Un balcone sul mare

Sulle colline proprio alle spalle di San Benedetto del Tronto vive una piccola realtà vinicola a carattere familiare che produce solo tre tipologie di vino, ma tutte e tre degne di particolare attenzione.

Ho scoperto i Vigneti Bonaventura l’anno scorso in occasione della prima edizione di “Best Wine Stars”, l’ho ritrovata in un paio di altre manifestazioni meneghine, e nuovamente in questi giorni sotto i portici della Rotonda di Via Besana.

Volto dell’azienda è Andrea che si occupa principalmente della parte commerciale. Anche quest’anno ci siamo ritrovati come fossimo due vecchi amici, con la voglia di vederci e di chiacchierare di vino: attenta la sua accoglienza e a me personalmente fa un po’ specie che mi riconosca tra i tanti che affollano la sua postazione e mi saluti sempre con affetto.

Il vigneto si estende per otto ettari nelle quali si alternano la coltivazione di varietà locali, che poi vengono vinificate all’interno dell’azienda, con quelle internazionali, come ad esempio chardonnay, cabernet sauvignon, petit verdot, che vengono invece conferite ad altre realtà; tutte sempre e comunque prodotte nel pieno rispetto del territorio. Le moderne tecnologie di cantina e l’attenzione per ogni singolo passaggio della vinificazione consentono che il loro vino sia certificato biologico.

La cura dell’uva è particolarmente attenta nel delicato momento del raccolto. Prima di tutto aspettano che il frutto sia giunto a completa maturazione e quindi procedono con una vendemmia che viene fatta manualmente, nel rispetto della pianta e dell’acino che giunge intatto in cantina dove viene subito selezionato e lavorato.

Il vino affina in barriques o in vasche d’acciaio prima di essere imbottigliato, sempre a temperatura e ossigenazione controllata. Nella cantina ipogea – dove per natura la temperatura rimane costante – matura poi fino alla commercializzazione.

Ovviamente questo attento lavoro ha dato i suoi frutti. Tre sono i vini prodotti, due bianchi – ma che forse sono anche tre – e un rosso, tutti iscritti nella Offida DOCG.

Ancrima” Offida Passerina DOCG: un bel giallo paglierino, con riflessi dorati; al naso sprigiona aromi di fiori freschi e frutta a polpa bianca leggermente acerba. Ed è proprio questa acidità che, unita alla sapidità, caratterizza la beva; l’ingresso in bocca è tagliente, ma piacevole e persistente la sua permanenza.

Bakchai” Offida Pecorino DOCG: alla vista si presenta subito come un vino intenso e importante. Il suo colore paglierino carico fa presagire una vasta gamma di sentori che ricordano la frutta a polpa gialla come le susine e le nespole. In bocca i sapori sono più decisi e si percepiscono chiaramente gli aromi della macchia mediterranea come la salvia e la menta. Molto elegante e persistente la beva. Del percorino producono anche una versione barriccata, una limitata produzione ma molto particolare. Qui menta e salvia lasciano il passo ad aromi balsamici più importanti che virano addirittura verso l’eucalipto, ma certamente ammorbiditi dalla vaniglia e dagli altri sentori che le barrique di primo passaggio cedono soprattutto ai vini bianchi.

Maancrie” Offida Rosso DOCG: un blend di montepulciano e cabernet sauvignon dall’intenso rosso rubino.  Qui i frutti rossi maturi non stentano a farsi sentire. Al suo ingresso in bocca si presenta subito come un vino importante, di corpo. Del resto trascorre ben trenta mesi in barrique di rovere francese acquisendo una importante nota balsamica e speziata, che vira fino agli aromi di tostatura. Lunga, ovviamente, la sua persistenza in bocca.

E poiché anche l’occhio vuole la sua parte, un cenno è doveroso sia per i nomi di questi vini sia per le loro bottiglie: per i vini bianchi è stata scelta una bottiglia alta e stretta, del tipo alsaziana, ma ancora più slanciata; mentre per il rosso, una più classica borgognotta. Quanto ai nomi invece, essi riportano ai componenti della famiglia Bonaventura e in particolare ad Andrea, Massimiliano e Cristina presente e futuro dell’azienda.

 

The Malbec World Day in Milan

Il malbec argentino è stato protagonista per un giorno di numerose manifestazioni in giro per il mondo.

A Milano ha avuto come partners Ais Lombardia e Via dell’Abbondanza, il suo maggiore distributore, che insieme hanno organizzato un simpatico pomeriggio fatto di degustazioni, di chiacchiere, di masterclass ma anche di musica. Per un pomeriggio al Westin Palace Hotel di Milano si è parlato e bevuto argentino.

