Dalle uve ai fenicotteri rosa

La settimana dedicata al Movimento Turismo del Vino Puglia è ormai alle spalle e sono svaniti anche tutti gli aromi dei prodotti locali che la generosità della gente pugliese aveva portato con sé.

Abbiamo potuto degustare l’elegante olio, in purezza oppure aromatizzato, fatto colare su fette di pane casereccio. Taralli e friselle non sono certo mancati. Tutti serviti in accompagnamento al primitivo o al negroamaro, i vini simbolo di quella bellissima regione.

La manifestazione si è snodata nel corso di un’intera settimana e ha coinvolto una decina di enoteche nella sola città di Milano, quindi è facilmente immaginabile la quantità di bottiglie stappate e i fiumi di vino sgorgati. Alcuni sono stati apprezzati per la loro qualità, altri per il forte legame con il territorio, alcuni perché più semplici altri perché complessi. Insomma, ce n’era per tutti i gusti.

Uno di questi mi ha particolarmente colpito non solo perché ha subito incontrato il mio gusto, ma perché porta con sé un bellissimo progetto. Si tratta di un blend di uve negroamaro, primitivo con una piccola parte di merlot che tuttavia fornisce un considerevole apporto.

Il colore infatti è di un bel rosso rubino, brillante, con riflessi a tratti violacei. Al naso sono subito percepibili i sentori di frutta rossa a bacca piccola, matura, che in bocca lasciano spazio anche alle spezie, al tabacco e al cioccolato. I tannini sono morbidi e la beva è molto piacevole. Insomma un gran bel vino da portare sulla nostra tavola.

Sull’etichetta troviamo tutto quello che ci serve per conosce il progetto collegato e anche qualche cosa di più. Iniziamo dal suo nome, “QU.ALE”,ossia le iniziali del nome e del cognome della sua ideatrice, Alessandra Quarta. Figlia di quel Claudio Quarta che è proprietario di tre tenute agricole situate nella provincia di Avellino (cantina Sanpaolo), Lecce (cantina Moros) e Taranto (tenuta Eméra), ha scelto quest’ultima per tenere a battesimo il suo innovativo prodotto.

Da oltre un decennio la famiglia Quarta produce i suoi vini nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’uomo, affidandosi all’agricoltura biologica, ma Alessandra con questo progetto ha voluto fare un ulteriore passo avanti: bottiglia, tappo ed etichetta sono fatti con materiali riciclati e a loro volta riciclabili. Una parte dei proventi delle vendite del vino è destinato alla salvaguardia della “Salina Monaci” a Manduria, dove è stata costituita una Riserva Naturale per la salvaguardia dei fenicotteri rosa, specie animale destinata all’estinzione se non amorevolmente protetta.

Come se non bastasse, ogni bottiglia riporta un codice che permette agli utilizzatori finali di donare a loro volta una somma di denaro, piccola o grande che sia, ad una organizzazione no profit liberamente scelta. E su questa etichetta, che sembra non essere grande abbastanza, c’è anche posto per i primi sei articoli del “Manifesto per una democrazia del vino”.

Che cosa chiedere di più se non qualche calice per brindare in compagnia?

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Pane, alici e Bamboo Road

Tre metri sopra il mare ci sono le vigne da cui nasce “Bamboo Road”. Al confine tra la Liguria e la Toscana questo vino racchiude il mare, i profumi della campagna e un’eredità emiliano-romagnola data dai vitigni con cui è prodotto, a parte il vermentino che sottolinea l’anima ligure-toscana, ci sono la malvasia di Candia aromatica, l’albana e il trebbiano.

Li abbiamo incontrati a Golosaria Stefano Legnani e la moglie, una piccola realtà vinicola tra le più o meno grandi presenti alla manifestazione. Assaggiamo il loro Vermentino “Ponte di Toi” che già versato nel calice preannuncia e conferma una di quelle bevute che piacciono a me. Ma è il secondo assaggio, il “Bamboo road” con il suo nome zen-rock che mi convince a portarne una bottiglia da “studiare a casa”, soprattutto quando mi si accenna all’ abbinamento ideale: pane, burro e alici.

Soprassiederò sul fatto che potrei scrivere un trattato su questa semplice e spartana pietanza che nei miei ricordi d’infanzia diventa un crostino di pane tiepido con spalmato un burro ammorbidito e schiacciato con le gustose alici sott’olio del Mar Ligure. Servito come aperitivo nei momenti di festa è diventato ora un lusso per il mio palato.

Decido così di celebrare questo vino schietto e di qualità con un accompagnamento che gli fa onore e il perché è presto detto. “Bamboo road”, il cui nome deriva dalle recinzioni che costeggiano il vigneto, è dorato nel calice quasi con riflessi rosa antico, si distingue per la vena salmastra di iodio che si sprigiona all’olfatto e che prosegue al palato persistendo insieme ai profumi di fiori ed erbe di campo che compaiono in retro-olfattiva. Non può esserci abbinamento più armonico ed evocativo.

La lavorazione dei loro vini, ci spiegano, è mirata a esaltare il più possibile il vitigno e data questa premessa non è nel loro interesse che un vino sia uguale all’altro nelle diverse annate. La natura fa il suo corso e il vignaiolo in cantina fa del suo meglio per interpretarla e guidarla nella trasformazione. I vitigni vecchi di 50/60 anni sono quelli che i contadini della zona utilizzavano un tempo e che venivano vinificati a piena maturazione con una bassa acidità. Tecnica ripresa anche da Legnani che si avvale dell’assaggio per capire e decidere quando è il momento buono per vendemmiare.

