Pane, alici e Bamboo Road

Tre metri sopra il mare ci sono le vigne da cui nasce “Bamboo Road”. Al confine tra la Liguria e la Toscana questo vino racchiude il mare, i profumi della campagna e un’eredità emiliano-romagnola data dai vitigni con cui è prodotto, a parte il vermentino che sottolinea l’anima ligure-toscana, ci sono la malvasia di Candia aromatica, l’albana e il trebbiano.

Li abbiamo incontrati a Golosaria Stefano Legnani e la moglie, una piccola realtà vinicola tra le più o meno grandi presenti alla manifestazione. Assaggiamo il loro Vermentino “Ponte di Toi” che già versato nel calice preannuncia e conferma una di quelle bevute che piacciono a me. Ma è il secondo assaggio, il “Bamboo road” con il suo nome zen-rock che mi convince a portarne una bottiglia da “studiare a casa”, soprattutto quando mi si accenna all’ abbinamento ideale: pane, burro e alici.

Soprassiederò sul fatto che potrei scrivere un trattato su questa semplice e spartana pietanza che nei miei ricordi d’infanzia diventa un crostino di pane tiepido con spalmato un burro ammorbidito e schiacciato con le gustose alici sott’olio del Mar Ligure. Servito come aperitivo nei momenti di festa è diventato ora un lusso per il mio palato.

Decido così di celebrare questo vino schietto e di qualità con un accompagnamento che gli fa onore e il perché è presto detto. “Bamboo road”, il cui nome deriva dalle recinzioni che costeggiano il vigneto, è dorato nel calice quasi con riflessi rosa antico, si distingue per la vena salmastra di iodio che si sprigiona all’olfatto e che prosegue al palato persistendo insieme ai profumi di fiori ed erbe di campo che compaiono in retro-olfattiva. Non può esserci abbinamento più armonico ed evocativo.

La lavorazione dei loro vini, ci spiegano, è mirata a esaltare il più possibile il vitigno e data questa premessa non è nel loro interesse che un vino sia uguale all’altro nelle diverse annate. La natura fa il suo corso e il vignaiolo in cantina fa del suo meglio per interpretarla e guidarla nella trasformazione. I vitigni vecchi di 50/60 anni sono quelli che i contadini della zona utilizzavano un tempo e che venivano vinificati a piena maturazione con una bassa acidità. Tecnica ripresa anche da Legnani che si avvale dell’assaggio per capire e decidere quando è il momento buono per vendemmiare.

La vinificazione viene fatta aggiungendo a una pied de cuve di vermentino il resto delle uve diraspate, dopo di che la fermentazione si avvia spontaneamente e a contatto con le bucce, senza controllo delle temperature e in acciaio. I travasi sono tre: uno dopo la fermentazione, uno a fine anno e uno prima dell’imbottigliamento.

La cantina si trova nella frazione di Badia, a Sarzana. Stefano Legnani è bolognese di nascita e dopo varie peripezie si trova in Liguria, terra natia della moglie Monica a coronare il suo sogno vinicolo ispirandosi alla sua passione per i vini sloveni che fanno macerazione sulle bucce. Di proprietà hanno un ettaro piantato a vermentino da cui ricavano il Ponte di Toi, mentre il resto delle vigne appartengono ai contadini della zona che le mettono loro a disposizione di modo che la pura e genuina tradizione non venga mai dimenticata.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Un Grechetto in compagnia

Del Grechetto forse non se ne sente parlare molto, per fortuna però ne avevo uno in frigo e complice una cena tra amiche colgo l’attimo per raccontarne qualcosa.

Per l’occasione sfodero coltelli, pentole e fantasia sopita, e mi metto ai fornelli. Preparo tocchetti di pollo alla mediterranea che più mediterranea non si può: soffritto di cipolla, pomodorini pachino, olive nere, capperi, rosmarino che fiero e indomito cresce sul mio balcone e basilico che resiste nonostante tutto. Il pollo cuoce: è il momento ideale per stappare il vino, un Grechetto della storica e umbra cantina della famiglia Lungarotti.

Un cin, cin (che sia passato di moda a noi poco importa) e nel calice ecco il grechetto dal giallo chiaro e limpido, e dai leggeri sentori erbacei, di fiori e melone bianchi; in bocca è di medio corpo, rotondo e caldo in gola; emerge una sapidità minerale ed è accentuata l’acidità che persiste dopo l’assaggio chiudendosi in un finale leggermente amaricante.

