Il tour della riscoperta

In una Milano dei grandi numeri e dei grandi eventi acquista un particolare significato la riscoperta dei quartieri.

In quest’ottica si muove il progetto “Eustachi Ora”.

Avevo avuto modo di conoscerlo in occasione della settimana del design e l’ho ritrovato anche in occasione nella Milano Fashion Week, e poi della prestigiosa Milano Wine Week e forse di qualche altro evento che sicuramente mi sarò persa…

Il filo conduttore che ha legato eventi così distanti tra loro è stato il desiderio di rivalutare angoli poco noti della grande metropoli in momenti di forte richiamo turistico.

Complici in questo progetto sei enoteche, poco distanti tra loro, che hanno preferito lavorare insieme piuttosto che farsi concorrenza.

Non si può certamente definire periferica la zona limitrofa a Corso Buenos Ayres, dove si trova appunto via Eustachi, ma ai più risulta quasi inesplorata e una degustazione itinerante è un ottimo motivo per scoprirla!

Chi poteva partecipare a questa “degustazione itinerante”? Come praticamente era organizzata? Domande assolutamente legittime data la novità del progetto.

Prima di tutto va sottolineato il fatto che gli assoluti protagonisti sono stati gli osti che hanno messo a disposizione tempo, spazio e bicchieri, oltre che – ovviamente – il vino: uno diverso dall’altro per produttore o per tipologia. In ognuna delle sei enoteche aderenti al progetto è stato possibile acquistare un carnet di 6 biglietti spendibili unicamente presso gli aderenti all’iniziativa. L’evento era aperto a tutti, anche se gli “addetti ai lavori” hanno potuto avvantaggiarsi di un tour guidato!

Prendiamo per esempio la Fashion Week. Nella settimana in cui la moda è stata assoluta protagonista e si è omaggiato il mondo femminile, la scelta è inevitabilmente caduta sul vino rosato, ossia quel vino che, prodotto con uve a bacca scura, viene ingentilito nel corso della sua lavorazione, con l’intento di catturare anche i palati più esigenti.

La selezione di bottiglie proposta è stata di sicuro interesse e ha permesso di fare un bel giro d’Italia: da Nord a Sud sono stati in degustazione il pinot nero di St. Michael Eppan, il lagrein delle Cantine Tramin, il Chiaretto classico di Bardolino di Le Morette, il cerasuolo d’Abruzzo di Villa Medoro.

L’obiettivo di Sergio Valente ci ha introdotto nel mondo della moda: le sue fotografie sono state una splendida cornice alla nostra degustazione itinerante.

Con le stesse modalità si sono svolti anche gli altri eventi: un vino e un’opera di design, nella settimana dedicata all’architettura, un territorio e un vino, quando quest’ultimo è stato protagonista assoluto di una fantastica settimana.

Il quantitativo di biglietti venduti e l’allegra compagnia che ha riempito questi locati sono stati senza dubbio indice di un progetto ben riuscito!

E allora non ci resta che aspettare il prossimo evento!

 

Il lato nascosto della Slovenia

Proprio sulle colline al di sopra della città di Trieste, in quella parte del territorio sloveno in cui si parla ancora, per tradizione, Italiano esiste una realtà vinicola di una decina di ettari, gestita dalla famiglia Klabjan.

Degustare i loro preziosi vini non è assolutamente facile, sia per l’esiguità della loro produzione sia perché non approdano alla grande distribuzione italiana, per loro scelta. Uros Klabjan, colui che ha in mano ora le redini dell’azienda, infatti, rifugge i social media, “non ha tempo” per curare un sito internet o per gestire i canali di distribuzione. Così o si va direttamente in vigna, previo appuntamento perché non si sa mai con precisione dove lui sia, oppure si spera di incrociarlo in qualche degustazione in giro per il Nord Italia – eh sì solo lì – perché Uros non vuole allontanarsi troppo dalla sua vigna, casomai questa avesse bisogno di lui.

Ho avuto la fortuna di incontrarlo in una degustazione quasi privata, eravamo in pochissime persone, e posso confermare che si tratta di un personaggio straordinario, come straordinari sono i suoi vini ed è proprio per questo che mi è tanto difficile mettere nero su bianco le emozioni di quella serata.

L’azienda si estende su un territorio di una decina di ettari, mai effettivamente misurati, che arrivano a lambire il bosco che in quella zona si fa fitto; di certo è che sono circa sessantamila piante di età compresa tra i venti ed i centocinquanta (ma forse anche di più) anni.

In questo contesto parlare di biologico o biodinamico non ha molto senso: Uros continua a coltivare la vite come è stato fatto dai suoi predecessori per generazioni e generazioni. Non usa diserbanti o insetticidi perché non fanno parte della sua cultura e perché, dice lui, la natura prende e toglie a suo piacimento.

Per noi che siamo abituati a pianificare la nostra vita secondo preventivi e consuntivi, è disarmante, quando addirittura non concepibile, sentire qualcuno che parla tranquillamente di un raccolto andato perduto, di una fatica mal ripagata: “la natura si è presa il suo prezzo” dice con estrema serenità.

In tale contesto non si può prevedere quante bottiglie saranno prodotte, quale sarà la qualità del vino. Detto così, sembra che in questa cantina regni il caos più totale e invece tutto è perfettamente ordinato, come ordinate e pulite sono le sue bottiglie: etichetta bianca con scritta in nero per i vini ottenuti dalle vigne più giovani, etichetta nera con scritta bianca per le vigne più vecchie. Il colore del logo della cantina contrassegna i vini bianchi e quelli rossi.

