Di quando c’era uno Chablis nel frigo

Tutto nasce da quel formaggio francese dall’aroma invadente che a ogni apertura di frigo mi ricorda la sua presenza. Il Pont L’Evêque si chiama, arriva dalla Normandia ed è tanto “puzzone” quanto morbido e gentile in bocca. Per non offenderne la sensibilità d’oltralpe lo uso come rinforzo gustoso a una quiche con zucchine, menta e yogurt ben racchiusi nella loro pasta brisée.

Il caso ha voluto che ci fosse anche uno Chablis nel frigo. Un vino che arriva dalla Borgogna anche se l’omonima cittadina da cui prende il nome è più vicina alla Champagne che alla Côte d’Or e ne ha in comune il clima rigido e i terreni gessosi che sorgono su strati ricchi di fossili marini (Kimmeridge). Unico e solo vitigno con cui può essere prodotto è lo chardonnay che, se non domato dal legno come si usa adesso, in questa zona spicca per la sua acidità.

Ma non solo di questo è fatto lo Chablis! A seconda delle zone il vino ha sentori più lievi e fruttati, o più intensi e minerali di pietra focaia. Va da sé che più ci si avvicina ai gran cru, più si avranno caratteristiche di complessità ed eleganza.

Ho mantenuto un low profile e nel mio calice brilla uno “Chablis AOP (appellation d’origine protégée), 2015” di La Colombe, cantina di cui ho scoperto ben poco tranne che hanno voluto rispettare la tradizione di questo vino, evitando il passaggio in botte che lo avrebbe reso immeritatamente morbido. Dai profumi sottili di agrumi, frutta bianca e un sentore salmastro, in bocca impatta con la sapidità e la super – da me – citata acidità che persiste. Un vino piacevole, equilibrato nel suo disequilibrio, più “gustoso” di quello che, forse, ci si poteva immaginare all’olfatto.

La quiche da parte sua è delicata e fresca, ingolosita dagli elementi grassi di yogurt e formaggio che lasciano rispettivamente una leggera nota acidula e una non eccessiva persistenza sapida.

Il verdetto finale: al primo impatto le durezze del vino invadono il palato e le guance, per poi affievolirsi armonizzandosi abbastanza bene con il boccone. Certo, un’aggiunta di pancetta o salmone affumicati o prosciutto cotto per esempio, avrebbero probabilmente aiutato l’armonia.

Ma, si sa, il viaggio alla ricerca dell’unione perfetta è fatto di continui tentativi che rendono il percorso divertente forse ancor più della meta!

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

In Germania, dove il riesling renano esprime tutto sé stesso

Lo sapevate che il riesling renano dà il meglio di sé sotto stress?

È vitigno da climi rigidi, se coltivato dove le temperature sono più miti, tende a rilassarsi diventando tenero e accomodante. Un po’ come noi quando siamo in vacanza.

Questa volta il  Vinodromo , in sei calici ci ha portato nel posto in cui il riesling dà i migliori risultati, la Germania, dove la coltivazione della vite è concentrata a sud-ovest in poche zone d’elezione.

Pfalz e Rheinessen sono le aree con la maggior produzione. Il clima qua è un po’ più caldo, i terreni sono in prevalenza composti da sabbie e calcare e i vini giocano sugli aromi fruttati diventando morbidi e un po’ scarichi al palato. Nahe, dall’omonimo affluente del Reno, gode di terreni complessi, sassosi, composti da scisti e ardesia che nel vino diventa sapidità. L’esposizione verso sud, è favorevole nel Rheingau, e i terreni formati da quarzo rosa e pietra focaia ne fanno una delle zone maggiormente vocate. Nella Mosel-Saar-Ruwer le pendenze sono ripide, le vigne spesso poste su terrazzamenti e le scisti di ardesia rossa, grigia e blu, esaltano nei vini frutto, sentori citrini o austerità a seconda del loro colore.

