Bele Casel e il suo prosecco

Quando si parla di prosecco vengono in mente le colline di Valdobbiadene, con la esclusiva zona di Cartizze, delimitate dal vicino fiume Piave. Ma esiste un altra zona di prosecco, forse meno conosciuta ai più, ma che non è certamente inferiore al più famoso spumante d’Italia.

Stiamo parlando della piana a ovest del patriottico fiume che bloccò l’avanzata austriaca durante la prima guerra mondiale, dove si trova un altro comprensorio, l’Asolo Prosecco o Prosecco di Asolo DOCG. Nonostante si coltivi lo stesso vitigno, la glera, lo spumante prodotto in questa zona presenta caratteristiche differenti, con aromi e sapori più sapidi e definiti dovuti alla composizione del terreno marnoso e argilloso.

Diciannove comuni sono compresi in questo comprensorio, il cui centro è situato nel Comune di Asolo.

Una delle aziende maggiormente all’avanguardia nella produzione dell’Asolo Prosecco DOCG è  Bele Casel di Caerano San Marco, a pochi chilometri da Montebelluna.
Nata come cantina familiare, questa azienda è riuscita a farsi conoscere nel vasto mondo dello spumante non solo con la produzione del prosecco, ma anche per le sue evoluzioni vinicole, con l’intento di promuovere un offerta enologica capace di accontentare anche palati più esigenti.

Nei giorni scorsi abbiamo preso parte alla  degustazione di quattro loro prodotti presso una nuova e giovane enoteca di Milano, “La sala del vino” , sita nel quartiere Ortica, alla periferia Est della città.

Il primo calice che abbiamo assaggiato è stato un Asolo Prosecco Superiore DOCG extra dry, prodotto con uve glera in purezza provenienti da un vigneto giovane: predominanti sono le fragranti note fruttate di mela gialla, amplificate da un significativo grado zuccherino, che tuttavia non ha appesantito la nostra beva.

A seguire ci è stato proposto l’Asolo Prosecco Superiore DOCG extra brut, ottenuto da vecchie vigne poste nelle zone più fredde del comprensorio integrate con una percentuale residua di vitigni indigeni, quali la bianchetta trevigiana e la perera, che conferiscono maggiore struttura, freschezza e sapidità.

Un Asolo Prosecco Col Fondo DOCG, un prosecco non filtrato come dice il suo stesso nome, ci è stato offerto come terzo assaggio. Le uve, provenienti da vigne vecchie e selezionate, sofficemente pressate, subiscono in questo caso un affinamento in serbatoi di acciaio per sette mesi senza essere sottoposte ad alcuna filtrazione. Dopo l’imbottigliamento il prosecco viene stoccato in un ambiente fresco e buio dove rimane per almeno sei mesi prima di essere messo in commercio. Va da sé che non vi è sboccatura e fuoriuscita dei lieviti esausti, che, appunto rimangono in sospensione, creando appunto quello che in gergo si chiama “fondo”. Importanti i sapori che hanno invaso il nostro palato, uniti ad una sensazione di cremosità e mineralità, per una beva davvero interessante.

Come ultima degustazione ci è stato offerto un altro prodotto innovativo, presentato  per la prima volta proprio qui alla “Sala del vino”, che per le sue caratteristiche non può fregiarsi denominazione di prosecco. Sotto al nome Asolo DOCG Vecchie Uve vi è una cuvèe prodotta da uve glera provenienti da vigneti di oltre 50 anni, con una percentuale di vitigni autoctoni, di poco inferiore al 15%, ma quanto basta per fornire complessità e aromaticità al nostro vino. Si tratta di uno spumante lavorato con il metodo Martinotti, come è tradizione di quella zona, anche se la sua permanenza sui lieviti arriva fino ai dodici mesi.

Una serata davvero interessante, dove anche i più irriducibili appassionati di metodo classico, sono riusciti a soddisfare il loro palato a dimostrazione che, quando un prosecco è ben fatto, risulta essere un prodotto di altissima qualità.

Si salvi chi può!

Capita quel giorno in cui in enoteca si presenta un avventore che è più di un semplice cliente perché ormai è diventato un amico. E per di più uno di quelli dai gusti difficili, tecnico degustatore e palato sopraffino.

Anche lui ha ceduto alla tentazione delle bollicine, del resto i primi raggi di sole preannunciano la primavera, e ordina per sé e per i suoi amici una bottiglia di spumante. Gli propongo un Franciacorta rosato, prodotto con il nobile pinot nero e una piccola percentuale di chardonnay, quanto basta per regalare profumo e ingentilire la beva. È un nuovo acquisto che va ad impreziosire gli scaffali, la cantina nota, una bottiglia ben conosciuta, ma l’amico non l’ha mai bevuta, anche se ovviamente ne ha sentito parlare.

