Nina, il bovale

Credo che solo impostando un aggiornato navigatore si riescano a trovare facilmente le cantine Su’entu io però le ho scoperte in una calda serata estiva nel pieno centro di Milano.

I filari della vite e la cantina si trovano infatti lungo quell’unica strada assolata che collega Oristano a Cagliari, nell’entroterra di quella bellissima Sardegna più conosciuta per il mare cristallino, tanto caro alla Milanobene.

“Su’entu”, il vento, ha spinto la famiglia Pilloni a compiere questa grande impresa, ossia produrre dell’ottimo vino in una delle regioni più difficili, ma anche affascinanti della nostra Italia. Ed è ancora il suo soffio che anima la vita di questa realtà, sempre pronta a nuove sfide e a nuovi progetti.

Prima di tutto i vitigni coltivati. Vermentino, monica, cagnulari, cannonau e bovale, ossia i vini della tradizione sarda, quelli che i tecnici chiamano autoctoni, convivono accanto agli internazionali chardonnay, merlot e syrah, e alla falanghina, originaria della Campania, ma che qui trova una bella espressione.

Poi l’innovazione nel rispetto del territorio. I nuraghi, le antiche fortezze, che dominano la vallata e sembrano proteggere i vitigni sottostanti da improvvise invasioni, sono gelosamente custoditi e protetti dalle intemperie e dal passare del tempo attraverso opere di continuo restauro, proprio come si fa con la propria casa.

E nel “Nina Rosè” (Isola dei Nuraghi IGT),  il loro rosato, c’è tutto l’amore e la passione che circonda questo progetto. A partire proprio dalle uve bovale, un antico vitigno sardo, poco coltivato e per nulla conosciuto al di fuori della regione, ma in grado di dare vita a vini sicuramente interessanti.

L’intensità del colore rosa, che ha vivaci riflessi purpurei, va di pari passo con quella aromatica. La frutta rossa a bacca piccola, come ciliegie lamponi e ribes, si amalgama con i sentori delle erbe officinali, tipiche della bassa macchia mediterranea, passando anche per l’asprezza degli agrumi, pompelmo prima di tutti.

E se gli occhi e il naso sono rimasti affascinati da questa bellezza, anche il palato ne ha di che stare contento: un vino molto intenso, ben equilibrato, dove si ritrovano tutti quegli aromi che si erano percepiti fin dalla prima olfazione e che ora in bocca tardano a scomparire.

E lo spirito? Certamente ne ritrova anche lui beneficio, se non fosse altro che per la bassa temperatura a cui questo rosato va servito, circa 6°-8°, che ritempra il fisico dopo una lunga e calda giornata lavorativa.

Decisamente una bella scoperta questo Nina. Care amiche del Rosèe tenetemene una bottiglia in frigorifero ché passo a trovarvi presto!

La donna con i capelli al vento

Cosa hanno in comune una villa storica nel segreto cuore di Milano, una delle più famose cantine siciliane e un artista padovano?

Cercavo Eno e, per trovarlo, ho attraversato il tempo all’indietro nelle splendide stanze di Villa Necchi-Campiglio. Passando per salotti marmorei e opere d’arte, arrivo nel solaio dove era allestita la mostra “Inseguendo Donnafugata” dedicata a tutte le etichette che Stefano Vitale ha disegnato per la cantina.

Una donna con i ricci al vento è il simbolo di Donnafugata. Come nel romanzo Il gattopardo, Gabriella è la “donna in fuga” che abbandona un percorso prestabilito per buttarsi nell’avventura vinicola insieme al marito Giacomo Rallo. È così che nel 1983 nasce Donnafugata e 10 anni dopo l’incontro con Stefano Vitale contribuirà a renderne riconoscibili non solo i vini ma anche l’ immagine. La donna con i capelli al vento diventerà soggetto ricorrente arrivando ad assumere mille e più volti a rappresentare ogni vino.

“Subito dopo la laurea, pensai che il solo campo in cui potessi esprimere le mie idee inesprimibili fosse quello dell’arte”

Da Padova a Los Angeles per laurearsi in economia e scoprire di non poter prescindere dall’arte, Stefano Vitale si iscrive all’ Art College di Pasadena dipingendo in quegli anni un soggetto ricorrente che immagino come un’icona cristiano-zen: una madonna con un occhio solo. Viaggia in Messico e America Centrale, consolida la sua carriera a New York, per poi tornare dopo 15 anni in Italia con moglie e figli al seguito, dove a Venezia pesca legni che galleggiano nella laguna e dà loro nuova vita.

Gli strumenti e i materiali dell’artista 

Le opere, già un po’ disseminate in qualche stanza della villa, ricordano il sud America e la sua arte popolare; mentre le ambientazioni di Sicilia si rivelano nei colori e nei simboli, con anche rimandi arabeggianti della vicina Africa. Disegni fiabeschi ma anche d’impatto, dai contorni ben definiti dove spesso le immagini di donna ricordano certi grandi di un tempo come Botticelli o Leonardo.