Sei i vini in degustazione, di annate e zone diverse.

Riesling Trocken*, 2016, Wittman  Rheinessen

Tre/quattro ettari di vigna, macerazione sulle bucce per 3/4 giorni a seconda del loro spessore, fermentazione spontanea. È morbido ma colpisce per l’estrema sapidità e freschezza, in un equilibrio che lascia la bocca pulita e in armonia.

Riesling Trocken, 2015, Schäfer-Frölich – Nahe

Fermentazione spontanea sulle bucce e in vecchie botti, sosta sulle fecce al limite del possibile (per il vino). Spiccano le note sulfuree al naso e al palato, di certo meno il frutto in favore di una mineralità che arriva dritta in bocca

Riesling Trocken, 2014 – Weingut Christmann – Pfalz

Annata fresca da una zona calda e uve con bucce più fini, nel vino profumi intensi di frutta bianca e una bocca suadente e morbida.

Riesling Trocken, Rotenpfad Fass, 2013, Clemensbush – Mosel

Un gran cru da terreni di diversa origine, le vigne terrazzate su pareti di ardesia, hanno dagli 80 ai 50 anni. Sorprendente nella sua freschezza e sapidità, mitigate dal residuo zuccherino; la persistenza che non molla e cambia in bocca, ci dicono essere caratteristica della zona.

I due ultimi assaggi di annate meno recenti, sono stati serviti nei calici Zalto, ideali per lasciare con delicatezza spazio al vino.

Riesling Trocken Doosberg, 2007, Khun – Rheingau

Gran cru con vigne di 70/80 anni, fermenta e matura in botti da 20 hl per minimo due anni. Al naso è fine di note balsamiche ma è al palato che colpisce con freschezza, sapidità, persistenza. Come nuovo nonostante gli undici anni.

Riesling Auslese**, 2003, Lippold – Mosel

Poeticamente chiamata “il giardino delle spezie”, questa parcella gran cru ospita viti a piede franco che crescono su terreni di ardesia rossa. Aromaticità e persistenza di miele con dolcezza – siamo a 100/110 g/l di zucchero – mitigata dalla tipica acidità, per questo esemplare di cui si producono 5000 bottiglie l’anno

E l’idrocarburo agognato? Ha ragione d’essere solo nei vini di lunga data, altrimenti diventa difetto. In effetti non è difficile credere che questi vini possano durare nel tempo, sempre che la gola non prenda il sopravvento mettendo fine al buon proposito di conservarli in cantina.

 

 

*Trocken: “secco”, secondo la classificazione tedesca lo sono i vini che hanno un residuo zuccherino che va dai 4 ai 9 mg/l.

**Auslese: “vendemmia da grappoli selezionati” con residuo zuccherino che parte da 100 g/l.

 

 

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Schivo e generoso come un Rossese

È vero, noi liguri siamo schivi e ci teniamo le cose buone per noi, timorosi nel concederle agli altri.

Ma oggi mi sento generosa e racconterò di un vino da bere quando ha pochi anni di vita ma anche quando si evolve nel tempo. Da abbinare a piatti semplici o a quelli più complessi della tradizione; alla carne e al pesce. Un vino che si fa attendere, è schivo sì, ma generoso.

Racchiude tutta la Liguria in un sorso.

Siamo a ponente tra la Val Nervia e la Valle Crosia dove, tra i 300 e i 600 metri di altitudine, cresce il Rossese. Vitigno autoctono abbandonato e poi riscoperto, anche grazie allo zampino di Luigi Veronelli che con il suo sguardo lungo aveva capito tutto. Anche in questa parte di Liguria la viticoltura non è sempre facile, spesso le viti sono coltivate ad alberello e sorgono su terrazzamenti. Ma quel clima unico che rinfresca da nord e giova delle brezze marine ricompensa della fatica.