Purtroppo la mia proposta non incontra i suoi gusti. E cosa fare ora? Mandare a casa un cliente insoddisfatto o farsi venire un’idea? Nel dubbio lo faccio parlare e cerco di capire i suoi gusti che ovviamente sono molto lontani dalle eleganti bollicine. Ecco che allora gli propongo qualche cosa di totalmente diverso da quello che aveva ordinato. Lo porto lontano geograficamente e agli antipodi nello spettro degustativo.

Lo teletrasporto in Alto Adige, a Termeno, dove c’è una storica cantina sociale. Qui quasi trecento piccoli coltivatori conferiscono le uve lavorate con la cura a la pazienza tipica dei piccoli produttori di montagna. Con dedizione il raccolto viene lavorato per dare vita a importanti vini che mantengono intatti i valori e i sapori della tradizione di questa regione. Scelgo per loro il vitigno rosso maggiormente identificativo della zona, ma con un importante affinamento, un vino di carattere, insomma.

In panciuti bicchieri verso un’abbondante dose di “Urban”, un lagrein riserva, vendemmia 2014, Cantina Tramin.

Ormai si è fatto tardi, siamo in chiusura, e posso tranquillamente condividere con lui e i suoi amici la bottiglia che sarà ovviamente “gentilmente offerta dalla casa”. Non so se ci stupisce più l’intenso colore rubino dagli eleganti riflessi violacei o il profumo dei frutti di bosco che si sprigiona nell’aria. Lo lasciamo riposare qualche minuto prima di degustarlo.

Portato il bicchiere alle labbra, il sapore dei frutti di bosco maturi – qualcuno li ha definiti anche marmellatosi – ben si armonizza con gli aromi di sottobosco, di erbe aromatiche, che lasciano piacevolmente il passo ai più complessi sentori di cacao e tabacco. Il tutto contornato da una nota tannica decisamente importante ma elegantissima e piacevolissima.

In men che non si dica, la bottiglia viene vuotata con l’entusiasmo di chi ha trovato il giusto vino per chiudere in allegria una serata tra amici e con il sornione compiacimento di chi ha brindato in modo poco convenzionale.

 

Barolo Barbaresco & Roero 2019

Eccoci qua, 22 febbraio, un clima strano a Milano.
Quasi venti gradi di pomeriggio. Non è praticamente più inverno, o forse non lo è mai stato. Le giornate iniziano ad allungarsi, non si esce più dagli uffici con il buio. A volte si può addirittura bere qualcosa all’aperto. Si inizia a pensare alle ferie estive, alle vacanze primaverili o alle gite fuori porta.

Ma è sempre febbraio, e ora in città iniziano le degustazione belle, quelle che piacciono a me.
L’appuntamento come ogni anno, è con Go Wine per l’evento “Barolo, Barbaresco e Roero”, che si svolge nelle sale all’Hotel Michelangelo, davanti alla Stazione Centrale, manifestazione dedicata alle nuove annate (e non solo) del Barolo, del Barbaresco e del Roero.

L’occasione per assaggiare e conoscere, attraverso molteplici assaggi e piacevolissime chiacchierate, la storia delle aziende presenti, i terroir e i piccoli segreti legati a vini che usciranno in commercio a breve.

E proprio perché amo farmi raccontare storie sul vino, sulle vendemmie, sulle differenze tra le varie zone che passo a salutare Claudio Alario, una persona eccezionale, che fa vini squisiti.
Conosciuto al Vinitaly del 2013, dove, in chiusura, mi fece assaggiare tutti i suoi prodotti, minando seriamente la mia stabilità nel ritorno a casa in treno, l’ho ritrovato un paio di anni fa, sempre qua all’Hotel Michelangelo, la settimana prima del mio esame per diventare Sommelier.

Piccola azienda a conduzione familiare, fondata nel lontano 1900 a Diano d’Alba, vignaioli da tre generazioni, ora la cantina è gestita da Claudio e suo figlio Matteo.
I vigneti della cantina Alario sono dislocati su più comuni: oltre Diano d’Alba, ci sono vigne nel comune di Verduno e di Serralunga d’Alba. Hanno tutti un’età che va dai 10 ai 50 anni.

Ottimo il Dolcetto di Diano d’Alba Superiore 2017 “Sorì Pradurent“, profumi di frutti di bosco e ciliege mature, accenni di liquirizia e cuoio. Avvolgente, sorprendente l’eleganza.

La barbera “Valletta” 2016, come la definisce il signor Alario, non è una barbera normale, classica. La sua tipica freschezza è addolcita dai venti mesi in barrique e da sei in vetro; affinamento che conferisce complessità e rotondità. La beva è splendidamente equilibrata.
Ma sono qua soprattutto per i Barolo. Il Riva Rocca e il Sorano, entrambi in anteprima nelle annate 2015, ed entrambi troppo giovani per essere giudicati come si deve. Ma totalmente diversi nelle caratteristiche l’uno dall’altro.

