamo benissimo che, come ogni donna romagnola, è l’anima generosa e passionale della azienda, che cura ogni aspetto estetico del luogo. E lo si nota nei dettagli ricercati e raffinati, presenti sia nell’ambiente esterno del giardino che nella sala interna del ristorante, che solo una donna può dare.  

Ci illustra la storia del vitigno, come uno dei autoctoni maggiori della zona faentina, che ha trovato una dimora ideale per via di una fascia di terreno presente tra la pianura e l’appennino, denominato lo “spungone romagnolo”, dove il sottosuolo è composto dal “sabbione”, che ci mostra in barattoli dimostrativi.

Inoltre il sottosuolo presenta nel suo insieme anche agglomerati calcarei/marnosi, conferendo al centesimino delle caratteristiche enologiche particolari come profumi e sentori. 

È un vitigno che presenta delle alte percentuali di zucchero e per questo motivo viene raccolto con un leggero anticipo per mantenere un alta acidità anche dopo la vinificazione, differentemente da come veniva effettuato nel passato, ed in questo modo viene conferito al vino anche una longevità maggiore.

Ci viene offerto un calice della vendemmia 2016, vinificato in purezza interamente in acciaio. E’ di colore rosso rubino cupo con dei riflessi violacei, indice di tannini non ancora sviluppati.

Complesso era il bouquet olfattivo sono riuscito a riconoscere aromi fruttati di bacche rosse, mora e ciliegia con una leggera nota speziata di anice e liquirizia. In una seconda olfazione riscontravo anche alcuni sentori floreali di rose e fiori di arancio.

Venivo sorpreso nella degustazione in quanto mi aspettavo molta asprezza del vino. Al contrario l’entrata nel palato era morbida, rotonda, con tannini non aggressivi che si amalgamavano con la componente aromatica del vitigno. Leggermente sapido, si avvertiva dopo alcuni secondi un corpo deciso e con una giusta acidità, nonostante l’alto contenuto di zuccheri presenti. Gli aromi percepiti confermavano l’analisi olfattiva con prevalenza dei sentori fruttati.

La signora Rita mi illustrava inoltre che, nonostante sia un vino di buona longevità, il centesimino offre il suo migliore profilo nel breve tempo, dai due ai cinque anni, quando lo spettro aromatico rimane ancora inalterato e fresco. Successivamente acquista altre caratteristiche terziarie a discapito della principale qualità del vitigno.

Caratteristiche terziarie che scoprivamo nella seconda degustazione, il centesimino passito.

Questa tipologia confermava tutte le caratteristiche precedenti, con una marcia nettamente superiore tanto da innamorarmi del gusto e della corposità del prodotto e richiedere un secondo assaggio. Anche in questo caso gli aromi fruttati sono emersi primariamente, con una freschezza molto sostenuta.

Un passito molto aromatico, con un alta percentuale di zuccheri presenti che non si dimostra stucchevole nel lungo termine, adatto soprattutto a degustazioni di profilo meditativo accompagnate da massicce dosi di cioccolato fondente. Dolcezze a cui è difficile resistere. Un prodotto veramente eccellente, degno dei migliori passiti in circolazione.

Lasciamo la signora Rita ai suoi doveri lavorativi e mi balenano nella mente le parole di Andrea: aveva ragione, è impossibile non pentirsi di fronte al centesimino.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Rosso di mare

Il mio amore per il vino rosso è illimitato.

Certo mi piaciono anche i vini bianchi o le bollicine. Ma per i vini rossi, soprattutto quelli composti da alcuni vitigni in particolare, ho un grandissimo debole. Purtroppo c’è un periodo dell’anno dove bere un vino rosso non è certo ideale: l’estate.

Sia chiaro, adoro l’estate. E’ la mia stagione preferita.

Però si pone il problema di trovare un rosso, leggero e beverino, che possa essere degustato con piacere quando la temperatura si alza a livelli torridi, sia in città che in località di mare. Magari degustando piatti a base di pesce, altra cosa che adoro.

Per queste due passioni, vino rosso e piatti a base di pesce, a volte è veramente difficile trovare il giusto abbinamento.

Qualche sera fa credo di essere riuscito a trovare la quadra del cerchio. Con un vino alquanto particolare.

Il Fichimori Salento IGT della cantina Tormaresca, un azienda del gruppo Antinori.

Questo vino, con base di  negroamaro  e con una lacrima di syrah attorno al 5%, è stato prodotto nella piana di San Pietro in Vernotico, in provincia di Brindisi, con una macerazione a freddo che risalta le caratteristiche del vitigno principe del Salento.

Il colore è un rosso rubino carico con forti venature purpuree.

E’ un vino da servire freddo, ad una temperatura ideale tra gli 8 e i 10 gradi, ma può essere degustato anche con qualche grado in più, dove sviluppa tutti i suoi sentori fruttati di ciliegia, fragola, lampone e ribes e si percepiscono leggermente degli aromi floreali che mi ricordano i petali di rosa.

