Giovedì, vino!

Un tempo, era facile sentire dire in giro “Giovedì, gnocchi”, e scommetto che pochi di voi sanno il vero significato di questo modo di dire.

Ma da ieri sera, quando ho capito che, senza nemmeno farlo apposta, ogni giovedì sera mi ritrovo a condividere  una bottiglia con uno o più amici, la frase è diventata magicamente “Giovedì, vino!”. 

La versione originale è un modo di dire italiano, più precisamente romano, la cui origine si colloca nel dopoguerra: per soddisfare la richiesta di tutti, con i pochi prodotti disponibili sul mercato, il programma alimentare settimanale prevedeva “giovedì gnocchi, venerdì pesce e sabato trippa”. Si partiva con un piatto calorico in vista del venerdì, in cui secondo il credo religioso si rispettava il digiuno da carne e si potevano mangiare solo pesce e legumi. Gli gnocchi quindi erano il piatto più indicato per il loro potere saziante.

Ma torniamo al vino.
Anche ieri sera è bastato uno dei soliti miei messaggini alla persona giusta: “Ma tu non hai sete stasera?”-“Certo si che ne ho! Andiamo a berci qualcosa, da Valerio al Wineroad magari, che è parecchio tempo che non ci andiamo insieme.

Detto fatto. Alle 22.00 varchiamo la soglia del Wineroad, in viale Piave al 19, a pochi metri da Porta Venezia, uno dei cuori pulsanti della movida milanese.
Io sono praticamente di casa, tra compleanni e riunioni di redazione di Blogelier, serate estive ai tavolini all’aperto, chiacchierate e degustazioni durante prima e dopo l’esame per diventare Sommelier , qui ne ho passato di tempo e posso dire che è tra i miei posti del cuore. Enoteca con cucina, aperta a pranzo e a cena, ottima selezione dei vini, spiegati egregiamente da Valerio o Valeria, i gestori del locale, bravissimi sommelier.
I vini alla mescita sono riportati su una lavagnetta ma se invece, come succede spesso a me, si va con l’idea che “tanto ci facciamo consigliare da loro”, allora diventa un divertentissimo “problema”.

Ogni volta che decido di andare da loro senza una “voglia” particolare, senza un’idea precisa, si finisce con una carrellata di bottiglie prese dal frigo, dal magazzino o dagli scaffali. Per ogni bottiglia una spiegazione: territorio, annata, vitigno principale, nozioni sul produttore, curiosità.
Prendiamo ieri come esempio, da un mio “stasera niente vino bianco fermo però” sono arrivate sul tavolo un Metodo Classico dell’ Oltrepò, un Erbaluce di Caluso spumantizzata, uno Champagne, un Pinot Nero dell’Alto Adige, un Negroamaro, un Barolo e uno Sforzato di Valtellina. La confusione iniziale è in aumento. Ora ne vorrei provare almeno quattro.
Si inizia quindi a escludere per tipologia, per struttura e infine per rapporto qualità-prezzo, era pur sempre giovedì sera, e doveva essere una serata tranquilla). Valerio prova quindi ad aumentare le nostre idee confuse con un rosso dell’Etna e un rosso di Faro, ma pur sempre Sicilia.
Il Barolo sembra eccessivo e lo spostiamo dietro assieme agli spumanti e allo Champagne. Successivamente vengono raggiunti dal Negroamaro e dal Pinot Nero.
I miei occhi si posano quindi sullo Sforzato di Valtellina 2011 Albareda della Cantina Mamete Prevostini.
Ci viene detto che è l’ultima in magazzino, che di quella vendemmia non ne hanno più, che quel 2011 è totalmente diverso dagli altri anni e che potremmo bere “molto molto bene”.

Sfida accettata, Albareda 2011 sia!

Lo sforzato è prodotto con una tecnica simile a quella utilizzata in Valpolicella per l’Amarone. Le migliori uve di Chiavennasca, una sottovarietà del Nebbiolo, sono selezionate a mano e raccolte a maturazione avanzata, disposte sui graticci all’interno di locali areati chiamati fruttai per circa 90 giorni. In questo periodo avviene l’appassimento, l’uva perde circa il 35/40% del peso, diminuendo il contenuto di acqua ed aumentando il grado zuccherino.
Le uve per disciplinare possono essere pigiate dopo il 10 dicembre dello stesso anno della vendemmia, ma molti produttori della Valtellina aspettano gennaio o addirittura febbraio. Segue una fermentazione e un affinamento di almeno due anni prima in botte e poi in bottiglia.

Ma torniamo a quel vino che ha catturato la nostra attenzione:
Alla stappatura si capisce subito che abbiamo trovato il vino perfetto per la serata.
Nel calice un rosso granato scuro, poco scorrevole, al naso si percepisce l’eleganza della frutta matura, di prugna, more, e di confettura i fiori essiccati e un persistente ricordo di speziatura. La pungenza del cacao fa da principe, seguita successivamente dal tabacco e dal caffè.
Al palato è rotondo e morbido, potente, leggermente tannico, ma decisamente equilibrato. Molto persistente, le trame olfattive di confetture e tostature, ritornano a fine bevuta, ancora più evolute e complesse.
Un vino che è riuscito a farsi apprezzare anche senza un accompagnamento culinario, anche se con un formaggio di montagna, magari Valtellinese, sarebbe stato perfetto.
La serata è andata bene il vino era buono, l’enoteca è stata come sempre capace di farmi tornare a casa soddisfatto.

Un semplice messaggino a volte può risolvere una settimana stancante, può far conoscere vini esageratamente buoni e soprattutto fa capire che non si finisce mai di imparare.

Ricordi di questa estate: il sogno di Mario.