 

“Lumera” celebra l’amore come nel Dolce Stil Novo

 

L’etichetta del Brut Millesimato ricorda un volto leonardesco

Aggirandomi per la sala svelo anche il legame tra Donnafugata e il FAI  grazie a un piccolo mosaico a cerchio che rappresenta un muretto a secco in miniatura. All’interno disegnata una donna-albero che, intrecciandosi ai rami, diventa lei stessa generatrice di frutti di arancio. È raffigurato un giardino pantesco, tipica costruzione dell’isola, nata con lo scopo di custodire con la sua studiata architettura un’unica pianta di agrume. Nel 2008 Giacomo Rallo ne dona uno delle loro tenute in zona Khamma al FAI, dove a far da cornice ci sono le coltivazioni ad alberello pantesco dedicate alla produzione di zibibbo.

Lo zibibbo che ammalia come una sirena

E zibibbo è infatti uno dei due assaggi proposti alla fine del percorso. Conosciuto per la produzione del ben noto Passito di Pantelleria, la tendenza attuale lo vuole anche vinificato secco. “Lighea” dell’annata 2017 nasce su terreni di origine vulcanica, per la vinificazione si usa l’acciaio in cui fa una sosta di circa due mesi per poi stabilizzarsi altri tre in bottiglia. Nell’etichetta un volto di donna fa capolino dalle onde marine: è Lighea, la sirena ammaliatrice ispirata al racconto di Tomasi di Lampedusa da cui il vino prende il nome.

Lighea, lo zibibbo che ammalia

In effetti è uno zibibbo che più sirena non si può. Ti seduce e cattura con i suoi profumi per poi stordirti con un colpo di coda che non dimentichi. Che in termini di degustazione sono i fiori di gelsomino e d’arancio, agrumi e albicocca che esplodono nel calice; dolcezza naturale all’assaggio, pieno e sostenuto da una buona struttura acida e lieve sapidità marina. In bocca i profumi ritornano e per lungo tempo tengono compagnia.

Ho scoperto il vero legame tra i tre ed è una parola, un verbo per la precisione: CUSTODIRE. Chi con la cura e la salvaguardia, chi con il rispetto e la valorizzazione del territorio attraverso i suoi frutti, chi divulgandone la bellezza tramite l’arte, tutti sono custodi di preziosi patrimoni della nostra tradizione.

 

Degustazione alla cieca: un torneo a colpi di bicchiere

Quasi per scommessa mi sono iscritta ad un round di un torneo di degustazione alla cieca organizzato da Fisar Milano.

Ero sì reduce da un consistente ripasso di ampelografia ma mi sono accostata alla serata completamente impreparata, e di questo ero perfettamente consapevole, ma comunque ben disposta a dare il meglio di me.

Ne è uscita una serata molto divertente: tutti i concorrenti, quelli seri per intenderci, hanno analizzato con molta tecnica e competenza i vini scaraffati e giocoforza anch’io mi sono prodigata nell’analisi sensoriale di ciascun assaggio. Ho portato a casa un misero ultimo posto e la consapevolezza che ho bisogno di fare tanta altra strada nel mondo del vino.

La serata si è svolta presso l’enoteca Hic di via Spallanzani a Milano e attorno al tavolo eravamo seduti in 12, metà assidui partecipanti al torneo, gli altri, tra i quali mi ci metto pure io, semplici curiosi.

Qualche giorno prima ci era stato fornito un elenco di venti etichette delle quali si sapeva solo il nome del produttore e il vitigno, nella fattispecie rossi d’Italia. In caraffe numerate ci sono state servite le cinque bottiglie selezionate dalla lista che ci era stata fornita. Noi concorrenti dovevamo indovinare vitigno, regione di produzione, classificazione, anno di vendemmia e infine gradazione alcolica.

Facile no? No, per niente.

Prendo ad esempio il quarto assaggio proposto.

Questo vino ha sfoggiato un bellissimo color porpora molto carico, con riflessi violacei, forse tipici di un vino giovane. Al naso sono risultati predominanti gli aromi terziari e la speziatura. In bocca, infine, si è fatto notare per la spiccata acidità e per gli importanti tannini. Certamente un vino ben strutturato, di carattere, si potrebbe dire.

Difficile, almeno per me, anche solo collocarlo territorialmente. Non mi ricordo neppure che cosa ho indicato.

Di fatto era “Altaguardia”, Forti del Vento, Albarossa, Piemonte Doc, vendemmia 2013, 13%.

Forti del Vento è un’azienda che si è convertita all’agricoltura biodinamica, ossia ha completamente abolito fertilizzanti e pesticidi di origine chimica che sono stati sostituiti dall’uso del compost, dalla rotazione delle colture, da pesticidi a base di sostanze minerali. Rispetto del territorio e stagionalità, fasi lunari comprese, sono la filosofia aziendale.

In cantina vasche d’acciaio, botti di legno e anfore lavorano a stretto contatto le une con le altre. Anche nella fase della lavorazione del vino l’intervento della mano dell’uomo è ridotto al minimo. È il mosto, e poi il vino, che detta i tempi della permanenza sulle bucce, dei travasi, della filtrazione. Il costante controllo delle temperature permette che i lieviti indigeni svolgano in maniera egregia il loro difficile compito.

Da chi lavora in questa maniera non ci si poteva aspettare niente di diverso: un ottimo prodotto, pulito, dall’ampio spettro aromatico e dal perfetto equilibrio. Un grande vino che da oggi occuperà un posto d’onore nella mia cantina.