Io c’ero, come al solito volutamente impreparata; del resto a queste manifestazioni mi piace andare alla scoperta, senza portarmi appresso una aspettativa che potrebbe essere tradita. I vini proposti erano circa un centinaio provenienti da tutta l’Argentina, anche se la regione di Mendoza era quella maggiormente rappresentata.

Lungi da me raccontare ogni singola degustazione (anche se ce ne sarebbero di cose da dire) per cui mi limito a questi tre vini, guarda caso i primi due provenienti dalla Provincia di Mendoza e il terzo dalla Provincia di Salta, che ho particolarmente apprezzato.

 

BODEGA CATENA ZAPATA – Catena Alta Malbec – 2014

Prima di raccontare questo vino è necessario fare un po’ di storia della famiglia Catena Zapata che ha cominciato a piantare malbec nei primi anni del 1900 ad altitudini diverse comprese tra gli 800 mt/slm e i 1400 mt/slm, suddividendo il territorio in lotti ben ordinati e meticolosamente numerati.

Le uve destinate alla produzione del “Catena Alta” provengono da specifici filari di vigne piantate tra gli 800 mt/slm e il 1100 mt/slm. La vendemmia avviene per lotti e in tempi diversi per garantire il giusto grado di maturazione delle uve e di conseguenza la giusta acidità. La fermentazione prende avvio grazie a lieviti indigeni e il mosto, riposto in barriques, subisce un costante battonage (cosa che consente anche la riduzione della quantità di solfiti prodotti). Il successivo affinamento avviene in grandi botti di rovere francese per almeno 18 mesi. Prima di essere messo in commercio riposa in bottiglia per qualche mese ancora; insomma può essere bevuto tre anni dopo la vendemmia, non prima.

Va da sé che questo vino ha un buon corpo, una buona struttura e una piacevole persistenza. Al naso sono predominanti i sentori di frutta rossa matura e delle spezie scure come il pepe e la cannella. I tannini setosi lo rendono non solo equilibrato, ma anche molto elegante. L’acidità, ancora spiccata nonostante le uve siano state vendemmiate nel 2014, è presagio di un vino destinato a durare ancora nel tempo.

 

VINOS DE PORTERO – Gran Malbec – 2016

La curiosità mi ha spinto ad assaggiare il vino prodotto da Nicolas Burdisso, grande campione della gloriosa Inter.

Tra i tre proposti, Malbec 2017, Riserva 2017 e Gran Malbec 2016, ho preferito quest’ultimo in quanto offre maggiore equilibrio ed eleganza. Le uve da cui si ottiene questo vino sono prodotte da viti giovani, piantate nel 2008. La fermentazione avviene dapprima grazie a lieviti indigeni e poi portata a compimento con l’inoculazione di lieviti selezionati. L’affinamento prosegue in grandi botti di rovere di primo e secondo passaggio dove il vino riposa per almeno 12 mesi.

Ne esce un vino morbido, di gran corpo e struttura, con un finale persistente. Al naso sono chiaramente percepibili i sentori di frutta rossa matura e in bocca setosi tannini e una buona acidità riportano questo vino nel suo giusto equilibrio. Davvero un gran vino!

 

PACHAMAMA – Malbec – 2015

Qui ci troviamo nel cuore della Provincia del Salta, ossia nella parte Nord-Ovest dell’Argentina, al confine con il Cile, in pieno territorio andino, dove le viti sono piantate ad altitudini estreme.

Di questa zona si sono innamorati due enologi, l’italiano Roberto Cipresso e l’argentino Rafael Domingo, che hanno provato a produrre un vino utilizzando uve provenienti da viti piantate in alta quota. Hanno deciso di chiamare il loro prodotto “Pachamama”, ossia “Terra Madre” nell’idioma indigeno locale.

Il malbec che è utilizzato per produrre questo vino è coltivato a 2000 mt/slm e per questo nel corso degli anni ha sviluppato delle caratteristiche sue molto particolari, non fosse altro per la capacità di adattarsi alle basse temperature e all’alta quota. La bassa resa delle vigne permette una produzione molto limitata che si aggira intorno a poche migliaia di bottiglie, non di più.

L’uva raccolta a piena maturazione fermenta grazie ai lieviti indigeni e il vino così prodotto affina successivamente in barriques di rovere francese per almeno 12 mesi.

Al naso spiccano subito i sentori terziari di spezie, vaniglia e pepe bianco su tutte, tipiche dell’affinamento. Non tarda però a farsi sentire la frutta rossa matura. Buon equilibrio ed eleganza caratterizzano questo vino che in bocca si fa quasi pastoso e molto persistente.

 

E come ogni festa che si rispetti non poteva certo mancare la musica: una chitarra acustica e delle percussioni, in perfetto stile argentino, hanno accompagnato questa grande degustazione di malbec nelle sue numerose interpretazioni.