Semplice, no? Eppure così tanto semplici i suoi vini non sono!

 

Il primo assaggio è stata la malvasia, o malvajia in istriano, servita in due versioni, quella prodotta da vigne relativamente giovani, una ventina di anni, e quella proveniente da impianti vecchi di oltre cinquanta anni.

Nel primo caso (vendemmia 2017) le uve hanno subito una macerazione di poche ore per poi essere vinificate in acciaio. Ne è uscito un vino fresco, dalla bella acidità, sapido e molto persistente. Il bel color giallo paglierino ne è stato un perfetto biglietto da visita.

Nel secondo bicchiere ci è stata servita la versione prodotta da uve provenienti dai vigneti più vecchi (vendemmia 2015). La macerazione in questo caso raggiunge i 10 giorni e il vino giace per un paio di anni in grandi botti prima di essere imbottigliato. Il colore risulta così più ambrato e al naso si percepiscono note balsamiche e di idrocarburi. In bocca si riconoscono anche i sentori tannici dovuti alla macerazione e una bella componente di frutta a polpa gialla disidratata, come l’albicocca, senza tuttavia perdere in freschezza e sapidità.

 

Come secondo assaggio ci sono state presentate due versioni di refosco, qui chiamato refosk.

Dalla bottiglia dall’etichetta bianca è fuoriuscito un vino rosso rubino dai riflessi purpurei, dai sentori di frutta rossa fresca, quasi di sottobosco, assolutamente avvolgente in bocca dove i tannini polverosi ma eleganti lasciano comunque spazio ad una piacevole freschezza. Tutto ciò ha fatto presagire ad una recente vendemmia, e invece no, le uve, provenienti dagli impianti più giovani, sono state vendemmiate nel lontano 2015. Dopo una fermentazione di una quindicina di giorni sulle proprie bucce, il raccolto è stato suddiviso in due parti, la prima è stata posta in tank di acciaio e la seconda in botti grandi di legno. Due anni dopo sono state assemblate e poste in bottiglia dove hanno riposato per almeno un altro anno, se non di più.

Provenienti da vigne di età compresa tra i cinquanta e i centocinquanta (ma forse anche di più) anni sono state vendemmiate nel 2011 le uve utilizzate per produrre quanto contenuto nella seconda bottiglia di refosk, quella dalla etichetta nera. In questo caso il vino ha un colore più scuro, quasi impenetrabile e i tannini sono importanti; anche gli aromi virano verso quelli della frutta rossa matura, quasi marmellatosa, dal retrogusto molto persistente. In questo caso la fermentazione sulle bucce arriva fino ai trenta giorni, poi il mosto prosegue la sua vinificazione in botti ormai esauste per quattro anni, ai quali si aggiunge un altro anno in barrique di primo passaggio. Affina successivamente in tank di acciaio per altri due anni, prima di essere imbottigliato, e ancora non è pronto per essere messo in commercio.

Un vero e proprio tripudio di spezie, e principalmente di pepe nero un po’ piccante, e di frutta matura si sprigiona dal terzo assaggio di vino rosso. Ci troviamo davanti un ottimo calice di merlot dal bel color rosso rubino: uve provenienti, anche in questo caso, da viti vecchie, macerate per 15 giorni e poi affinate per un paio di anni in botte. In bocca i tannini si fanno ben sentire ma sono rotondi e molto eleganti.

La serata si è conclusa con una vera e propria “chicca”. Un calice di moscato, muskat, secco prodotto da un clone in via di estinzione. Uros Klabjan ne possiede circa due ettari dai quali riesce a produrre, nelle annate più generose, 600 bottiglie. Si tratta di un clone particolare di moscato che si trova solo in quella zona e che si caratterizza per essere naturalmente ricco di tannini. Il colore è ambrato, quasi fosse un passito, eppure fermenta sulle bucce solo 6 giorni per poi essere messo in tank d’acciaio, il grado alcolico è importante e si aggira intorno ai 16%. Gli aromi coprono lo spettro della frutta disidratata con significativi toni erbacei e di fiori bianchi.

E con questo ultimo assaggio, un po’ fuori dagli schemi tradizionali, si è conclusa una interessantissima degustazione di vini macerati, prodotti a due passi dal confine italiano, ma lontani anni luce dal nostro mondo enologico.

Dove eravamo rimasti?

L’ultima degustazione prima della pausa estiva Fisar Milano l’ha interamente dedicata al vino bianco dell’estate: il vermentino, compagno di bevute in riva al mare nelle giornate più calde.

Questo vitigno si coltiva sulle coste del Mar Tirreno, a partire dalla Riviera Ligure di Ponente, per giungere a quella parte della Toscana che confina con il Lazio, senza tralasciare la Sardegna e la Corsica: diverse regioni, diversi suoli e quindi diverse espressioni.

Il vermentino si trova particolarmente a suo agio sulle coste mediterranee in quanto è una pianta che non richiede molta acqua perché ha radici profonde in grado di accedere spesso e volentieri direttamente al mare. Ama molto il vento che soffia in queste zone e che tiene asciutto il grappolo evitando la formazione di muffe, che quasi mai diventano “muffa nobile”; e non ultimo apprezza lo iodio che il vento ha con sé e che si posa sugli acini arricchendoli di un prezioso e caratteristico sentore salmastro.