Presenta una acidità piacevole, non aggressiva, con poca sapidità ed un corpo leggero e delicato. L’entrata in bocca è morbida e vellutata, causato dai tannini appena accennati, con un sapore molto fine. La persistenza è medio corta ma riesce a lasciare un’aroma finale piacevole.

È stato abbinato in un cena con piatti a base di pesce ed il risultato finale è risultato convincente e soddisfacente.

Anche se la degustazione si è svolta con una temperatura di un paio di gradi superiore a quella indicata dal produttore.

Come antipasto c’era un piatto di salmone su un letto di songino e trevisana, aromatizzati con una salsa di agrumi. Con questa fusione, probabilmente la temperatura un po’ troppo alta del vino ha penalizzato il piatto in quanto ha sovrastato leggermente la delicatezza del salmone ed ha attenuato la salsa di agrumi abbinata.

Al contrario del precedente abbinamento, con il secondo antipasto, un polipo arrostito con patate viola e pomodorini pachino, olive e capperi, questa volta l’alta temperatura del Fichimori lo ha aiutato a sostenere la corposità ed il sapore deciso del polipo, creando un effetto di contrasto e pulizia del palato, reso un po’ untuoso dalla carne del polipo.

Anche con il primo piatto l’abbinamento è risultato positivo. Il risotto di mare alle zucchine, aromatizzato con zafferano, curry e chicchi di melograno si è fuso con i sentori fruttati del Fichimori ed ha risaltato la freschezza dello stesso.

La robusta corpulenza del secondo piatto, una fetta di pesce spada impanato con funghi e erbe aromatiche ha risaltato la leggera corposità del Fichimori, lasciando nel palato un finale leggermente amarognolo.

In conclusione il Fichimori si è dimostrato un ottimo rosso per i piatti di pesce, con una bevibilità semplice e un gusto delicato, a patto che i piatti abbinati non siano troppo corposi, unti o con grande riduzione.

In pratica un ottimo, delicato e fresco “rosso di mare”.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

La Borgogna a tavola

Si dice sempre che la Borgogna è la regione dei vini di eccellenza, con produzioni di alta qualità.

Ma come abbinare queste produzioni al momento di “mettere le gambe sotto il tavolo”?

Al ristorante “La dogana del buongusto” ci hanno provato in una serata denominata “A scuola di…. Borgogna” e, considerato il risultato finale, gli abbinamenti sono stati di buona qualità.

L’evento, organizzato dal sommelier della ASPI Nino Pappalettera, prevedeva una cena nella quale sono stati abbinati piatti tipici della regione francese con tre vini scelti dal sommelier.

Il primo vino in degustazione è stato uno Chablis Grand Cru Les Preuses AOC, vendemmia 2015, della azienda “La Chablisienne“.

Prodotto in una zona dove il sottosuolo presenta un fondo calcareo e marnoso, lo chablis emanava un sentore di fiori bianchi e  aromi minerali di sassi bianchi con l’aggiunta di qualche nota vegetale e balsamica, salvia in primis.

L’entrata in bocca è stata inizialmente cremosa e morbida ma in seguito il vino ha creato una salivazione intensa per via della sostenuta acidità dello chablis, che ha sprigionato aromi leggeri di frutta esotica. Leggermente sapido, ha stupito la sua prolungata persistenza.

Questo vino è stato accompagnato a un piatto di escargot alla Bourguignonne, lumache farcite con crema di burro al sale aromatizzata con aglio, prezzemolo e salsa Worcester. La cremosità del burro ha attenuato l’acidità dello chablis aromatizzando l’escargot in modo da fondersi perfettamente con il vino.

Il secondo vino borgognone proposto è stato un Les Narvaux Domaine Michelot, Meursault AOC, vendemmia 2015, dell’azienda “Domaine Michelot“.

E’ prodotto nella Côte de Beaune, dove il fondo è composto da un sottofondo più calcareo e argilloso. Questo chardonnay si è dimostrato meno accattivante del precedente chablis, con sentori più freschi e speziati di pepe bianco e cannella, accompagnati da aromi fruttati di mele golden, ananas e albicocca acerba e sottili profumi vegetali ed erbacei.

Al palato il vino ha confermato la sua freschezza, nettamente superiore allo chablis, dimostrandosi un prodotto più beverino e meno strutturato del precedente. Una leggera sapidità si evidenziava solo fin di bocca, insieme ad una persistenza con una sensazione un po’ gessosa, dovuto alla mineralità del vino.

In abbinamento, è stata servita una Terrine Campagnarde a base di carne di maiale con zucchine e cetrioli, avvolta nel budello di maiale, e accompagnata da confettura di albicocche e zenzero. La delicatezza e l’aromaticità del maiale riusciva ad fondersi con il sapore speziato del meursault, tuttavia, il piatto veniva un po’ penalizzato dalla poca persistenza del vino.

L’ultimo vino era un Volvay Villes Vignes AOC Domaine Laurent, vendemmia 2015, dell’azienda vinicola “Domaine Laurent Père et Fils“.