Il Barolo “Riva Rocca” nasce e cresce tra le vigne nel territorio del comune di Verduno, nella zona nord-ovest della DOCG Barolo da viti con età media di circa 30 anni.
Dopo due anni di riposo in barrique di rovere francese, uno in botte grande e i successivi due in bottiglia, si presenta al calice con un rosso rubino con riflessi granato, al naso sprigiona profumi che ricordano la frutta matura, la prugna su tutti, che anticipano quelli di rabarbaro, spezie e leggera liquirizia, che col passare degli anni, sono sicuro, diventeranno sempre più presenti e importanti.
In bocca è caldo, complesso, il tannino è presente ma non in maniera eccessiva e ha una piacevole freschezza. Già equilibrato e con un finale persistente.

Il Barolo Sorano, nasce nel comune di Serralunga d’Alba, andando verso nord, in direzione dei comuni di Castiglione Falletto e Diano d’Alba ed è ottenuto da vigne di circa una decina d’anni coltivate a Guyot.
Anch’esso nella versione 2015, fa lo stesso affinamento del Riva Rocca, alla vista è di un rosso rubino scarico, riflessi granato, al naso si nota subito la differenza. Ampio spettro di profumi, comprensibili sin da subito; si spazia dalle ciliege rosse, la frutta di bosco matura come lamponi e le more, un profumo di rose appassite, la nota speziata esce con quella di menta e quella di boisé. In bocca è strutturato, caldo, morbido. Fa notare subito il suo carattere, il tannino è ancora giustamente presente, una buona acidità, un vino con grande propensione all’invecchiamento, un bel finale lungo e persistente per un Barolo così giovane proprio non me l’aspettavo.

Dopo una degustazione di questo calibro, già pienamente soddisfatti, ci si dovrebbe dirigere verso casa, dopo una giornata di studio e lavoro e la levataccia mattutina per evitare il traffico meneghino, invece no, assolutamente.
Tra gli assaggi più sorprendenti posso mettere tranquillamente i due ottimi Barolo Cannubi e Terli 2015, anche in versione riserva 2013 di L’astemia pentita, azienda che mi ha incuriosito per il nome singolare, e di cui ho spesso letto e visto fotografie sui social network.
Anche Lano Gianluigi rientra nelle aziende da tenere d’occhio, soprattutto perché ho un paio di bottiglie a riposo in casa che aspettano solo di essere aperte.

Non conoscevo minimamente, e chiedo scusa per la mia mancanza, l’azienda F.lli Moscone; sono rimasto piacevolmente colpito dalla forma non convenzionale delle bottiglie della nuova linea, più simile ad una champagnotta che alla classica albeisa.

Un amico di vecchia data mi accoglie al superaffollato banco d’assaggio di Negro Angelo e Figli. Tra i produttori storici di questa zona, oltre 3 secoli di storia, personaggio di spicco dell’evento, mi fa assaggiare il Roero Riserva Ciabot San Giorgio Docg e il Barbaresco Basarin 2015. Da approfondire con più calma.

Stiamo parlando di prodotti molto giovani, che come sappiamo tutti, saranno in grado di evolvere in maniera eccelsa come solo alcuni vini sanno fare, merito della tradizione vinicola delle Langhe, del terreno unico al mondo e della fatica dei vignaioli che dedicano la vita a questi piccoli capolavori.

I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

Un magiaro per Natale

Tempo di Natale, tempo di feste.

Come di consuetudine di fine anno, si comincia a pensare di organizzare pranzi e cenoni natalizi all’insegna del gourmet, allestendo piatti prelibati e tradizionali accompagnati da vini importanti.

Ma al momento del dolce, panettone o pandoro che sia come esige la tradizione, l’abbinamento più comune prevede la bollicina, che sia metodo classico o charmat.

Solitamente risulta più apprezzato l’abbinamento con uno spumante secco, mentre sarebbe più appropriato l’associazione con un prodotto dolce o demi sec.

Negli anni ’60 e ’70 era in voga l’abbinamento con l’Asti spumante DOC, oggi va per la maggiore il Prosecco, prevalentemente brut o un po’ più abboccato.

Ma perchè non provare a guardare fuori dai confini italiani per vedere un qualcosa di diverso, ma non meno interessante, da abbinare con il dessert natalizio prescelto?

Quindi vado alla ricerca di un prodotto che possa soddisfare questo abbinamento e con calma inizio a cercare qualcosa che stuzzichi la mia curiosità in varie enoteche di Milano.