Il suolo calcareo, come quello che troviamo nello spezino, produce vini freschi e strutturati, con sentori fruttati e di macchia mediterranea. Nel corso della serata abbiamo degustato il “Costa Marina, Colli di Luni Vermentino DOC, Ottaviano Lambruschi, 2018”, ottima espressione di questo territorio. Mi ha colpito subito per la prepotente nota minerale e di idrocarburi che si percepisce alla prima olfazione. Il vino, che viene prodotto con uve provenienti da vigneti che hanno superato la trentina d’anni, ha una bella struttura e una consistente acidità. Ho trovato particolarmente interessante il finale di bocca dall’amaro sapore di mandorla.

Troviamo invece un terreno argilloso e calcareo in Corsica, in quella zona inscritta nella AOP Patrimonio che si affaccia sul mare. Qui il Domaine de Catarelli produce un vermentino – vendemmia 2018 – dai sentori di fiori bianchi e di frutta dalla polpa gialla, con note di erbe aromatiche come salvia e basilico. La caratteristica mineralità qui vira sui sentori della grafite. La bottiglia di vetro trasparente, personalizzata con lo stemma di famiglia, ci anticipa un vino giallo paglierino, perfettamente limpido e trasparente.

Approdando in Sardegna, e precisamente in Gallura, dove il vermentino è il re indiscusso, troviamo anche qualche piccola “chicca” come il “Sciala, Vendemmia Tardiva, 2016” iscritto nella DOCG vermentino di Gallura e prodotto dalle cantine Surrau. Questo vino si caratterizza per intensi aromi di frutta a polpa gialla e di frutta tropicale, uniti a quelli di agrumi canditi. La fermentazione di parte delle uve in botti di rovere francese non tostate conferisce sentori burrosi e di pasticceria oltre che i riflessi dorati al già intenso giallo paglierino.

Ma non è finita qui. Il pannel di degustazione comprendeva nove vini equamente suddivisi tra le tre regioni sulle quali si è voluta focalizzare l’attenzione. Ripropongo qui sotto le altre etichette, rimandando ad altra sede il loro racconto.

Clos Poggiale, Corsica Bianco AOP, Domaine Terra Vecchia, 2018

Sérénité, Corsica Bianco AOP, Domaine Perlongo, 2018

Vermentino, Riviera Ligure di Ponente DOC, Terre Bianche, 2018

Giardino dei Vescovi, Vermentino Colli di Luni DOC, Giacomelli, 2017

Azzesu, Vermentino di Sardegna DOC, Ledda, 2017

Vign’Angena, Vermentino di Gallura DOCG, Capichera, 2017.

 

Che dire? Una gran bella degustazione! Nove vini di carattere, nove vini molto diversi tra loro, accumunati però dalla freschezza della beva e dall’elevato grado alcolometrico che rende questo eccezionale vino bianco piacevolmente godibile nelle calde serate estive così come nelle più fredde giornate invernali.

Un balcone sul mare

Sulle colline proprio alle spalle di San Benedetto del Tronto vive una piccola realtà vinicola a carattere familiare che produce solo tre tipologie di vino, ma tutte e tre degne di particolare attenzione.

Ho scoperto i Vigneti Bonaventura l’anno scorso in occasione della prima edizione di “Best Wine Stars”, l’ho ritrovata in un paio di altre manifestazioni meneghine, e nuovamente in questi giorni sotto i portici della Rotonda di Via Besana.

Volto dell’azienda è Andrea che si occupa principalmente della parte commerciale. Anche quest’anno ci siamo ritrovati come fossimo due vecchi amici, con la voglia di vederci e di chiacchierare di vino: attenta la sua accoglienza e a me personalmente fa un po’ specie che mi riconosca tra i tanti che affollano la sua postazione e mi saluti sempre con affetto.

Il vigneto si estende per otto ettari nelle quali si alternano la coltivazione di varietà locali, che poi vengono vinificate all’interno dell’azienda, con quelle internazionali, come ad esempio chardonnay, cabernet sauvignon, petit verdot, che vengono invece conferite ad altre realtà; tutte sempre e comunque prodotte nel pieno rispetto del territorio. Le moderne tecnologie di cantina e l’attenzione per ogni singolo passaggio della vinificazione consentono che il loro vino sia certificato biologico.

La cura dell’uva è particolarmente attenta nel delicato momento del raccolto. Prima di tutto aspettano che il frutto sia giunto a completa maturazione e quindi procedono con una vendemmia che viene fatta manualmente, nel rispetto della pianta e dell’acino che giunge intatto in cantina dove viene subito selezionato e lavorato.

Il vino affina in barriques o in vasche d’acciaio prima di essere imbottigliato, sempre a temperatura e ossigenazione controllata. Nella cantina ipogea – dove per natura la temperatura rimane costante – matura poi fino alla commercializzazione.

Ovviamente questo attento lavoro ha dato i suoi frutti. Tre sono i vini prodotti, due bianchi – ma che forse sono anche tre – e un rosso, tutti iscritti nella Offida DOCG.

Ancrima” Offida Passerina DOCG: un bel giallo paglierino, con riflessi dorati; al naso sprigiona aromi di fiori freschi e frutta a polpa bianca leggermente acerba. Ed è proprio questa acidità che, unita alla sapidità, caratterizza la beva; l’ingresso in bocca è tagliente, ma piacevole e persistente la sua permanenza.