In tavola il Testalonga, Rossese di Dolceacqua doc 2015, di Antonio Perrino. Produttore da 50 anni. Biologico ancora prima che il biologico esistesse. Un ettaro di vigna coltivato a Rossese e Vermentino di cui produce una versione a testa. Trattamenti con zolfo in polvere, uve pigiate (c’è chi dice con i piedi) con raspi annessi, fermentazioni non controllate e sosta di minimo un anno in botti da 500 l.

Tipico del vitigno il rosso rubino scarico, al naso è salmastro, con lieve spezia di pepe, mandorla amara e le solite note di frutta rossa di bosco stavolta macerata.

Ma quello che più amo di questo vino, è che rivela la sua natura in bocca. Non ci si sottrae all’impatto speziato di cannella, chiodi di garofano, incenso. Anche i profumi diventano masticabili. È un po’ piccante in entrata e caldo in gola. Sapidità e freschezza si bilanciano, il tannino è ruvido ma in evoluzione, si fa ricordare sul finale, per lasciare lentamente il posto al frutto.

Con semplicità l’ho abbinato a un classico della cucina casalinga: il polpettone di carne, fatto con manzo e suino, Parmigiano Reggiano e pecorino romano nell’impasto, profumato di menta e alloro. E l’intesa è scattata.

Che ci volete fare? Siamo fatti cosi. Ma la nostra terra è generosa e così lo sono i nostri frutti, per chi avrà il cuore e la curiosità di scoprirli.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Dalle Antille rimedi anti-freddo con i rhum di Damoiseau

Dopo l’escursione di Alessandra nel mondo dei ron spagnoli, è toccato a me con i rhum in stile francese.

Mentre fuori le temperature erano intorno allo zero mi sono scaldata sognando il Guadalupa grazie ad una serata organizzata da Fisar Milano dedicata alla distilleria Damoiseau. Nata nel 1942 da una storia di sogni e sacrifici di una famiglia che è partita dal basso.

Con i suoi 20 ettari, l’azienda sorge come unica distilleria nella Grande Terre, dove i terreni sono calcarei e regalano sentori minerali. L’altra parte dell’isola, la Basse Terre dove le distillerie sono più numerose, è caratterizzata da una montagna di origine vulcanica e da venti costanti che portano sentori iodati ai rhum.

Ça vas sans dire si parla di rhum agricole, rhum agricolo, prodotto solo da canna da zucchero di cui è ricca questa terra.

La raccolta meccanica avviene tra febbraio e luglio, la canna da zucchero è facilmente deperibile e viene portata subito nelle distillerie per la fermentazione. Si parte dal Vesou, il succo della spremitura delle canne, fermentato fino ai di 4°/5° alcolici e trasformato in rhum dopo il passaggio in distillatore a colonna creola (qualche notizia sulla distillazione si trova QUI).

Per gli invecchiati è prevista la maturazione in botti di rovere da 220 l, usate in precedenza per la produzione di Bourbon, dove pare che il rhum sosti a meraviglia. Durante questo tempo è normale che parte del liquido evapori e le colmature possono avvenire in tre modi: aggiungendo prodotto di annate più giovani (spesso tramite metodo Solera). Con lo stesso prodotto della stessa annata prelevato da un’altra botte. Oppure tramite blend di diverse annate.

Ma cosa distingue un rhum francese dagli altri?

I sentori fruttati e floreali innanzitutto, la sapidità dovuta al terroir e la leggerezza ed eleganza che si beffano dei gradi alcolici con francese menefreghismo.