La vinificazione viene fatta aggiungendo a una pied de cuve di vermentino il resto delle uve diraspate, dopo di che la fermentazione si avvia spontaneamente e a contatto con le bucce, senza controllo delle temperature e in acciaio. I travasi sono tre: uno dopo la fermentazione, uno a fine anno e uno prima dell’imbottigliamento.

La cantina si trova nella frazione di Badia, a Sarzana. Stefano Legnani è bolognese di nascita e dopo varie peripezie si trova in Liguria, terra natia della moglie Monica a coronare il suo sogno vinicolo ispirandosi alla sua passione per i vini sloveni che fanno macerazione sulle bucce. Di proprietà hanno un ettaro piantato a vermentino da cui ricavano il Ponte di Toi, mentre il resto delle vigne appartengono ai contadini della zona che le mettono loro a disposizione di modo che la pura e genuina tradizione non venga mai dimenticata.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

La tris di Fornovo

No, non stiamo parlando di cavalli e corse equine. Stiamo parlando di vini e delle nostre selezioni effettuate alla rassegna enogastronomica “Vini di vignaioli” svoltasi, come ogni anno, nella prima settimana di novembre a Fornovo di Taro.

Abbiamo visitato questa diciassettesima edizione del vino artigianale cercando di farci largo tra la folla per degustare i prodotti delle aziende presenti. Ovviamente non era possibile assaggiarli tutti, quindi ci siamo affidati al caso. Alla fine sono tre i vini che ci hanno colpito maggiormente.

Rosissima 2017, Azienda vinicola Montesissa Emilio.

Situata a Carpaneto Piacentino, l’azienda produce questo rosato di uve barbera (60%) e bonarda (40%) ottenuto da vigne di circa 50 anni poste a circa 300 metri s.l.m. su un terreno argilloso e sabbioso.

Ottenuto con la tecnica del “salasso”, viene imbottigliato senza essere filtrato e completa in bottiglia la fermentazione degli zuccheri residui della prima vinificazione, divenendo leggermente frizzante.
Presenta un colore buccia di cipolla, ottenuta con solo un’ora di macerazione sulle bucce.
Al naso si notano subito sentori di frutta rossa e di sottobosco (fragola e lampone), poi aromi erbacei e vegetali (pomodoro). Al palato l’acidità è sostenuta, è leggermente sapido con un corpo leggero e delicato, confermando le note olfattive. Lunga persistenza retro olfattiva dove il vino diventa sempre più armonico perdendo leggermente le freschezze iniziali per diventare più avvolgente e gradevole.

Dannato 2012, Piccola azienda vinicola Redondel.

Paolo Zanini, vignaiolo con grandissima passione, ha creato un teroldego rotaliano in purezza ottenuto da uve coltivate nella piana trentina di Mezzolombardo. Le uve provengono da cinque appezzamenti di età diverse e vengono vinificate separatamente, assemblandole successivamente.
Il risultato finale è veramente notevole, conseguito dopo un anno di affinamento in bottiglia.
L’occhio rimane colpito dal colore rosso rubino carico, nell’olfatto si avvertono inizialmente sentori di frutta rossa polposa (amarena, prugna) per poi virare sugli aromi terziari (legno, cuoio, tabacco e liquirizia). Il tutto completato da spezie (pepe nero) e sentori balsamici.
In bocca l’entrata è morbida, rotonda e avvolgente. Il corpo è caldo, poderoso e spinto da una vigorosa acidità mentre i tannini sono mediamente pungenti. Si confermano i profumi avvertiti all’olfatto con una lunghissima persistenza retro-olfattiva piacevole e leggermente amarognola. Particolare il nome, conferito dalla moglie di Paolo Zanini, successivo ad uno sfogo del marito a fronte degli sforzi compiuti per promuovere il suo vino (“Dannato Teroldego!”)

Foglio 11 2014, Fattoria Calcabrina.

Angelo Calcabrina, titolare della omonima azienda agricola, ci ha deliziato con il suo Foglio 11, un sagrantino in purezza, ottenuto sulle colline umbre adiacenti a Montefalco. Un vino biologico dalla bottiglia non convenzionale ed elegante. Le sue vigne, poste a 400 metri s.l.m., producono uve profumate che danno un vino eccellente.

Alla vista si nota un colore rosso rubino molto carico. Al naso si avvertono sentori di frutti di bosco e macchia mediterranea, dove predominano aromi di frutta rossa sciroppata, marasca sotto spirito e lampone. Successivamente si avvertono profumi floreali di rosa associati da note di vaniglia, dovute all’affinamento in botte grande.
In bocca l’entrata è potente con i tannini alquanto spigolosi. L’acidità iniziale è sostenuta ma tende ad affievolirsi lentamente e nel bicchiere, con il passare del tempo, il vino evolve lentamente risultando più dolce, morbido, rotondo, equilibrato. Emergono profumi speziati di pepe nero e balsamici di cannella e chiodi di garofano; completano il bouquet note di vaniglia, legno, pelle animale e legno.

Il finale è pieno, corposo, lungo e persistente. Un vino eccellente che risulta per nulla alcolico nonostante i suoi 15 gradi, arrotondati per difetto dal produttore.

Un’occasione per ritornare ad assaggiare Foglio 11 sarà alla prossima edizione de “La terra trema – Fiera Feroce” in programmazione a Milano il prossimo 29 e 30 novembre.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Le tre stelle di Cori

Sono un inguaribile curioso. La scorsa estate questa mia caratteristica mi ha portato a conoscere due vitigni autoctoni di cui credo di non aver mai sentito parlare.