Come si può intuire dal suo nome, pare che il grechetto sia stato portato qui dai popoli greci, per diventare uno dei vitigni tipici dell’Italia centrale: Umbria, Toscana, Marche e Lazio. Conosciuto anche per i nomi bizzarri che ogni zona gli ha attribuito come strozzavolpe o pulcinculo bianco per citarne due.

Un tempo veniva associato anche ad altri vitigni con caratteristiche ampelografiche differenti ma che producevano vini simili tra loro. Dopo vari studi non solo sono riusciti a differenziarlo dal resto, ma ne hanno trovati due diversi tipi: il grechetto di Orvieto tecnicamente definito G109 e il grechetto di Todi, G5. Dai profumi fruttati non troppo intensi ma eleganti, di solito nel vino sviluppa un tenore alcolico abbastanza elevato. È spesso usato con altre uve, come il trebbiano, a scopo migliorativo.

Il pollo è nel piatto con il suo tripudio di sapori mediterranei. Gli aromi di capperi e rosmarino sono intensi, c’è la succulenza della carne e del sughetto che si è venuto a creare e un po’ di dolcezza dei pomodorini. La struttura del piatto non è certo imponente così come quella del vino. I vari profumi si sposano, il vino ripulisce il palato con freschezza ma, come avevo intuito, sul finale si impone un po’ la carne con il suo condimento verace.

Nulla di grave, forse bastava scendere un po’ più a sud nella scelta del vino per attenerci alla regola dell’abbinamento regionale con cui difficilmente si sbaglia. Il Grechetto comunque ha fatto degnamente la sua parte e nessuno si è lamentato. Un piatto gustoso, un buon vino e una bella compagnia lasciano sempre il palato e l’anima soddisfatta.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Sui colli novaresi alla scoperta del Tapulone

L’ autunno ha bussato alla mia porta e io l’ho accolto a bocca aperta con un piatto di Tapulone e un calice di Nebbiolo.

“Tapulone” non è un insulto declinato in qualche dialetto lombardo ma un antichissimo piatto tipico della sponda piemontese del Lago Maggiore. Ne ignoravo l’esistenza fino a qualche mese fa, ma illuminante è stata una gita da quelle parti e l’incontro con la memoria storico-gastronomica di chi quelle terre le conosce, le ha vissute e quindi le ha anche “mangiate”. Così ho aspettato in trepida attesa l’aria frizzante che fa tornare l’appetito (in realtà a me non era mai scomparso) per poi partire verso i colli novaresi, per la precisione a Borgomanero, patria indiscussa del Tapulone.

Questa è una zona dove la norcineria equina è ancora importante. Il Tapulone (pronunciato “taplòn”) da tradizione è infatti realizzato con carne d’asino tritata finemente, rosolata poi con olio, burro e aglio, fatta cuocere a lungo con alloro e rosmarino mentre la si innaffia di brodo e vino. La carne d’asino è piuttosto dura, quindi da tapulà, da sminuzzare con il coltello fino a farne un trito da cuocere per molto tempo in modo che si ammorbidisca lentamente.

Secondo la leggenda la storia del Tapulone arriva da molto lontano e narra che la nascita di questo piatto sia contemporanea a quella di Borgomanero verso gli ultimi decenni del XII secolo. E, come di consuetudine, le sue origini vanno ricercate nella cucina povera dei contadini che dovevano sfruttare al massimo le risorse locali, in questo caso i vecchi asinelli che al culmine delle loro fatiche venivano poi usati per sfamare le famiglie. Per questo motivo la carne che si trova oggi forse non è poi tanto più “da tapulà”, sarà difficile ottenere la stessa consistenza di un animale abituato al lavoro nei campi rispetto a uno cresciuto in allevamento.

Il mio primo Tapulone amabilmente accompagnato da polenta l’ho assaggiato all’Osteria della Corte e mi è andata di lusso perché era il giorno in cui lo avevano in menù. La scelta del vino non è stata difficile perché nella zona le cantine locali sono proposte senza esitazione, a sottolineare il legame tra cibo e territorio che queste terre si portano dietro. Ho scelto “Agamium” un Colline Novaresi Doc annata 2014, dell’azienda Antichi Vigneti di Cantalupo, cantina di cui vi abbiamo parlato recentemente in un altro articolo.

Nebbiolo in purezza delicatamente profumato di violetta e piccoli frutti rossi; in bocca ha un buon corpo ma è l’acidità a spiccare, retaggio dei suoli minerali della zona. Il tapulone da parte sua è ben equilibrato, si percepiscono le erbe aromatiche che delicatamente si sposano con il gusto della carne, succulenta e dal gusto persistente, addolcita dall’accompagnamento con la polenta.