In degustazione:

  • Rhum blanc 40°
  • Rhum VSOP (very superior old pale),
  • Rhum XO (extra old, minimo 6 anni)
  • Rhum Vieux 10 anni
  • Cuvée 2008 – Subprime
  • Millesimé 1989

Del “Rhum Blanc” sorprendono la purezza della materia prima che spicca con note vegetali e la piacevole sapidità. È la base di partenza di ogni rhum invecchiato ma relegarlo solo a quello sarebbe troppo riduttivo. Dal “VSOP” possiamo parlare di invecchiati, hanno minimo quattro anni di sosta in botte e sensuali sfumature dall’ambrato al mogano a seconda dell’età. Così come i sentori fruttati (esotica e secca), speziati, di boisée e tostatura dovuti al legno che si evolvono nel tempo. In bocca alcuni spiazzano con un’entrata importante come il “Cuvée 2008”. Mentre altri, come lo “XO”, stupiscono con un impatto soave per rivelarsi potenti e caldi dopo qualche secondo.

C’è sempre poi chi ha bisogno di tempo, per assestarsi nel calice, per iniziare a respirare dopo gli anni passati in botte e bottiglia. Il “Millesimè 1989” è da sorseggiare lungo tutta una notte, con un buon sigaro e un camino acceso in accompagnamento che forse in Guadalupa non sarebbe il massimo date le temperature, ma nella Milano innevata si!

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Il matrimonio d’amore dei pizzoccheri con il vino

Perché gli abbinamenti “territoriali” funzionano?

Ho cercato la risposta con un piatto del territorio e vino del territorio, gustati SUL territorio: la Valtellina.

Sabato con ancora la neve in sottofondo e reduci da una visita da Nino Negri con  Fisar Milano  , non ci resta che mettere le gambe sotto al tavolo. In questo caso i tavoli del “Ca’ d’Otello” a Trevisio, ristorante del marito di Elena Fay.

Neanche a dirlo, pizzoccheri profumati e filanti nel piatto, abbinati al “Carteria, Valtellina Superiore Valgella Riserva DOCG Dall’omonima vigna Carteria situata a 500 m slm, nasce da terreni sabbiosi al 90%, matura per 12 mesi in botte da 30 hl e in botti di rovere da 500 l.

I pizzoccheri sono straccetti di pasta in prevalenza di grano saraceno, un cereale (che tanto cereale non è) che nel Medioevo è approdato in Germania, poi in Svizzera e infine in Valtellina (dove è presidio Slow Food). Il ricco condimento è composto da verza, ortaggio delle stagioni fredde, e patate. C’è poi l’aggiunta non indifferente di formaggio Casera e/o Bitto, valtellinesi per eccellenza, per concludere con burro in abbondanza aromatizzato con aglio e salvia.

Dal sito accademia del pizzocchero  (ebbene si, esiste!) documenti storici attestano che

“… il contadino benestante vive bene. Coltiva infatti i prodotti della sua terra. Latte, formaggio e burro sono serviti ogni giorno in abbondanza”.

I vini rossi della Valtellina hanno profumi delicati ma presenti, tipici di fiori, frutti rossi, erbe aromatiche e spezie quando piano piano si evolvono. La loro struttura non è mai imponente, eppure il loro carattere si sente nella freschezza e nei tannini più o meno incisivi a seconda della maturazione e del territorio. Mai eccessivi eppure difficili da dimenticare.

Dallo stesso luogo nascono un vino e una pietanza i cui ingredienti, seppur opposti, si equivalgono creando un matrimonio di puro sentimento grazie a quello che offre la terra.

Sarà una magia?

I pizzoccheri sono profumati di aglio e salvia e burro. Unti da quest’ultimo e con sensazioni grasse dei formaggi, un piatto la cui struttura non è certo delle più leggere. Ma non temiamo, perché il vino accorre in nostro aiuto sposandone gli aromi, per ripulire e asciugare la bocca grazie alla trama tannica vellutata e all’acidità sostenuta. Questi contrasti provvidenziali ci portano al lieto fine fiabesco dove i sapori si fondono.

Ho trovato la risposta che cercavo?

Mi affido alla terra che, sicuramente più saggia di noi, porta consiglio e qualche profezia. Quando gli opposti si attraggono allora può essere che il sodalizio sia ben riuscito!