Si tratta del vitigno a bacca bianca bellone e quello a bacca nera nero buono.

Ho chiesto aiuto in rete per farmi conoscere un buon produttore di questi vitigni e mi è stato consigliato un nome: Marco Carpineti.

Egli si trova a Cori, una cittadina collinare a metà strada tra la Pianura Pontina e i Castelli Romani.

Al mio arrivo in azienda mi accoglie Roberta, una vera fuoriclasse della comunicazione e delle relazioni esterne.

L’amore per il vino, galeotto, l’ha portata a lavorare in una realtà diversa dai suoi studi iniziali e l’ha resa una perfetta anfitriona con gli ospiti.

Inizialmente la famiglia Carpineti aveva un piccolo appezzamento di terreno di circa 4 ettari in zona Capo Le Mole. La morte del padre ha decretato la conversione dell’impiegato comunale Marco Carpineti nel moderno viticoltore attuale che ha ingrandito l’azienda portandola agli attuali quattro terreni, situati in località Capo Le Mole, Tenuta “San Pietro”, Tenuta di Ninfa e Tenuta dell’Antignana per un totale di circa 110 ettari, dei quali 65 vitati e 10 destinati ad uliveti.

Un azienda ancora con una realtà a livello familiare ma con idee in grande.

Tutti i terreni presentano sottosuolo a base tufacea e calcarea, di composizione vulcanica con forte mineralità; le esposizioni a sudovest vengono accarezzate dalle brezze marine che arrivano dalla pianura e lambiscono i monti Lepini.

La prima modifica introdotta dal nuovo proprietario è stata quella di modernizzare la viticoltura nell’azienda.

La seconda svolta invece si è avuta nel 1994 con la conversione al biologico e bionaturale, perché, secondo il pensiero di Carpineti, ogni pianta fa parte di un sistema naturale che, se non viene forzato o abusato con sostanze chimiche esterne, si autosostiene.

In questo modo, vengono rispettati i dettami della natura.

Ma la più importante innovazione effettuata è stata quella di re-impiantare i vitigni storici del territorio locale, il bellone e il nero buono di Cori, da sempre rimasti nell’anonimato. Marco Carpineti è il più convinto dei vignaioli locali nel progetto di rivalutazione di queste varietà.

Nel corso di questi anni l’azienda si è attorniata di validi enologi. Attualmente Francesco Silvi e Emiliano Rossi, quest’ultimo specializzato in spumantizzazione, sono gli artefici delle produzioni vinicole. 

Abbiamo assaggiato alcune di queste.

Il primo è stato il “Kius”, un brut metodo classico composto da uve bellone in purezza, millesimato 2015.

Alla vista si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi dorati. Dopo un affinamento di 24 mesi, il perlage è molto fine e intenso mentre al naso sviluppa profumi aromatici di fiori e successivamente aromi fruttati di ananas e frutto della passione.

Nel palato risulta una vena citrina ed una decisa freschezza, a dispetto della quantità zuccherina presente. Leggermente sapido, con una buona corposità e una prolungata persistenza, dove emergono i sentori dei lieviti e la crosta di pane. Si confermano inoltre gli aromi percepiti nell’olfatto, con l’aggiunta di sentori di banana matura.

Per capire le potenzialità del bellone, Roberta ci offre il “Capolemole” bianco, la versione ferma del Kius.

Anch’esso sviluppa al naso note floreali e successivamente sentori di frutta matura e aromi tropicali. Nel palato il gusto è meno acidulo della versione spumantizzata. E’ morbido, rotondo, armonioso. La persistenza è meno netta ma con una leggera e piacevole aromaticità.

Il “Moro“, la terza degustazione, è un assemblaggio di greco giallo e greco moro.

Nella vinificazione, una parte dei vitigni assemblati viene fermentata in legno per poi riunirla nel prodotto finale.

Alla vista si presenta con colore giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli. Un vino molto corposo, che sviluppa forti richiami olfattivi di pesca matura misti a sentori di mandorle e nocciole, con leggeri aromi vegetali di fieno ed erba tagliata. Ha un corpo intenso, morbido e rotondo, dove sapidità e acidità non intaccano questa intensità armoniosa, con una lunga persistenza finale. Un vino che ci avvolge per il suo corpo, molto caldo, anche se nasconde molto bene il suo volume alcolemico di 14 gradi.

Infine abbiamo degustato il “Capolemole” rosso.

Composto in prevalenza da nero buono di Cori, cesanese e montepulciano, viene affinato in barriques per 12 mesi. Presenta un colore rosso rubino pieno; nell’olfatto si avverte che si tratta di un vino complesso. I sentori percepiti sono di frutta rossa matura, di frutti di bosco e di amarena sciroppata, mentre al gusto il suo corpo, armonico ed elegante, si unisce ad una lieve freschezza. Lunga persistenza finale che tende ad essere amarognola.

Alla fine chiediamo a Roberta cosa significano le tre stelle presenti sullo stemma della azienda. Si tratta di una antichissima incisione presente all’interno della corte dove è nato e vive Marco Carpineti, nella parte antica di Cori che si trova vicino al tempio dei Dioscuri, i gemelli Castore e Polluce.

Un segno del destino. In mezzo ai Dioscuri, in mezzo a due stelle, ci può stare solo una stella come loro, che brilla nelle assolate campagne di Cori mentre lavora tra i filari di vite.