Un giovane e piuttosto corposo  pinot nero  in purezza prodotto da uve di più vigneti presenti nella Côte de Beaune, un territorio meno vocato per la produzione del vitigno principe della Borgogna, da un piccolo “negociant-eleveur” della bella cittadina di Nuits-Saint-Georges, capace di acquistare i mosti da altri vignerons e creare delle produzioni interessanti.

Al naso ha offerto la sua intensa aromaticità dove sono emerse note fruttate di frutti di bosco, ciliegie e ribes accompagnate da spezie dolci come coriandolo, pepe bianco e noce moscata. Ad una seconda presa di olfazione, sono emerse anche note floreali di violetta e un sentore di sottobosco legnoso.

Il palato ha confermato l’aromaticità del  pinot nero  con una acidità sostenuta, sapidità leggera e corposità superiore a quella dei vini simili della Cote des Nuits. L’aroma è rimasto sostenuto e intatto nel palato con una persistenza piacevolmente prolungata.

Per questo vino è stato effettuato l’abbinamento più complesso e azzardato dell’intera cena, il piccione in sfoglia con salsa in riduzione dello stesso e tartufo nero.

Lo chef ha eseguito la cottura del piccione in maniera esemplare, lasciando che la carne rimanesse rosata, poiché una cottura completa avrebbe compromesso la consistenza della carne delicata del pennuto.

Nell’assaggio si è riscontrato che la corposità del  pinot nero,  assieme alla sua aromaticità speziata è riuscito a sostenere la carne saporita e sapida del piccione, resa ancora più morbida dall’involucro di sfoglia tipico della ricetta borgonese, risultando un matrimonio perfetto tra le complesse strutture dei due prodotti alimentari.

Inoltre, la carne dolciastra del piccione ha smorzato un latente finale amarognolo del Volvay, lasciando una piacevole persistenza gustativa.

Che dire dopo questa cena?

La Borgogna non solo passa l’esame enologico ma anche quello culinario a pieni voti!

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Lungolago in Rosa Chiaretto

Anche la sponda veronese del lago di Garda si è colorata di rosa nel primo weekend di giugno con la manifestazione “Palio del Chiaretto”, svoltasi nella bellissima cittadina di Bardolino.

Sul lungolago della cittadina veronese, oltre 20 aziende vinicole hanno esposto i loro prodotti vinicoli a enoappassionati e frotte di turisti vacanzieri provenienti sia dall’Italia sia dal Nord Europa.

In quel di Moniga del Garda, sulla sponda bresciana, l’evento “Italia in Rosa”, svoltosi nello stesso weekend, aveva un target decisamente più informato, tant’è che, durante le tre giornate, l’ONAV ha proposto una serie di degustazioni guidate, offrendo, all’appassionato come al professionista, l’occasione di approfondire il Chiaretto.

La manifestazione di Bardolino, invece, aveva un taglio indiscutibilmente informale, vacanziero, rilassato, offrendo un’occasione di svago per le famiglie, senza perdere l’occasione per aprire una vetrina su una delle eccellenze italiane: il vino genuino e di qualità.

Nonostante le modeste pretese e l’assenza di quella vetrina mediatica che ormai contraddistingue gli eventi del settore, la manifestazione si è dimostrata un’interessante proposta nell’ambito dell’enoturismo. Una ventina di chioschi disposti sul lungo lago offrivano ognuno, mediamente, un paio di etichette in assaggio: un chiaretto fermo e una versione spumantizzata, prevalentemente con metodo Martinotti-Charmat.

A prezzi molto contenuti si poteva procedere alla degustazione, successivamente all’investimento iniziale per bicchiere e tasca da appendere al collo, con porzioni più che generose fornite dagli operatori per assaggiare vini rosati e bollicine, dipendentemente dal metodo di spumantizzazione.

A dire il vero un unico chiosco proponeva un interessante metodo classico: il Lonardi Chiaretto Classico Brut DOC Metodo Classico  vendemmia 2018 della Azienda Agricola Costadoro.

Raccontava, a tal proposito, la figlia del produttore, essere stato suo padre il primo, e ancora uno dei pochi, ad azzardare la fermentazione in bottiglia nella vinificazione del Chiaretto. Il vino presentava un colore rosa tenue, dal perlage fine e persistente. Al naso, sprigionava sentori di piccoli frutti rossi, come la fragola ed il ribes, mentre in bocca sprigionava sapori complessi di frutti di bosco misti ad aromi citrini e agrumati. Leggermente sapido e con una acidità sostenuta, il Lonardi dimostrava una freschezza tale da sorprendermi di avere una quantità zuccherina equiparabile al Brut.

Un’altra cantina che ha particolarmente attirato la mia attenzione, durante il pomeriggio di assaggi, è stata la “Tenuta La Cà”, con il suo il “Bardolino Classico Chiaretto DOC”.

Un vino limpido, quasi cristallino, dal color rosa buccia di cipolla, o, come dicono poeticamente i produttori, rosato come un tramonto sul lago di Garda.