Bele Casel e il suo prosecco

Quando si parla di prosecco vengono in mente le colline di Valdobbiadene, con la esclusiva zona di Cartizze, delimitate dal vicino fiume Piave. Ma esiste un altra zona di prosecco, forse meno conosciuta ai più, ma che non è certamente inferiore al più famoso spumante d’Italia.

Stiamo parlando della piana a ovest del patriottico fiume che bloccò l’avanzata austriaca durante la prima guerra mondiale, dove si trova un altro comprensorio, l’Asolo Prosecco o Prosecco di Asolo DOCG. Nonostante si coltivi lo stesso vitigno, la glera, lo spumante prodotto in questa zona presenta caratteristiche differenti, con aromi e sapori più sapidi e definiti dovuti alla composizione del terreno marnoso e argilloso.

Diciannove comuni sono compresi in questo comprensorio, il cui centro è situato nel Comune di Asolo.

Una delle aziende maggiormente all’avanguardia nella produzione dell’Asolo Prosecco DOCG è  Bele Casel di Caerano San Marco, a pochi chilometri da Montebelluna.
Nata come cantina familiare, questa azienda è riuscita a farsi conoscere nel vasto mondo dello spumante non solo con la produzione del prosecco, ma anche per le sue evoluzioni vinicole, con l’intento di promuovere un offerta enologica capace di accontentare anche palati più esigenti.

Nei giorni scorsi abbiamo preso parte alla  degustazione di quattro loro prodotti presso una nuova e giovane enoteca di Milano, “La sala del vino” , sita nel quartiere Ortica, alla periferia Est della città.

Il primo calice che abbiamo assaggiato è stato un Asolo Prosecco Superiore DOCG extra dry, prodotto con uve glera in purezza provenienti da un vigneto giovane: predominanti sono le fragranti note fruttate di mela gialla, amplificate da un significativo grado zuccherino, che tuttavia non ha appesantito la nostra beva.

A seguire ci è stato proposto l’Asolo Prosecco Superiore DOCG extra brut, ottenuto da vecchie vigne poste nelle zone più fredde del comprensorio integrate con una percentuale residua di vitigni indigeni, quali la bianchetta trevigiana e la perera, che conferiscono maggiore struttura, freschezza e sapidità.

Un Asolo Prosecco Col Fondo DOCG, un prosecco non filtrato come dice il suo stesso nome, ci è stato offerto come terzo assaggio. Le uve, provenienti da vigne vecchie e selezionate, sofficemente pressate, subiscono in questo caso un affinamento in serbatoi di acciaio per sette mesi senza essere sottoposte ad alcuna filtrazione. Dopo l’imbottigliamento il prosecco viene stoccato in un ambiente fresco e buio dove rimane per almeno sei mesi prima di essere messo in commercio. Va da sé che non vi è sboccatura e fuoriuscita dei lieviti esausti, che, appunto rimangono in sospensione, creando appunto quello che in gergo si chiama “fondo”. Importanti i sapori che hanno invaso il nostro palato, uniti ad una sensazione di cremosità e mineralità, per una beva davvero interessante.

Come ultima degustazione ci è stato offerto un altro prodotto innovativo, presentato  per la prima volta proprio qui alla “Sala del vino”, che per le sue caratteristiche non può fregiarsi denominazione di prosecco. Sotto al nome Asolo DOCG Vecchie Uve vi è una cuvèe prodotta da uve glera provenienti da vigneti di oltre 50 anni, con una percentuale di vitigni autoctoni, di poco inferiore al 15%, ma quanto basta per fornire complessità e aromaticità al nostro vino. Si tratta di uno spumante lavorato con il metodo Martinotti, come è tradizione di quella zona, anche se la sua permanenza sui lieviti arriva fino ai dodici mesi.

Una serata davvero interessante, dove anche i più irriducibili appassionati di metodo classico, sono riusciti a soddisfare il loro palato a dimostrazione che, quando un prosecco è ben fatto, risulta essere un prodotto di altissima qualità.

Si salvi chi può!

Capita quel giorno in cui in enoteca si presenta un avventore che è più di un semplice cliente perché ormai è diventato un amico. E per di più uno di quelli dai gusti difficili, tecnico degustatore e palato sopraffino.

Anche lui ha ceduto alla tentazione delle bollicine, del resto i primi raggi di sole preannunciano la primavera, e ordina per sé e per i suoi amici una bottiglia di spumante. Gli propongo un Franciacorta rosato, prodotto con il nobile pinot nero e una piccola percentuale di chardonnay, quanto basta per regalare profumo e ingentilire la beva. È un nuovo acquisto che va ad impreziosire gli scaffali, la cantina nota, una bottiglia ben conosciuta, ma l’amico non l’ha mai bevuta, anche se ovviamente ne ha sentito parlare.