Il vino gioca bene le sue carte nella parte aromatica e di pulizia anche se sul finale il sentore di carne un po’ torna a farsi sentire. Una piacevole unione dove forse un maggiore grado alcolico rispetto ai 12,5% di quello che avevo nel calice avrebbe aiutato nel pulire completamente il palato.

Ma non posso lamentarmi del mio primo assaggio autunnale, come amo ripetere l’esperienza insegna e quando c’è da imparare gustando, io divento come mai in vita mia la secchiona della classe.

*Secondo suggerimenti dei locali ecco altre due osterie a Borgomanero dove poter gustare il Tapulone nella sua versione tradizionale:

Osteria del Ciclista

Trattoria dei Commercianti

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Io bevo da sola

Magnifica Milano ad agosto. Il traffico diminuisce, la città diventa semi-silenziosa con solo i turisti a popolare le strade e, se si è fortunati, calano pure le temperature (cosa che non è successa quest’anno). Si respira un’atmosfera ovattata senza sentirsi mai troppo soli. Ma è comunque tempo di vacanza per la maggior parte del popolo meneghino ed è raro trovare un’enoteca aperta. Così faccio quello che mi è più congeniale: bere da sola. A casa. Che poi tanto sola non sono, ho il vino e con lui dialogo che è una meraviglia.

Una sera d’agosto mi sono trovata in compagnia di un Chambave Muscat, Vallée d’Aoste Doc di La Crotta di VegneronLa cantina è una cooperativa nata nel 1980 che raccoglie circa 100 soci tra Chambave e Nus. Viticulteurs che mirano alla valorizzazione dei vitigni autoctoni, tesi a ottenere il massimo da un territorio di non sempre facile coltivazione a causa delle forti pendenze, con altitudini che variano dai 500 agli 800 metri.

Il Muscat de Chambave non è altro che il profumatissimo moscato bianco che, in questa zona, dà il meglio grazie alle scarse precipitazioni e alle temperature elevate durante il giorno che calano drasticamente la notte aiutando a mantenere le uve asciutte e sane, oltre a esaltare gli aromi nel vino. Il mio compagno di bevuta arriva da vitigni esposti per la maggior parte a sud in vari appezzamenti della zona su altitudini tra i 450/680 m sul livello del mare. Il mosto dopo una macerazione pellicolare a basse temperature viene semplicemente fatto fermentare e sostare in acciaio sulle fecce fini con i rituali bâtonnages.

Il giallo paglierino passa in secondo piano quando si accosta il calice al naso. Fiori bianchi da primavera inoltrata, pesca gialla, un po’ di pungienza di agrumi e erbe aromatiche. In bocca è morbido e ha una buona consistenza dovuta anche ai 13 gradi; non troppo caldo in gola, rimane comunque leggero, equilibrato, con una chiusura persistente e intensa. Aiuta a immaginarsi seduti su un prato ad ammirar le vette lontani dal caldo milanese.

E se a furia di contemplare il tramonto di città scattasse un certo languorino? Si potrebbe provare con un salmone affumicato aromatizzato all’aneto accompagnato magari da qualche fetta di pane o crostino imburrati. Il gioco è semplice: l’affumicatura del salmone dona ulteriore aromaticità al pesce e, con l’aggiunta dell’aneto, i profumi di vino e pietanza diventano un tutt’uno che non stanca. Alcol e acidità puliscono il palato dalla grassezza del salmone dando lo sprint per agguantare il boccone successivo.

Ora posso dirlo. La chiusura delle enoteche e la solitudine di agosto erano solo una scusa. A me bere da sola piace e lo faccio in qualsiasi momento dell’anno. D’altronde c’è chi balla da sola, chi viaggia da sola, chi parla da sola. Ebbene, io bevo da sola.

E voi preferite la solitudine del tu per tu con il calice o non potete far prescindere una bottiglia di vino dalla compagnia?

 

*Immagine dal web

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Blogelier va in vacanza ma non vi lascia a bocca asciutta!

“Ragazzi ma ad agosto che si fa? Chiudiamo per ferie?”

“Sì dai… almeno avremo un po’ di tempo anche per pensare al blog, accantonare idee per nuovi articoli, mettere in cantiere progetti…”

Anche noi si va in vacanza con il nostro carico di buoni propositi per settembre che, si sa, è un po’ come l’anno nuovo. È già passato più di mezzo anno da quando questa piccola avventura è cominciata e con tenacia l’abbiamo portata avanti, anche con qualche onda che ogni tanto ci ha sballottati di qua e di là (e non erano gli effetti dell’alcol).