Scartato il Sauterne, un ricercato vino muffato di provenienza francese con una vena agro-dolce che non si abbina completamente, rivolgo lo sguardo verso l’Est Europa. Punto alle colline della Pannonia, una regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava che comprende la parte occidentale dell’attuale Ungheria, dove una volta vi era il popolo dei Magiari.

Trovo tra gli scaffali una piccola bottiglia di Tokaji ungherese, ormai l’unico prodotto che può essere chiamato con tale denominazione. Lo prendo, il costo non è esorbitante. Torno verso casa con la curiosità di chi si aspetta una bella sorpresa da questa scelta.

Si tratta di un Tokaji Szamorodni Edes Sweet del 2013, prodotto dalla Grand Tokaj, che dovrà accompagnare un panettone di Giovanni Cova & C., il “Pan de Toni”, uno dei prodotti di punta della antica pasticceria di Milano, una vera istituzione dal 1930.

Attraverso la rete mi informo e scopro che il vino scelto è differente dal famoso Tokaji Aszù. Infatti le uve vengono raccolte in grappoli interi che vengono pressati direttamente prima della fermentazione, nella stessa maniera eseguita per i vini dolci del mondo (Sauternes, Beerenauslesen ecc.). Per queste varianti, i vini di Édes Szamorodni sono più leggeri nello stile pur mantenendo le inconfondibili note muffate ottenute dalla Botrytis.

Riuscirà questo Tokaij a sostenere il passo del “Pan de Toni”?

Scarto il panettone e nello stesso tempo stappo la bottiglia da mezzo litro di nettare ungherese. In poco tempo l’ambiente si riempie di sentori dolci e profumati provenienti dai due prodotti.

La fragranza del panettone, leggermente riscaldato nel forno, mi inebria le narici e mi invoglia ad un primo morso. Verso un piccolo quantitativo di vino nel bicchiere e ne ammiro il giallo dorato con riflessi scintillanti, un colore caldo e che scalda il mio cuore in questa fredda serata di dicembre, con la neve che inizia a scendere avvolgendo la pianura padana.

Al naso il vino magiaro mi offre inizialmente lievi fragranze floreali e successivamente intensi sentori di frutti tropicali, ananas, e disidratati, come l’albicocca e il dattero.

Degusto il primo sorso e noto immediatamente il corpo intenso e cremoso ma percepisco che gli aromi non sono così dolci come mi ero immaginato precedentemente attraverso il mio olfatto.

L’acidità è sostenuta e contrasta in maniera adeguata gli zuccheri presenti. Un buon bilanciamento tra le due contrapposte componenti. Sentori di miele, frutta secca, prevalentemente mandorla si fondono con i sapori dei canditi e la sensazione burrosa proveniente dal panettone.

La persistenza è media e gradevole, il retrogusto è piacevole e deliziosamente aromatico. 

Mi fa venire voglia di ripetere la prova. Taglio quindi un’altra fetta di panettone e verso ancora del Tokaji nel bicchiere, soddisfatto di questo connubio magiaro-meneghino.

Un piccolo anticipo del Natale, con il fuoco del camino che scoppietta e scalda l’ambiente. E la mia mente si rilassa con queste dolcezze immaginando il giorno della festa che dovrà venire.

Dalle uve ai fenicotteri rosa

La settimana dedicata al Movimento Turismo del Vino Puglia è ormai alle spalle e sono svaniti anche tutti gli aromi dei prodotti locali che la generosità della gente pugliese aveva portato con sé.

Abbiamo potuto degustare l’elegante olio, in purezza oppure aromatizzato, fatto colare su fette di pane casereccio. Taralli e friselle non sono certo mancati. Tutti serviti in accompagnamento al primitivo o al negroamaro, i vini simbolo di quella bellissima regione.

La manifestazione si è snodata nel corso di un’intera settimana e ha coinvolto una decina di enoteche nella sola città di Milano, quindi è facilmente immaginabile la quantità di bottiglie stappate e i fiumi di vino sgorgati. Alcuni sono stati apprezzati per la loro qualità, altri per il forte legame con il territorio, alcuni perché più semplici altri perché complessi. Insomma, ce n’era per tutti i gusti.

Uno di questi mi ha particolarmente colpito non solo perché ha subito incontrato il mio gusto, ma perché porta con sé un bellissimo progetto. Si tratta di un blend di uve negroamaro, primitivo con una piccola parte di merlot che tuttavia fornisce un considerevole apporto.

Il colore infatti è di un bel rosso rubino, brillante, con riflessi a tratti violacei. Al naso sono subito percepibili i sentori di frutta rossa a bacca piccola, matura, che in bocca lasciano spazio anche alle spezie, al tabacco e al cioccolato. I tannini sono morbidi e la beva è molto piacevole. Insomma un gran bel vino da portare sulla nostra tavola.