Al naso ricordava aromi fruttati di lampone e ribes seguiti da una delicata essenza di rosa-tea. Al palato si avvertiva una acidità decisa ma equilibrata, nonché una leggera sapidità. Questo conferiva al vino una grande freschezza che stimolava di continuo le nostre papille gustative. Si è dimostrato, quindi, un vino leggero, poco corposo, ma di lunga persistenza, con un finale molto aromatico.

Conversando con l’addetto al marketing e con il capo cantiniere della “Tenuta La Cà”, entrambi felici di condividere la loro esperienza, mi illustravano la composizione del loro rosato, un uvaggio di Corvina, Rondinella, Molinara, che non prevedeva la vinificazione per salasso. 

Questa tecnica consiste nel prelevare una certa quantità di mosto ancora poco pigmentato dalla vasca di macerazione nella quale si sta preparando un vino rosso, come da consuetudine a Bardolino, ma l’assemblaggio successivo alle tre distinte vinificazioni, appositamente realizzate per la produzione del rosato.

In una domenica piena di sole, abbiamo trovato un ottimo pretesto per una gita nella splendida Bardolino. E l’abbiamo lasciata ricchi di questa ulteriore esperienza in una realtà non più avvezza in termini di eventi vinicoli.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Moniga del Garda si è tinta di Rosa.

Estate, tempo di vini freschi e gradevoli, come i bianchi ma anche come vini rosati.

Nel primo week-end di giugno il Lago di Garda sponda bresciana si è “colorato di rosa” con la undicesima edizione diItalia in Rosa, manifestazione enologica dove sono stati messi in degustazione i migliori vini rosati dei cinque consorzi storici Valtenesi Riviera del Garda Classico, Vini d’Abruzzo, Castel del Monte DOC, DOP Salice Salentino e Chiaretto di Bardolino nonchè di altre regioni d’Italia.

Nei giardini del Castello di Moniga del Garda, una splendida costruzione difensiva risalente al XV secolo, più di 150 cantine hanno esposto oltre 200 vini rosati che gli enoappassionati hanno potuto degustare davanti al suggestivo panorama del lago.

È stata una manifestazione nella quale sono state assaggiate diverse produzioni molto interessanti e di alto livello qualitativo. Cosi come molto interessante è stata la degustazione condotta dal delegato lombardo ONAV Fabio Finazzi, nella quale sono stati degustato i sei Chiaretti finalisti premiati al Trofeo Molmenti 2018, una competizione enologica intitolata al senatore veneziano che oltre un secolo fa codificò ufficialmente il metodo produttivo del vino rosato del Garda, da tempo diffuso sul territorio.

In questa competizione, la giuria ha selezionato i vini della vendemmia 2017 proposti da 41 cantine partecipanti, delle quali ben 22 hanno ottenuto un punteggio di eccellenza che gli è valsa la partecipazione alla degustazione finale, dalla quale sono stati selezionati i sei finalisti.

Il migliore dei rosati partecipanti è stato “Valtenesi Riviera del Garda Classico DOC Chiaretto 2017” della azienda Scolari di Puegnago.

Una cantina che non ha vigneti ma acquista le uve da vignaioli storici e con le quali da anni riesce ad effettuare uvaggi ben riusciti, tali da riscuotere molti consensi, sia dal consumatore finale, non necessariamente un esperto, che dal degustatore professionale.

Nonostante si fosse classificato al sesto posto, ci è piaciuto di più il Chiaretto prodotto dall’azienda vinicola Le Chiusure di San Felice del Benaco. Il “Valtenesi Riviera del Garda DOC” vendemmia 2017, con uvaggio Groppello gentile,  Barbera, e  Sangiovese presentava dei sentori sottili ma intensi, molto floreali, con nota predominante di rosa. In un secondo momento, nelle cavità olfattive veniva riscontrata una nota fruttata di lampone e fragola di bosco.

Al palato un’acidità sostenuta ed una sapidità netta amplificavano le sensazioni ricevute dalla cavità nasale. Il rosato di Le Chiusure stupiva per il suo corpo secco, per la sua espressione delicata, per il prolungatissimo finale dal retrogusto minerale di idrocarburi.

Una menzione d’onore la spendiamo per il Chiaretto arrivato in seconda posizione, il “Valtenesi Riviera del Garda Classico DOC Chiaretto Morena” della azienda vincola Corte ai Ronchi di Bedizzole, un altro prodotto molto ben elaborato.

In conclusione la nota caratteristica più importante è la grande qualità riscontrata nella maggioranza dei vini presenti alla degustazione.

Questo è il segno di un lavoro enologico eseguito con grande professionalità e passione, per una manifestazione che ha riscosso un successo a tutti i livelli.

 

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

La tradizione scorre lungo il fiume Douro.

Il Duero è un fiume che nasce in Spagna, fa un viaggio di quasi 900 chilometri e taglia il Portogallo settentrionale da est a ovest prima di sfociare nell’Atlantico con il nome di Douro.