Purtroppo la mia proposta non incontra i suoi gusti. E cosa fare ora? Mandare a casa un cliente insoddisfatto o farsi venire un’idea? Nel dubbio lo faccio parlare e cerco di capire i suoi gusti che ovviamente sono molto lontani dalle eleganti bollicine. Ecco che allora gli propongo qualche cosa di totalmente diverso da quello che aveva ordinato. Lo porto lontano geograficamente e agli antipodi nello spettro degustativo.

Lo teletrasporto in Alto Adige, a Termeno, dove c’è una storica cantina sociale. Qui quasi trecento piccoli coltivatori conferiscono le uve lavorate con la cura a la pazienza tipica dei piccoli produttori di montagna. Con dedizione il raccolto viene lavorato per dare vita a importanti vini che mantengono intatti i valori e i sapori della tradizione di questa regione. Scelgo per loro il vitigno rosso maggiormente identificativo della zona, ma con un importante affinamento, un vino di carattere, insomma.

In panciuti bicchieri verso un’abbondante dose di “Urban”, un lagrein riserva, vendemmia 2014, Cantina Tramin.

Ormai si è fatto tardi, siamo in chiusura, e posso tranquillamente condividere con lui e i suoi amici la bottiglia che sarà ovviamente “gentilmente offerta dalla casa”. Non so se ci stupisce più l’intenso colore rubino dagli eleganti riflessi violacei o il profumo dei frutti di bosco che si sprigiona nell’aria. Lo lasciamo riposare qualche minuto prima di degustarlo.

Portato il bicchiere alle labbra, il sapore dei frutti di bosco maturi – qualcuno li ha definiti anche marmellatosi – ben si armonizza con gli aromi di sottobosco, di erbe aromatiche, che lasciano piacevolmente il passo ai più complessi sentori di cacao e tabacco. Il tutto contornato da una nota tannica decisamente importante ma elegantissima e piacevolissima.

In men che non si dica, la bottiglia viene vuotata con l’entusiasmo di chi ha trovato il giusto vino per chiudere in allegria una serata tra amici e con il sornione compiacimento di chi ha brindato in modo poco convenzionale.

 

Barolo Barbaresco & Roero 2019

Eccoci qua, 22 febbraio, un clima strano a Milano.
Quasi venti gradi di pomeriggio. Non è praticamente più inverno, o forse non lo è mai stato. Le giornate iniziano ad allungarsi, non si esce più dagli uffici con il buio. A volte si può addirittura bere qualcosa all’aperto. Si inizia a pensare alle ferie estive, alle vacanze primaverili o alle gite fuori porta.

Ma è sempre febbraio, e ora in città iniziano le degustazione belle, quelle che piacciono a me.
L’appuntamento come ogni anno, è con Go Wine per l’evento “Barolo, Barbaresco e Roero”, che si svolge nelle sale all’Hotel Michelangelo, davanti alla Stazione Centrale, manifestazione dedicata alle nuove annate (e non solo) del Barolo, del Barbaresco e del Roero.

L’occasione per assaggiare e conoscere, attraverso molteplici assaggi e piacevolissime chiacchierate, la storia delle aziende presenti, i terroir e i piccoli segreti legati a vini che usciranno in commercio a breve.

E proprio perché amo farmi raccontare storie sul vino, sulle vendemmie, sulle differenze tra le varie zone che passo a salutare Claudio Alario, una persona eccezionale, che fa vini squisiti.
Conosciuto al Vinitaly del 2013, dove, in chiusura, mi fece assaggiare tutti i suoi prodotti, minando seriamente la mia stabilità nel ritorno a casa in treno, l’ho ritrovato un paio di anni fa, sempre qua all’Hotel Michelangelo, la settimana prima del mio esame per diventare Sommelier.

Piccola azienda a conduzione familiare, fondata nel lontano 1900 a Diano d’Alba, vignaioli da tre generazioni, ora la cantina è gestita da Claudio e suo figlio Matteo.
I vigneti della cantina Alario sono dislocati su più comuni: oltre Diano d’Alba, ci sono vigne nel comune di Verduno e di Serralunga d’Alba. Hanno tutti un’età che va dai 10 ai 50 anni.

Ottimo il Dolcetto di Diano d’Alba Superiore 2017 “Sorì Pradurent“, profumi di frutti di bosco e ciliege mature, accenni di liquirizia e cuoio. Avvolgente, sorprendente l’eleganza.