Nella piana di Teano, la stessa dove Garibaldi consegnò l’Italia ai Savoia, un uomo sta vivendo un sogno lungo una vita.

Si chiama Mario Basco ed è l’anima dell’azienda agricola “I Cacciagalli“, una piccola realtà vitivinicola dell’alta pianura campana, nella provincia di Caserta. Una azienda nata solamente nel 2008, ma che raccoglie l’eredità di generazioni di viticoltori.

Egli è arrivato in soccorso della sua amata sposa, che aveva deciso di rilevare l’azienda di famiglia trascurata per decenni. Lui, laureato in architettura e lavoratore nelle cooperative archeologiche, non aveva mai immaginato di ritrovarsi in una dimensione così diversa.

Venti anni dopo aver completato gli studi da sommelier e degustatore, ha trovato un’occasione per mettere in pratica la sua passione per la viticoltura e rimettere in gioco la sua carriera, assecondando il suo istinto alla ricerca della sua soddisfazione personale. Per realizzare il suo sogno, desiderato da tanto tempo.

Dopo un inizio a piccoli passi, l’azienda agricola e vitivinicola “I Cacciagalli” è cresciuta migliorando in tutti gli aspetti.

Dagli iniziali 3 ettari vitati si è arrivati agli attuali 30-35, migliorando la produzione con il trasferimento dell’attività dalla vecchia cantina in una nuova costruzione per la vinificazione.

Tutto questo rimanendo in una dimensione artigianale dove, sotto la denominazione IGT Roccamonfina, i vini sono prodotti secondo i dogmi dell’agricoltura naturale, biologica e biodinamica, nel rispetto della vite. Nessun additivo, lieviti indigeni e minimo impiego dell’anidride solforosa sono i punti fermi della vinificazione di questa azienda.

La vinificazione viene proposta in acciaio, legno e cemento ma la sua migliore espressione di produzione si ottiene attraverso le anfore: un materiale inerte ma poroso, che consente al vino di traspirare senza acquisire aromi o profumi esterni. Mario utilizza 27 anfore di diverse terracotte e provenienti da differenti luoghi, per le sue produzioni vinicole in modo da valorizzare completamente i propri vitigni. E ci crede così tanto che più della metà della sua produzione utilizza questi recipienti da circa 800 litri l’uno.

Per una continuità con il passato, Mario ha riportato indietro il tempo di cinquanta anni espiantando i vitigni “internazionali” presenti e piantando solo vitigni autoctoni della zona vulcanica pedemontana: piedirosso, aglianico, palagrello nero tra le bacche rosse e fiano e falanghina tra le bacche bianche. I filari delle viti sono ingentiliti dal senso estetico di Mario, in quanto ha piantato un rosaio davanti ad ognuno di essi.

Soprattutto tutti i vini prodotti sfruttano quel mix di fattori tra la natura vulcanica del sottosuolo, il clima mite e la morfologia del territorio che li rendono unici.

La linea di produzione si divide in due realtà: le produzioni classiche, ossia vinificate in acciaio-legno-cemento, e quelle vinificate in anfora. La prima linea comprende i prodotti più freschi e immediati da degustare: Masseria Cacciagalli, da uve aglianico; il bianco Aorivola, una falanghina in purezza, e il rosso Mille, uvaggio di piedirosso-aglianico.

Nella linea di vinificazione in anfora sono presenti cinque produzioni, tutte composte in purezza con i vitigni autoctoni: Leneo, evoluzione dell’Aorivola, con falanghina al 100%; Zagreo, fiano in purezza; Phos, da sole uve aglianico; Lucno, da uve piedirosso, e lo Spheranera, di solo palagrello nero.

Purtroppo noi abbiamo assaggiato solo Aorivola e Mille, in quanto la bontà dei vini di Mario fa si che questi lascino presto la sua cantina verso le enoteche di tutto il mondo.

Aorivola ci è piaciuto molto. Non è la solita falanghina “ordinaria” che si trova in Campania. Ha un colore con una tonalità di giallo molto brillante, con profumi molto intensi e complessi, in prevalenza di aromi minerali ed idrocarburi, dovuti al terreno di formazione vulcanica, miscelati a quelli fruttati di agrumi e fiori di campo, presentando una acidità ben equilibrata alla morbidezza con un finale molto prolungato. Tutti questi fattore fanno dell’Aorivola un vino molto complesso e ricco di sfaccettature aromatiche.

Mille è invece un assemblaggio dove il piedirosso è presente al 70-75% completato con uve aglianico che presentano decisi sentori di frutti rossi come ciliegie, amarene, more e prugne e solo ad un secondo sorso si notano aromi erbacei e balsamici. Corposo e valido, si abbina perfettamente soprattutto con arrosti magri, profumati e delicati.

Vini equilibrati e soprattutto eleganti. Sempre ricercando l’eleganza nella naturalezza dell’uva e della natura.

Prodotti da un uomo, da un sognatore, che non vuole smettere di sognare.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Vespoline a confronto

Se mai si volesse fugare qualche incertezza sul concetto di terroir, se mai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul suo significato e sul suo valore, potrei suggerire di farsi un giro nella zona di Ghemme e degustare la Vespolina, un vitigno coltivato quasi esclusivamente sulle colline novaresi.

Geograficamente ci troviamo sotto le pendici del Monte Rosa, nella parte più a Nord del Piemonte.

Qui la presenza di antichi ghiacciai ha permesso la formazione di colline dal sottosuolo morenico vicino ad altre con terreno prevalentemente argilloso.

A pochi metri di distanza e situate entrambe nel comune di Ghemme, in provincia di Novara, ci sono due cantine che producono da anni la Vespolina in purezza, l’azienda agricola Torraccia del Piantavigna e l’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo.