Sull’etichetta troviamo tutto quello che ci serve per conosce il progetto collegato e anche qualche cosa di più. Iniziamo dal suo nome, “QU.ALE”,ossia le iniziali del nome e del cognome della sua ideatrice, Alessandra Quarta. Figlia di quel Claudio Quarta che è proprietario di tre tenute agricole situate nella provincia di Avellino (cantina Sanpaolo), Lecce (cantina Moros) e Taranto (tenuta Eméra), ha scelto quest’ultima per tenere a battesimo il suo innovativo prodotto.

Da oltre un decennio la famiglia Quarta produce i suoi vini nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’uomo, affidandosi all’agricoltura biologica, ma Alessandra con questo progetto ha voluto fare un ulteriore passo avanti: bottiglia, tappo ed etichetta sono fatti con materiali riciclati e a loro volta riciclabili. Una parte dei proventi delle vendite del vino è destinato alla salvaguardia della “Salina Monaci” a Manduria, dove è stata costituita una Riserva Naturale per la salvaguardia dei fenicotteri rosa, specie animale destinata all’estinzione se non amorevolmente protetta.

Come se non bastasse, ogni bottiglia riporta un codice che permette agli utilizzatori finali di donare a loro volta una somma di denaro, piccola o grande che sia, ad una organizzazione no profit liberamente scelta. E su questa etichetta, che sembra non essere grande abbastanza, c’è anche posto per i primi sei articoli del “Manifesto per una democrazia del vino”.

Che cosa chiedere di più se non qualche calice per brindare in compagnia?

 

Pane, alici e Bamboo Road

Tre metri sopra il mare ci sono le vigne da cui nasce “Bamboo Road”. Al confine tra la Liguria e la Toscana questo vino racchiude il mare, i profumi della campagna e un’eredità emiliano-romagnola data dai vitigni con cui è prodotto, a parte il vermentino che sottolinea l’anima ligure-toscana, ci sono la malvasia di Candia aromatica, l’albana e il trebbiano.

Li abbiamo incontrati a Golosaria Stefano Legnani e la moglie, una piccola realtà vinicola tra le più o meno grandi presenti alla manifestazione. Assaggiamo il loro Vermentino “Ponte di Toi” che già versato nel calice preannuncia e conferma una di quelle bevute che piacciono a me. Ma è il secondo assaggio, il “Bamboo road” con il suo nome zen-rock che mi convince a portarne una bottiglia da “studiare a casa”, soprattutto quando mi si accenna all’ abbinamento ideale: pane, burro e alici.

Soprassiederò sul fatto che potrei scrivere un trattato su questa semplice e spartana pietanza che nei miei ricordi d’infanzia diventa un crostino di pane tiepido con spalmato un burro ammorbidito e schiacciato con le gustose alici sott’olio del Mar Ligure. Servito come aperitivo nei momenti di festa è diventato ora un lusso per il mio palato.

Decido così di celebrare questo vino schietto e di qualità con un accompagnamento che gli fa onore e il perché è presto detto. “Bamboo road”, il cui nome deriva dalle recinzioni che costeggiano il vigneto, è dorato nel calice quasi con riflessi rosa antico, si distingue per la vena salmastra di iodio che si sprigiona all’olfatto e che prosegue al palato persistendo insieme ai profumi di fiori ed erbe di campo che compaiono in retro-olfattiva. Non può esserci abbinamento più armonico ed evocativo.

La lavorazione dei loro vini, ci spiegano, è mirata a esaltare il più possibile il vitigno e data questa premessa non è nel loro interesse che un vino sia uguale all’altro nelle diverse annate. La natura fa il suo corso e il vignaiolo in cantina fa del suo meglio per interpretarla e guidarla nella trasformazione. I vitigni vecchi di 50/60 anni sono quelli che i contadini della zona utilizzavano un tempo e che venivano vinificati a piena maturazione con una bassa acidità. Tecnica ripresa anche da Legnani che si avvale dell’assaggio per capire e decidere quando è il momento buono per vendemmiare.

La vinificazione viene fatta aggiungendo a una pied de cuve di vermentino il resto delle uve diraspate, dopo di che la fermentazione si avvia spontaneamente e a contatto con le bucce, senza controllo delle temperature e in acciaio. I travasi sono tre: uno dopo la fermentazione, uno a fine anno e uno prima dell’imbottigliamento.

La cantina si trova nella frazione di Badia, a Sarzana. Stefano Legnani è bolognese di nascita e dopo varie peripezie si trova in Liguria, terra natia della moglie Monica a coronare il suo sogno vinicolo ispirandosi alla sua passione per i vini sloveni che fanno macerazione sulle bucce. Di proprietà hanno un ettaro piantato a vermentino da cui ricavano il Ponte di Toi, mentre il resto delle vigne appartengono ai contadini della zona che le mettono loro a disposizione di modo che la pura e genuina tradizione non venga mai dimenticata.