La barbera “Valletta” 2016, come la definisce il signor Alario, non è una barbera normale, classica. La sua tipica freschezza è addolcita dai venti mesi in barrique e da sei in vetro; affinamento che conferisce complessità e rotondità. La beva è splendidamente equilibrata.
Ma sono qua soprattutto per i Barolo. Il Riva Rocca e il Sorano, entrambi in anteprima nelle annate 2015, ed entrambi troppo giovani per essere giudicati come si deve. Ma totalmente diversi nelle caratteristiche l’uno dall’altro.

Il Barolo “Riva Rocca” nasce e cresce tra le vigne nel territorio del comune di Verduno, nella zona nord-ovest della DOCG Barolo da viti con età media di circa 30 anni.
Dopo due anni di riposo in barrique di rovere francese, uno in botte grande e i successivi due in bottiglia, si presenta al calice con un rosso rubino con riflessi granato, al naso sprigiona profumi che ricordano la frutta matura, la prugna su tutti, che anticipano quelli di rabarbaro, spezie e leggera liquirizia, che col passare degli anni, sono sicuro, diventeranno sempre più presenti e importanti.
In bocca è caldo, complesso, il tannino è presente ma non in maniera eccessiva e ha una piacevole freschezza. Già equilibrato e con un finale persistente.

Il Barolo Sorano, nasce nel comune di Serralunga d’Alba, andando verso nord, in direzione dei comuni di Castiglione Falletto e Diano d’Alba ed è ottenuto da vigne di circa una decina d’anni coltivate a Guyot.
Anch’esso nella versione 2015, fa lo stesso affinamento del Riva Rocca, alla vista è di un rosso rubino scarico, riflessi granato, al naso si nota subito la differenza. Ampio spettro di profumi, comprensibili sin da subito; si spazia dalle ciliege rosse, la frutta di bosco matura come lamponi e le more, un profumo di rose appassite, la nota speziata esce con quella di menta e quella di boisé. In bocca è strutturato, caldo, morbido. Fa notare subito il suo carattere, il tannino è ancora giustamente presente, una buona acidità, un vino con grande propensione all’invecchiamento, un bel finale lungo e persistente per un Barolo così giovane proprio non me l’aspettavo.

Dopo una degustazione di questo calibro, già pienamente soddisfatti, ci si dovrebbe dirigere verso casa, dopo una giornata di studio e lavoro e la levataccia mattutina per evitare il traffico meneghino, invece no, assolutamente.
Tra gli assaggi più sorprendenti posso mettere tranquillamente i due ottimi Barolo Cannubi e Terli 2015, anche in versione riserva 2013 di L’astemia pentita, azienda che mi ha incuriosito per il nome singolare, e di cui ho spesso letto e visto fotografie sui social network.
Anche Lano Gianluigi rientra nelle aziende da tenere d’occhio, soprattutto perché ho un paio di bottiglie a riposo in casa che aspettano solo di essere aperte.

Non conoscevo minimamente, e chiedo scusa per la mia mancanza, l’azienda F.lli Moscone; sono rimasto piacevolmente colpito dalla forma non convenzionale delle bottiglie della nuova linea, più simile ad una champagnotta che alla classica albeisa.

Un amico di vecchia data mi accoglie al superaffollato banco d’assaggio di Negro Angelo e Figli. Tra i produttori storici di questa zona, oltre 3 secoli di storia, personaggio di spicco dell’evento, mi fa assaggiare il Roero Riserva Ciabot San Giorgio Docg e il Barbaresco Basarin 2015. Da approfondire con più calma.

Stiamo parlando di prodotti molto giovani, che come sappiamo tutti, saranno in grado di evolvere in maniera eccelsa come solo alcuni vini sanno fare, merito della tradizione vinicola delle Langhe, del terreno unico al mondo e della fatica dei vignaioli che dedicano la vita a questi piccoli capolavori.

I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

Un magiaro per Natale

Tempo di Natale, tempo di feste.

Come di consuetudine di fine anno, si comincia a pensare di organizzare pranzi e cenoni natalizi all’insegna del gourmet, allestendo piatti prelibati e tradizionali accompagnati da vini importanti.

Ma al momento del dolce, panettone o pandoro che sia come esige la tradizione, l’abbinamento più comune prevede la bollicina, che sia metodo classico o charmat.

Solitamente risulta più apprezzato l’abbinamento con uno spumante secco, mentre sarebbe più appropriato l’associazione con un prodotto dolce o demi sec.

Negli anni ’60 e ’70 era in voga l’abbinamento con l’Asti spumante DOC, oggi va per la maggiore il Prosecco, prevalentemente brut o un po’ più abboccato.

Ma perchè non provare a guardare fuori dai confini italiani per vedere un qualcosa di diverso, ma non meno interessante, da abbinare con il dessert natalizio prescelto?

Quindi vado alla ricerca di un prodotto che possa soddisfare questo abbinamento e con calma inizio a cercare qualcosa che stuzzichi la mia curiosità in varie enoteche di Milano.