Le ho assaggiate entrambe, vendemmia 2016. Ho trovato due vini molto diversi tra loro.

La Mostella, prodotta dall’azienda Torraccia dei Piantavigna si presenta di un bel colore rosso e stupisce subito per l’intensa aromaticità e il forte sentore di spezie percepibile fin dal naso. Cannella, noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano ci accompagnano anche nlla beva che per questo risulta molto gradevole.

 

 

Villa Horta, degli Antichi Vigneti di Cantalupo, conserva il naturale colore rosso intenso, ma si distingue per la corposità, l’eleganza e la finezza al palato. Gli aromi volgono piuttosto al cuoio e al tabacco. Una beva sicuramente più impegnativa, anche se altrettanto piacevole.

 

 

La vendemmia in questa zona è manuale per tradizione e le uve selezionate subiscono una permanenza di una decina di mesi in cisterne di acciaio per poi completare il loro affinamento in bottiglia prima di essere immesse in commercio. Nell’una come nell’altra azienda.

Come mai allora ci troviamo davanti due prodotti molto diversi tra di loro? A che cosa dobbiamo questa differenza?

Che sia proprio il luogo dove sono impiantati i vigneti a fare la differenza?

L’azienda agricola Torraccia del Piantavigna coltiva la Vespolina su un terreno argilloso, l’aria fredda che scende dal Monte Rosa d’inverno inneva i ripidi pendii vitati e in estate rende il clima molto fresco.

L’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo, invece, si estende su terreni prevalentemente morenici, posti tra i 250 ed i 310 mt/slm con esposizione verso Sud, Sud-Ovest e maggiormente riparati dalle correnti provenienti delle Alpi limitrofe.

Suolo e sottosuolo, disposizione geografica e clima, uniti insieme, caratterizzano in modo inequivocabile l’uva che, sebbene vinificata e affinata in egual modo, dà origine a vini significativamente diversi tra di loro.

 

 

* in copertina: Centro storico di Ghemme

Piccolo roadtrip eno-gastronomico in Sicilia

Primi di Settembre. Tornato dalle ferie a fine Agosto, ancora tra borsoni e zaini vuoti da sistemare fino al prossimo viaggio, trovo la vecchia guida della Sicilia, convinto di averla persa o abbandonata da qualche parte e scopro segnalibri e appunti presi prima della partenza.

Questa del 2018 è stata un’estate da girovago. Una breve sosta dai miei genitori a Taormina, per poi prendere un autobus fino a Palermo, raggiungere Trapani e Marsala, nella punta ovest dell’isola, e in auto con amici, tornare a est passando per Noto e Siracusa, per concludere come ultima tappa, ancora Taormina.
Ed è proprio dalla perla del Mediterraneo, che voglio far partire il mio racconto-tour, un elenco dei migliori ricordi eno-culinari  di questi venti giorni.

Sono stato all’ Arco Rosso, era da anni che non tornavo in questo piccolo locale di amici, incastrato in una strettissima via, in discesa, tra un negozio di souvenir e i tavolini dei ristoranti in equilibrio precario.
A conduzione familiare, la specialità della casa sono le ottime bruschette, ma anche panini e taglieri di affettati misti con prodotti tipici siculi.
Decido quindi di assaggiare due bruschette, una con origano, aglio, pomodoro, prosciutto crudo e formaggio spalmabile e l’altra con pesto di pistacchio, melanzane, prosciutto crudo e grana a scaglie, entrambe su buon pane di casa. Devo dire ottime!

Il vino scelto per questo veloce aperitivo è stato consigliato dallo staff, Tenute Donna Elia 2016, Etna Bianco doc composto da carricante per l’80%, minnella e altri vitigni a bacca bianca per il 20%.
Giallo paglierino intenso, al naso si nota una nota fruttata intensa, inizialmente agrumata, poi di frutta bianca come pesca, accenni floreali, come l’acacia e una leggera mineralità.
In bocca si nota subito la sapidità e la freschezza. Un vino equilibrato, l’ho trovato interessante, abbinato soprattutto alla bruschetta con il pesto di pistacchio.

 

Abbandonata la “east cost”, i giorni successivi li ho passati a Palermo, tra le splendide cattedrali e i vicoli rumorosi e colorati dei mercati di Ballarò, della Vucciria e del Capo.

Sono stato con amici, dopo svariati e insistenti consigli, all’Osteria Ballarò, un ristorante molto particolare, un piccolo gioiello in mattoni e archi all’interno delle antiche scuderie di Palazzo Cattolica. Dopo la prima lettura del menù, capisco subito che uscirò soddisfatto. Tutti prodotti, dai formaggi ai vini, di Presidi Slow Food.

Carta dei vini che mette in difficoltà, per l’ottima scelta. Decido di ordinare Bianco Pomice, della cantina Tenute di Castellaro, un vino già bevuto in altre degustazioni ma mai a tavola con calma e accompagnato a ottimo cibo.
Vino prodotto sull’isola di Lipari, nelle Eolie, a 350 mt s.l.m. composto da malvasia delle Lipari per il 60% e carricante per il 40%.
Fermentazione in barriques e affinamento in bottiglia per due mesi.
Si presenta alla vista con un giallo paglierino scarico, con riflessi verdolini.
Al naso si percepiscono note floreali, che con il passare dei minuti vengono coperte da sentori di frutta fresca, erbacei, di macchia mediterranea, un leggero profumo agrumato, ma quello che spicca di più è la potente mineralità.
In bocca ha grande struttura, è parecchio persistente, fresco e sapido, torna prepotente la nota minerale.
Un vino di grande struttura, ma allo stesso tempo estremamente fine ed elegante. Unica pecca, l’abbinamento con una “Ricottina di bufala siciliana affumicata alle erbe, fiore di zucca in tempura e croccante al pistacchio di bronte”. E’ risultato un piatto troppo delicato per tener testa all’ottimo vino.