 

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Un piatto di spaghetti e un bianco che non è bianco

Appena l’ho visto ho capito. Ammaliante nella sua veste dorata quasi ambrata non poteva che suggerirmi quello. L’ho assaggiato e la struttura che a occhi chiusi non sapresti dire con certezza se appartenga a un bianco o a un rosso, mi invitava verso primi piatti con sughi di pesci “cicciosi” o bianchi di carne, o forse un bel pollo in umido.

Ecco come i vini bianchi macerati poi tanto bianchi non sono. Nel calice “Ramì Terre siciliane IGP, 2014” dell’azienda Cos di Vittoria. Nata negli anni ‘80 dal sogno di tre amici che coltivano in regime biodinamico e vinificano in anfore. Grecanico e Inzolia in parti uguali, “Ramì” nasce da una fermentazione spontanea sulle bucce con lieviti indigeni e affina in vasche di cemento e poi bottiglia.

Aromi intensi ma non invadenti di miele, frutta gialla matura e agrumi. In bocca è di corpo e morbido, fresco ma non troppo e leggermente tannico causa macerazione con le bucce. Buona persistenza, equilibrio e tenuta. Un vino stupendo che racchiude quel pezzo di Sicilia lontano dal mare ma neanche troppo.

Sapevo di non doverlo fare. Però la voglia di sentirmi a casa non mi ha fatto desistere. Ha vinto il “se famo du’ spaghi” dell’ultimo minuto. Un piatto della mia infanzia che pare povero ma non è perché gli ingredienti di qualità fanno la differenza. E quindi: spaghetti di grano duro trafilati al bronzo, acciughe sott’olio, spicchio d’aglio, prezzemolo tritato, aggiunta personale di scorza di limone grattugiata e pane raffermo sbriciolato fatto saltare in padella con un filo d’olio.

Il verdetto finale: sapidità delle acciughe in testa che donano anche, insieme agli altri condimenti, una certa persistenza aromatica, la pasta e il pane mitigano con la tendenza dolce ma la struttura non è di certo imponente. I due paiono fare a pugni, il vino vuole assolutamente prevalere in quanto a importanza in bocca ma, guarda un po’, non riesce a pulire la sapidità delle alici (che crea un terzo sapore non proprio piacevole) e l’aroma del piatto torna trionfante sul finale.

Ebbene un bianco macerato non va trattato come un bianco qualsiasi (a partire dalla temperatura di servizio che dovrebbe essere intorno ai 16°). Con la pietanza in questione magari sarebbe stato meglio  un bianco più “marinaro”, profumato e con freschezza accentuata per sovrastare la sapidità e ripulire il palato.

E voi cosa avreste abbinato a un piatto così semplice ma ricco di gusto?

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Murales: vino, colori e arte di Sardegna

Una macchina si ferma davanti una distesa di arbusti bassi, in lontananza il mare. Scende un uomo che, togliendosi gli occhiali da sole, rimane abbagliato dalla miriade di colori che gli si aprono davanti, annusa l’aria sferzata dal vento ed è come se respirasse il mare. Si china a raccogliere una manciata di terra e vede come in sogno quale sarà il suo futuro.

La Sardegna è una terra ricca di colori, di natura, di arte. La natura detta i tempi e la strada, basta aderire al suo progetto”.

Queste le parole di Piero Canopoli proprietario della cantina Murales, nata non troppi anni fa a Olbia, in Gallura. Il nome è legato proprio all’impatto visivo che la Sardegna ha suscitato nel produttore, come un murales pieno di vita e colori.

Le etichette dei loro vini raccontano storie, ognuna è diversa ma il filo conduttore è uno e parla di tradizione e amore per la terra espresso attraverso l’arte.

“Tutte le etichette sono frutto di intuizioni legate a particolari momenti, da me abbozzate e realizzate da artisti locali”.