Prima dei saluti vi raccontiamo qual è, per ognuno di noi, il vino che berremmo volentieri in tempi di vacanze estive.

ALESSANDRA: “Prosecco superiore di Valdobbiadene Docg, extra dry” di Cantina dei produttori di Valdobbiadene

Nel calice un Prosecco dall’effervescenza persistente, appena versato mostra la briosa eleganza degli Charmat con la schiuma che si assorbe con lentezza creando un simpatico effetto visivo, un po’ come le onde del mare quando si dissolvono nella sabbia. Al naso l’aromaticità della  glera, il vitigno con cui è prodotto, si rivela subito così come in bocca, dove se ne percepisce l’eleganza ma anche la dolcezza dovuta al grado zuccherino. La persistenza è lunga e lascia appagato il palato. Non male per uno spumante  trovato a circa 9 euro su uno scaffale del supermercato!

 

ANDREA: “Pouilly Fumé 2016” di Jean-Marie Berthier

Acquistato nella Valle della Loira l’estate scorsa e stappato a Milano durante una cena. Nel calice è giallo paglierino con lo sprigionarsi, al naso, di note minerali che rivendicano la tipicità del sauvignon blanc coltivato in quel territorio. Poi frutta estiva come pesca e albicocca, uva spina, erbe aromatiche e in sottofondo un leggero sentore di lievito di pane. In bocca è elegante ed equilibrato con freschezza e una bella nota sapida che completano il tutto. Accostateci dei crostacei e un crudo di mare e il matrimonio sarà perfetto!

 

EUGENIO: “Modus Bibendi 2017, Terre siciliane IGT” di Elios

Da uve grillo delle colline di Alcamo, nasce dalla mano di due giovani fratelli siciliani. Un vino biologico che potrà essere apprezzato da chi ancora non crede del tutto in questo tipo di prodotto. Dal bel giallo dorato, al naso spiccano intensità e pulizia. Una leggera nota ossidativa lascia presto il posto a frutta secca, uva sultanina e poi sentori di timo, maggiorana e salvia. Rotondo in bocca con freschezza e decisa sapidità al palato, nella lunga persistenza finale ritornano i profumi balsamici e un leggero finale amaro. Da gustare durante una cena estiva con piatti di pesce conditi con gli aromi di Sicilia, magari seduti in cima a una collina con il vento del mare a rinfrescare l’anima.

 

VALENTINA: “L’Amiral, 2016” di Macario-Dringenberg

L’ Amiral della Liguria di Ponente, è frutto di due vitigni autoctoni: rossese bianco e massarda. Dagli intensi riflessi dorati, al naso è melissa e menta, quasi resina, e note aspre di agrumi. In bocca il corpo è morbido e ampio; le brezze marine non mancano traducendosi nella sapidità del palato in equilibrio con la marcata nota acida. Sulla punta della lingua i tannini dovuti alla macerazione di circa 50 ore sulle bucce un po’ si fanno sentire. Dal finale lungo e di mandorla amara, forse non lo immagino bevuto in riva al mare. È un vino per i curiosi che si addentrano nell’entroterra. Da bere anche nelle giornate piovose di mezza stagione.

 

Che siate in mare o in montagna, a godervi le città deserte o le megalopoli affollate, con la pancia all’aria o a lavorare (e in questo caso ve lo auguriamo davvero): che il buon bere sia con voi!

 

 

* L’immagine di copertina è gentile concessione di Chiara Bovo

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

La donna con i capelli al vento

Cosa hanno in comune una villa storica nel segreto cuore di Milano, una delle più famose cantine siciliane e un artista padovano?

Cercavo Eno e, per trovarlo, ho attraversato il tempo all’indietro nelle splendide stanze di Villa Necchi-Campiglio. Passando per salotti marmorei e opere d’arte, arrivo nel solaio dove era allestita la mostra “Inseguendo Donnafugata” dedicata a tutte le etichette che Stefano Vitale ha disegnato per la cantina.

Una donna con i ricci al vento è il simbolo di Donnafugata. Come nel romanzo Il gattopardo, Gabriella è la “donna in fuga” che abbandona un percorso prestabilito per buttarsi nell’avventura vinicola insieme al marito Giacomo Rallo. È così che nel 1983 nasce Donnafugata e 10 anni dopo l’incontro con Stefano Vitale contribuirà a renderne riconoscibili non solo i vini ma anche l’ immagine. La donna con i capelli al vento diventerà soggetto ricorrente arrivando ad assumere mille e più volti a rappresentare ogni vino.