Terza e ultima tappa, ma solo per ordine cronologico, è Marsala.
Consigliati dalla persona che ci ha affittato casa, ci rechiamo a “Le Caserie, locanda di charme“, un luogo tranquillo, tra i vicoli bianchi di della cittadina, ristorante dell’omonimo hotel, non lontano dal centro.
Posto particolarmente bello, situato poco sotto il livello della strada, in mattoni, dove non prendono i cellulari, e si può cenare tranquillamente.

La scelta del vino qua è stata più facile. Non ci sono state esitazioni alla vista di Grappoli del Grillo, di Marco De Bartoli.
Un vino incredibile, 100% grillo coltivato nella storica contrada Samperi, poco lontana da Trapani, affina 12 mesi in fusti di rovere e altri 6 mesi di affinamento in bottiglia. Il colore è invitante, un giallo paglierino intenso, una trama complessa al naso, il bouquet floreale iniziale, con il passare dei minuti, scopre i profumi di frutta esotica, come l’ananas maturo.
Al palato è ben strutturato, un finale leggermente amaro, da mandorla, che aiuta la persistenza. Perfettamente bilanciato, questa volta penso di aver trovato un bell’abbinamento con il cibo. Infatti, dopo l’antipasto di crudo di mare diviso tra amici, mi fiondo su un tipico piatto, come quello che facevano le nonne un tempo: “Spaghetti spezzati in brodo di cernia di Marettimo, con scampi”. Matrimonio perfetto con il Grappoli del Grillo.

Ma siamo a Marsala. Non te ne sarai andato via da qua senza aver provato una delle decine di enoteche aperte fino a tardi? Direte voi.
Affatto, l’enoteca La Sirena Ubriaca, nel centro storico di Marsala, offre alla clientela la possibilità di fare degustazioni perfettamente guidate e spiegate da loro.
Chiudiamo la serata quindi con due tipologie diverse dello stesso vino: un Marsala Superiore Ambra Secco della cantina Casano e un Marsala Vergine delle Cantine Buffa.
Il primo, prodotto con Grillo, Cataratto e Insolia è di un color ambrato intenso, molto brillante, profuma di pasticceria siciliana, di mandorle,caramello.
Al palato è un esplosione di sapori, frutta secca, si nota il fico, un ottimo vino da dessert.

Il secondo, la versione Vergine delle Cantine Buffa invece, è tutt’altra storia. Prodotto con Grillo e Cataratto, ha un naso complesso, si va dalla confettura alla frutta esotica e al timo, fino alla vaniglia e al tabacco dolce.
Il gusto è estremamente elegante, strutturato, molto persistente, un bel ricordo che mi accompagna verso casa.

E soprattutto che merita l’acquisto la mattina successiva.

 

 

 

 

Lo zucchero, la nuova frontiera dei tappi

Qualche settimana fa ha attirato la mia attenzione un grosso titolo comparso su un quotidiano milanese. Recitava così “Barolo, ora il tappo è di zucchero”. “Barolo” e “zucchero” nel mio immaginario sono due parole che non possono coesistere in un’unica frase.

Troppo forte la mia curiosità per non fermarmi a leggerlo e poi a documentarmi, perché quello che era riportato in quella mezza pagina non mi aveva convinto fino in fondo e perché, in fin dei conti, era uno di quegli articoli fatti forse più per pubblicità che per informazione vera e propria. Ma forse era proprio questo l’intento del giornalista.

Di sughero, della sua scarsità, dei suoi costi, si parla da tanti anni. In Italia il tappo di sughero, quello fatto da un unico pezzo, ormai è destinato alla chiusura di bottiglie di un certo pregio, il vino vocato all’invecchiamento, quello della tradizione italiana più profonda, come Barolo, Chianti, Amarone, gli spumanti e pochi altri, tutti comunque appartenenti ad una fascia alta in termini di costi.

Per la produzione che non necessita di invecchiamento o per quella che non modifica le sue caratteristiche con il passare del tempo, la moda e la spending review hanno fatto optare per i comodissimi tappi di silicone che hanno l’ulteriore vantaggio di non danneggiare il vino con il temuto “odore di tappo”.

Responsabile di questo difetto è un fungo, l’Armillaria mellea, un parassita della quercia da sughero. Quando questa non è trattata con i dovuti accorgimenti o è mal conservata il parassita prolifera e sviluppa il tricloroanisolo, l’isomero che, appunto, origina questo sgradevole sentore.

È davvero un peccato aprire una bottiglia e farla correre direttamente nello scarico del lavandino senza poterla bere, drammatico diventa quando ad essere imbevibile è un’intera partita, diciamo qualche centinaio di bottiglie.

Ed è quello che è successo qualche tempo fa all’azienda Brandini, una giovane realtà del Monferrato, che produce vini biologici e che a causa di questo fungo ha perso quasi per intero un’annata del suo pregiato Barolo.

Da questa disavventura è iniziata la loro ricerca di una chiusura per le bottiglie che fosse ecologica e con la medesima capacità traspirante del sughero, caratteristica indispensabile per i vini che si evolvono con il passare degli anni.

È iniziata così la collaborazione con la Vinventions, azienda specializzata nella produzione e commercializzazione di chiusure per qualsiasi tipo di contenitore e, in particolare, con il loro marchio Nomacorc che è giustamente considerato l’anima verde dell’intero gruppo.