Bakchai” Offida Pecorino DOCG: alla vista si presenta subito come un vino intenso e importante. Il suo colore paglierino carico fa presagire una vasta gamma di sentori che ricordano la frutta a polpa gialla come le susine e le nespole. In bocca i sapori sono più decisi e si percepiscono chiaramente gli aromi della macchia mediterranea come la salvia e la menta. Molto elegante e persistente la beva. Del percorino producono anche una versione barriccata, una limitata produzione ma molto particolare. Qui menta e salvia lasciano il passo ad aromi balsamici più importanti che virano addirittura verso l’eucalipto, ma certamente ammorbiditi dalla vaniglia e dagli altri sentori che le barrique di primo passaggio cedono soprattutto ai vini bianchi.

Maancrie” Offida Rosso DOCG: un blend di montepulciano e cabernet sauvignon dall’intenso rosso rubino.  Qui i frutti rossi maturi non stentano a farsi sentire. Al suo ingresso in bocca si presenta subito come un vino importante, di corpo. Del resto trascorre ben trenta mesi in barrique di rovere francese acquisendo una importante nota balsamica e speziata, che vira fino agli aromi di tostatura. Lunga, ovviamente, la sua persistenza in bocca.

E poiché anche l’occhio vuole la sua parte, un cenno è doveroso sia per i nomi di questi vini sia per le loro bottiglie: per i vini bianchi è stata scelta una bottiglia alta e stretta, del tipo alsaziana, ma ancora più slanciata; mentre per il rosso, una più classica borgognotta. Quanto ai nomi invece, essi riportano ai componenti della famiglia Bonaventura e in particolare ad Andrea, Massimiliano e Cristina presente e futuro dell’azienda.

 

The Malbec World Day in Milan

Il malbec argentino è stato protagonista per un giorno di numerose manifestazioni in giro per il mondo.

A Milano ha avuto come partners Ais Lombardia e Via dell’Abbondanza, il suo maggiore distributore, che insieme hanno organizzato un simpatico pomeriggio fatto di degustazioni, di chiacchiere, di masterclass ma anche di musica. Per un pomeriggio al Westin Palace Hotel di Milano si è parlato e bevuto argentino.

Io c’ero, come al solito volutamente impreparata; del resto a queste manifestazioni mi piace andare alla scoperta, senza portarmi appresso una aspettativa che potrebbe essere tradita. I vini proposti erano circa un centinaio provenienti da tutta l’Argentina, anche se la regione di Mendoza era quella maggiormente rappresentata.

Lungi da me raccontare ogni singola degustazione (anche se ce ne sarebbero di cose da dire) per cui mi limito a questi tre vini, guarda caso i primi due provenienti dalla Provincia di Mendoza e il terzo dalla Provincia di Salta, che ho particolarmente apprezzato.

 

BODEGA CATENA ZAPATA – Catena Alta Malbec – 2014

Prima di raccontare questo vino è necessario fare un po’ di storia della famiglia Catena Zapata che ha cominciato a piantare malbec nei primi anni del 1900 ad altitudini diverse comprese tra gli 800 mt/slm e i 1400 mt/slm, suddividendo il territorio in lotti ben ordinati e meticolosamente numerati.

Le uve destinate alla produzione del “Catena Alta” provengono da specifici filari di vigne piantate tra gli 800 mt/slm e il 1100 mt/slm. La vendemmia avviene per lotti e in tempi diversi per garantire il giusto grado di maturazione delle uve e di conseguenza la giusta acidità. La fermentazione prende avvio grazie a lieviti indigeni e il mosto, riposto in barriques, subisce un costante battonage (cosa che consente anche la riduzione della quantità di solfiti prodotti). Il successivo affinamento avviene in grandi botti di rovere francese per almeno 18 mesi. Prima di essere messo in commercio riposa in bottiglia per qualche mese ancora; insomma può essere bevuto tre anni dopo la vendemmia, non prima.

Va da sé che questo vino ha un buon corpo, una buona struttura e una piacevole persistenza. Al naso sono predominanti i sentori di frutta rossa matura e delle spezie scure come il pepe e la cannella. I tannini setosi lo rendono non solo equilibrato, ma anche molto elegante. L’acidità, ancora spiccata nonostante le uve siano state vendemmiate nel 2014, è presagio di un vino destinato a durare ancora nel tempo.

 

VINOS DE PORTERO – Gran Malbec – 2016

La curiosità mi ha spinto ad assaggiare il vino prodotto da Nicolas Burdisso, grande campione della gloriosa Inter.

Tra i tre proposti, Malbec 2017, Riserva 2017 e Gran Malbec 2016, ho preferito quest’ultimo in quanto offre maggiore equilibrio ed eleganza. Le uve da cui si ottiene questo vino sono prodotte da viti giovani, piantate nel 2008. La fermentazione avviene dapprima grazie a lieviti indigeni e poi portata a compimento con l’inoculazione di lieviti selezionati. L’affinamento prosegue in grandi botti di rovere di primo e secondo passaggio dove il vino riposa per almeno 12 mesi.

Ne esce un vino morbido, di gran corpo e struttura, con un finale persistente. Al naso sono chiaramente percepibili i sentori di frutta rossa matura e in bocca setosi tannini e una buona acidità riportano questo vino nel suo giusto equilibrio. Davvero un gran vino!

 

PACHAMAMA – Malbec – 2015

Qui ci troviamo nel cuore della Provincia del Salta, ossia nella parte Nord-Ovest dell’Argentina, al confine con il Cile, in pieno territorio andino, dove le viti sono piantate ad altitudini estreme.

Di questa zona si sono innamorati due enologi, l’italiano Roberto Cipresso e l’argentino Rafael Domingo, che hanno provato a produrre un vino utilizzando uve provenienti da viti piantate in alta quota. Hanno deciso di chiamare il loro prodotto “Pachamama”, ossia “Terra Madre” nell’idioma indigeno locale.