“Subito dopo la laurea, pensai che il solo campo in cui potessi esprimere le mie idee inesprimibili fosse quello dell’arte”

Da Padova a Los Angeles per laurearsi in economia e scoprire di non poter prescindere dall’arte, Stefano Vitale si iscrive all’ Art College di Pasadena dipingendo in quegli anni un soggetto ricorrente che immagino come un’icona cristiano-zen: una madonna con un occhio solo. Viaggia in Messico e America Centrale, consolida la sua carriera a New York, per poi tornare dopo 15 anni in Italia con moglie e figli al seguito, dove a Venezia pesca legni che galleggiano nella laguna e dà loro nuova vita.

Gli strumenti e i materiali dell’artista 

Le opere, già un po’ disseminate in qualche stanza della villa, ricordano il sud America e la sua arte popolare; mentre le ambientazioni di Sicilia si rivelano nei colori e nei simboli, con anche rimandi arabeggianti della vicina Africa. Disegni fiabeschi ma anche d’impatto, dai contorni ben definiti dove spesso le immagini di donna ricordano certi grandi di un tempo come Botticelli o Leonardo.

 

“Lumera” celebra l’amore come nel Dolce Stil Novo

 

L’etichetta del Brut Millesimato ricorda un volto leonardesco

Aggirandomi per la sala svelo anche il legame tra Donnafugata e il FAI  grazie a un piccolo mosaico a cerchio che rappresenta un muretto a secco in miniatura. All’interno disegnata una donna-albero che, intrecciandosi ai rami, diventa lei stessa generatrice di frutti di arancio. È raffigurato un giardino pantesco, tipica costruzione dell’isola, nata con lo scopo di custodire con la sua studiata architettura un’unica pianta di agrume. Nel 2008 Giacomo Rallo ne dona uno delle loro tenute in zona Khamma al FAI, dove a far da cornice ci sono le coltivazioni ad alberello pantesco dedicate alla produzione di zibibbo.

Lo zibibbo che ammalia come una sirena

E zibibbo è infatti uno dei due assaggi proposti alla fine del percorso. Conosciuto per la produzione del ben noto Passito di Pantelleria, la tendenza attuale lo vuole anche vinificato secco. “Lighea” dell’annata 2017 nasce su terreni di origine vulcanica, per la vinificazione si usa l’acciaio in cui fa una sosta di circa due mesi per poi stabilizzarsi altri tre in bottiglia. Nell’etichetta un volto di donna fa capolino dalle onde marine: è Lighea, la sirena ammaliatrice ispirata al racconto di Tomasi di Lampedusa da cui il vino prende il nome.

Lighea, lo zibibbo che ammalia

In effetti è uno zibibbo che più sirena non si può. Ti seduce e cattura con i suoi profumi per poi stordirti con un colpo di coda che non dimentichi. Che in termini di degustazione sono i fiori di gelsomino e d’arancio, agrumi e albicocca che esplodono nel calice; dolcezza naturale all’assaggio, pieno e sostenuto da una buona struttura acida e lieve sapidità marina. In bocca i profumi ritornano e per lungo tempo tengono compagnia.

Ho scoperto il vero legame tra i tre ed è una parola, un verbo per la precisione: CUSTODIRE. Chi con la cura e la salvaguardia, chi con il rispetto e la valorizzazione del territorio attraverso i suoi frutti, chi divulgandone la bellezza tramite l’arte, tutti sono custodi di preziosi patrimoni della nostra tradizione.

 

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Cinque assaggi di chenin blanc

Lo chenin blanc le mie papille gustative non avrebbero ben saputo dove collocarlo se non fossi intervenuta a colmare il vuoto con cinque assaggi in una serata di degustazione.

La storia racconta che sia apparso per la prima volta al centro della Loira, nella zona tra Anjou e Touraine; il suo nome francese è pineau de la Loire, ma lo conosciamo meglio come chenin, che pare derivi da Mont Chenin, distretto di Touraine. Si chiama steen se voliamo in Sud Africa dove è diventato uno dei vitigni più coltivati. Dicono che si trovi anche in California e Argentina, ma non è una novità per un vitigno francese aver fatto il giro del mondo.

Il suo è il passato di un vitigno messo da parte a causa della disattenzione della mano umana. Lo chenin ha bisogno di cure per far sì che le caratteristiche migliori non diventino le peggiori. La sua versatilità, infatti, è stata l’arma a doppio taglio che lo ha relegato nel dimenticatoio per un po’ di tempo. L’acidità spiccata è il vanto che lo rende interessante al palato e soprattutto adatto anche a lunghi invecchiamenti, ma se coltivato ad alte rese questa si impone rovinando la poesia. Così come gli zuccheri ne fanno un vitigno adatto a essere trasformato in spumante. La buccia sottile può far sembrare fragile il frutto ma lo aiuta a farsi attaccare dalla muffa nobile e trasformarlo in uno dei famosi vini botritizzati francesi. Germoglia in anticipo ma matura tardi, ci vuole la pazienza di aspettarlo un po’ così come bisognerà fare con il vino nel calice scopro dopo.