P.S. Roberta la ritroviamo all’evento Sky Wine svoltosi a Sezze qualche giorno dopo. Ci ha servito il “Kius Extra Brut”, un metodo classico rosato da nero buono, e lo “Nzù’”,un bianco da bellone e affinato con lieviti indigeni in terracotta.

Dalla foto potete capire che si stava divertendo, nel segno delle tre stelle.

 

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

L’occhio del gallo

L’avevo conosciuto ad una manifestazione di vini naturali questa primavera, l’ho trovato di nuovo a Bottiglie Aperte e ho avuto la conferma che il “Vino Cotto Stravecchio” di Tiberi David è garanzia di un’ottima bevuta.

Per poterlo comprendere a pieno è necessario però prima conoscere bene chi lo produce.

L’azienda agricola Tiberi David è situata nelle Marche, a Loro Piceno, in una parte di quell’Italia strettamente legata alla tradizione, dove ancora oggi le feste di paese sono rallegrate da danze e sfilate in costumi tipici locali.

Ancorata alla tradizione e fortemente arroccata sul territorio è la produzione di questo vincotto.

La cottura del mosto è una tecnica di conservazione che risale ai secoli passati; era riservata al vino che doveva affrontare lunghi viaggi con mezzi di trasporto certamente meno veloci e stabili di quelli odierni, oppure quando l’uva era di scarsa qualità e inevitabilmente destinata a diventare presto aceto.

Nell’Italia Centrale, inoltre, il pensiero popolare riteneva che il vincotto avesse proprietà taumaturgiche: era somministrato nella dose di un cucchiaio al giorno agli adulti che erano costretti a lavorare in condizioni difficili, proprio per aumentare le difese immunitarie; ai bambini gracili era spalmato sulle gambe per rafforzarne i muscoli.

Oggi del vino cotto se ne fa un uso diverso: viene consumato in accompagnamento a dolci molto speziati o formaggi dalla lunga stagionatura. Nell’azienda agricola Tiberi David, tuttavia, è ancora fatto come una volta.

Le uve trebbiano, sangiovese, montepulciano e verdicchio sono raccolte a mano, trasportate in cassetta e subito pigiate e torchiate. Il mosto così ottenuto viene posto in un grosso paiolo di rame e messo a bollire a fuoco diretto fino a che il suo volume si riduce ad un terzo e assume un colore ambrato molto simile a quello dell’occhio dei galli, dal quale prende orgogliosamente il nome. Posto, poi, ad affinare in botte viene, se così si può dire, dimenticato lì per almeno un decennio.

Quando il mastro di cantina lo giudica pronto, il vino viene prelevato e messo direttamente in piccole bottiglie da 50 cl dove continua il suo affinamento prima di essere immesso sul mercato.

La grande varietà delle uve e la lunga permanenza in botte permettono che questo vino sviluppi una grande varietà di aromi: datteri, fichi secchi, miele e spezie si percepiscono subito al naso. Ritroviamo gli stessi sentori anche in bocca dove l’elevato grado zuccherino e il significativo tenore alcolico ben si equilibrano con la spiccata acidità.

La mancata filtrazione e la combinazione variabile di uve bianche e nere fanno sì che questo vino di sviluppi caratteristiche molto diverse di anno in anno: ho avuto il piacere di degustare sia l’annata 2003 sia la 2005 e mi sento di dire che quest’ultima aveva una complessità aromatica ed un grado zuccherino maggiore.

Bisognerebbe, a questo punto, fare un salto indietro nel tempo e confrontare le due vendemmie e le loro differenti caratteristiche per comprendere se e quanto il raccolto abbia effettivamente influito sul prodotto finale, oppure se il fattore determinante sia unicamente la botte e la sua età.

Trovata o meno la risposta a questo interrogativo, risulta fuori discussione il fatto che ci troviamo davanti ad una piccola perla del panorama enologico italiano, sconosciuta al grande pubblico e forse proprio per questo ancora artigianale e incontaminata.

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Giovedì, vino!

Un tempo, era facile sentire dire in giro “Giovedì, gnocchi”, e scommetto che pochi di voi sanno il vero significato di questo modo di dire.

Ma da ieri sera, quando ho capito che, senza nemmeno farlo apposta, ogni giovedì sera mi ritrovo a condividere  una bottiglia con uno o più amici, la frase è diventata magicamente “Giovedì, vino!”. 

La versione originale è un modo di dire italiano, più precisamente romano, la cui origine si colloca nel dopoguerra: per soddisfare la richiesta di tutti, con i pochi prodotti disponibili sul mercato, il programma alimentare settimanale prevedeva “giovedì gnocchi, venerdì pesce e sabato trippa”. Si partiva con un piatto calorico in vista del venerdì, in cui secondo il credo religioso si rispettava il digiuno da carne e si potevano mangiare solo pesce e legumi. Gli gnocchi quindi erano il piatto più indicato per il loro potere saziante.

Ma torniamo al vino.
Anche ieri sera è bastato uno dei soliti miei messaggini alla persona giusta: “Ma tu non hai sete stasera?”-“Certo si che ne ho! Andiamo a berci qualcosa, da Valerio al Wineroad magari, che è parecchio tempo che non ci andiamo insieme.