 

Cinque assaggi di chenin blanc

Lo chenin blanc le mie papille gustative non avrebbero ben saputo dove collocarlo se non fossi intervenuta a colmare il vuoto con cinque assaggi in una serata di degustazione.

La storia racconta che sia apparso per la prima volta al centro della Loira, nella zona tra Anjou e Touraine; il suo nome francese è pineau de la Loire, ma lo conosciamo meglio come chenin, che pare derivi da Mont Chenin, distretto di Touraine. Si chiama steen se voliamo in Sud Africa dove è diventato uno dei vitigni più coltivati. Dicono che si trovi anche in California e Argentina, ma non è una novità per un vitigno francese aver fatto il giro del mondo.

Il suo è il passato di un vitigno messo da parte a causa della disattenzione della mano umana. Lo chenin ha bisogno di cure per far sì che le caratteristiche migliori non diventino le peggiori. La sua versatilità, infatti, è stata l’arma a doppio taglio che lo ha relegato nel dimenticatoio per un po’ di tempo. L’acidità spiccata è il vanto che lo rende interessante al palato e soprattutto adatto anche a lunghi invecchiamenti, ma se coltivato ad alte rese questa si impone rovinando la poesia. Così come gli zuccheri ne fanno un vitigno adatto a essere trasformato in spumante. La buccia sottile può far sembrare fragile il frutto ma lo aiuta a farsi attaccare dalla muffa nobile e trasformarlo in uno dei famosi vini botritizzati francesi. Germoglia in anticipo ma matura tardi, ci vuole la pazienza di aspettarlo un po’ così come bisognerà fare con il vino nel calice scopro dopo.

Per la degustazione ci siamo soffermati in Loira, rimanendo nei paraggi di Anjou. Per il momento seduta a un tavolo del Vinodromo sognando di girovagare tra cantine e castelli.

Ad aspettarci al fresco c’erano:

  • Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon
  • Ouest Coast 2016, Siro e Soulas
  • Terre de Grés 2015, Bois Brinçon
  • Savannieres 2010, Domaine Taillandier
  • Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Crémant de Loire 2015, Bois Brinçon

Su un terreno vulcanico, argilloso e gessoso che dona rispettivamente mineralità, grassezza e acidità al vino, vengono coltivate le uve che danno vita a questo brut nature che sosta 15 mesi sui lieviti per poi stabilizzarsi in acciaio. Dai riflessi dorati, le bollicine continue e vivaci riempiono la bocca. Al naso si apre con sentori di lieviti che solo dopo lasciano spazio a ricordi più dolci come il profumo di miele che si annuncia essere una costante del vitigno. In bocca è completo, con acidità e sapidità bilanciate che ne rendono fitta la trama mentre compare un aroma di mela verde in sottofondo. Positiva la sensazione di vaga dolcezza dovuta agli zuccheri naturali del frutto che non sono riusciti a trasformarsi del tutto nella vinificazione.

Ouest Coast 2016, Sirot & Soulas

Figlio di un’annata non facile, viene vinificato in acciaio e cemento. Impatta al naso con una nota selvatica, dopo un po’ nel calice si apre ai sentori mielosi che si confondono a rimandi vegetali, gli agrumi compaiono dopo e, personalmente, li sento nella persistenza finale del gusto dove un po’ mi sembra di aver per sbaglio morso un pezzetto di buccia di pompelmo, l’acidità persiste in bocca confermando questa sensazione.

Terre de Grés 2015, Bois Brinçon

Ancora primo impatto di lieviti di pasticceria al naso che lasciano il posto a sentori di frutta secca, in particolare la noce, e la sua tipica sensazione di rotondità. Pregio dell’esperienza del produttore riuscire a creare un altro vino così pieno ed equilibrato in bocca, dove freschezza e sapidità ne definiscono la struttura rendendolo quasi “masticabile”.

Savannières 2010, Domaine Taillandier

Vicino ad Anjou, nella sponda sud della Loira, è nato questo vino che mi ha suscitato subito una gran simpatia. Prodotto con metodo che più spontaneo non si può, senza filtrazioni, né chiarifiche, senza aggiunta di solforosa o lieviti, di certo ha un impatto non comune che colpisce al naso con un primo ricordo di vernice, non manca un ricordo d’idrocarburo e si apre poi a note di sottobosco e un accenno di ossidato. Così descritto forse a nessuno verrebbe voglia di assaggiarlo ma queste impressioni non comuni lo rendono unico. In bocca lasciano il segno acidità e persistenza, e ricordiamoci che ha ben 8 anni quindi, quindi per rimanere in Francia, chapeau!

Coteaux du Layon 2014, Domaine Taillandier

Un muffato che arriva da tre vendemmie (tris des vendanges come è citato in etichetta) dove l’uva viene raccolta in tre momenti diversi e la prima volta ancora non attaccata dalla Botrytis. Al naso subito si sente lo zolfo ma nel calice il vino si rilassa e si apre al miele pur senza abbandonare la sottile nota di vernice. La cosa interessante sono i sentori salmastri come iodati e di salamoia che preannunciano la sapidità del gusto bilanciata con l’acidità che mai ci ha abbandonato nei cinque assaggi. Caratteristiche non da poco per un vino dolce che riesce a mantenere la freschezza dell’uva senza che i sentori dolciastri del botritizzato prevalgano (come potrebbe accadere con muffati di zone limitrofe). Tutto merito del vitigno e di chi ha saputo lavorarlo.