Nomacorc Green Line rappresenta una nuova “categoria” di tappi, preparati con materie prime sostenibili e rinnovabili, costituite da polimeri derivati dall’etanolo ottenuto dalla canna da zucchero. Permettono lo scambio di ossigeno tra l’esterno e l’interno della bottiglia, così da garantire l’evoluzione del vino e la sua longevità. Hanno un aspetto elegante con le loro striature che assomigliano molto a quelle del sughero, sono riciclabili. Non sono, però, attaccabili dalla temuta Armillaria mellea!

E così ci si trova di fronte ad un altro progetto rispettoso dell’ambiente: la canna da zucchero utilizzata per la produzione di questi tappi proviene da coltivazioni controllate, dove l’utilizzo di pesticidi e diserbanti chimici è ridotta al minimo, dove le coltivazioni non hanno un impatto ambientale forte e dove non c’è sfruttamento di manodopera.

Ecco allora che “Barolo” e “zucchero” trovano una bellissima sintonia all’interno di un’unica frase e sulla nostra tavola!

 

Nina, il bovale

Credo che solo impostando un aggiornato navigatore si riescano a trovare facilmente le cantine Su’entu io però le ho scoperte in una calda serata estiva nel pieno centro di Milano.

I filari della vite e la cantina si trovano infatti lungo quell’unica strada assolata che collega Oristano a Cagliari, nell’entroterra di quella bellissima Sardegna più conosciuta per il mare cristallino, tanto caro alla Milanobene.

“Su’entu”, il vento, ha spinto la famiglia Pilloni a compiere questa grande impresa, ossia produrre dell’ottimo vino in una delle regioni più difficili, ma anche affascinanti della nostra Italia. Ed è ancora il suo soffio che anima la vita di questa realtà, sempre pronta a nuove sfide e a nuovi progetti.

Prima di tutto i vitigni coltivati. Vermentino, monica, cagnulari, cannonau e bovale, ossia i vini della tradizione sarda, quelli che i tecnici chiamano autoctoni, convivono accanto agli internazionali chardonnay, merlot e syrah, e alla falanghina, originaria della Campania, ma che qui trova una bella espressione.

Poi l’innovazione nel rispetto del territorio. I nuraghi, le antiche fortezze, che dominano la vallata e sembrano proteggere i vitigni sottostanti da improvvise invasioni, sono gelosamente custoditi e protetti dalle intemperie e dal passare del tempo attraverso opere di continuo restauro, proprio come si fa con la propria casa.

E nel “Nina Rosè” (Isola dei Nuraghi IGT),  il loro rosato, c’è tutto l’amore e la passione che circonda questo progetto. A partire proprio dalle uve bovale, un antico vitigno sardo, poco coltivato e per nulla conosciuto al di fuori della regione, ma in grado di dare vita a vini sicuramente interessanti.

L’intensità del colore rosa, che ha vivaci riflessi purpurei, va di pari passo con quella aromatica. La frutta rossa a bacca piccola, come ciliegie lamponi e ribes, si amalgama con i sentori delle erbe officinali, tipiche della bassa macchia mediterranea, passando anche per l’asprezza degli agrumi, pompelmo prima di tutti.

E se gli occhi e il naso sono rimasti affascinati da questa bellezza, anche il palato ne ha di che stare contento: un vino molto intenso, ben equilibrato, dove si ritrovano tutti quegli aromi che si erano percepiti fin dalla prima olfazione e che ora in bocca tardano a scomparire.

E lo spirito? Certamente ne ritrova anche lui beneficio, se non fosse altro che per la bassa temperatura a cui questo rosato va servito, circa 6°-8°, che ritempra il fisico dopo una lunga e calda giornata lavorativa.

Decisamente una bella scoperta questo Nina. Care amiche del Rosèe tenetemene una bottiglia in frigorifero ché passo a trovarvi presto!

La donna con i capelli al vento

Cosa hanno in comune una villa storica nel segreto cuore di Milano, una delle più famose cantine siciliane e un artista padovano?

Cercavo Eno e, per trovarlo, ho attraversato il tempo all’indietro nelle splendide stanze di Villa Necchi-Campiglio. Passando per salotti marmorei e opere d’arte, arrivo nel solaio dove era allestita la mostra “Inseguendo Donnafugata” dedicata a tutte le etichette che Stefano Vitale ha disegnato per la cantina.

Una donna con i ricci al vento è il simbolo di Donnafugata. Come nel romanzo Il gattopardo, Gabriella è la “donna in fuga” che abbandona un percorso prestabilito per buttarsi nell’avventura vinicola insieme al marito Giacomo Rallo. È così che nel 1983 nasce Donnafugata e 10 anni dopo l’incontro con Stefano Vitale contribuirà a renderne riconoscibili non solo i vini ma anche l’ immagine. La donna con i capelli al vento diventerà soggetto ricorrente arrivando ad assumere mille e più volti a rappresentare ogni vino.

“Subito dopo la laurea, pensai che il solo campo in cui potessi esprimere le mie idee inesprimibili fosse quello dell’arte”

Da Padova a Los Angeles per laurearsi in economia e scoprire di non poter prescindere dall’arte, Stefano Vitale si iscrive all’ Art College di Pasadena dipingendo in quegli anni un soggetto ricorrente che immagino come un’icona cristiano-zen: una madonna con un occhio solo. Viaggia in Messico e America Centrale, consolida la sua carriera a New York, per poi tornare dopo 15 anni in Italia con moglie e figli al seguito, dove a Venezia pesca legni che galleggiano nella laguna e dà loro nuova vita.

Gli strumenti e i materiali dell’artista 

Le opere, già un po’ disseminate in qualche stanza della villa, ricordano il sud America e la sua arte popolare; mentre le ambientazioni di Sicilia si rivelano nei colori e nei simboli, con anche rimandi arabeggianti della vicina Africa. Disegni fiabeschi ma anche d’impatto, dai contorni ben definiti dove spesso le immagini di donna ricordano certi grandi di un tempo come Botticelli o Leonardo.