La tris di Fornovo

No, non stiamo parlando di cavalli e corse equine. Stiamo parlando di vini e delle nostre selezioni effettuate alla rassegna enogastronomica “Vini di vignaioli” svoltasi, come ogni anno, nella prima settimana di novembre a Fornovo di Taro.

Abbiamo visitato questa diciassettesima edizione del vino artigianale cercando di farci largo tra la folla per degustare i prodotti delle aziende presenti. Ovviamente non era possibile assaggiarli tutti, quindi ci siamo affidati al caso. Alla fine sono tre i vini che ci hanno colpito maggiormente.

Rosissima 2017, Azienda vinicola Montesissa Emilio.

Situata a Carpaneto Piacentino, l’azienda produce questo rosato di uve barbera (60%) e bonarda (40%) ottenuto da vigne di circa 50 anni poste a circa 300 metri s.l.m. su un terreno argilloso e sabbioso.

Ottenuto con la tecnica del “salasso”, viene imbottigliato senza essere filtrato e completa in bottiglia la fermentazione degli zuccheri residui della prima vinificazione, divenendo leggermente frizzante.
Presenta un colore buccia di cipolla, ottenuta con solo un’ora di macerazione sulle bucce.
Al naso si notano subito sentori di frutta rossa e di sottobosco (fragola e lampone), poi aromi erbacei e vegetali (pomodoro). Al palato l’acidità è sostenuta, è leggermente sapido con un corpo leggero e delicato, confermando le note olfattive. Lunga persistenza retro olfattiva dove il vino diventa sempre più armonico perdendo leggermente le freschezze iniziali per diventare più avvolgente e gradevole.

Dannato 2012, Piccola azienda vinicola Redondel.

Paolo Zanini, vignaiolo con grandissima passione, ha creato un teroldego rotaliano in purezza ottenuto da uve coltivate nella piana trentina di Mezzolombardo. Le uve provengono da cinque appezzamenti di età diverse e vengono vinificate separatamente, assemblandole successivamente.
Il risultato finale è veramente notevole, conseguito dopo un anno di affinamento in bottiglia.
L’occhio rimane colpito dal colore rosso rubino carico, nell’olfatto si avvertono inizialmente sentori di frutta rossa polposa (amarena, prugna) per poi virare sugli aromi terziari (legno, cuoio, tabacco e liquirizia). Il tutto completato da spezie (pepe nero) e sentori balsamici.
In bocca l’entrata è morbida, rotonda e avvolgente. Il corpo è caldo, poderoso e spinto da una vigorosa acidità mentre i tannini sono mediamente pungenti. Si confermano i profumi avvertiti all’olfatto con una lunghissima persistenza retro-olfattiva piacevole e leggermente amarognola. Particolare il nome, conferito dalla moglie di Paolo Zanini, successivo ad uno sfogo del marito a fronte degli sforzi compiuti per promuovere il suo vino (“Dannato Teroldego!”)

Foglio 11 2014, Fattoria Calcabrina.

Angelo Calcabrina, titolare della omonima azienda agricola, ci ha deliziato con il suo Foglio 11, un sagrantino in purezza, ottenuto sulle colline umbre adiacenti a Montefalco. Un vino biologico dalla bottiglia non convenzionale ed elegante. Le sue vigne, poste a 400 metri s.l.m., producono uve profumate che danno un vino eccellente.

Alla vista si nota un colore rosso rubino molto carico. Al naso si avvertono sentori di frutti di bosco e macchia mediterranea, dove predominano aromi di frutta rossa sciroppata, marasca sotto spirito e lampone. Successivamente si avvertono profumi floreali di rosa associati da note di vaniglia, dovute all’affinamento in botte grande.
In bocca l’entrata è potente con i tannini alquanto spigolosi. L’acidità iniziale è sostenuta ma tende ad affievolirsi lentamente e nel bicchiere, con il passare del tempo, il vino evolve lentamente risultando più dolce, morbido, rotondo, equilibrato. Emergono profumi speziati di pepe nero e balsamici di cannella e chiodi di garofano; completano il bouquet note di vaniglia, legno, pelle animale e legno.

Il finale è pieno, corposo, lungo e persistente. Un vino eccellente che risulta per nulla alcolico nonostante i suoi 15 gradi, arrotondati per difetto dal produttore.

Un’occasione per ritornare ad assaggiare Foglio 11 sarà alla prossima edizione de “La terra trema – Fiera Feroce” in programmazione a Milano il prossimo 29 e 30 novembre.