Per la degustazione ci siamo soffermati in Loira, rimanendo nei paraggi di Anjou. Per il momento seduta a un tavolo del Vinodromo sognando di girovagare tra cantine e castelli.

Ad aspettarci al fresco c’erano:

  • Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon
  • Ouest Coast 2016, Siro e Soulas
  • Terre de Grés 2015, Bois Brinçon
  • Savannieres 2010, Domaine Taillandier
  • Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon

Su un terreno vulcanico, argilloso e gessoso che dona rispettivamente mineralità, grassezza e acidità al vino, vengono coltivate le uve che danno vita a questo brut nature che sosta 15 mesi sui lieviti per poi stabilizzarsi in acciaio. Dai riflessi dorati, le bollicine continue e vivaci riempiono la bocca. Al naso si apre con sentori di lieviti che solo dopo lasciano spazio a ricordi più dolci come il profumo di miele che si annuncia essere una costante del vitigno. In bocca è completo, con acidità e sapidità bilanciate che ne rendono fitta la trama mentre compare un aroma di mela verde in sottofondo. Positiva la sensazione di vaga dolcezza dovuta agli zuccheri naturali del frutto che non sono riusciti a trasformarsi del tutto nella vinificazione.

Ouest Coast 2016, Sirot & Soulas

Figlio di un’annata non facile, viene vinificato in acciaio e cemento. Impatta al naso con una nota selvatica, dopo un po’ nel calice si apre ai sentori mielosi che si confondono a rimandi vegetali, gli agrumi compaiono dopo e, personalmente, li sento nella persistenza finale del gusto dove un po’ mi sembra di aver per sbaglio morso un pezzetto di buccia di pompelmo, l’acidità persiste in bocca confermando questa sensazione.

Terre de Grés 2015, Bois Brinçon

Ancora primo impatto di lieviti di pasticceria al naso che lasciano il posto a sentori di frutta secca, in particolare la noce, e la sua tipica sensazione di rotondità. Pregio dell’esperienza del produttore riuscire a creare un altro vino così pieno ed equilibrato in bocca, dove freschezza e sapidità ne definiscono la struttura rendendolo quasi “masticabile”.

Savannières 2010, Domaine Taillandier

Vicino ad Anjou, nella sponda sud della Loira, è nato questo vino che mi ha suscitato subito una gran simpatia. Prodotto con metodo che più spontaneo non si può, senza filtrazioni, né chiarifiche, senza aggiunta di solforosa o lieviti, di certo ha un impatto non comune che colpisce al naso con un primo ricordo di vernice, non manca un ricordo d’idrocarburo e si apre poi a note di sottobosco e un accenno di ossidato. Così descritto forse a nessuno verrebbe voglia di assaggiarlo ma queste impressioni non comuni lo rendono unico. In bocca lasciano il segno acidità e persistenza, e ricordiamoci che ha ben 8 anni quindi, quindi per rimanere in Francia, chapeau!

Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Un muffato che arriva da tre vendemmie (tris des vendanges come è citato in etichetta) dove l’uva viene raccolta in tre momenti diversi e la prima volta ancora non attaccata dalla Botrytis. Al naso subito si sente lo zolfo ma nel calice il vino si rilassa e si apre al miele pur senza abbandonare la sottile nota di vernice. La cosa interessante sono i sentori salmastri come iodati e di salamoia che preannunciano la sapidità del gusto bilanciata con l’acidità che mai ci ha abbandonato nei cinque assaggi. Caratteristiche non da poco per un vino dolce che riesce a mantenere la freschezza dell’uva senza che i sentori dolciastri del botritizzato prevalgano (come potrebbe accadere con muffati di zone limitrofe). Tutto merito del vitigno e di chi ha saputo lavorarlo.

Cosa ho imparato sullo chenin? Che per berlo bisogna mettere da parte la superficialità. Le sue qualità le può esprimere solo se lavorato con pazienza e maestria. Così come nel calice non bisogna soffermarsi su note che paiono scontate o spiacevoli, rischieremmo di perderci la sua lieve dolcezza che ne preannuncia il fascino.