Il malbec che è utilizzato per produrre questo vino è coltivato a 2000 mt/slm e per questo nel corso degli anni ha sviluppato delle caratteristiche sue molto particolari, non fosse altro per la capacità di adattarsi alle basse temperature e all’alta quota. La bassa resa delle vigne permette una produzione molto limitata che si aggira intorno a poche migliaia di bottiglie, non di più.

L’uva raccolta a piena maturazione fermenta grazie ai lieviti indigeni e il vino così prodotto affina successivamente in barriques di rovere francese per almeno 12 mesi.

Al naso spiccano subito i sentori terziari di spezie, vaniglia e pepe bianco su tutte, tipiche dell’affinamento. Non tarda però a farsi sentire la frutta rossa matura. Buon equilibrio ed eleganza caratterizzano questo vino che in bocca si fa quasi pastoso e molto persistente.

 

E come ogni festa che si rispetti non poteva certo mancare la musica: una chitarra acustica e delle percussioni, in perfetto stile argentino, hanno accompagnato questa grande degustazione di malbec nelle sue numerose interpretazioni.

Bele Casel e il suo prosecco

Quando si parla di prosecco vengono in mente le colline di Valdobbiadene, con la esclusiva zona di Cartizze, delimitate dal vicino fiume Piave. Ma esiste un altra zona di prosecco, forse meno conosciuta ai più, ma che non è certamente inferiore al più famoso spumante d’Italia.

Stiamo parlando della piana a ovest del patriottico fiume che bloccò l’avanzata austriaca durante la prima guerra mondiale, dove si trova un altro comprensorio, l’Asolo Prosecco o Prosecco di Asolo DOCG. Nonostante si coltivi lo stesso vitigno, la glera, lo spumante prodotto in questa zona presenta caratteristiche differenti, con aromi e sapori più sapidi e definiti dovuti alla composizione del terreno marnoso e argilloso.

Diciannove comuni sono compresi in questo comprensorio, il cui centro è situato nel Comune di Asolo.

Una delle aziende maggiormente all’avanguardia nella produzione dell’Asolo Prosecco DOCG è  Bele Casel di Caerano San Marco, a pochi chilometri da Montebelluna.
Nata come cantina familiare, questa azienda è riuscita a farsi conoscere nel vasto mondo dello spumante non solo con la produzione del prosecco, ma anche per le sue evoluzioni vinicole, con l’intento di promuovere un offerta enologica capace di accontentare anche palati più esigenti.

Nei giorni scorsi abbiamo preso parte alla  degustazione di quattro loro prodotti presso una nuova e giovane enoteca di Milano, “La sala del vino” , sita nel quartiere Ortica, alla periferia Est della città.

Il primo calice che abbiamo assaggiato è stato un Asolo Prosecco Superiore DOCG extra dry, prodotto con uve glera in purezza provenienti da un vigneto giovane: predominanti sono le fragranti note fruttate di mela gialla, amplificate da un significativo grado zuccherino, che tuttavia non ha appesantito la nostra beva.

A seguire ci è stato proposto l’Asolo Prosecco Superiore DOCG extra brut, ottenuto da vecchie vigne poste nelle zone più fredde del comprensorio integrate con una percentuale residua di vitigni indigeni, quali la bianchetta trevigiana e la perera, che conferiscono maggiore struttura, freschezza e sapidità.

Un Asolo Prosecco Col Fondo DOCG, un prosecco non filtrato come dice il suo stesso nome, ci è stato offerto come terzo assaggio. Le uve, provenienti da vigne vecchie e selezionate, sofficemente pressate, subiscono in questo caso un affinamento in serbatoi di acciaio per sette mesi senza essere sottoposte ad alcuna filtrazione. Dopo l’imbottigliamento il prosecco viene stoccato in un ambiente fresco e buio dove rimane per almeno sei mesi prima di essere messo in commercio. Va da sé che non vi è sboccatura e fuoriuscita dei lieviti esausti, che, appunto rimangono in sospensione, creando appunto quello che in gergo si chiama “fondo”. Importanti i sapori che hanno invaso il nostro palato, uniti ad una sensazione di cremosità e mineralità, per una beva davvero interessante.

Come ultima degustazione ci è stato offerto un altro prodotto innovativo, presentato  per la prima volta proprio qui alla “Sala del vino”, che per le sue caratteristiche non può fregiarsi denominazione di prosecco. Sotto al nome Asolo DOCG Vecchie Uve vi è una cuvèe prodotta da uve glera provenienti da vigneti di oltre 50 anni, con una percentuale di vitigni autoctoni, di poco inferiore al 15%, ma quanto basta per fornire complessità e aromaticità al nostro vino. Si tratta di uno spumante lavorato con il metodo Martinotti, come è tradizione di quella zona, anche se la sua permanenza sui lieviti arriva fino ai dodici mesi.

Una serata davvero interessante, dove anche i più irriducibili appassionati di metodo classico, sono riusciti a soddisfare il loro palato a dimostrazione che, quando un prosecco è ben fatto, risulta essere un prodotto di altissima qualità.

Si salvi chi può!

Capita quel giorno in cui in enoteca si presenta un avventore che è più di un semplice cliente perché ormai è diventato un amico. E per di più uno di quelli dai gusti difficili, tecnico degustatore e palato sopraffino.