Cosa ho imparato sullo chenin? Che per berlo bisogna mettere da parte la superficialità. Le sue qualità le può esprimere solo se lavorato con pazienza e maestria. Così come nel calice non bisogna soffermarsi su note che paiono scontate o spiacevoli, rischieremmo di perderci la sua lieve dolcezza che ne preannuncia il fascino.

Alla scoperta del Centesimino

Mi trovo in Romagna, per una settimana di ferie in riviera.

Abbronzarsi al sole è piacevole, ma dopo qualche giorno ci si annoia. Allora provo a vivacizzare il mio soggiorno cercando qualche nuova cantina o azienda vinicola locale per scoprire nuove libagioni enologiche.

Chiamo Andrea, il collega di Blogelier.it e biblioteca vivente del sito, per farmi dare qualche dritta. Mi risponde con un solo nome che non mi dice nulla: centesimino.

What is centesimino?

Poi mi dice ancora: “Ancarani. Se ci vai, non te ne penti”. Poi scopro che lui non è mai stato in questa cantina. Come farà a sapere che non me pentirò?

Vado alla ricerca di informazioni sul centesimino. Scopro che si tratta di un vitigno autoctono delle colline di Faenza, a bacca rossa, semiaromatico, iscritto al Registro Nazionale dal 2004, quindi recentissimo. Ma nessuno dice che il centesimino era un vino molto popolare nella zona del Passatore Cortese, mitico brigante del 19esimo secolo, soprattutto nella località di Oriolo dei Fichi, zona storica di coltivazione, con il nome di “savignon rosso”. Scritto come nel dialetto di queste parti.

La ripresa di questo vitigno si deve a Pietro Pianori, soprannominato centesimino e proprietario del “Podere Terbato”. Negli anni 50 ritrovò alcune marze di una longeva vite conservata dentro le mura di una residenza nobiliare di Faenza scampata all’epidemia di fillossera che cancellò la maggior parte dei vigneti della zona come per il resto dell’Italia.

Per anni il centesimino è stato chiamato “savignon rosso” per via della aromaticità del vitigno, simile a quella del sauvignon bianco, e si pensava che il suo biotipo fosse derivante dall’alicante o grenache, altri vini semiaromatici.

I campioni inviati ai laboratori rivelarono che l’autoctono faentino era completamente differente da quelle uve ed una seconda analisi di laboratorio definì come il centesimino era una varietà a sé stante anche dai profili dei vitigni italiani.

A questo punto mi involo verso Faenza per visitare la Ancarani vini, come suggeritomi da Andrea.

Nel mezzo delle campagne, in località Oriolo dei Fichi, incontriamo la signora Rita, la dinamica moglie del “grande capo”, l’agricolo Claudio Ancarani, che ci illustra la sua piccola ma efficiente azienda vitivinicola.

Ironicamente lei si  definisce “la schiava” del “grande capo”, ma noi intuiamo benissimo che, come ogni donna romagnola, è l’anima generosa e passionale della azienda, che cura ogni aspetto estetico del luogo. E lo si nota nei dettagli ricercati e raffinati, presenti sia nell’ambiente esterno del giardino che nella sala interna del ristorante, che solo una donna può dare.  

Ci illustra la storia del vitigno, come uno dei autoctoni maggiori della zona faentina, che ha trovato una dimora ideale per via di una fascia di terreno presente tra la pianura e l’appennino, denominato lo “spungone romagnolo”, dove il sottosuolo è composto dal “sabbione”, che ci mostra in barattoli dimostrativi.

Inoltre il sottosuolo presenta nel suo insieme anche agglomerati calcarei/marnosi, conferendo al centesimino delle caratteristiche enologiche particolari come profumi e sentori. 

È un vitigno che presenta delle alte percentuali di zucchero e per questo motivo viene raccolto con un leggero anticipo per mantenere un alta acidità anche dopo la vinificazione, differentemente da come veniva effettuato nel passato, ed in questo modo viene conferito al vino anche una longevità maggiore.

Ci viene offerto un calice della vendemmia 2016, vinificato in purezza interamente in acciaio. E’ di colore rosso rubino cupo con dei riflessi violacei, indice di tannini non ancora sviluppati.

Complesso era il bouquet olfattivo sono riuscito a riconoscere aromi fruttati di bacche rosse, mora e ciliegia con una leggera nota speziata di anice e liquirizia. In una seconda olfazione riscontravo anche alcuni sentori floreali di rose e fiori di arancio.

Venivo sorpreso nella degustazione in quanto mi aspettavo molta asprezza del vino. Al contrario l’entrata nel palato era morbida, rotonda, con tannini non aggressivi che si amalgamavano con la componente aromatica del vitigno. Leggermente sapido, si avvertiva dopo alcuni secondi un corpo deciso e con una giusta acidità, nonostante l’alto contenuto di zuccheri presenti. Gli aromi percepiti confermavano l’analisi olfattiva con prevalenza dei sentori fruttati.