Scartato il Sauterne, un ricercato vino muffato di provenienza francese con una vena agro-dolce che non si abbina completamente, rivolgo lo sguardo verso l’Est Europa. Punto alle colline della Pannonia, una regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava che comprende la parte occidentale dell’attuale Ungheria, dove una volta vi era il popolo dei Magiari.

Trovo tra gli scaffali una piccola bottiglia di Tokaji ungherese, ormai l’unico prodotto che può essere chiamato con tale denominazione. Lo prendo, il costo non è esorbitante. Torno verso casa con la curiosità di chi si aspetta una bella sorpresa da questa scelta.

Si tratta di un Tokaji Szamorodni Edes Sweet del 2013, prodotto dalla Grand Tokaj, che dovrà accompagnare un panettone di Giovanni Cova & C., il “Pan de Toni”, uno dei prodotti di punta della antica pasticceria di Milano, una vera istituzione dal 1930.

Attraverso la rete mi informo e scopro che il vino scelto è differente dal famoso Tokaji Aszù. Infatti le uve vengono raccolte in grappoli interi che vengono pressati direttamente prima della fermentazione, nella stessa maniera eseguita per i vini dolci del mondo (Sauternes, Beerenauslesen ecc.). Per queste varianti, i vini di Édes Szamorodni sono più leggeri nello stile pur mantenendo le inconfondibili note muffate ottenute dalla Botrytis.

Riuscirà questo Tokaij a sostenere il passo del “Pan de Toni”?

Scarto il panettone e nello stesso tempo stappo la bottiglia da mezzo litro di nettare ungherese. In poco tempo l’ambiente si riempie di sentori dolci e profumati provenienti dai due prodotti.

La fragranza del panettone, leggermente riscaldato nel forno, mi inebria le narici e mi invoglia ad un primo morso. Verso un piccolo quantitativo di vino nel bicchiere e ne ammiro il giallo dorato con riflessi scintillanti, un colore caldo e che scalda il mio cuore in questa fredda serata di dicembre, con la neve che inizia a scendere avvolgendo la pianura padana.

Al naso il vino magiaro mi offre inizialmente lievi fragranze floreali e successivamente intensi sentori di frutti tropicali, ananas, e disidratati, come l’albicocca e il dattero.

Degusto il primo sorso e noto immediatamente il corpo intenso e cremoso ma percepisco che gli aromi non sono così dolci come mi ero immaginato precedentemente attraverso il mio olfatto.

L’acidità è sostenuta e contrasta in maniera adeguata gli zuccheri presenti. Un buon bilanciamento tra le due contrapposte componenti. Sentori di miele, frutta secca, prevalentemente mandorla si fondono con i sapori dei canditi e la sensazione burrosa proveniente dal panettone.

La persistenza è media e gradevole, il retrogusto è piacevole e deliziosamente aromatico. 

Mi fa venire voglia di ripetere la prova. Taglio quindi un’altra fetta di panettone e verso ancora del Tokaji nel bicchiere, soddisfatto di questo connubio magiaro-meneghino.

Un piccolo anticipo del Natale, con il fuoco del camino che scoppietta e scalda l’ambiente. E la mia mente si rilassa con queste dolcezze immaginando il giorno della festa che dovrà venire.

Dalle uve ai fenicotteri rosa

La settimana dedicata al Movimento Turismo del Vino Puglia è ormai alle spalle e sono svaniti anche tutti gli aromi dei prodotti locali che la generosità della gente pugliese aveva portato con sé.

Abbiamo potuto degustare l’elegante olio, in purezza oppure aromatizzato, fatto colare su fette di pane casereccio. Taralli e friselle non sono certo mancati. Tutti serviti in accompagnamento al primitivo o al negroamaro, i vini simbolo di quella bellissima regione.

La manifestazione si è snodata nel corso di un’intera settimana e ha coinvolto una decina di enoteche nella sola città di Milano, quindi è facilmente immaginabile la quantità di bottiglie stappate e i fiumi di vino sgorgati. Alcuni sono stati apprezzati per la loro qualità, altri per il forte legame con il territorio, alcuni perché più semplici altri perché complessi. Insomma, ce n’era per tutti i gusti.

Uno di questi mi ha particolarmente colpito non solo perché ha subito incontrato il mio gusto, ma perché porta con sé un bellissimo progetto. Si tratta di un blend di uve negroamaro, primitivo con una piccola parte di merlot che tuttavia fornisce un considerevole apporto.

Il colore infatti è di un bel rosso rubino, brillante, con riflessi a tratti violacei. Al naso sono subito percepibili i sentori di frutta rossa a bacca piccola, matura, che in bocca lasciano spazio anche alle spezie, al tabacco e al cioccolato. I tannini sono morbidi e la beva è molto piacevole. Insomma un gran bel vino da portare sulla nostra tavola.