Anche lui ha ceduto alla tentazione delle bollicine, del resto i primi raggi di sole preannunciano la primavera, e ordina per sé e per i suoi amici una bottiglia di spumante. Gli propongo un Franciacorta rosato, prodotto con il nobile pinot nero e una piccola percentuale di chardonnay, quanto basta per regalare profumo e ingentilire la beva. È un nuovo acquisto che va ad impreziosire gli scaffali, la cantina nota, una bottiglia ben conosciuta, ma l’amico non l’ha mai bevuta, anche se ovviamente ne ha sentito parlare.

Purtroppo la mia proposta non incontra i suoi gusti. E cosa fare ora? Mandare a casa un cliente insoddisfatto o farsi venire un’idea? Nel dubbio lo faccio parlare e cerco di capire i suoi gusti che ovviamente sono molto lontani dalle eleganti bollicine. Ecco che allora gli propongo qualche cosa di totalmente diverso da quello che aveva ordinato. Lo porto lontano geograficamente e agli antipodi nello spettro degustativo.

Lo teletrasporto in Alto Adige, a Termeno, dove c’è una storica cantina sociale. Qui quasi trecento piccoli coltivatori conferiscono le uve lavorate con la cura a la pazienza tipica dei piccoli produttori di montagna. Con dedizione il raccolto viene lavorato per dare vita a importanti vini che mantengono intatti i valori e i sapori della tradizione di questa regione. Scelgo per loro il vitigno rosso maggiormente identificativo della zona, ma con un importante affinamento, un vino di carattere, insomma.

In panciuti bicchieri verso un’abbondante dose di “Urban”, un lagrein riserva, vendemmia 2014, Cantina Tramin.

Ormai si è fatto tardi, siamo in chiusura, e posso tranquillamente condividere con lui e i suoi amici la bottiglia che sarà ovviamente “gentilmente offerta dalla casa”. Non so se ci stupisce più l’intenso colore rubino dagli eleganti riflessi violacei o il profumo dei frutti di bosco che si sprigiona nell’aria. Lo lasciamo riposare qualche minuto prima di degustarlo.

Portato il bicchiere alle labbra, il sapore dei frutti di bosco maturi – qualcuno li ha definiti anche marmellatosi – ben si armonizza con gli aromi di sottobosco, di erbe aromatiche, che lasciano piacevolmente il passo ai più complessi sentori di cacao e tabacco. Il tutto contornato da una nota tannica decisamente importante ma elegantissima e piacevolissima.

In men che non si dica, la bottiglia viene vuotata con l’entusiasmo di chi ha trovato il giusto vino per chiudere in allegria una serata tra amici e con il sornione compiacimento di chi ha brindato in modo poco convenzionale.

 

Barolo Barbaresco & Roero 2019

Eccoci qua, 22 febbraio, un clima strano a Milano.
Quasi venti gradi di pomeriggio. Non è praticamente più inverno, o forse non lo è mai stato. Le giornate iniziano ad allungarsi, non si esce più dagli uffici con il buio. A volte si può addirittura bere qualcosa all’aperto. Si inizia a pensare alle ferie estive, alle vacanze primaverili o alle gite fuori porta.

Ma è sempre febbraio, e ora in città iniziano le degustazione belle, quelle che piacciono a me.
L’appuntamento come ogni anno, è con Go Wine per l’evento “Barolo, Barbaresco e Roero”, che si svolge nelle sale all’Hotel Michelangelo, davanti alla Stazione Centrale, manifestazione dedicata alle nuove annate (e non solo) del Barolo, del Barbaresco e del Roero.

L’occasione per assaggiare e conoscere, attraverso molteplici assaggi e piacevolissime chiacchierate, la storia delle aziende presenti, i terroir e i piccoli segreti legati a vini che usciranno in commercio a breve.

E proprio perché amo farmi raccontare storie sul vino, sulle vendemmie, sulle differenze tra le varie zone che passo a salutare Claudio Alario, una persona eccezionale, che fa vini squisiti.
Conosciuto al Vinitaly del 2013, dove, in chiusura, mi fece assaggiare tutti i suoi prodotti, minando seriamente la mia stabilità nel ritorno a casa in treno, l’ho ritrovato un paio di anni fa, sempre qua all’Hotel Michelangelo, la settimana prima del mio esame per diventare Sommelier.

Piccola azienda a conduzione familiare, fondata nel lontano 1900 a Diano d’Alba, vignaioli da tre generazioni, ora la cantina è gestita da Claudio e suo figlio Matteo.
I vigneti della cantina Alario sono dislocati su più comuni: oltre Diano d’Alba, ci sono vigne nel comune di Verduno e di Serralunga d’Alba. Hanno tutti un’età che va dai 10 ai 50 anni.

Ottimo il Dolcetto di Diano d’Alba Superiore 2017 “Sorì Pradurent“, profumi di frutti di bosco e ciliege mature, accenni di liquirizia e cuoio. Avvolgente, sorprendente l’eleganza.

La barbera “Valletta” 2016, come la definisce il signor Alario, non è una barbera normale, classica. La sua tipica freschezza è addolcita dai venti mesi in barrique e da sei in vetro; affinamento che conferisce complessità e rotondità. La beva è splendidamente equilibrata.
Ma sono qua soprattutto per i Barolo. Il Riva Rocca e il Sorano, entrambi in anteprima nelle annate 2015, ed entrambi troppo giovani per essere giudicati come si deve. Ma totalmente diversi nelle caratteristiche l’uno dall’altro.