 

“Lumera” celebra l’amore come nel Dolce Stil Novo

 

L’etichetta del Brut Millesimato ricorda un volto leonardesco

Aggirandomi per la sala svelo anche il legame tra Donnafugata e il FAI  grazie a un piccolo mosaico a cerchio che rappresenta un muretto a secco in miniatura. All’interno disegnata una donna-albero che, intrecciandosi ai rami, diventa lei stessa generatrice di frutti di arancio. È raffigurato un giardino pantesco, tipica costruzione dell’isola, nata con lo scopo di custodire con la sua studiata architettura un’unica pianta di agrume. Nel 2008 Giacomo Rallo ne dona uno delle loro tenute in zona Khamma al FAI, dove a far da cornice ci sono le coltivazioni ad alberello pantesco dedicate alla produzione di zibibbo.

Lo zibibbo che ammalia come una sirena

E zibibbo è infatti uno dei due assaggi proposti alla fine del percorso. Conosciuto per la produzione del ben noto Passito di Pantelleria, la tendenza attuale lo vuole anche vinificato secco. “Lighea” dell’annata 2017 nasce su terreni di origine vulcanica, per la vinificazione si usa l’acciaio in cui fa una sosta di circa due mesi per poi stabilizzarsi altri tre in bottiglia. Nell’etichetta un volto di donna fa capolino dalle onde marine: è Lighea, la sirena ammaliatrice ispirata al racconto di Tomasi di Lampedusa da cui il vino prende il nome.

Lighea, lo zibibbo che ammalia

In effetti è uno zibibbo che più sirena non si può. Ti seduce e cattura con i suoi profumi per poi stordirti con un colpo di coda che non dimentichi. Che in termini di degustazione sono i fiori di gelsomino e d’arancio, agrumi e albicocca che esplodono nel calice; dolcezza naturale all’assaggio, pieno e sostenuto da una buona struttura acida e lieve sapidità marina. In bocca i profumi ritornano e per lungo tempo tengono compagnia.

Ho scoperto il vero legame tra i tre ed è una parola, un verbo per la precisione: CUSTODIRE. Chi con la cura e la salvaguardia, chi con il rispetto e la valorizzazione del territorio attraverso i suoi frutti, chi divulgandone la bellezza tramite l’arte, tutti sono custodi di preziosi patrimoni della nostra tradizione.

 

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Degustazione alla cieca: un torneo a colpi di bicchiere

Quasi per scommessa mi sono iscritta ad un round di un torneo di degustazione alla cieca organizzato da Fisar Milano.

Ero sì reduce da un consistente ripasso di ampelografia ma mi sono accostata alla serata completamente impreparata, e di questo ero perfettamente consapevole, ma comunque ben disposta a dare il meglio di me.

Ne è uscita una serata molto divertente: tutti i concorrenti, quelli seri per intenderci, hanno analizzato con molta tecnica e competenza i vini scaraffati e giocoforza anch’io mi sono prodigata nell’analisi sensoriale di ciascun assaggio. Ho portato a casa un misero ultimo posto e la consapevolezza che ho bisogno di fare tanta altra strada nel mondo del vino.

La serata si è svolta presso l’enoteca Hic di via Spallanzani a Milano e attorno al tavolo eravamo seduti in 12, metà assidui partecipanti al torneo, gli altri, tra i quali mi ci metto pure io, semplici curiosi.

Qualche giorno prima ci era stato fornito un elenco di venti etichette delle quali si sapeva solo il nome del produttore e il vitigno, nella fattispecie rossi d’Italia. In caraffe numerate ci sono state servite le cinque bottiglie selezionate dalla lista che ci era stata fornita. Noi concorrenti dovevamo indovinare vitigno, regione di produzione, classificazione, anno di vendemmia e infine gradazione alcolica.

Facile no? No, per niente.

Prendo ad esempio il quarto assaggio proposto.

Questo vino ha sfoggiato un bellissimo color porpora molto carico, con riflessi violacei, forse tipici di un vino giovane. Al naso sono risultati predominanti gli aromi terziari e la speziatura. In bocca, infine, si è fatto notare per la spiccata acidità e per gli importanti tannini. Certamente un vino ben strutturato, di carattere, si potrebbe dire.

Difficile, almeno per me, anche solo collocarlo territorialmente. Non mi ricordo neppure che cosa ho indicato.

Di fatto era “Altaguardia”, Forti del Vento, Albarossa, Piemonte Doc, vendemmia 2013, 13%.

Forti del Vento è un’azienda che si è convertita all’agricoltura biodinamica, ossia ha completamente abolito fertilizzanti e pesticidi di origine chimica che sono stati sostituiti dall’uso del compost, dalla rotazione delle colture, da pesticidi a base di sostanze minerali. Rispetto del territorio e stagionalità, fasi lunari comprese, sono la filosofia aziendale.

In cantina vasche d’acciaio, botti di legno e anfore lavorano a stretto contatto le une con le altre. Anche nella fase della lavorazione del vino l’intervento della mano dell’uomo è ridotto al minimo. È il mosto, e poi il vino, che detta i tempi della permanenza sulle bucce, dei travasi, della filtrazione. Il costante controllo delle temperature permette che i lieviti indigeni svolgano in maniera egregia il loro difficile compito.

Da chi lavora in questa maniera non ci si poteva aspettare niente di diverso: un ottimo prodotto, pulito, dall’ampio spettro aromatico e dal perfetto equilibrio. Un grande vino che da oggi occuperà un posto d’onore nella mia cantina.