Sull’etichetta troviamo tutto quello che ci serve per conosce il progetto collegato e anche qualche cosa di più. Iniziamo dal suo nome, “QU.ALE”,ossia le iniziali del nome e del cognome della sua ideatrice, Alessandra Quarta. Figlia di quel Claudio Quarta che è proprietario di tre tenute agricole situate nella provincia di Avellino (cantina Sanpaolo), Lecce (cantina Moros) e Taranto (tenuta Eméra), ha scelto quest’ultima per tenere a battesimo il suo innovativo prodotto.

Da oltre un decennio la famiglia Quarta produce i suoi vini nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’uomo, affidandosi all’agricoltura biologica, ma Alessandra con questo progetto ha voluto fare un ulteriore passo avanti: bottiglia, tappo ed etichetta sono fatti con materiali riciclati e a loro volta riciclabili. Una parte dei proventi delle vendite del vino è destinato alla salvaguardia della “Salina Monaci” a Manduria, dove è stata costituita una Riserva Naturale per la salvaguardia dei fenicotteri rosa, specie animale destinata all’estinzione se non amorevolmente protetta.

Come se non bastasse, ogni bottiglia riporta un codice che permette agli utilizzatori finali di donare a loro volta una somma di denaro, piccola o grande che sia, ad una organizzazione no profit liberamente scelta. E su questa etichetta, che sembra non essere grande abbastanza, c’è anche posto per i primi sei articoli del “Manifesto per una democrazia del vino”.

Che cosa chiedere di più se non qualche calice per brindare in compagnia?

 

Pane, alici e Bamboo Road

Tre metri sopra il mare ci sono le vigne da cui nasce “Bamboo Road”. Al confine tra la Liguria e la Toscana questo vino racchiude il mare, i profumi della campagna e un’eredità emiliano-romagnola data dai vitigni con cui è prodotto, a parte il vermentino che sottolinea l’anima ligure-toscana, ci sono la malvasia di Candia aromatica, l’albana e il trebbiano.

Li abbiamo incontrati a Golosaria Stefano Legnani e la moglie, una piccola realtà vinicola tra le più o meno grandi presenti alla manifestazione. Assaggiamo il loro Vermentino “Ponte di Toi” che già versato nel calice preannuncia e conferma una di quelle bevute che piacciono a me. Ma è il secondo assaggio, il “Bamboo road” con il suo nome zen-rock che mi convince a portarne una bottiglia da “studiare a casa”, soprattutto quando mi si accenna all’ abbinamento ideale: pane, burro e alici.

Soprassiederò sul fatto che potrei scrivere un trattato su questa semplice e spartana pietanza che nei miei ricordi d’infanzia diventa un crostino di pane tiepido con spalmato un burro ammorbidito e schiacciato con le gustose alici sott’olio del Mar Ligure. Servito come aperitivo nei momenti di festa è diventato ora un lusso per il mio palato.

Decido così di celebrare questo vino schietto e di qualità con un accompagnamento che gli fa onore e il perché è presto detto. “Bamboo road”, il cui nome deriva dalle recinzioni che costeggiano il vigneto, è dorato nel calice quasi con riflessi rosa antico, si distingue per la vena salmastra di iodio che si sprigiona all’olfatto e che prosegue al palato persistendo insieme ai profumi di fiori ed erbe di campo che compaiono in retro-olfattiva. Non può esserci abbinamento più armonico ed evocativo.

La lavorazione dei loro vini, ci spiegano, è mirata a esaltare il più possibile il vitigno e data questa premessa non è nel loro interesse che un vino sia uguale all’altro nelle diverse annate. La natura fa il suo corso e il vignaiolo in cantina fa del suo meglio per interpretarla e guidarla nella trasformazione. I vitigni vecchi di 50/60 anni sono quelli che i contadini della zona utilizzavano un tempo e che venivano vinificati a piena maturazione con una bassa acidità. Tecnica ripresa anche da Legnani che si avvale dell’assaggio per capire e decidere quando è il momento buono per vendemmiare.

La vinificazione viene fatta aggiungendo a una pied de cuve di vermentino il resto delle uve diraspate, dopo di che la fermentazione si avvia spontaneamente e a contatto con le bucce, senza controllo delle temperature e in acciaio. I travasi sono tre: uno dopo la fermentazione, uno a fine anno e uno prima dell’imbottigliamento.

La cantina si trova nella frazione di Badia, a Sarzana. Stefano Legnani è bolognese di nascita e dopo varie peripezie si trova in Liguria, terra natia della moglie Monica a coronare il suo sogno vinicolo ispirandosi alla sua passione per i vini sloveni che fanno macerazione sulle bucce. Di proprietà hanno un ettaro piantato a vermentino da cui ricavano il Ponte di Toi, mentre il resto delle vigne appartengono ai contadini della zona che le mettono loro a disposizione di modo che la pura e genuina tradizione non venga mai dimenticata.