Questo fiume presenta un terroir unico e collabora con il popolo lusitano a rendere importante e famoso il Porto, un vino liquoroso conosciuto in tutto il mondo, reso particolare dalla sua fermentazione mutizzata.

Questo nettare prende il nome dall’omonima città sulle rive del fiume, sulla cui “rive gauche” presenta tutte le migliori cantine delle aziende produttrici. Per il turista comune che visita questa caratteristica località, la presenza di queste realtà può non significare molto.

Ma per gli eno-appassionati come me….. è il paese dei balocchi e c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Recentemente ho visitato questa città e si è presentata l’occasione per soddisfare la mia passione enologica. Per una giornata mi sono dedicato alla scoperta delle cantine presenti. Fantastico!

Arrivati sul luogo e di fronte ad un quartiere pieno di opportunità sorge il dubbio: quale scegliere?

Dopo un attimo di indecisione, avanziamo diritti verso la cantina più vicina al suggestivo ponte Dom Louis I: Burmester.

Fondata nel 1730 da Henry Burmester, questa società è una delle più antiche. L’entrata è molto cupa, scarna, essenziale e si intuisce come sia testimone dell’antica tradizione del “Vinho do Porto”. Chiediamo di poter fare una visita e scopriamo che è disponibile una guida in lingua italiana. Si presenta Luca, un ragazzo portoghese, che inizia a raccontare le origini di questa azienda vinicola. La quale dopo diverse gestioni, prima inglese e poi tedesca, è diventata parte di un gruppo spagnolo, Sogevinus, che comprende altri quattro brand come Barros, Calem, Kopke e Gilbert.

Durante la visita, percorriamo i corridoi delle sale con enormi antiche botti piene di nettare mentre le parole di Luca risuonano nel silenzio quasi religioso della cantina. Spiega che questo vino liquoroso nasce a cento chilometri dalla città, nelle colline che costeggiano il fiume, dove l’area vocata alla coltivazione delle uve è divisa in tre parti, ognuna con caratteristiche diverse e che conferisce al Porto aromi nettamente distinti.

Burmester si rivela un tour piuttosto breve ma l’ambientazione interna è molto suggestiva e la visita è veramente apprezzata.

E dulcis in fundo la degustazione!

Ci vengono offerti tre bicchieri. Un Porto bianco, un Porto Ruby e un LBV (late bottle vintage). Luca, ottimo anfitrione, ci descrive le loro caratteristiche con maestria e competenza che vengono molto apprezzate.

Il clou della degustazione arriva fuori programma, quando Luca ci offre altre due degustazioni. Una di queste è un Porto Burmester Tawny invecchiato 30 anni. Lui lo definisce, a suo parere il migliore della gamma, e debbo ammettere che il ragazzo è un grande intenditore.

Lasciamo con soddisfazione Burmester percorrendo la riva del fiume mentre snoccioliamo le cantine presenti sulla via: Sandeman, Quinta do Noval, Ramos Pinto, Porto Cruz, Vasconcellos.

Alla fine scegliamo di entrare in Ferreira, una cantina molto conosciuta e con una grande tradizione.

Fondata nel 1751 da una famiglia di viticoltori, ha un ruolo preminente nella storia del Porto. Fa parte di un gruppo portoghese dove sono presenti anche i brand Sandeman e Ramos Pinto.

La cantina è stata costruita sulle fondamenta di un ex-convento e si tratta di un grande edificio con soffitti alti in legno stagionato. La fondatrice, Dona Antónia Adelaide Ferreira, leggendaria nobildonna con una personalità unica, divenne un mito e un simbolo di forza contribuendo in modo significativo al consolidamento del marchio nei tempi difficili del Douro nel 19esimo secolo.

L’ambientazione è molto simile a quella presente a quella presente da Burmester, luci e odori ricordano sempre gli ambienti dei secoli scorsi. In alcuni corridoi o gallerie l’umidità si mescola a delle muffe molto persistenti e in ogni angolo si percepisce l’odore del legno bagnato mescolato con quello del vino molto dolce.

L’ambiente è sempre suggestivo, nonostante questo si ha la percezione che Ferreira voglia dare più un taglio più commerciale alle visite. Infatti alla degustazione vengono offerti solo due bicchieri di vino Porto della linea base, lasciandoci un po’ delusi.

Continuiamo il nostro percorso, arrampicandoci sulla collina, per un’ultima visita e notiamo la Taylor’s.

L’esterno ha un architettura stile “Impero Britannico” ed è veramente elegante e allettante. La reception mostra già lo stile e l’impronta della società, da sempre di proprietà inglese.

Fondata nel 1692, la Taylor’s è stata una società che ha precorso molto i tempi ed è rimasta molto indipendente, non è legata a nessun gruppo commerciale.