Le tre stelle di Cori

Sono un inguaribile curioso. La scorsa estate questa mia caratteristica mi ha portato a conoscere due vitigni autoctoni di cui credo di non aver mai sentito parlare.

Si tratta del vitigno a bacca bianca bellone e quello a bacca nera nero buono.

Ho chiesto aiuto in rete per farmi conoscere un buon produttore di questi vitigni e mi è stato consigliato un nome: Marco Carpineti.

Egli si trova a Cori, una cittadina collinare a metà strada tra la Pianura Pontina e i Castelli Romani.

Al mio arrivo in azienda mi accoglie Roberta, una vera fuoriclasse della comunicazione e delle relazioni esterne.

L’amore per il vino, galeotto, l’ha portata a lavorare in una realtà diversa dai suoi studi iniziali e l’ha resa una perfetta anfitriona con gli ospiti.

Inizialmente la famiglia Carpineti aveva un piccolo appezzamento di terreno di circa 4 ettari in zona Capo Le Mole. La morte del padre ha decretato la conversione dell’impiegato comunale Marco Carpineti nel moderno viticoltore attuale che ha ingrandito l’azienda portandola agli attuali quattro terreni, situati in località Capo Le Mole, Tenuta “San Pietro”, Tenuta di Ninfa e Tenuta dell’Antignana per un totale di circa 110 ettari, dei quali 65 vitati e 10 destinati ad uliveti.

Un azienda ancora con una realtà a livello familiare ma con idee in grande.

Tutti i terreni presentano sottosuolo a base tufacea e calcarea, di composizione vulcanica con forte mineralità; le esposizioni a sudovest vengono accarezzate dalle brezze marine che arrivano dalla pianura e lambiscono i monti Lepini.

La prima modifica introdotta dal nuovo proprietario è stata quella di modernizzare la viticoltura nell’azienda.

La seconda svolta invece si è avuta nel 1994 con la conversione al biologico e bionaturale, perché, secondo il pensiero di Carpineti, ogni pianta fa parte di un sistema naturale che, se non viene forzato o abusato con sostanze chimiche esterne, si autosostiene.

In questo modo, vengono rispettati i dettami della natura.

Ma la più importante innovazione effettuata è stata quella di re-impiantare i vitigni storici del territorio locale, il bellone e il nero buono di Cori, da sempre rimasti nell’anonimato. Marco Carpineti è il più convinto dei vignaioli locali nel progetto di rivalutazione di queste varietà.

Nel corso di questi anni l’azienda si è attorniata di validi enologi. Attualmente Francesco Silvi e Emiliano Rossi, quest’ultimo specializzato in spumantizzazione, sono gli artefici delle produzioni vinicole. 

Abbiamo assaggiato alcune di queste.

Il primo è stato il “Kius”, un brut metodo classico composto da uve bellone in purezza, millesimato 2015.

Alla vista si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi dorati. Dopo un affinamento di 24 mesi, il perlage è molto fine e intenso mentre al naso sviluppa profumi aromatici di fiori e successivamente aromi fruttati di ananas e frutto della passione.

Nel palato risulta una vena citrina ed una decisa freschezza, a dispetto della quantità zuccherina presente. Leggermente sapido, con una buona corposità e una prolungata persistenza, dove emergono i sentori dei lieviti e la crosta di pane. Si confermano inoltre gli aromi percepiti nell’olfatto, con l’aggiunta di sentori di banana matura.

Per capire le potenzialità del bellone, Roberta ci offre il “Capolemole” bianco, la versione ferma del Kius.

Anch’esso sviluppa al naso note floreali e successivamente sentori di frutta matura e aromi tropicali. Nel palato il gusto è meno acidulo della versione spumantizzata. E’ morbido, rotondo, armonioso. La persistenza è meno netta ma con una leggera e piacevole aromaticità.

Il “Moro“, la terza degustazione, è un assemblaggio di greco giallo e greco moro.

Nella vinificazione, una parte dei vitigni assemblati viene fermentata in legno per poi riunirla nel prodotto finale.

Alla vista si presenta con colore giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli. Un vino molto corposo, che sviluppa forti richiami olfattivi di pesca matura misti a sentori di mandorle e nocciole, con leggeri aromi vegetali di fieno ed erba tagliata. Ha un corpo intenso, morbido e rotondo, dove sapidità e acidità non intaccano questa intensità armoniosa, con una lunga persistenza finale. Un vino che ci avvolge per il suo corpo, molto caldo, anche se nasconde molto bene il suo volume alcolemico di 14 gradi.

Infine abbiamo degustato il “Capolemole” rosso.