Lo stile abbraccia svariate tecniche pittoriche. I soggetti sono volti di donne sarde che paiono madonne o viceversa (Miradas), uomini anziani che sembrano racchiudere storie senza tempo (Millant’anni), o ancora paesaggi e tramonti suggeriti da poche pennellate (Nativo e Su Soi rosso).

Secondo il produttore due sono le etichette e quindi i vini che più rappresentano la cantina.

Il bianco “Lumenera” con raffigurata una scena ambientata al crepuscolo, un uomo appoggiato una parete di una casa si intrattiene con una donna. Un pezzo di una storia di cui vorresti conoscere il seguito. Magari sorseggiando questo Vermentino che fermenta in botti da 500 l con macerazione sulle bucce per poi passare in acciaio e sostare sulle proprie fecce per 6/12 mesi. Il colore è cupo come quando il sole sta per lasciare il posto alla notte, da qui il nome.

Ai posteri” è Cannonau in maggior parte. Nato “secondo precisa indicazione del vigneto stesso”, vinificato dopo essere stato vendemmiato tardivamente con appassimento delle uve e raggiunge i 16,5% di volume in alcol. Una tecnica sperimentale e fuori dal coro per la zona, il nome infatti vuole suggerire nuove possibilità per le generazioni che verranno. L’etichetta ha uno sfondo nero su cui sono incise due mani, l’una consegna il dono sacro dell’uva e l’altra umilmente lo accoglie per accingersi a trasformarla in vino.

Un approccio trasversale quello della cantina, dove le tecniche tradizionali si intrecciano con sperimentazioni suggerite dalla natura stessa. Ed ecco che il murales diventa anche supporto dove raccontare la storia di una terra attraverso il vino.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Alle origini del Cannonau

Una serata ricca di aneddoti elargiti con generosità dall’accento sardo di Tonino Arcadu, quella organizzata da Fisar Milano Duomo.

Alla ricerca della vite perduta” il tema che, partendo dalle origini della viticoltura, ci ha portato alle origini del protagonista della serata: il Cannonau.

Partendo dalla vite selvatica, è stato necessario conoscere storie mitologiche. Scavare attraverso reperti archeologici di vasche usate per la fermentazione risalenti al II e III secolo a.c. E, grazie al ritrovamento di semi antichi, intuire che esisteva una biodiversità già ai tempi della vite selvatica.

Per arrivare a porci la domanda fatidica: da dove arriva davvero il Cannonau?

L’origine spagnola pare sia attribuita tale per un errore di stampa nel nome. E fa pensare il fatto che la colonizzazione spagnola in sud America non abbia portato l’introduzione del vitigno da quelle parti.

Per i linguisti, inoltre, il Cannonau è la Garnacha nonché la Vernaccia italiana.

A rincarare la dose contribuisce lo studio sul significato della parola “cannonau”, una canna utilizzata per rimescolare il mosto di quelle uve che, come il Cannonau appunto, avevano difficoltà a cedere il colore, anche per questo denominata “uva cannonata”.

Secondo queste teorie si può  affermare che il Cannonau è dalla Sardegna che sia partito per poi espandersi altrove. E non viceversa.

Sei i vini in degustazione, espressioni di cantine e zone diverse. Tutti figli del sole e del vento, caldi e profumati di macchia mediterranea e dalle sfumature non troppo cariche che andavano dal rubino al granata.

“Passamentu” Cannonau di Sardegna – Sorres 2016 (Sennori, SS) sentori di ciliegia e amarena, note balsamiche e una lunga persistenza.

“Boinaglios” Cannonau di Sardegna Nepente – Az. Agricola Ledda Fele 2013 (Oliena, NU), nota sulfurea che spicca al naso, note di macchia mediterranea, buona struttura e dal finale amaro che ricorda il rabarbaro.