Già nella reception notiamo un arredamento differente dalle altre due realtà visitate. In questa traspare il richiamo ad una tradizione britannica molto evidente. Successivamente all’apertura della porta di accesso alla cantina, la vista è mozzafiato. Un enorme padiglione con un corridoio lungo almeno 200 metri dove sia alla nostra destra che alla nostra sinistra ci sono due lunghe file di botti.

Suggestiva anche una delle sale successive dove sono visibili, poste nelle teche, bottiglie di Porto di antiche vendemmie, risalenti anche al 1800. Lasciate impolverate come prevede la logica dell’invecchiamento.

Come al solito la degustazione conclude la visita. La location ha uno stile inimitabile e suggestivo. Decidiamo per una verticale di questo nettare e ci regaliamo quattro Tawny di 10, 20, 30, 40 anni più un fuoriclasse, il Taylor’s Tawny del 1966.

Una degustazione utile per distinguere nettamente le differenze dell’invecchiamento tra gli esemplari, qui gli aromi si modificano da fruttati e corposi, presenti nel Taylor’s Tawny di 10 anni, verso una raffinata setosità dove emergono sentori di legno, vaniglia e miele del Taylor’s Tawny 40 anni. Infine l’eccellente 1966 si dimostra un vero fuoriclasse con complessità di aromi e sentori, sorprendendo per quanta longevità può avere questo prodotto. Svolto in un terrazzo con vista sublime sul fiume Douro e dell’altra sponda della città.

Una giornata veramente piacevole, con il fascino di aver scoperto una tradizione più che una moda.

E adesso so cosa degustare nelle serate casalinghe quando ho l’opportunità di rilassarmi e di meditare. E ricordare quanto sia stata fantastica questa giornata passata tra le cantine di Porto.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Santa Giuletta, protettrice degli eno-artigiani.

Domenica mattina di inizio marzo, una pioggia copiosa scende dal cielo. Con questo tempo si preferirebbe stare in un caldo letto a dormire.

Stefano Milanesi non ci riesce. E’ già in piedi nella vigna a controllare le sue viti, ancora spoglie. Nella collina pavese c’è così tanto da fare. Un amore per la vigna nato seguendo le orme del padre e del nonno, nell’azienda agricola di famiglia, e così grande da accogliere gli studenti dei suoi corsi o appassionati come me, curiosi di conoscere le realtà vinicole a pochi chilometri dalla grande città.

Santa Giuletta è a solo un’ora di macchina dalla metropoli. Nei pressi dell’arrivo, i cartelli che indicano l’Azienda Agricola Stefano Milanesi presentano una dicitura che lo descrive con un aggettivo che trovo molto appropriato: eno-artigiano.

Perché l’istrionico Stefano Milanesi è un vero artigiano, passionale, esperto, meticoloso. Ci accoglie, con il suo fare burbero ma bonario. Scherza e ironizza molto, ma quando c’è da parlare sul vino sale in cattedra e la sua voce modella le sue parole ed il suo discorso come un docente universitario sa fare.

La sua cantina è essenziale, per certi versi anche caotica, perchè lo spazio è esiguo. Mostra un attività sempre in fermento, come il vino posto nei vari recipienti presenti.

Ci parla della sua azienda, situata nell’Oltrepò Pavese a 20 chilometri dal piacentino e ad altrettanti chilometri dall’alessandrino. Situata nella prima fascia collinare, a circa 250 metri sul livello del mare, il sottosuolo è composto da un soffice strato di limo che copre uno strato sottostante di arenaria e tufo. Un terreno che drena le precipitazioni piovose in maniera ottimale. I suoi vigneti, 13 ettari esposti da sud-est a sud-ovest, sono lambiti dalla corrente proveniente dal golfo del Tigullio che asciuga le sue coltivazioni.

Ha scelto la via del naturale ed ha sposato i dettami della agricoltura biologica. Non per convenienza ma perchè ci crede.

Da più di dieci anni tratta tutte le vigne rispettando le leggi della natura, assecondandola e non forzandola. Le sue pratiche sono per una viticoltura a favore della vite e del vino. Senza usare diserbanti chimici e utilizzando i resti di potatura come sostanze organiche per il terreno. I sistemi di allevamento usati sono il Guyot o cordone speronato. La vendemmia è eseguita manualmente, ogni grappolo viene selezionato e la vinificazione utilizza lieviti indigeni presenti in natura, senza nessun trattamento.

I vitigni coltivati sono diversi. Spicca il  Pinot Nero, re incontrastato nell’Oltrepò Pavese, ma c’e spazio anche per Riesling Italico, Cortese, Sauvignon Blanc,  Barbera, Uva Rara, Croatina, Cabernet Sauvignon.

Con questi vitigni, Stefano Milanesi produce degli ottimi risultati. Con degli aromi molto particolari.

Come i nomi delle sue produzioni, frutto della sua fantasia, creati con degli anagrammi e giochi di parole.

Due metodi classici: Vesna, un  Pinot Nero  in purezza con permanenza sulle fecce nobili per 12 mesi e un bouquet molto delicato e floreale, e Smila, una cuvèe di  Pinot Nero, Cortese e Riesling Italico con 60 mesi sui lieviti ed un profilo aromatico con sentore di frutta bianca.