La tris di Fornovo

No, non stiamo parlando di cavalli e corse equine. Stiamo parlando di vini e delle nostre selezioni effettuate alla rassegna enogastronomica “Vini di vignaioli” svoltasi, come ogni anno, nella prima settimana di novembre a Fornovo di Taro.

Abbiamo visitato questa diciassettesima edizione del vino artigianale cercando di farci largo tra la folla per degustare i prodotti delle aziende presenti. Ovviamente non era possibile assaggiarli tutti, quindi ci siamo affidati al caso. Alla fine sono tre i vini che ci hanno colpito maggiormente.

Rosissima 2017, Azienda vinicola Montesissa Emilio.

Situata a Carpaneto Piacentino, l’azienda produce questo rosato di uve barbera (60%) e bonarda (40%) ottenuto da vigne di circa 50 anni poste a circa 300 metri s.l.m. su un terreno argilloso e sabbioso.

Ottenuto con la tecnica del “salasso”, viene imbottigliato senza essere filtrato e completa in bottiglia la fermentazione degli zuccheri residui della prima vinificazione, divenendo leggermente frizzante.
Presenta un colore buccia di cipolla, ottenuta con solo un’ora di macerazione sulle bucce.
Al naso si notano subito sentori di frutta rossa e di sottobosco (fragola e lampone), poi aromi erbacei e vegetali (pomodoro). Al palato l’acidità è sostenuta, è leggermente sapido con un corpo leggero e delicato, confermando le note olfattive. Lunga persistenza retro olfattiva dove il vino diventa sempre più armonico perdendo leggermente le freschezze iniziali per diventare più avvolgente e gradevole.

Dannato 2012, Piccola azienda vinicola Redondel.

Paolo Zanini, vignaiolo con grandissima passione, ha creato un teroldego rotaliano in purezza ottenuto da uve coltivate nella piana trentina di Mezzolombardo. Le uve provengono da cinque appezzamenti di età diverse e vengono vinificate separatamente, assemblandole successivamente.
Il risultato finale è veramente notevole, conseguito dopo un anno di affinamento in bottiglia.
L’occhio rimane colpito dal colore rosso rubino carico, nell’olfatto si avvertono inizialmente sentori di frutta rossa polposa (amarena, prugna) per poi virare sugli aromi terziari (legno, cuoio, tabacco e liquirizia). Il tutto completato da spezie (pepe nero) e sentori balsamici.
In bocca l’entrata è morbida, rotonda e avvolgente. Il corpo è caldo, poderoso e spinto da una vigorosa acidità mentre i tannini sono mediamente pungenti. Si confermano i profumi avvertiti all’olfatto con una lunghissima persistenza retro-olfattiva piacevole e leggermente amarognola. Particolare il nome, conferito dalla moglie di Paolo Zanini, successivo ad uno sfogo del marito a fronte degli sforzi compiuti per promuovere il suo vino (“Dannato Teroldego!”)

Foglio 11 2014, Fattoria Calcabrina.

Angelo Calcabrina, titolare della omonima azienda agricola, ci ha deliziato con il suo Foglio 11, un sagrantino in purezza, ottenuto sulle colline umbre adiacenti a Montefalco. Un vino biologico dalla bottiglia non convenzionale ed elegante. Le sue vigne, poste a 400 metri s.l.m., producono uve profumate che danno un vino eccellente.

Alla vista si nota un colore rosso rubino molto carico. Al naso si avvertono sentori di frutti di bosco e macchia mediterranea, dove predominano aromi di frutta rossa sciroppata, marasca sotto spirito e lampone. Successivamente si avvertono profumi floreali di rosa associati da note di vaniglia, dovute all’affinamento in botte grande.
In bocca l’entrata è potente con i tannini alquanto spigolosi. L’acidità iniziale è sostenuta ma tende ad affievolirsi lentamente e nel bicchiere, con il passare del tempo, il vino evolve lentamente risultando più dolce, morbido, rotondo, equilibrato. Emergono profumi speziati di pepe nero e balsamici di cannella e chiodi di garofano; completano il bouquet note di vaniglia, legno, pelle animale e legno.

Il finale è pieno, corposo, lungo e persistente. Un vino eccellente che risulta per nulla alcolico nonostante i suoi 15 gradi, arrotondati per difetto dal produttore.

Un’occasione per ritornare ad assaggiare Foglio 11 sarà alla prossima edizione de “La terra trema – Fiera Feroce” in programmazione a Milano il prossimo 29 e 30 novembre.