Il Barolo “Riva Rocca” nasce e cresce tra le vigne nel territorio del comune di Verduno, nella zona nord-ovest della DOCG Barolo da viti con età media di circa 30 anni.
Dopo due anni di riposo in barrique di rovere francese, uno in botte grande e i successivi due in bottiglia, si presenta al calice con un rosso rubino con riflessi granato, al naso sprigiona profumi che ricordano la frutta matura, la prugna su tutti, che anticipano quelli di rabarbaro, spezie e leggera liquirizia, che col passare degli anni, sono sicuro, diventeranno sempre più presenti e importanti.
In bocca è caldo, complesso, il tannino è presente ma non in maniera eccessiva e ha una piacevole freschezza. Già equilibrato e con un finale persistente.

Il Barolo Sorano, nasce nel comune di Serralunga d’Alba, andando verso nord, in direzione dei comuni di Castiglione Falletto e Diano d’Alba ed è ottenuto da vigne di circa una decina d’anni coltivate a Guyot.
Anch’esso nella versione 2015, fa lo stesso affinamento del Riva Rocca, alla vista è di un rosso rubino scarico, riflessi granato, al naso si nota subito la differenza. Ampio spettro di profumi, comprensibili sin da subito; si spazia dalle ciliege rosse, la frutta di bosco matura come lamponi e le more, un profumo di rose appassite, la nota speziata esce con quella di menta e quella di boisé. In bocca è strutturato, caldo, morbido. Fa notare subito il suo carattere, il tannino è ancora giustamente presente, una buona acidità, un vino con grande propensione all’invecchiamento, un bel finale lungo e persistente per un Barolo così giovane proprio non me l’aspettavo.

Dopo una degustazione di questo calibro, già pienamente soddisfatti, ci si dovrebbe dirigere verso casa, dopo una giornata di studio e lavoro e la levataccia mattutina per evitare il traffico meneghino, invece no, assolutamente.
Tra gli assaggi più sorprendenti posso mettere tranquillamente i due ottimi Barolo Cannubi e Terli 2015, anche in versione riserva 2013 di L’astemia pentita, azienda che mi ha incuriosito per il nome singolare, e di cui ho spesso letto e visto fotografie sui social network.
Anche Lano Gianluigi rientra nelle aziende da tenere d’occhio, soprattutto perché ho un paio di bottiglie a riposo in casa che aspettano solo di essere aperte.

Non conoscevo minimamente, e chiedo scusa per la mia mancanza, l’azienda F.lli Moscone; sono rimasto piacevolmente colpito dalla forma non convenzionale delle bottiglie della nuova linea, più simile ad una champagnotta che alla classica albeisa.

Un amico di vecchia data mi accoglie al superaffollato banco d’assaggio di Negro Angelo e Figli. Tra i produttori storici di questa zona, oltre 3 secoli di storia, personaggio di spicco dell’evento, mi fa assaggiare il Roero Riserva Ciabot San Giorgio Docg e il Barbaresco Basarin 2015. Da approfondire con più calma.

Stiamo parlando di prodotti molto giovani, che come sappiamo tutti, saranno in grado di evolvere in maniera eccelsa come solo alcuni vini sanno fare, merito della tradizione vinicola delle Langhe, del terreno unico al mondo e della fatica dei vignaioli che dedicano la vita a questi piccoli capolavori.

I pilzwiderstandfähig

I pilzwiderstandfähig sono arrivati a Milano. Dopo molti anni di studio finalmente questi vitigni, che sono conosciuti con il più semplice nome di Piwi, cominciano ad occupare il posto che si meritano all’interno del panorama vitivinicolo.

Anche gli enoappassionati più tradizionalisti non possono passare oltre e la chiara dimostrazione del crescente interesse è stata la manifestazione organizzata da Ais Milano nei giorni scorsi. I posti disponibili nelle masterclass sono andati esauriti in pochissimo tempo e il banco d’assaggio è stato letteralmente preso d’assalto.

Anche noi di Blogelier non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per assaggiare qualche cosa di nuovo.

Cominciamo con il dire che i Piwi sono vitigni particolarmente resistenti alle malattie fungine quali oidio, peronospora e botrite in quanto sono incroci tra vitis vinifera, ossia la nostra vite da uva per la vinificazione, e la vite americana che è meno facilmente attaccabile dalle malattie. Questo consente che alla pianta, ma anche al terreno, sia riservato un minor numero di trattamenti disinfettanti con conseguente minor inquinamento ambientale, maggiore risparmio economico e possibilità di mettere a dimora queste piante anche in terreni scoscesi. Qui infatti l’intervento disinfestante sui vitigni diventa particolarmente difficoltoso e oneroso in termini economici.

All’avanguardia in questo tipo di produzione è sicuramente il Trentino, patria altresì di uno dei maggiori istituti di ricerca a livello europeo, ossia la Fondazione Edmund Mach; tuttavia anche in Piemonte e Lombardia si trovano viticoltori abbastanza intraprendenti da abbracciare questo progetto.

Per il momento, infatti, dai Piwi si ottengono vini ancora troppo lontani dal nostro gusto e la ricerca continua anche in cantina dove si sperimentano tecniche di produzione e di affinamento del vino.

In Trentino, ai piedi del Monte Gazza e della Paganella, quindi sostanzialmente al limite della zona di coltivazione della vite, l’Azienda Agricola Santa Massenza coltiva Bronner e Solaris, due uve bianche con le quali produce il Narnis. Ho fatto una piccola verticale, assaggiando le vendemmie 2017, 2016 e 2013.