La signora Rita mi illustrava inoltre che, nonostante sia un vino di buona longevità, il centesimino offre il suo migliore profilo nel breve tempo, dai due ai cinque anni, quando lo spettro aromatico rimane ancora inalterato e fresco. Successivamente acquista altre caratteristiche terziarie a discapito della principale qualità del vitigno.

Caratteristiche terziarie che scoprivamo nella seconda degustazione, il centesimino passito.

Questa tipologia confermava tutte le caratteristiche precedenti, con una marcia nettamente superiore tanto da innamorarmi del gusto e della corposità del prodotto e richiedere un secondo assaggio. Anche in questo caso gli aromi fruttati sono emersi primariamente, con una freschezza molto sostenuta.

Un passito molto aromatico, con un alta percentuale di zuccheri presenti che non si dimostra stucchevole nel lungo termine, adatto soprattutto a degustazioni di profilo meditativo accompagnate da massicce dosi di cioccolato fondente. Dolcezze a cui è difficile resistere. Un prodotto veramente eccellente, degno dei migliori passiti in circolazione.

Lasciamo la signora Rita ai suoi doveri lavorativi e mi balenano nella mente le parole di Andrea: aveva ragione, è impossibile non pentirsi di fronte al centesimino.

La Franciacorta che non ti aspetti

Per anni, e forse ancora oggi, il termine Franciacorta è stato per molti sinonimo di Champagne italiano, complice il fatto che zona e tipologia di produzione sono sinonimi, proprio come accade oltralpe.

In Franciacorta si producono spumanti con metodo classico, utilizzando uve chardonnay, pinot nero, pinot bianco e ultimamente è stato ammesso nel disciplinare l’erbamat, vitigno autoctono della zona collinare bresciana.

Il trend dei vini naturali ha però raggiunto anche questo enclave e cominciano a diventare numerose le cantine che decidono di avvalersi di una viticultura moderna, che si rifà completamente al passato, quando le sostanze chimiche non avevano fatto ancora il loro ingresso tra i filari della vite.

Villa Crespia è una di queste realtà che, pur non abbandonando del tutto la viticultura cosiddetta convenzionale, immette sul mercato anche un prodotto completamente innovativo e mi riferisco al loro “Simbiotico”.

Questo spumante è prodotto con uve chardonnay in purezza, piantate in cima ad una collina di origine alluvionale, dove il terreno è poco profondo e ciottoloso e dove la famiglia Muratori ha deciso di coltivare l’uva senza additivi chimici, affidandosi esclusivamente alla natura e alla ciclicità dei suoi elementi. Batteri e microorganismi vivono indisturbati tra le radici della vite fornendone il naturale nutrimento e coadiuvando sole e acqua nella rigogliosa e sana crescita dei grappoli.

Anche nelle attività di cantina la mano dell’uomo è necessaria solo per controllare che gli eventi facciano spontaneamente il loro corso: il mosto fermenta da solo, senza l’aggiunta di agenti lievitanti, in fusti di acciaio dove vi rimane fintanto che sia completato il processo fermentativo. Successivamente lo chardonnay riposa sui propri lieviti per circa 7 mesi, quando viene posto in bottiglia dove affina per due anni.

Nessuna chiarificazione,nessuna filtrazione, nessuna stabilizzazione. “Senza uso di allergeni” recita l’etichetta, un prodotto bio e vegan.

Me l’hanno proposto al “Rosée” un wine bar di ultima generazione, uno di quei posti insomma dove si può bere qualche cosa di anticonvenzionale, pur restando nel centro di Milano.

Rigorosamente servito nel calice a forma di tulipano, quello approvato dal consorzio Franciacorta per intenderci, ad una temperatura molto bassa, ha dato il meglio di sé.

Un perlage fine e persistente, un colore giallo intenso, un profumo freschissimo di tiglio e uno spunto ossidativo che ne ha esaltato la mineralità. E in bocca sembrava non finire più.

Bellissimo modo per finire una lunga giornata lavorativa, quando il traffico della città è ormai lontano e le fioche luci notturne tracciano deboli contorni agli antichi palazzi del centro della mia adorata Milano.

 

* L’immagine di copertina è tratta dal sito di Villa Crespia che si ringrazia per la gentile concessione.

La Borgogna a tavola

Si dice sempre che la Borgogna è la regione dei vini di eccellenza, con produzioni di alta qualità.

Ma come abbinare queste produzioni al momento di “mettere le gambe sotto il tavolo”?

Al ristorante “La dogana del buongusto” ci hanno provato in una serata denominata “A scuola di…. Borgogna” e, considerato il risultato finale, gli abbinamenti sono stati di buona qualità.

L’evento, organizzato dal sommelier della ASPI Nino Pappalettera, prevedeva una cena nella quale sono stati abbinati piatti tipici della regione francese con tre vini scelti dal sommelier.

Il primo vino in degustazione è stato uno Chablis Grand Cru Les Preuses AOC, vendemmia 2015, della azienda “La Chablisienne“.

Prodotto in una zona dove il sottosuolo presenta un fondo calcareo e marnoso, lo chablis emanava un sentore di fiori bianchi e  aromi minerali di sassi bianchi con l’aggiunta di qualche nota vegetale e balsamica, salvia in primis.