La linea base è composta dal Poltre bianco e Poltre rosso. Il primo è una cuvèe di uve bianche con una spiccata freschezza e mineralità mentre il secondo è composto da Croatina,  Barbera, Uva Rara, Cabernet Sauvignon e  Pinot Nero  piacevolmente intenso con sentori di frutta rossa e frutti di bosco.

Le produzioni più nobili si hanno con il Neroir, un  Pinot Nero  in purezza intenso e equilibrato con aromi prevalentemente fruttati, e l’OpPure, una Croatina in purezza, con macerazione sulle bucce per dodici giorni e invecchiamento in rovere per tre anni, che si fa notare per la sua potenza, struttura e leggera speziatura.

Infine i cru, esclusivamente monovitigni: Maderu (Pinot Nero), Elisa (Barbera) e Alessandro (Cabernet Sauvignon).

A nostro personalissimo parere si sono distinti il Vesna ed l’OpPure, espressioni del territorio pavese dall’impronta più classica ma nello stesso tempo innovativa. Le caratteristiche di questi vini trasudano di questo angolo di Lombardia e di questa terra. E riflettono l’immagine del loro creatore, un eno-artigiano con una visione del vino proiettata nel futuro, sempre con il rispetto di Madre Natura.

Una natura generosa come Santa Giuletta, protettrice degli eno-artigiani.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Don David Tannat 2015, “el Gaucho de Salta”

Nell’universo vitivinicolo non esiste solo l’emisfero settentrionale, con i vini prodotti nel vecchio continente a partire da vitigni cosiddetti tradizionali.

A sud dell’Equatore possiamo trovare dei vitigni a prima vista esotici, seppur originari dal vecchio mondo, con i quali vengono prodotti dei vini sorprendenti, praticamente ignorati nell’italico stivale.

Fra questi, oggi parliamo del Tannat, un vitigno a bacca rossa originario delle regioni del sud ovest della Francia, ai piedi dei Pirenei, che in Italia risulta ancora pressoché sconosciuto dovuto, soprattutto, alla scarsa diffusione sul territorio.

La parola Tannat deriva dalla Langue d’Oc “Tanat”, termine che esprime la ricchezza di tannini del vitigno il quale regala vini piuttosto tannici, tanto da riscuotere il soprannome “tannin du diable“. Sono vini caratterizzati, inoltre, da forte acidità e grande potenziale di invecchiamento.

Introdotto oltreoceano, con le migrazioni europee in Sudamerica, il Tannat si è perfettamente ambientato, tanto da diventare il vitigno principale dell’Uruguay, dove il “terroir”, ma, soprattutto, il clima, dalle notti fresche con influenze marittime, si riflettono sui vini, che esprimono un’invidiabile freschezza con una notevole finezza nei primi anni.

Esistono però stili di Tannat provenienti dalla vicina Argentina che hanno un varietale completamente diverso da quello espresso nel paesaggio uruguagio, e più simili a quelli originali di provenienza europea.

Dalle alture nel nord del Paese, a ridosso della Cordigliera Andina, si trova la provincia di Salta dove la capitale dall’omonimo nome è una città famosa non solo per i suoi edifici in stile coloniale spagnolo ma anche per la produzione di vino delle cantine situate nelle campagne e vallate adiacenti a quella che è considerata una delle più belle città argentine.

Il vino da noi degustato è il Don David Reserva, vendemmia 2015, della azienda agricola El Esteco.

Nasce nei vigneti situati nelle Valli Calchaquíes, nella provincia vitivinicola di Cafayate, una zona situata a circa 1.600 metri sul livello del mare. Questa altura favorisce un clima fresco con sbalzi di temperatura notevoli che permettono al vitigno di sviluppare una sostenuta acidità e favorire cosi la ricchezza dei tannini.

Alla vista il Don David dimostra tutta la sua gioventù con il suo colore rosso rubino con venature purpuree mentre al palato gli aromi sviluppati sono quelli di frutta di bosco nera, prevalentemente more e mirtilli, con note balsamiche di mentolo e anice completati da essenze boisè a base di liquirizia e vaniglia dovute all’affinamento in legno.

L’acidità è sostenuta ma non esagerata, la sapidità contenuta, mentre i tannini risultano ancora acerbi ma non cosi aggressivi. Si dimostra un vino secco, di notevole struttura nonostante la corposità alquanto magra. Le sue caratteristiche lo rendono un ottimo abbinamento a piatti di carne e formaggi grassi.

Nell’occasione, il Don David Tannat Riserva 2015 ha accompagnato una bistecca di coppa di maiale arrostita alla griglia ed i grassi prodotti dalla cottura, assieme alla dolcezza della carne, sono stati ben amalgamati dall’acidità e sgrassati dai tannini del “Gaucho tinto de Salta“, che si è dimostrato un prodotto vitivinicolo interessante e gustoso.