 

Cinque assaggi di chenin blanc

Lo chenin blanc le mie papille gustative non avrebbero ben saputo dove collocarlo se non fossi intervenuta a colmare il vuoto con cinque assaggi in una serata di degustazione.

La storia racconta che sia apparso per la prima volta al centro della Loira, nella zona tra Anjou e Touraine; il suo nome francese è pineau de la Loire, ma lo conosciamo meglio come chenin, che pare derivi da Mont Chenin, distretto di Touraine. Si chiama steen se voliamo in Sud Africa dove è diventato uno dei vitigni più coltivati. Dicono che si trovi anche in California e Argentina, ma non è una novità per un vitigno francese aver fatto il giro del mondo.

Il suo è il passato di un vitigno messo da parte a causa della disattenzione della mano umana. Lo chenin ha bisogno di cure per far sì che le caratteristiche migliori non diventino le peggiori. La sua versatilità, infatti, è stata l’arma a doppio taglio che lo ha relegato nel dimenticatoio per un po’ di tempo. L’acidità spiccata è il vanto che lo rende interessante al palato e soprattutto adatto anche a lunghi invecchiamenti, ma se coltivato ad alte rese questa si impone rovinando la poesia. Così come gli zuccheri ne fanno un vitigno adatto a essere trasformato in spumante. La buccia sottile può far sembrare fragile il frutto ma lo aiuta a farsi attaccare dalla muffa nobile e trasformarlo in uno dei famosi vini botritizzati francesi. Germoglia in anticipo ma matura tardi, ci vuole la pazienza di aspettarlo un po’ così come bisognerà fare con il vino nel calice scopro dopo.

Per la degustazione ci siamo soffermati in Loira, rimanendo nei paraggi di Anjou. Per il momento seduta a un tavolo del Vinodromo sognando di girovagare tra cantine e castelli.

Ad aspettarci al fresco c’erano:

  • Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon
  • Ouest Coast 2016, Siro e Soulas
  • Terre de Grés 2015, Bois Brinçon
  • Savannieres 2010, Domaine Taillandier
  • Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon

Su un terreno vulcanico, argilloso e gessoso che dona rispettivamente mineralità, grassezza e acidità al vino, vengono coltivate le uve che danno vita a questo brut nature che sosta 15 mesi sui lieviti per poi stabilizzarsi in acciaio. Dai riflessi dorati, le bollicine continue e vivaci riempiono la bocca. Al naso si apre con sentori di lieviti che solo dopo lasciano spazio a ricordi più dolci come il profumo di miele che si annuncia essere una costante del vitigno. In bocca è completo, con acidità e sapidità bilanciate che ne rendono fitta la trama mentre compare un aroma di mela verde in sottofondo. Positiva la sensazione di vaga dolcezza dovuta agli zuccheri naturali del frutto che non sono riusciti a trasformarsi del tutto nella vinificazione.

Ouest Coast 2016, Sirot & Soulas

Figlio di un’annata non facile, viene vinificato in acciaio e cemento. Impatta al naso con una nota selvatica, dopo un po’ nel calice si apre ai sentori mielosi che si confondono a rimandi vegetali, gli agrumi compaiono dopo e, personalmente, li sento nella persistenza finale del gusto dove un po’ mi sembra di aver per sbaglio morso un pezzetto di buccia di pompelmo, l’acidità persiste in bocca confermando questa sensazione.

Terre de Grés 2015, Bois Brinçon

Ancora primo impatto di lieviti di pasticceria al naso che lasciano il posto a sentori di frutta secca, in particolare la noce, e la sua tipica sensazione di rotondità. Pregio dell’esperienza del produttore riuscire a creare un altro vino così pieno ed equilibrato in bocca, dove freschezza e sapidità ne definiscono la struttura rendendolo quasi “masticabile”.

Savannières 2010, Domaine Taillandier

Vicino ad Anjou, nella sponda sud della Loira, è nato questo vino che mi ha suscitato subito una gran simpatia. Prodotto con metodo che più spontaneo non si può, senza filtrazioni, né chiarifiche, senza aggiunta di solforosa o lieviti, di certo ha un impatto non comune che colpisce al naso con un primo ricordo di vernice, non manca un ricordo d’idrocarburo e si apre poi a note di sottobosco e un accenno di ossidato. Così descritto forse a nessuno verrebbe voglia di assaggiarlo ma queste impressioni non comuni lo rendono unico. In bocca lasciano il segno acidità e persistenza, e ricordiamoci che ha ben 8 anni quindi, quindi per rimanere in Francia, chapeau!

Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Un muffato che arriva da tre vendemmie (tris des vendanges come è citato in etichetta) dove l’uva viene raccolta in tre momenti diversi e la prima volta ancora non attaccata dalla Botrytis. Al naso subito si sente lo zolfo ma nel calice il vino si rilassa e si apre al miele pur senza abbandonare la sottile nota di vernice. La cosa interessante sono i sentori salmastri come iodati e di salamoia che preannunciano la sapidità del gusto bilanciata con l’acidità che mai ci ha abbandonato nei cinque assaggi. Caratteristiche non da poco per un vino dolce che riesce a mantenere la freschezza dell’uva senza che i sentori dolciastri del botritizzato prevalgano (come potrebbe accadere con muffati di zone limitrofe). Tutto merito del vitigno e di chi ha saputo lavorarlo.

Cosa ho imparato sullo chenin? Che per berlo bisogna mettere da parte la superficialità. Le sue qualità le può esprimere solo se lavorato con pazienza e maestria. Così come nel calice non bisogna soffermarsi su note che paiono scontate o spiacevoli, rischieremmo di perderci la sua lieve dolcezza che ne preannuncia il fascino.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Alla scoperta del Centesimino

Mi trovo in Romagna, per una settimana di ferie in riviera.