Detto fatto. Alle 22.00 varchiamo la soglia del Wineroad, in viale Piave al 19, a pochi metri da Porta Venezia, uno dei cuori pulsanti della movida milanese.
Io sono praticamente di casa, tra compleanni e riunioni di redazione di Blogelier, serate estive ai tavolini all’aperto, chiacchierate e degustazioni durante prima e dopo l’esame per diventare Sommelier , qui ne ho passato di tempo e posso dire che è tra i miei posti del cuore. Enoteca con cucina, aperta a pranzo e a cena, ottima selezione dei vini, spiegati egregiamente da Valerio o Valeria, i gestori del locale, bravissimi sommelier.
I vini alla mescita sono riportati su una lavagnetta ma se invece, come succede spesso a me, si va con l’idea che “tanto ci facciamo consigliare da loro”, allora diventa un divertentissimo “problema”.

Ogni volta che decido di andare da loro senza una “voglia” particolare, senza un’idea precisa, si finisce con una carrellata di bottiglie prese dal frigo, dal magazzino o dagli scaffali. Per ogni bottiglia una spiegazione: territorio, annata, vitigno principale, nozioni sul produttore, curiosità.
Prendiamo ieri come esempio, da un mio “stasera niente vino bianco fermo però” sono arrivate sul tavolo un Metodo Classico dell’ Oltrepò, un Erbaluce di Caluso spumantizzata, uno Champagne, un Pinot Nero dell’Alto Adige, un Negroamaro, un Barolo e uno Sforzato di Valtellina. La confusione iniziale è in aumento. Ora ne vorrei provare almeno quattro.
Si inizia quindi a escludere per tipologia, per struttura e infine per rapporto qualità-prezzo, era pur sempre giovedì sera, e doveva essere una serata tranquilla). Valerio prova quindi ad aumentare le nostre idee confuse con un rosso dell’Etna e un rosso di Faro, ma pur sempre Sicilia.
Il Barolo sembra eccessivo e lo spostiamo dietro assieme agli spumanti e allo Champagne. Successivamente vengono raggiunti dal Negroamaro e dal Pinot Nero.
I miei occhi si posano quindi sullo Sforzato di Valtellina 2011 Albareda della Cantina Mamete Prevostini.
Ci viene detto che è l’ultima in magazzino, che di quella vendemmia non ne hanno più, che quel 2011 è totalmente diverso dagli altri anni e che potremmo bere “molto molto bene”.

Sfida accettata, Albareda 2011 sia!

Lo sforzato è prodotto con una tecnica simile a quella utilizzata in Valpolicella per l’Amarone. Le migliori uve di Chiavennasca, una sottovarietà del Nebbiolo, sono selezionate a mano e raccolte a maturazione avanzata, disposte sui graticci all’interno di locali areati chiamati fruttai per circa 90 giorni. In questo periodo avviene l’appassimento, l’uva perde circa il 35/40% del peso, diminuendo il contenuto di acqua ed aumentando il grado zuccherino.
Le uve per disciplinare possono essere pigiate dopo il 10 dicembre dello stesso anno della vendemmia, ma molti produttori della Valtellina aspettano gennaio o addirittura febbraio. Segue una fermentazione e un affinamento di almeno due anni prima in botte e poi in bottiglia.

Ma torniamo a quel vino che ha catturato la nostra attenzione:
Alla stappatura si capisce subito che abbiamo trovato il vino perfetto per la serata.
Nel calice un rosso granato scuro, poco scorrevole, al naso si percepisce l’eleganza della frutta matura, di prugna, more, e di confettura i fiori essiccati e un persistente ricordo di speziatura. La pungenza del cacao fa da principe, seguita successivamente dal tabacco e dal caffè.
Al palato è rotondo e morbido, potente, leggermente tannico, ma decisamente equilibrato. Molto persistente, le trame olfattive di confetture e tostature, ritornano a fine bevuta, ancora più evolute e complesse.
Un vino che è riuscito a farsi apprezzare anche senza un accompagnamento culinario, anche se con un formaggio di montagna, magari Valtellinese, sarebbe stato perfetto.
La serata è andata bene il vino era buono, l’enoteca è stata come sempre capace di farmi tornare a casa soddisfatto.

Un semplice messaggino a volte può risolvere una settimana stancante, può far conoscere vini esageratamente buoni e soprattutto fa capire che non si finisce mai di imparare.

Ricordi di questa estate: il sogno di Mario.

Nella piana di Teano, la stessa dove Garibaldi consegnò l’Italia ai Savoia, un uomo sta vivendo un sogno lungo una vita.

Si chiama Mario Basco ed è l’anima dell’azienda agricola “I Cacciagalli“, una piccola realtà vitivinicola dell’alta pianura campana, nella provincia di Caserta. Una azienda nata solamente nel 2008, ma che raccoglie l’eredità di generazioni di viticoltori.

Egli è arrivato in soccorso della sua amata sposa, che aveva deciso di rilevare l’azienda di famiglia trascurata per decenni. Lui, laureato in architettura e lavoratore nelle cooperative archeologiche, non aveva mai immaginato di ritrovarsi in una dimensione così diversa.

Venti anni dopo aver completato gli studi da sommelier e degustatore, ha trovato un’occasione per mettere in pratica la sua passione per la viticoltura e rimettere in gioco la sua carriera, assecondando il suo istinto alla ricerca della sua soddisfazione personale. Per realizzare il suo sogno, desiderato da tanto tempo.

Dopo un inizio a piccoli passi, l’azienda agricola e vitivinicola “I Cacciagalli” è cresciuta migliorando in tutti gli aspetti.

Dagli iniziali 3 ettari vitati si è arrivati agli attuali 30-35, migliorando la produzione con il trasferimento dell’attività dalla vecchia cantina in una nuova costruzione per la vinificazione.