Cannonau di Sardegna Nepente classico – Gostolai – 2013 (Oliena, NU), anche qui si impongono le erbe della macchia mediterranea con al seguito profumi terziari come il cuoio, in retro-olfattiva ritorno delle erbe.

“Turcalesu” Cannonau di Sardegna – 2015 – Az. Agricola Barrita (Dorgali, NU) il colore è più intenso, il naso fine e meno immediato, buon equilibro, si nota la mano dell’enologo che ha fatto del suo meglio per esaltare le caratteristiche dell’uva.

Alberto Loi Cannonau di Sardegna riserva 2012 – Azienda Loi (Cardenu, NU), anche qui spicca la sulfurea seguita da alloro e rosmarino. Lungo il finale con retrogusto di marasca in confettura.

“Arcanos” Cannonau di Sardegna – Murales – 2015 – (Olbia), vago outsider della serata in quanto a impatto. Frutti rossi, pepe e le erbe stavolta in sottofondo. Morbido ed equilibrato.

Un bel viaggio per non dimenticarci che scoprire le origini della vite non è altro che conoscere le origini dell’uomo e dei suoi spostamenti nel mondo.

 

 

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Dal Monferrato agnolotti express

Ripongo i mestoli in segno di resa davanti agli agnolotti arrivati freschi dal Monferrato.

Gustati in una serata conviviale dove l’unica fatica richiesta è stata quella di scegliere un vino da abbinare (che vitaccia!).

L’agnolotto è un tipo di pasta all’uovo nato dalla necessità di non buttare gli avanzi come molti altri piatti straordinari della nostra cultura. Un quadrato non troppo grande tradizionalmente ripieno di carni arrosto di diversa tipologia.

Per l’occasione ripieni con carne di vitello, maiale e coniglio, aggiunta di formaggio e erbe aromatiche in sottofondo. E per completare il godimento conditi con un ragù bianco della stessa natura.

All’assaggio sapidità, succulenza intrinseca* e sensazione mediamente grasse delle carni, untuosità del condimento. Sottili gli aromi delle erbe e la tendenza dolce della pasta a mitigare il tutto.

Abbinamento territoriale d’obbligo per un piatto così veracemente piemontese.

Dopo un consulto con il sommelier dell’enoteca, la scelta ricade sul “Grignolino del Monferrato Casalese Doc, Bricco Mondalino, 2016” di Gaudio Vini.

Nato sul “Bricco”, ripida collina cru dell’azienda dalla selezione delle migliori uve, è una piacevole interpretazione di questo vitigno autoctono. Leggeri i profumi di frutta rossa e spezie. Caratteristico in bocca per il tannino allappante e la freschezza, che ingannano un po’ sui 14° alcolici.

Il verdetto finale: che ve lo dico a fa’? Il piatto è il protagonista della serata e il vino ha lo scopo di esaltarlo. Lievi i profumi che non sovrastano. Acidità e tannini svolgono il loro compito a meraviglia ripulendo il palato, pronto per agguantare il boccone successivo. Quell’alcol che c’è ma non si sente asciuga senza che ce ne rendiamo conto.

La pietanza esalta l’essenza di questo vino che dà il suo meglio negli abbinamenti. E il vino, grato, si mette in secondo piano onorando il piatto.

 

*ricchezza di liquidi dovuta alla preparazione dell’alimento o all’aggiunta di salse, sughi ecc.

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Il tempo del Bramaterra

Il tempo è ormai diventato un concetto zen, miraggio dei nostri giorni fuggevoli.

Non lo è forse per chi lavora la terra, la coltiva e ne elabora i frutti in un muto scambio di quieto rispetto reciproco.

Questa volta si parla di Bramaterra in una delle tante interessanti serate del Vinodromo, con il produttore de La Palazzina.

Siamo nell’Alto Piemonte tra Vercelli e Biella. La cantina nasce ufficialmente nel 1986, un po’ di tempo dopo che quell’edificio seicentesco che appare nelle etichette fu ristrutturato dai predecessori dell’attuale famiglia.