Composto in prevalenza da nero buono di Cori, cesanese e montepulciano, viene affinato in barriques per 12 mesi. Presenta un colore rosso rubino pieno; nell’olfatto si avverte che si tratta di un vino complesso. I sentori percepiti sono di frutta rossa matura, di frutti di bosco e di amarena sciroppata, mentre al gusto il suo corpo, armonico ed elegante, si unisce ad una lieve freschezza. Lunga persistenza finale che tende ad essere amarognola.

Alla fine chiediamo a Roberta cosa significano le tre stelle presenti sullo stemma della azienda. Si tratta di una antichissima incisione presente all’interno della corte dove è nato e vive Marco Carpineti, nella parte antica di Cori che si trova vicino al tempio dei Dioscuri, i gemelli Castore e Polluce.

Un segno del destino. In mezzo ai Dioscuri, in mezzo a due stelle, ci può stare solo una stella come loro, che brilla nelle assolate campagne di Cori mentre lavora tra i filari di vite.

P.S. Roberta la ritroviamo all’evento Sky Wine svoltosi a Sezze qualche giorno dopo. Ci ha servito il “Kius Extra Brut”, un metodo classico rosato da nero buono, e lo “Nzù’”,un bianco da bellone e affinato con lieviti indigeni in terracotta.

Dalla foto potete capire che si stava divertendo, nel segno delle tre stelle.

 

L’occhio del gallo

L’avevo conosciuto ad una manifestazione di vini naturali questa primavera, l’ho trovato di nuovo a Bottiglie Aperte e ho avuto la conferma che il “Vino Cotto Stravecchio” di Tiberi David è garanzia di un’ottima bevuta.

Per poterlo comprendere a pieno è necessario però prima conoscere bene chi lo produce.

L’azienda agricola Tiberi David è situata nelle Marche, a Loro Piceno, in una parte di quell’Italia strettamente legata alla tradizione, dove ancora oggi le feste di paese sono rallegrate da danze e sfilate in costumi tipici locali.

Ancorata alla tradizione e fortemente arroccata sul territorio è la produzione di questo vincotto.

La cottura del mosto è una tecnica di conservazione che risale ai secoli passati; era riservata al vino che doveva affrontare lunghi viaggi con mezzi di trasporto certamente meno veloci e stabili di quelli odierni, oppure quando l’uva era di scarsa qualità e inevitabilmente destinata a diventare presto aceto.

Nell’Italia Centrale, inoltre, il pensiero popolare riteneva che il vincotto avesse proprietà taumaturgiche: era somministrato nella dose di un cucchiaio al giorno agli adulti che erano costretti a lavorare in condizioni difficili, proprio per aumentare le difese immunitarie; ai bambini gracili era spalmato sulle gambe per rafforzarne i muscoli.

Oggi del vino cotto se ne fa un uso diverso: viene consumato in accompagnamento a dolci molto speziati o formaggi dalla lunga stagionatura. Nell’azienda agricola Tiberi David, tuttavia, è ancora fatto come una volta.

Le uve trebbiano, sangiovese, montepulciano e verdicchio sono raccolte a mano, trasportate in cassetta e subito pigiate e torchiate. Il mosto così ottenuto viene posto in un grosso paiolo di rame e messo a bollire a fuoco diretto fino a che il suo volume si riduce ad un terzo e assume un colore ambrato molto simile a quello dell’occhio dei galli, dal quale prende orgogliosamente il nome. Posto, poi, ad affinare in botte viene, se così si può dire, dimenticato lì per almeno un decennio.

Quando il mastro di cantina lo giudica pronto, il vino viene prelevato e messo direttamente in piccole bottiglie da 50 cl dove continua il suo affinamento prima di essere immesso sul mercato.

La grande varietà delle uve e la lunga permanenza in botte permettono che questo vino sviluppi una grande varietà di aromi: datteri, fichi secchi, miele e spezie si percepiscono subito al naso. Ritroviamo gli stessi sentori anche in bocca dove l’elevato grado zuccherino e il significativo tenore alcolico ben si equilibrano con la spiccata acidità.

La mancata filtrazione e la combinazione variabile di uve bianche e nere fanno sì che questo vino di sviluppi caratteristiche molto diverse di anno in anno: ho avuto il piacere di degustare sia l’annata 2003 sia la 2005 e mi sento di dire che quest’ultima aveva una complessità aromatica ed un grado zuccherino maggiore.

Bisognerebbe, a questo punto, fare un salto indietro nel tempo e confrontare le due vendemmie e le loro differenti caratteristiche per comprendere se e quanto il raccolto abbia effettivamente influito sul prodotto finale, oppure se il fattore determinante sia unicamente la botte e la sua età.

Trovata o meno la risposta a questo interrogativo, risulta fuori discussione il fatto che ci troviamo davanti ad una piccola perla del panorama enologico italiano, sconosciuta al grande pubblico e forse proprio per questo ancora artigianale e incontaminata.