Tutto questo rimanendo in una dimensione artigianale dove, sotto la denominazione IGT Roccamonfina, i vini sono prodotti secondo i dogmi dell’agricoltura naturale, biologica e biodinamica, nel rispetto della vite. Nessun additivo, lieviti indigeni e minimo impiego dell’anidride solforosa sono i punti fermi della vinificazione di questa azienda.

La vinificazione viene proposta in acciaio, legno e cemento ma la sua migliore espressione di produzione si ottiene attraverso le anfore: un materiale inerte ma poroso, che consente al vino di traspirare senza acquisire aromi o profumi esterni. Mario utilizza 27 anfore di diverse terracotte e provenienti da differenti luoghi, per le sue produzioni vinicole in modo da valorizzare completamente i propri vitigni. E ci crede così tanto che più della metà della sua produzione utilizza questi recipienti da circa 800 litri l’uno.

Per una continuità con il passato, Mario ha riportato indietro il tempo di cinquanta anni espiantando i vitigni “internazionali” presenti e piantando solo vitigni autoctoni della zona vulcanica pedemontana: piedirosso, aglianico, palagrello nero tra le bacche rosse e fiano e falanghina tra le bacche bianche. I filari delle viti sono ingentiliti dal senso estetico di Mario, in quanto ha piantato un rosaio davanti ad ognuno di essi.

Soprattutto tutti i vini prodotti sfruttano quel mix di fattori tra la natura vulcanica del sottosuolo, il clima mite e la morfologia del territorio che li rendono unici.

La linea di produzione si divide in due realtà: le produzioni classiche, ossia vinificate in acciaio-legno-cemento, e quelle vinificate in anfora. La prima linea comprende i prodotti più freschi e immediati da degustare: Masseria Cacciagalli, da uve aglianico; il bianco Aorivola, una falanghina in purezza, e il rosso Mille, uvaggio di piedirosso-aglianico.

Nella linea di vinificazione in anfora sono presenti cinque produzioni, tutte composte in purezza con i vitigni autoctoni: Leneo, evoluzione dell’Aorivola, con falanghina al 100%; Zagreo, fiano in purezza; Phos, da sole uve aglianico; Lucno, da uve piedirosso, e lo Spheranera, di solo palagrello nero.

Purtroppo noi abbiamo assaggiato solo Aorivola e Mille, in quanto la bontà dei vini di Mario fa si che questi lascino presto la sua cantina verso le enoteche di tutto il mondo.

Aorivola ci è piaciuto molto. Non è la solita falanghina “ordinaria” che si trova in Campania. Ha un colore con una tonalità di giallo molto brillante, con profumi molto intensi e complessi, in prevalenza di aromi minerali ed idrocarburi, dovuti al terreno di formazione vulcanica, miscelati a quelli fruttati di agrumi e fiori di campo, presentando una acidità ben equilibrata alla morbidezza con un finale molto prolungato. Tutti questi fattore fanno dell’Aorivola un vino molto complesso e ricco di sfaccettature aromatiche.

Mille è invece un assemblaggio dove il piedirosso è presente al 70-75% completato con uve aglianico che presentano decisi sentori di frutti rossi come ciliegie, amarene, more e prugne e solo ad un secondo sorso si notano aromi erbacei e balsamici. Corposo e valido, si abbina perfettamente soprattutto con arrosti magri, profumati e delicati.

Vini equilibrati e soprattutto eleganti. Sempre ricercando l’eleganza nella naturalezza dell’uva e della natura.

Prodotti da un uomo, da un sognatore, che non vuole smettere di sognare.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Vespoline a confronto

Se mai si volesse fugare qualche incertezza sul concetto di terroir, se mai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul suo significato e sul suo valore, potrei suggerire di farsi un giro nella zona di Ghemme e degustare la Vespolina, un vitigno coltivato quasi esclusivamente sulle colline novaresi.

Geograficamente ci troviamo sotto le pendici del Monte Rosa, nella parte più a Nord del Piemonte.

Qui la presenza di antichi ghiacciai ha permesso la formazione di colline dal sottosuolo morenico vicino ad altre con terreno prevalentemente argilloso.

A pochi metri di distanza e situate entrambe nel comune di Ghemme, in provincia di Novara, ci sono due cantine che producono da anni la Vespolina in purezza, l’azienda agricola Torraccia del Piantavigna e l’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo.

Le ho assaggiate entrambe, vendemmia 2016. Ho trovato due vini molto diversi tra loro.

La Mostella, prodotta dall’azienda Torraccia dei Piantavigna si presenta di un bel colore rosso e stupisce subito per l’intensa aromaticità e il forte sentore di spezie percepibile fin dal naso. Cannella, noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano ci accompagnano anche nlla beva che per questo risulta molto gradevole.

 

 

Villa Horta, degli Antichi Vigneti di Cantalupo, conserva il naturale colore rosso intenso, ma si distingue per la corposità, l’eleganza e la finezza al palato. Gli aromi volgono piuttosto al cuoio e al tabacco. Una beva sicuramente più impegnativa, anche se altrettanto piacevole.

 

 

La vendemmia in questa zona è manuale per tradizione e le uve selezionate subiscono una permanenza di una decina di mesi in cisterne di acciaio per poi completare il loro affinamento in bottiglia prima di essere immesse in commercio. Nell’una come nell’altra azienda.

Come mai allora ci troviamo davanti due prodotti molto diversi tra di loro? A che cosa dobbiamo questa differenza?

Che sia proprio il luogo dove sono impiantati i vigneti a fare la differenza?