La loro è una piccola produzione che si sviluppa su 4,5 ettari e oscilla tra le 5000 e le 8000 bottiglie, un’azienda tutt’ora in divenire, dove senza fretta si aspetta il momento buono per espandersi di volta in volta qualche ettaro più in là.

Qua i terreni sono minerali da una parte (siamo sugli antichi residui vulcanici ai piedi del Monte Rosa) e sabbiosi dall’altra. Una zona preziosa dove il vino merita di essere ciò che è senza forzature.

Tutta la fatica si fa in vigna per poter ridurre gli interventi in cantina al minimo. Le fermentazioni partono in cemento a 24°-25° per preservare i profumi, poi il vino sosta in acciaio, in legno per minimo due anni e in bottiglia finché non è pronto.

BRAMATERRA 2013

Nebbiolo 80%, Croatina 10%, Vespolina 5%, Uva rara 5%

Quell’anno le condizioni climatiche non sono state felici, hanno imposto che la vendemmia partisse in ritardo con meno macerazione del mosto con le bucce favorendo profumi leggeri e finezza. Anche se dopo due ore nel calice esplode un frutto rosso (prugna) sorprendente. Spiccano l’acidità (espressione della mineralità dei terreni) e il tannino che allappa senza troppa pietà. Paiono indizi di un buon invecchiamento.

BRAMATERRA RISERVA 2011

Nebbiolo 80%, Croatina 10%, Vespolina 5%, Uva rara 5%

L’annata particolarmente calda si fa sentire nella struttura e nell’alcol che scende caldo in gola, donando al vino spiccata morbidezza. Quasi come arrivasse dal sud polpa di frutti rossi, spezie e liquirizia al naso ma la freschezza netta del nebbiolo e il finale ammandorlato lasciano pochi dubbi sulla provenienza.

BRAMATERRA 2010

Nebbiolo 70%, Croatina 15%, Vespolina 10%, Uva rara 5%

Le similitudini con la 2013 si percepiscono nella spiccata acidità e nel tannino che non molla, ma il maggior tempo di riposo del vino rende tutto più lieve. Fini i profumi di fiori, spezie, frutta secca.

BRAMATERRA RISERVA 2008

Nebbiolo 80%, Croatina 10%, Vespolina 5%, Uva rara 5%

Timido all’inizio, rivela dopo un po’ la sua complessità di frutti rossi e di bosco macerati, rosa, sentori balsamici e speziati. All’assaggio ha meno impeto nell’acidità e tannicità. L’annata pare abbia comunque consentito un buon equilibrio.

“PALIN” BRAMATERRA RISERVA 2007

Nebbiolo 70%, Croatina 15%, Vespolina 10%, Uva rara 5%

Questo fu l’anno che favorì i vini del nord e l’assaggio non smentisce. Mi colpisce più al palato con il grande equilibrio: sapido, fresco e tannico con struttura e alcol a bilanciare. Frutti di bosco maturi, pepe e terziari i profumi che si fanno sentire delicati. È sottile ma presente, non si fa certo dimenticare con la sua lunga persistenza.

BRAMATERRA 2006 

Nebbiolo 70%, Croatina 15%, Vespolina 10%, Uva rara 5%

Tanti anni sono passati ma acidità e tannini sono ancora vivi e ben presenti senza però invadere il palato. Qua c’è dell’equilibrio, finezza ed eleganza al naso e al palato con buona persistenza dal finale ammandorlato.

Sei annate dove le versioni base sono tutte tese nelle loro buone durezze, mentre le versioni riserva ammorbidite dal riposo di 34 mesi rispetto ai 22 della base.

Il vino ha bisogno del suo tempo e, anche versato nel calice, deve adattarsi al suo nuovo contenitore.

Che bello se potesse insegnare anche a noi l’arte di attendere il giusto tempo per ogni cosa!

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?