L’entrata in bocca è stata inizialmente cremosa e morbida ma in seguito il vino ha creato una salivazione intensa per via della sostenuta acidità dello chablis, che ha sprigionato aromi leggeri di frutta esotica. Leggermente sapido, ha stupito la sua prolungata persistenza.

Questo vino è stato accompagnato a un piatto di escargot alla Bourguignonne, lumache farcite con crema di burro al sale aromatizzata con aglio, prezzemolo e salsa Worcester. La cremosità del burro ha attenuato l’acidità dello chablis aromatizzando l’escargot in modo da fondersi perfettamente con il vino.

Il secondo vino borgognone proposto è stato un Les Narvaux Domaine Michelot, Meursault AOC, vendemmia 2015, dell’azienda “Domaine Michelot“.

E’ prodotto nella Côte de Beaune, dove il fondo è composto da un sottofondo più calcareo e argilloso. Questo chardonnay si è dimostrato meno accattivante del precedente chablis, con sentori più freschi e speziati di pepe bianco e cannella, accompagnati da aromi fruttati di mele golden, ananas e albicocca acerba e sottili profumi vegetali ed erbacei.

Al palato il vino ha confermato la sua freschezza, nettamente superiore allo chablis, dimostrandosi un prodotto più beverino e meno strutturato del precedente. Una leggera sapidità si evidenziava solo fin di bocca, insieme ad una persistenza con una sensazione un po’ gessosa, dovuto alla mineralità del vino.

In abbinamento, è stata servita una Terrine Campagnarde a base di carne di maiale con zucchine e cetrioli, avvolta nel budello di maiale, e accompagnata da confettura di albicocche e zenzero. La delicatezza e l’aromaticità del maiale riusciva ad fondersi con il sapore speziato del meursault, tuttavia, il piatto veniva un po’ penalizzato dalla poca persistenza del vino.

L’ultimo vino era un Volvay Villes Vignes AOC Domaine Laurent, vendemmia 2015, dell’azienda vinicola “Domaine Laurent Père et Fils“.

Un giovane e piuttosto corposo  pinot nero  in purezza prodotto da uve di più vigneti presenti nella Côte de Beaune, un territorio meno vocato per la produzione del vitigno principe della Borgogna, da un piccolo “negociant-eleveur” della bella cittadina di Nuits-Saint-Georges, capace di acquistare i mosti da altri vignerons e creare delle produzioni interessanti.

Al naso ha offerto la sua intensa aromaticità dove sono emerse note fruttate di frutti di bosco, ciliegie e ribes accompagnate da spezie dolci come coriandolo, pepe bianco e noce moscata. Ad una seconda presa di olfazione, sono emerse anche note floreali di violetta e un sentore di sottobosco legnoso.

Il palato ha confermato l’aromaticità del  pinot nero  con una acidità sostenuta, sapidità leggera e corposità superiore a quella dei vini simili della Cote des Nuits. L’aroma è rimasto sostenuto e intatto nel palato con una persistenza piacevolmente prolungata.

Per questo vino è stato effettuato l’abbinamento più complesso e azzardato dell’intera cena, il piccione in sfoglia con salsa in riduzione dello stesso e tartufo nero.

Lo chef ha eseguito la cottura del piccione in maniera esemplare, lasciando che la carne rimanesse rosata, poiché una cottura completa avrebbe compromesso la consistenza della carne delicata del pennuto.

Nell’assaggio si è riscontrato che la corposità del  pinot nero,  assieme alla sua aromaticità speziata è riuscito a sostenere la carne saporita e sapida del piccione, resa ancora più morbida dall’involucro di sfoglia tipico della ricetta borgonese, risultando un matrimonio perfetto tra le complesse strutture dei due prodotti alimentari.

Inoltre, la carne dolciastra del piccione ha smorzato un latente finale amarognolo del Volvay, lasciando una piacevole persistenza gustativa.

Che dire dopo questa cena?

La Borgogna non solo passa l’esame enologico ma anche quello culinario a pieni voti!

Lungolago in Rosa Chiaretto

Anche la sponda veronese del lago di Garda si è colorata di rosa nel primo weekend di giugno con la manifestazione “Palio del Chiaretto”, svoltasi nella bellissima cittadina di Bardolino.

Sul lungolago della cittadina veronese, oltre 20 aziende vinicole hanno esposto i loro prodotti vinicoli a enoappassionati e frotte di turisti vacanzieri provenienti sia dall’Italia sia dal Nord Europa.

In quel di Moniga del Garda, sulla sponda bresciana, l’evento “Italia in Rosa”, svoltosi nello stesso weekend, aveva un target decisamente più informato, tant’è che, durante le tre giornate, l’ONAV ha proposto una serie di degustazioni guidate, offrendo, all’appassionato come al professionista, l’occasione di approfondire il Chiaretto.

La manifestazione di Bardolino, invece, aveva un taglio indiscutibilmente informale, vacanziero, rilassato, offrendo un’occasione di svago per le famiglie, senza perdere l’occasione per aprire una vetrina su una delle eccellenze italiane: il vino genuino e di qualità.