L’azienda agricola Torraccia del Piantavigna coltiva la Vespolina su un terreno argilloso, l’aria fredda che scende dal Monte Rosa d’inverno inneva i ripidi pendii vitati e in estate rende il clima molto fresco.

L’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo, invece, si estende su terreni prevalentemente morenici, posti tra i 250 ed i 310 mt/slm con esposizione verso Sud, Sud-Ovest e maggiormente riparati dalle correnti provenienti delle Alpi limitrofe.

Suolo e sottosuolo, disposizione geografica e clima, uniti insieme, caratterizzano in modo inequivocabile l’uva che, sebbene vinificata e affinata in egual modo, dà origine a vini significativamente diversi tra di loro.

 

 

* in copertina: Centro storico di Ghemme

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Piccolo roadtrip eno-gastronomico in Sicilia

Primi di Settembre. Tornato dalle ferie a fine Agosto, ancora tra borsoni e zaini vuoti da sistemare fino al prossimo viaggio, trovo la vecchia guida della Sicilia, convinto di averla persa o abbandonata da qualche parte e scopro segnalibri e appunti presi prima della partenza.

Questa del 2018 è stata un’estate da girovago. Una breve sosta dai miei genitori a Taormina, per poi prendere un autobus fino a Palermo, raggiungere Trapani e Marsala, nella punta ovest dell’isola, e in auto con amici, tornare a est passando per Noto e Siracusa, per concludere come ultima tappa, ancora Taormina.
Ed è proprio dalla perla del Mediterraneo, che voglio far partire il mio racconto-tour, un elenco dei migliori ricordi eno-culinari  di questi venti giorni.

Sono stato all’ Arco Rosso, era da anni che non tornavo in questo piccolo locale di amici, incastrato in una strettissima via, in discesa, tra un negozio di souvenir e i tavolini dei ristoranti in equilibrio precario.
A conduzione familiare, la specialità della casa sono le ottime bruschette, ma anche panini e taglieri di affettati misti con prodotti tipici siculi.
Decido quindi di assaggiare due bruschette, una con origano, aglio, pomodoro, prosciutto crudo e formaggio spalmabile e l’altra con pesto di pistacchio, melanzane, prosciutto crudo e grana a scaglie, entrambe su buon pane di casa. Devo dire ottime!

Il vino scelto per questo veloce aperitivo è stato consigliato dallo staff, Tenute Donna Elia 2016, Etna Bianco doc composto da carricante per l’80%, minnella e altri vitigni a bacca bianca per il 20%.
Giallo paglierino intenso, al naso si nota una nota fruttata intensa, inizialmente agrumata, poi di frutta bianca come pesca, accenni floreali, come l’acacia e una leggera mineralità.
In bocca si nota subito la sapidità e la freschezza. Un vino equilibrato, l’ho trovato interessante, abbinato soprattutto alla bruschetta con il pesto di pistacchio.

 

Abbandonata la “east cost”, i giorni successivi li ho passati a Palermo, tra le splendide cattedrali e i vicoli rumorosi e colorati dei mercati di Ballarò, della Vucciria e del Capo.

Sono stato con amici, dopo svariati e insistenti consigli, all’Osteria Ballarò, un ristorante molto particolare, un piccolo gioiello in mattoni e archi all’interno delle antiche scuderie di Palazzo Cattolica. Dopo la prima lettura del menù, capisco subito che uscirò soddisfatto. Tutti prodotti, dai formaggi ai vini, di Presidi Slow Food.

Carta dei vini che mette in difficoltà, per l’ottima scelta. Decido di ordinare Bianco Pomice, della cantina Tenute di Castellaro, un vino già bevuto in altre degustazioni ma mai a tavola con calma e accompagnato a ottimo cibo.
Vino prodotto sull’isola di Lipari, nelle Eolie, a 350 mt s.l.m. composto da malvasia delle Lipari per il 60% e carricante per il 40%.
Fermentazione in barriques e affinamento in bottiglia per due mesi.
Si presenta alla vista con un giallo paglierino scarico, con riflessi verdolini.
Al naso si percepiscono note floreali, che con il passare dei minuti vengono coperte da sentori di frutta fresca, erbacei, di macchia mediterranea, un leggero profumo agrumato, ma quello che spicca di più è la potente mineralità.
In bocca ha grande struttura, è parecchio persistente, fresco e sapido, torna prepotente la nota minerale.
Un vino di grande struttura, ma allo stesso tempo estremamente fine ed elegante. Unica pecca, l’abbinamento con una “Ricottina di bufala siciliana affumicata alle erbe, fiore di zucca in tempura e croccante al pistacchio di bronte”. E’ risultato un piatto troppo delicato per tener testa all’ottimo vino.

Terza e ultima tappa, ma solo per ordine cronologico, è Marsala.
Consigliati dalla persona che ci ha affittato casa, ci rechiamo a “Le Caserie, locanda di charme“, un luogo tranquillo, tra i vicoli bianchi di della cittadina, ristorante dell’omonimo hotel, non lontano dal centro.
Posto particolarmente bello, situato poco sotto il livello della strada, in mattoni, dove non prendono i cellulari, e si può cenare tranquillamente.