Abbronzarsi al sole è piacevole, ma dopo qualche giorno ci si annoia. Allora provo a vivacizzare il mio soggiorno cercando qualche nuova cantina o azienda vinicola locale per scoprire nuove libagioni enologiche.

Chiamo Andrea, il collega di Blogelier.it e biblioteca vivente del sito, per farmi dare qualche dritta. Mi risponde con un solo nome che non mi dice nulla: centesimino.

What is centesimino?

Poi mi dice ancora: “Ancarani. Se ci vai, non te ne penti”. Poi scopro che lui non è mai stato in questa cantina. Come farà a sapere che non me pentirò?

Vado alla ricerca di informazioni sul centesimino. Scopro che si tratta di un vitigno autoctono delle colline di Faenza, a bacca rossa, semiaromatico, iscritto al Registro Nazionale dal 2004, quindi recentissimo. Ma nessuno dice che il centesimino era un vino molto popolare nella zona del Passatore Cortese, mitico brigante del 19esimo secolo, soprattutto nella località di Oriolo dei Fichi, zona storica di coltivazione, con il nome di “savignon rosso”. Scritto come nel dialetto di queste parti.

La ripresa di questo vitigno si deve a Pietro Pianori, soprannominato centesimino e proprietario del “Podere Terbato”. Negli anni 50 ritrovò alcune marze di una longeva vite conservata dentro le mura di una residenza nobiliare di Faenza scampata all’epidemia di fillossera che cancellò la maggior parte dei vigneti della zona come per il resto dell’Italia.

Per anni il centesimino è stato chiamato “savignon rosso” per via della aromaticità del vitigno, simile a quella del sauvignon bianco, e si pensava che il suo biotipo fosse derivante dall’alicante o grenache, altri vini semiaromatici.

I campioni inviati ai laboratori rivelarono che l’autoctono faentino era completamente differente da quelle uve ed una seconda analisi di laboratorio definì come il centesimino era una varietà a sé stante anche dai profili dei vitigni italiani.

A questo punto mi involo verso Faenza per visitare la Ancarani vini, come suggeritomi da Andrea.

Nel mezzo delle campagne, in località Oriolo dei Fichi, incontriamo la signora Rita, la dinamica moglie del “grande capo”, l’agricolo Claudio Ancarani, che ci illustra la sua piccola ma efficiente azienda vitivinicola.

Ironicamente lei si  definisce “la schiava” del “grande capo”, ma noi intuiamo benissimo che, come ogni donna romagnola, è l’anima generosa e passionale della azienda, che cura ogni aspetto estetico del luogo. E lo si nota nei dettagli ricercati e raffinati, presenti sia nell’ambiente esterno del giardino che nella sala interna del ristorante, che solo una donna può dare.  

Ci illustra la storia del vitigno, come uno dei autoctoni maggiori della zona faentina, che ha trovato una dimora ideale per via di una fascia di terreno presente tra la pianura e l’appennino, denominato lo “spungone romagnolo”, dove il sottosuolo è composto dal “sabbione”, che ci mostra in barattoli dimostrativi.

Inoltre il sottosuolo presenta nel suo insieme anche agglomerati calcarei/marnosi, conferendo al centesimino delle caratteristiche enologiche particolari come profumi e sentori. 

È un vitigno che presenta delle alte percentuali di zucchero e per questo motivo viene raccolto con un leggero anticipo per mantenere un alta acidità anche dopo la vinificazione, differentemente da come veniva effettuato nel passato, ed in questo modo viene conferito al vino anche una longevità maggiore.

Ci viene offerto un calice della vendemmia 2016, vinificato in purezza interamente in acciaio. E’ di colore rosso rubino cupo con dei riflessi violacei, indice di tannini non ancora sviluppati.

Complesso era il bouquet olfattivo sono riuscito a riconoscere aromi fruttati di bacche rosse, mora e ciliegia con una leggera nota speziata di anice e liquirizia. In una seconda olfazione riscontravo anche alcuni sentori floreali di rose e fiori di arancio.

Venivo sorpreso nella degustazione in quanto mi aspettavo molta asprezza del vino. Al contrario l’entrata nel palato era morbida, rotonda, con tannini non aggressivi che si amalgamavano con la componente aromatica del vitigno. Leggermente sapido, si avvertiva dopo alcuni secondi un corpo deciso e con una giusta acidità, nonostante l’alto contenuto di zuccheri presenti. Gli aromi percepiti confermavano l’analisi olfattiva con prevalenza dei sentori fruttati.

La signora Rita mi illustrava inoltre che, nonostante sia un vino di buona longevità, il centesimino offre il suo migliore profilo nel breve tempo, dai due ai cinque anni, quando lo spettro aromatico rimane ancora inalterato e fresco. Successivamente acquista altre caratteristiche terziarie a discapito della principale qualità del vitigno.

Caratteristiche terziarie che scoprivamo nella seconda degustazione, il centesimino passito.

Questa tipologia confermava tutte le caratteristiche precedenti, con una marcia nettamente superiore tanto da innamorarmi del gusto e della corposità del prodotto e richiedere un secondo assaggio. Anche in questo caso gli aromi fruttati sono emersi primariamente, con una freschezza molto sostenuta.

Un passito molto aromatico, con un alta percentuale di zuccheri presenti che non si dimostra stucchevole nel lungo termine, adatto soprattutto a degustazioni di profilo meditativo accompagnate da massicce dosi di cioccolato fondente. Dolcezze a cui è difficile resistere. Un prodotto veramente eccellente, degno dei migliori passiti in circolazione.

Lasciamo la signora Rita ai suoi doveri lavorativi e mi balenano nella mente le parole di Andrea: aveva ragione, è impossibile non pentirsi di fronte al centesimino.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.