Non faccio in tempo ad avvicinare il calice al naso che il produttore mi racconta che le due uve hanno differenti tempi di maturazione per cui sono vendemmiate separatamente e sempre separatamente fermentano in botti d’acciaio a contatto con i propri lieviti. In un secondo tempo viene fatta la cuvée che affina per circa un anno prima di essere imbottigliata e messa in commercio.

Mi colpisce in maniera particolare la vendemmia 2013: gli aromi sono ancora integri e lo spettro aromatico è ben composto, il colore è rimasto intatto, un bel giallo paglierino scarico. Solo in degustazione si percepiscono accenni di ossidazione, per nulla invasivi e per certi aspetti anche apprezzabili.

La vendemmia 2017 offre gli stessi colori e aromi, che vanno dal fruttato bianco fresco, al floreale, all’erbaceo, con una particolare nota citrica e una bella persistenza. È certamente piacevole ma ancora troppo giovane e il suo ingresso in bocca è tagliente.

Il pomeriggio scorre piacevolmente tra un tavolo e l’altro, alla ricerca di nuove novità. E una di queste è proprio l’allestimento della manifestazione: un tavolo rotondo e una decina di sedie per ogni produttore. Finalmente prendo appunti comodamente seduta!

Un magiaro per Natale

Tempo di Natale, tempo di feste.

Come di consuetudine di fine anno, si comincia a pensare di organizzare pranzi e cenoni natalizi all’insegna del gourmet, allestendo piatti prelibati e tradizionali accompagnati da vini importanti.

Ma al momento del dolce, panettone o pandoro che sia come esige la tradizione, l’abbinamento più comune prevede la bollicina, che sia metodo classico o charmat.

Solitamente risulta più apprezzato l’abbinamento con uno spumante secco, mentre sarebbe più appropriato l’associazione con un prodotto dolce o demi sec.

Negli anni ’60 e ’70 era in voga l’abbinamento con l’Asti spumante DOC, oggi va per la maggiore il Prosecco, prevalentemente brut o un po’ più abboccato.

Ma perchè non provare a guardare fuori dai confini italiani per vedere un qualcosa di diverso, ma non meno interessante, da abbinare con il dessert natalizio prescelto?

Quindi vado alla ricerca di un prodotto che possa soddisfare questo abbinamento e con calma inizio a cercare qualcosa che stuzzichi la mia curiosità in varie enoteche di Milano.

Scartato il Sauterne, un ricercato vino muffato di provenienza francese con una vena agro-dolce che non si abbina completamente, rivolgo lo sguardo verso l’Est Europa. Punto alle colline della Pannonia, una regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava che comprende la parte occidentale dell’attuale Ungheria, dove una volta vi era il popolo dei Magiari.

Trovo tra gli scaffali una piccola bottiglia di Tokaji ungherese, ormai l’unico prodotto che può essere chiamato con tale denominazione. Lo prendo, il costo non è esorbitante. Torno verso casa con la curiosità di chi si aspetta una bella sorpresa da questa scelta.

Si tratta di un Tokaji Szamorodni Edes Sweet del 2013, prodotto dalla Grand Tokaj, che dovrà accompagnare un panettone di Giovanni Cova & C., il “Pan de Toni”, uno dei prodotti di punta della antica pasticceria di Milano, una vera istituzione dal 1930.

Attraverso la rete mi informo e scopro che il vino scelto è differente dal famoso Tokaji Aszù. Infatti le uve vengono raccolte in grappoli interi che vengono pressati direttamente prima della fermentazione, nella stessa maniera eseguita per i vini dolci del mondo (Sauternes, Beerenauslesen ecc.). Per queste varianti, i vini di Édes Szamorodni sono più leggeri nello stile pur mantenendo le inconfondibili note muffate ottenute dalla Botrytis.

Riuscirà questo Tokaij a sostenere il passo del “Pan de Toni”?

Scarto il panettone e nello stesso tempo stappo la bottiglia da mezzo litro di nettare ungherese. In poco tempo l’ambiente si riempie di sentori dolci e profumati provenienti dai due prodotti.

La fragranza del panettone, leggermente riscaldato nel forno, mi inebria le narici e mi invoglia ad un primo morso. Verso un piccolo quantitativo di vino nel bicchiere e ne ammiro il giallo dorato con riflessi scintillanti, un colore caldo e che scalda il mio cuore in questa fredda serata di dicembre, con la neve che inizia a scendere avvolgendo la pianura padana.

Al naso il vino magiaro mi offre inizialmente lievi fragranze floreali e successivamente intensi sentori di frutti tropicali, ananas, e disidratati, come l’albicocca e il dattero.

Degusto il primo sorso e noto immediatamente il corpo intenso e cremoso ma percepisco che gli aromi non sono così dolci come mi ero immaginato precedentemente attraverso il mio olfatto.

L’acidità è sostenuta e contrasta in maniera adeguata gli zuccheri presenti. Un buon bilanciamento tra le due contrapposte componenti. Sentori di miele, frutta secca, prevalentemente mandorla si fondono con i sapori dei canditi e la sensazione burrosa proveniente dal panettone.

La persistenza è media e gradevole, il retrogusto è piacevole e deliziosamente aromatico. 

Mi fa venire voglia di ripetere la prova. Taglio quindi un’altra fetta di panettone e verso ancora del Tokaji nel bicchiere, soddisfatto di questo connubio magiaro-meneghino.

Un piccolo anticipo del Natale, con il fuoco del camino che scoppietta e scalda l’ambiente. E la mia mente si rilassa con queste dolcezze immaginando il giorno della festa che dovrà venire.