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Un Irriverente assaggio

Attirata da un’etichetta bianca dove il tuo nome è scritto come con un filo d’erba. Avevo in mente altro per la mia cena ma ho trovato te: l’irriverente

Sono a tavola con “Lirriverente, Igp Terre Siciliane” un catarratto in purezza di Animacorale che ancora non è una vera cantina ma di certo è un bel progetto.

Cos’è Animacorale? 

“È una comunità che lavora con il cuore” questa è la risposta quando si chiede a chi fa parte del progetto il significato del nome.

A Bagheria in provincia di Palermo, Padre Salvatore Lo Bue fonda anni fa la comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti che negli anni amplia il suo raggio di aiuto a minori e donne vittime della prostituzione. I suoi interventi sono talmente efficaci che il comune di Castelvetro lo premia con 88 ettari di terreni coltivabili confiscati alla mafia, dove la comunità decide di destinare 33 ettari ai vigneti e di piantare 5000 piante di ulivo per 42 ettari.

L’incontro tra il vignaiolo Francesco Guccione e la Onlus Casa dei giovani nasce con l’intento di aiutare il reinserimento dei giovani attraverso il loro impegno nella produzione locale. I ragazzi sono coinvolti in tutta la produzione e parte del ricavato remunera il loro lavoro oltre a coprire i costi di produzione, mentre il restante è destinato alla costruzione di una cantina dove poter eseguire le operazioni di vinificazione, che per il momento vengono eseguite in quella di Guccione a Valle del Belice.

La coltivazione è destinata a uve autoctone bianche vinificate in rigorosa purezza con metodi naturali che danno vita a 4 etichette i cui nomi sono ispirati alle persone che portano avanti l’iniziativa. Lirriverente da uve catarratto, l’eretico da grecanico, il visionario da inzollia, l’audace da grillo e uno speciale Vino del miracolo prodotto in 3000 bottiglie sempre da uve grillo, è dedicato a Padre Salvatore. 

Chi è l’irriverente?

Mi aspettavo il solito giallo paglierino e invece è arancione, quasi mogano, come le foglie d’autunno. Profumi di miele e agrumi canditi ricordano un passito ma il sentore di mare dirotta altrove, pieno in bocca ancora un po’ confonde, per un momento sembra dolce ma quella freschezza che pulisce tutto non mente sul suo essere tutto fuorché un vino dolce. Con irriverenza, ha disilluso le attese di quello che mi sarei potuta aspettare da un calice di catarratto.

Di notizie sulla vinificazione non ne ho trovate se non un generico “10 mesi tra botte e bottiglia”, di sicuro c’è stata la macerazione sulle bucce, nessuna filtrazione, forse arriva da una vendemmia tardiva o solo da uve scaldate dal bel sole di Sicilia.

In tavola senza nessun accompagnamento se non una penna per annotare qualcosa, perdendomi nei suoi sapori mi sono venuti in mente i pomodori pachino, quelli belli dell’Isola, dolci e succosi. Poi banalmente, ho pensato a un pesce. Il pesce spada? O un pesce grassoccio e dalle carni più dolci? Da buttarci la pasta dentro o un bel tozzo di pane appena sfornato.

“Per noi è fondamentale la qualità dei nostri vini. Sono vini unici, lontani dal gusto omologato della produzione di massa e, quindi, possono non piacere al primo impatto.

Parole di Valentina Vitale, coordinatrice del progetto. Non piacere al primo impatto? Non è stato questo il caso, mi toccherà assaggiare i restanti se avrò la fortuna di imbattermici mentre cerco altro.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Petit déjeuner sur l’herbe da Arcari+Danesi

Scendere in tuta cane al guinzaglio per fare colazione alla pasticceria sotto casa. Un’occhiata ai quotidiani, il cappuccino e la brioche alla crema e magari ti siedi fuori che c’è pure il sole. Questo è il primo step del rituale relax milanese da inizio week-end.

Noi abbiamo fatto di meglio, siamo andati in Franciacorta.

Accolti da Arcari+Danesi(alias Giovanni Arcari e Nico Danesi)con un bel calice del loro Dosaggio zero e una soffice focaccia farcita di mortazza, abbiamo inaugurato così il nostro sabato mattina.

L’occasione è stata la presentazione dell’annata 2017 di Grace, rosato fermo nato da vigne di 70 anni abbandonate che loro hanno magicamente resuscitato. Il vino è prodotto nella storica e dimenticata doc Botticino, un territorio propenso alla coltivazione della vite, dove le piante hanno bisogno di pochi interventi per crescere rigogliose e dare buoni risultati. Grace, il cui nome è un omaggio alla Grand Central Terminal di Manhattan realizzata in marmo di Botticino per l’appunto, è un rosato fresco e beverino, pensato anche per il mercato estero. Un nobile intento di portare i vini lombardi che non siano solo Franciacorta fuori dalle 4 mura regionali.