La scelta del vino qua è stata più facile. Non ci sono state esitazioni alla vista di Grappoli del Grillo, di Marco De Bartoli.
Un vino incredibile, 100% grillo coltivato nella storica contrada Samperi, poco lontana da Trapani, affina 12 mesi in fusti di rovere e altri 6 mesi di affinamento in bottiglia. Il colore è invitante, un giallo paglierino intenso, una trama complessa al naso, il bouquet floreale iniziale, con il passare dei minuti, scopre i profumi di frutta esotica, come l’ananas maturo.
Al palato è ben strutturato, un finale leggermente amaro, da mandorla, che aiuta la persistenza. Perfettamente bilanciato, questa volta penso di aver trovato un bell’abbinamento con il cibo. Infatti, dopo l’antipasto di crudo di mare diviso tra amici, mi fiondo su un tipico piatto, come quello che facevano le nonne un tempo: “Spaghetti spezzati in brodo di cernia di Marettimo, con scampi”. Matrimonio perfetto con il Grappoli del Grillo.

Ma siamo a Marsala. Non te ne sarai andato via da qua senza aver provato una delle decine di enoteche aperte fino a tardi? Direte voi.
Affatto, l’enoteca La Sirena Ubriaca, nel centro storico di Marsala, offre alla clientela la possibilità di fare degustazioni perfettamente guidate e spiegate da loro.
Chiudiamo la serata quindi con due tipologie diverse dello stesso vino: un Marsala Superiore Ambra Secco della cantina Casano e un Marsala Vergine delle Cantine Buffa.
Il primo, prodotto con Grillo, Cataratto e Insolia è di un color ambrato intenso, molto brillante, profuma di pasticceria siciliana, di mandorle,caramello.
Al palato è un esplosione di sapori, frutta secca, si nota il fico, un ottimo vino da dessert.

Il secondo, la versione Vergine delle Cantine Buffa invece, è tutt’altra storia. Prodotto con Grillo e Cataratto, ha un naso complesso, si va dalla confettura alla frutta esotica e al timo, fino alla vaniglia e al tabacco dolce.
Il gusto è estremamente elegante, strutturato, molto persistente, un bel ricordo che mi accompagna verso casa.

E soprattutto che merita l’acquisto la mattina successiva.

 

 

 

 

Lo zucchero, la nuova frontiera dei tappi

Qualche settimana fa ha attirato la mia attenzione un grosso titolo comparso su un quotidiano milanese. Recitava così “Barolo, ora il tappo è di zucchero”. “Barolo” e “zucchero” nel mio immaginario sono due parole che non possono coesistere in un’unica frase.

Troppo forte la mia curiosità per non fermarmi a leggerlo e poi a documentarmi, perché quello che era riportato in quella mezza pagina non mi aveva convinto fino in fondo e perché, in fin dei conti, era uno di quegli articoli fatti forse più per pubblicità che per informazione vera e propria. Ma forse era proprio questo l’intento del giornalista.

Di sughero, della sua scarsità, dei suoi costi, si parla da tanti anni. In Italia il tappo di sughero, quello fatto da un unico pezzo, ormai è destinato alla chiusura di bottiglie di un certo pregio, il vino vocato all’invecchiamento, quello della tradizione italiana più profonda, come Barolo, Chianti, Amarone, gli spumanti e pochi altri, tutti comunque appartenenti ad una fascia alta in termini di costi.

Per la produzione che non necessita di invecchiamento o per quella che non modifica le sue caratteristiche con il passare del tempo, la moda e la spending review hanno fatto optare per i comodissimi tappi di silicone che hanno l’ulteriore vantaggio di non danneggiare il vino con il temuto “odore di tappo”.

Responsabile di questo difetto è un fungo, l’Armillaria mellea, un parassita della quercia da sughero. Quando questa non è trattata con i dovuti accorgimenti o è mal conservata il parassita prolifera e sviluppa il tricloroanisolo, l’isomero che, appunto, origina questo sgradevole sentore.

È davvero un peccato aprire una bottiglia e farla correre direttamente nello scarico del lavandino senza poterla bere, drammatico diventa quando ad essere imbevibile è un’intera partita, diciamo qualche centinaio di bottiglie.

Ed è quello che è successo qualche tempo fa all’azienda Brandini, una giovane realtà del Monferrato, che produce vini biologici e che a causa di questo fungo ha perso quasi per intero un’annata del suo pregiato Barolo.

Da questa disavventura è iniziata la loro ricerca di una chiusura per le bottiglie che fosse ecologica e con la medesima capacità traspirante del sughero, caratteristica indispensabile per i vini che si evolvono con il passare degli anni.

È iniziata così la collaborazione con la Vinventions, azienda specializzata nella produzione e commercializzazione di chiusure per qualsiasi tipo di contenitore e, in particolare, con il loro marchio Nomacorc che è giustamente considerato l’anima verde dell’intero gruppo.

Nomacorc Green Line rappresenta una nuova “categoria” di tappi, preparati con materie prime sostenibili e rinnovabili, costituite da polimeri derivati dall’etanolo ottenuto dalla canna da zucchero. Permettono lo scambio di ossigeno tra l’esterno e l’interno della bottiglia, così da garantire l’evoluzione del vino e la sua longevità. Hanno un aspetto elegante con le loro striature che assomigliano molto a quelle del sughero, sono riciclabili. Non sono, però, attaccabili dalla temuta Armillaria mellea!

E così ci si trova di fronte ad un altro progetto rispettoso dell’ambiente: la canna da zucchero utilizzata per la produzione di questi tappi proviene da coltivazioni controllate, dove l’utilizzo di pesticidi e diserbanti chimici è ridotta al minimo, dove le coltivazioni non hanno un impatto ambientale forte e dove non c’è sfruttamento di manodopera.

Ecco allora che “Barolo” e “zucchero” trovano una bellissima sintonia all’interno di un’unica frase e sulla nostra tavola!

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)