Nonostante le modeste pretese e l’assenza di quella vetrina mediatica che ormai contraddistingue gli eventi del settore, la manifestazione si è dimostrata un’interessante proposta nell’ambito dell’enoturismo. Una ventina di chioschi disposti sul lungo lago offrivano ognuno, mediamente, un paio di etichette in assaggio: un chiaretto fermo e una versione spumantizzata, prevalentemente con metodo Martinotti-Charmat.

A prezzi molto contenuti si poteva procedere alla degustazione, successivamente all’investimento iniziale per bicchiere e tasca da appendere al collo, con porzioni più che generose fornite dagli operatori per assaggiare vini rosati e bollicine, dipendentemente dal metodo di spumantizzazione.

A dire il vero un unico chiosco proponeva un interessante metodo classico: il Lonardi Chiaretto Classico Brut DOC Metodo Classico  vendemmia 2018 della Azienda Agricola Costadoro.

Raccontava, a tal proposito, la figlia del produttore, essere stato suo padre il primo, e ancora uno dei pochi, ad azzardare la fermentazione in bottiglia nella vinificazione del Chiaretto. Il vino presentava un colore rosa tenue, dal perlage fine e persistente. Al naso, sprigionava sentori di piccoli frutti rossi, come la fragola ed il ribes, mentre in bocca sprigionava sapori complessi di frutti di bosco misti ad aromi citrini e agrumati. Leggermente sapido e con una acidità sostenuta, il Lonardi dimostrava una freschezza tale da sorprendermi di avere una quantità zuccherina equiparabile al Brut.

Un’altra cantina che ha particolarmente attirato la mia attenzione, durante il pomeriggio di assaggi, è stata la “Tenuta La Cà”, con il suo il “Bardolino Classico Chiaretto DOC”.

Un vino limpido, quasi cristallino, dal color rosa buccia di cipolla, o, come dicono poeticamente i produttori, rosato come un tramonto sul lago di Garda.

Al naso ricordava aromi fruttati di lampone e ribes seguiti da una delicata essenza di rosa-tea. Al palato si avvertiva una acidità decisa ma equilibrata, nonché una leggera sapidità. Questo conferiva al vino una grande freschezza che stimolava di continuo le nostre papille gustative. Si è dimostrato, quindi, un vino leggero, poco corposo, ma di lunga persistenza, con un finale molto aromatico.

Conversando con l’addetto al marketing e con il capo cantiniere della “Tenuta La Cà”, entrambi felici di condividere la loro esperienza, mi illustravano la composizione del loro rosato, un uvaggio di Corvina, Rondinella, Molinara, che non prevedeva la vinificazione per salasso. 

Questa tecnica consiste nel prelevare una certa quantità di mosto ancora poco pigmentato dalla vasca di macerazione nella quale si sta preparando un vino rosso, come da consuetudine a Bardolino, ma l’assemblaggio successivo alle tre distinte vinificazioni, appositamente realizzate per la produzione del rosato.

In una domenica piena di sole, abbiamo trovato un ottimo pretesto per una gita nella splendida Bardolino. E l’abbiamo lasciata ricchi di questa ulteriore esperienza in una realtà non più avvezza in termini di eventi vinicoli.

Il di vin castello

“Evento zero” recitava l’invito alla manifestazione organizzata entro le mura del Castello di Stefanago; una sorta di prova generale di qualche cosa che esiste da tempo, se non nella forma, almeno nella sostanza.

La famiglia Baruffaldi ha spalancato le porte di casa agli amici produttori di vini naturali e ha organizzato una bellissima manifestazione aperta ad un pubblico sempre più vasto di appassionati.

In tanti abbiamo valicato l’importante cancello che apre all’ultima faticosa salita dotati di un calice e di una tasca come si conviene nelle manifestazioni serie, quelle insomma in cui ti serve la mano destra per reggere la penna e la sinistra il taccuino.

La fatica dell’ultimo pendio fatto a piedi e i numerosi chilometri percorsi in macchina su strade, che in alcuni tratti si faticava a chiamare tali, è stata prontamente ripagata dal panorama mozzafiato a 360° sulle colline dell’Oltrepo’ pavese e dalla qualità dei vini in degustazione.

I produttori presenti erano per la maggior parte provenienti dalle zone limitrofe, ma grazie alla collaborazione con Radici Natural Wines, uno tra i maggiori distributori di vini naturali, anche le regioni geograficamente più lontane sono state ben rappresentate.

Per poter degustare tutto quanto è stato proposto ci sarebbero voluti non meno di un paio di giorni, quindi ho dovuto, purtroppo, selezionare. Nonostante questo la giornata è stata davvero impegnativa e provvidenziali sono stati i due punti di ristoro allestiti sul belvedere: salumi e formaggi locali di ottima qualità l’hanno fatta da padroni.

Le prime persone che ho incontrato all’interno del salone dove era stato allestito l’evento, sono stati proprio i padroni di casa, Giacomo Baruffaldi, il volto più noto, quello che il vino lo racconta, e suo fratello Antonio, l’enologo, il più schivo dei due, quello che lo fa.

La selezione l’ho fatta già a partire da loro. Ho tralasciato i superbi spumanti realizzati con metodo ancestrale e il riesling renano, che ho già avuto modo di apprezzare in altre manifestazioni, e mi sono indirizzata su quello che ancora non conoscevo, ossia il “Corti-Giano – Mi stai sulle bucce” e il “Ivan Drago – Ti spiezzo in tre”.