Quel che fu di Grace

Passati dal Dosaggio Zero al Grace, abbiamo concluso il déjeuner con il Solouva brut , che è anche il nome del metodo da loro sperimentato per dare un’impronta oltre che sana anche incisiva agli spumanti di Franciacorta.

Il metodo consiste nel raccogliere l’uva al completo della maturazione a differenza di quello che si è soliti fare con gli spumanti. Sarà la pressatura soffice, infatti, che permetterà di preservare l’acidità del mosto. Il pezzo forte sta nell’ ottenere lo zucchero per la seconda fermentazione e per il dosaggio finale, sotto forma di mosto prodotto dalle stesse uve.

Lo scopo è semplice, rendere questi spumanti unici e peculiari del territorio da dove provengono e non di un luogo a cui non appartengono e che è lontano da noi per chilometri, clima e caratteristiche morfologiche.

Nel calice è interessante non sentire i soliti sentori di crosta di pane e pasticceria, che a qualcuno a volte scappa la mano e sembra di essere fuori da una fabbrica di panettoni. Si sente la freschezza del frutto, cioè dell’uva, sia nei profumi che in bocca… è Solouva e non ci basta?

A me è bastato mentre a gambe incrociate sedevo su quel prato e insieme alle vigne mi beavo del sole così benefico per entrambi.

Solouva sur l’herbe

 

 

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Essere una vigna in Liguria

Chissà cosa si prova a essere una vigna in Liguria? Di quelle baciate dal sole, che si godono lo spettacolo del mare dall’alto mentre i monti dietro di loro le proteggono dal “freschino” che arriva da nord.

Non potendo tramutarmi in vigna ho provato a farmi raccontare dai vini qualcosa su quella posizione privilegiata.

Perfetta l’occasione offerta dall’enoteca La Cieca di incontrare la produttrice e i vini de Il Torchio (già scoperti al Live Wine), cantina dell’estremo levante ligure. L’energica Gilda ci racconta che a Castelnuovo Magra i vigneti sono felicemente esposti a sud-est ad anfiteatro su diverse altezze, alle spalle hanno le Alpi Apuane e davanti il mare. Questa è una storia di coraggio e amore per la propria terra in cui due giovani fratelli decidono di portare avanti la vigna e la cantina dello scomparso nonno Giorgio Tendola. Ora eccoli a occuparsi di 12 ettari di vigne che guardano il mare, coltivate a vermentino in prevalenza con cui producono la doc Colli di Luni.

Cosa mi hanno raccontato questi vini?

Il Bianco” arriva dalla parte più bassa e argillosa dei vigneti, è vermentino 100%, vendemmiato nel 2016  macera sulle bucce per pochi giorni. È morbido in bocca, quasi oleoso, è pieno e la sapidità spicca. Suggerisce di essere bevuto tutto in un sorso all’ora dell’aperitivo.

Colli di Luni Doc“, vermentino in purezza coltivato più in alto dove i terreni sono sassosi e richiedono alle radici un maggiore sforzo per nutrirsi. L’idrocarburo stupisce al naso e gli agrumi vengono dopo, sapidità e freschezza per un assaggio gustoso.

Lo “Stralunato” è vermentino con un 5% di moscato, entrambi provenienti da vecchie vigne che apportano il loro carico di saggezza. Vinificati insieme, macerano sulle bucce per poi essere travasati seguendo le fasi lunari. Al naso erbe mediterranee e, sarà che sono di parte, un sentore di basilico che evoca inevitabilmente una bella pasta al pesto in accompagnamento. Gli aromi tipici del moscato invece non invadono e, ancora una volta, sapidità marina a completare il tutto.

Anche  “Lunatica” è vermentino e nient’altro. Dopo la fermentazione con macerazione sulle bucce per almeno 8 giorni il vino sosta sulle fecce fini finché non è pronto. Mi colpisce per la leggera nota affumicata che ricorda il miele di castagno ma soprattutto per la persistenza che non mi abbandona nemmeno dopo aver preso due tram e fatto 300 metri a piedi

Espressioni tutte diverse seppur da un unico vitigno, vini mai scontati e inaspettati mi raccontano che essere una vigna di Liguria in posizione privilegiata non deve essere tanto male, ma ben poco sarebbe senza l’amore e il rispetto di chi se ne prende cura.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?