Considerato l’importo pagato al ristorante, si può affermare che il rapporto qualità/prezzo del prodotto è molto favorevole e conveniente, ancora di più se acquistato in un canale di distribuzione on-line oppure in una fornita enoteca.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Armenia: alle radici del vino.

Oggigiorno il vino fa parte della nostra realtà quotidiana.

Ma da dove inizia questa “passione” collettiva?

Secondo recenti scoperte, il vino arriva dall’Armenia, una nazione in mezzo al quadrilatero Georgia-Azerbaijan-Iran-Turchia. Qui esperti archeologi hanno ritrovato la più antica cantina del mondo, rinvenendo utensili dai quali hanno dedotto che si producesse vino già nel 4.500 avanti Cristo, circa 6.000 anni fa.

Da questa importante scoperta è partito lo studio compiuto da Guido Invernizzi, sommelier e relatore dell’AIS, che ha illustrato la realtà enologica dell’Armenia con la sua coinvolgente passione.

In Armenia sono presenti ben 400 specie di vitigni autoctoni mai esportati in altre nazioni in quanto il paese è risultato per secoli estraneo alle principali vie di comunicazione. Le caratteristiche vinicole, uniche nel loro genere, sono dovute ad un terroir completamente esclusivo.

Le vigne sono situate su altezze al di sopra dei 900 metri, dove non attecchisce la fillossera, per cui i vitigni autoctoni sono quasi tutti a piede franco. Inoltre il suolo vulcanico conferisce al terreno una spiccata sapienza sulfurea mentre le esigue precipitazioni piovose ed il drenaggio accentuato del terreno facilitano l’assorbimento dell’acqua nelle falde, obbligando le radici della vite a ricercare in profondità le sostanze nutritive. Infine il clima non è influenzato da particolari correnti o brezze marine che possano mitigare il clima invernale.

Le principali aree vinicole dell’Armenia sono la Valle dell’Ararat, la regione montana del Vayots Dzor, la regione vulcanica del Aragatsotn, i terreni limosi del Tavush ed il Nagorno-Karabakn.

Grazie al dottor Guido Invernizzi abbiamo degustato dei vini prodotti di una realtà locale, la Karas, presente nella regione orientale dell’Armavir, caratterizzata da un suolo vulcanico e ricco di minerali con un esposizione solare molto intensa ed una escursione termica molto accentuata.

Cinque i vini proposti.

Si inizia con il Karas Extra Brut annata 2013, cuveè di Colombard, Folle Blanche e l’autoctono Kangun, colore giallo paglierino scarico con un perlage non fine. Al naso presenta sentori di agrumi (pompelmo), albicocca disidratata e frutti tropicali. Al palato risulta una nota di freschezza, acidità e netta sapidità e dopo alcuni assaggi affiora anche una nota minerale con una certa tessitura cremosa che rimane persistente.

Più strutturato il Karas Blanc vendemmia 2013, cuveè composta dagli autoctoni Kangun e Rkatsiteli insieme a Chardonnay e Viogner. Visivamente è brillante, pulito e leggermente denso con una cromaticità giallo paglierino. Al naso si riscontrano aromi delicati, sentori di pesca bianca ed erbe aromatiche (menta e basilico). In bocca risulta cremoso e molto sapido, con aromi di mela cotogna. Successivamente manifesta una mineralità con aromi carbonati e metallici. Un vino equilibrato, rotondo e con un finale molto persistente.

Il rosso è rappresentato dal Karas Rouge 2013, un blend composto da Syrah, Tannat, Malbec e Petit Verdot. Colpisce il colore, un rosso rubino acceso e intenso, mentre gli aromi sprigionati sono di frutta a bacca rossa ed erbe medicinali (rabarbaro e genziana). Al palato predominano i frutti di bosco e un aroma di liquirizia che vira in un finale amaricante. I tannini sono ammorbiditi mentre l’acidità è sostenuta ma piacevole, un vino strutturato con una persistenza prolungata.

La complessità sale con il Karas riserva vendemmia 2012. Blend composto da Syrah, Montepulciano, Ancellotta e Petit Verdot. Il colore è un ammiccante rosso intenso brillante ed al naso si dimostra complesso con aromi di vaniglia, frutta a bacca rossa e nera, marasca, cioccolato e chiodi di garofano oltre a varietali vegetali (peperone). Morbido e rotondo al palato con tannini che affiorano successivamente. Armonico ed equilibrato, ricorda le cuveè bordolesi di grande prestigio.

Ultimo il Karas Dyntrich, Moscato in purezza, un brillante passito giallo paglierino con note agrumate (pompelmo), tropicali (ananas) e dolciastre (frutta disidratata). Notevole la freschezza supportata da una buona acidità con aromi che variano tra vaniglia, fiori d’arancio e mela gialla. Finale corto ma piacevole.

In conclusione l’Armenia si dimostra una nuova realtà vinicola con un futuro promettente ed un valido esempio per altri potenziali territori presenti nel continente asiatico.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.