Già i loro “titoli e sottotitoli” parlano da soli, poi ci si mettono pure le etichette che sembra siano state disegnate a mano da un bambino.

“Corti-Giano – Mi stai sulle bucce” è un vino fermo, dal colore rosa buccia di cipolla, che già ci preannuncia una rifermentazione sulle sue fecce nobili. La base è un vino fuori zona, un cortese, che è coltivato nella tenuta secondo i rigorosi dettami dell’agricoltura biologica per la quale ha ottenuto la certificazione.

Per 62 giorni, recita l’etichetta, il mosto sosta sulle proprie bucce per prendere quel meraviglioso colore, quei sentori vegetali e quel poco di tannino, che altrimenti non avrebbe. La mancata filtrazione lo rende poco trasparente, ma proprio in questo è il suo fascino. L’entrata in bocca di questo vino è certamente importante e sembra quasi di masticarlo.

“Ivan Drago – Ti spiezzo in tre” è invece un pinot grigio, anch’esso prodotto nell’azienda e certificato biologico. Fin qui non ci sarebbe nulla di particolare se non che è frutto di uve provenienti da tre vendemmie diverse.

Un primo lotto è raccolto in anticipo, quando gli acini sono ancora acerbi e quindi la loro acidità è elevata. Una seconda parte è raccolta in piena e giusta maturazione. A ciò si aggiungono uve di vendemmia tardiva, ossia quando il loro grado zuccherino è maggiore.

E qui mi fermo. Non voglio svelare nulla di questo fantastico vino. Io l’ho trovato eccezionale e questo basta. Provare per credere, diceva quel tale…

Moniga del Garda si è tinta di Rosa.

Estate, tempo di vini freschi e gradevoli, come i bianchi ma anche come vini rosati.

Nel primo week-end di giugno il Lago di Garda sponda bresciana si è “colorato di rosa” con la undicesima edizione diItalia in Rosa, manifestazione enologica dove sono stati messi in degustazione i migliori vini rosati dei cinque consorzi storici Valtenesi Riviera del Garda Classico, Vini d’Abruzzo, Castel del Monte DOC, DOP Salice Salentino e Chiaretto di Bardolino nonchè di altre regioni d’Italia.

Nei giardini del Castello di Moniga del Garda, una splendida costruzione difensiva risalente al XV secolo, più di 150 cantine hanno esposto oltre 200 vini rosati che gli enoappassionati hanno potuto degustare davanti al suggestivo panorama del lago.

È stata una manifestazione nella quale sono state assaggiate diverse produzioni molto interessanti e di alto livello qualitativo. Cosi come molto interessante è stata la degustazione condotta dal delegato lombardo ONAV Fabio Finazzi, nella quale sono stati degustato i sei Chiaretti finalisti premiati al Trofeo Molmenti 2018, una competizione enologica intitolata al senatore veneziano che oltre un secolo fa codificò ufficialmente il metodo produttivo del vino rosato del Garda, da tempo diffuso sul territorio.

In questa competizione, la giuria ha selezionato i vini della vendemmia 2017 proposti da 41 cantine partecipanti, delle quali ben 22 hanno ottenuto un punteggio di eccellenza che gli è valsa la partecipazione alla degustazione finale, dalla quale sono stati selezionati i sei finalisti.

Il migliore dei rosati partecipanti è stato “Valtenesi Riviera del Garda Classico DOC Chiaretto 2017” della azienda Scolari di Puegnago.

Una cantina che non ha vigneti ma acquista le uve da vignaioli storici e con le quali da anni riesce ad effettuare uvaggi ben riusciti, tali da riscuotere molti consensi, sia dal consumatore finale, non necessariamente un esperto, che dal degustatore professionale.

Nonostante si fosse classificato al sesto posto, ci è piaciuto di più il Chiaretto prodotto dall’azienda vinicola Le Chiusure di San Felice del Benaco. Il “Valtenesi Riviera del Garda DOC” vendemmia 2017, con uvaggio Groppello gentile,  Barbera, e  Sangiovese presentava dei sentori sottili ma intensi, molto floreali, con nota predominante di rosa. In un secondo momento, nelle cavità olfattive veniva riscontrata una nota fruttata di lampone e fragola di bosco.

Al palato un’acidità sostenuta ed una sapidità netta amplificavano le sensazioni ricevute dalla cavità nasale. Il rosato di Le Chiusure stupiva per il suo corpo secco, per la sua espressione delicata, per il prolungatissimo finale dal retrogusto minerale di idrocarburi.

Una menzione d’onore la spendiamo per il Chiaretto arrivato in seconda posizione, il “Valtenesi Riviera del Garda Classico DOC Chiaretto Morena” della azienda vincola Corte ai Ronchi di Bedizzole, un altro prodotto molto ben elaborato.

In conclusione la nota caratteristica più importante è la grande qualità riscontrata nella maggioranza dei vini presenti alla degustazione.

Questo è il segno di un lavoro enologico eseguito con grande professionalità e passione, per una manifestazione che ha riscosso un successo a tutti i livelli.