Petit déjeuner sur l’herbe da Arcari+Danesi

Scendere in tuta cane al guinzaglio per fare colazione alla pasticceria sotto casa. Un’occhiata ai quotidiani, il cappuccino e la brioche alla crema e magari ti siedi fuori che c’è pure il sole. Questo è il primo step del rituale relax milanese da inizio week-end.

Noi abbiamo fatto di meglio, siamo andati in Franciacorta.

Accolti da Arcari+Danesi (alias Giovanni Arcari e Nico Danesi) con un bel calice del loro Dosaggio zero e una soffice focaccia farcita di mortazza, abbiamo inaugurato così il nostro sabato mattina.

L’occasione è stata la presentazione dell’annata 2017 di Grace, rosato fermo nato da vigne di 70 anni abbandonate che loro hanno magicamente resuscitato. Il vino è prodotto nella storica e dimenticata doc Botticino, un territorio propenso alla coltivazione della vite, dove le piante hanno bisogno di pochi interventi per crescere rigogliose e dare buoni risultati. Grace, il cui nome è un omaggio alla Grand Central Terminal di Manhattan realizzata in marmo di Botticino per l’appunto, è un rosato fresco e beverino, pensato anche per il mercato estero. Un nobile intento di portare i vini lombardi che non siano solo Franciacorta fuori dalle 4 mura regionali.

Quel che fu di Grace

Passati dal Dosaggio Zero al Grace, abbiamo concluso il déjeuner con il Solouva brut , che è anche il nome del metodo da loro sperimentato per dare un’impronta oltre che sana anche incisiva agli spumanti di Franciacorta.

Il metodo consiste nel raccogliere l’uva al completo della maturazione a differenza di quello che si è soliti fare con gli spumanti. Sarà la pressatura soffice, infatti, che permetterà di preservare l’acidità del mosto. Il pezzo forte sta nell’ottenere lo zucchero per la seconda fermentazione e per il dosaggio finale, sotto forma di mosto prodotto dalle stesse uve.

Lo scopo è semplice, rendere questi spumanti unici e peculiari del territorio da dove provengono e non di un luogo a cui non appartengono e che è lontano da noi per chilometri, clima e caratteristiche morfologiche.

Nel calice è interessante non sentire i soliti sentori di crosta di pane e pasticceria, che a qualcuno a volte scappa la mano e sembra di essere fuori da una fabbrica di panettoni. Si sente la freschezza del frutto, cioè dell’uva, sia nei profumi che in bocca… è Solouva e non ci basta?

A me è bastato mentre a gambe incrociate sedevo su quel prato e insieme alle vigne mi beavo del sole così benefico per entrambi.

Solouva sur l’herbe

 

 

Essere una vigna in Liguria

Chissà cosa si prova a essere una vigna in Liguria? Di quelle baciate dal sole, che si godono lo spettacolo del mare dall’alto mentre i monti dietro di loro le proteggono dal “freschino” che arriva da nord.

Non potendo tramutarmi in vigna ho provato a farmi raccontare dai vini qualcosa su quella posizione privilegiata.

Perfetta l’occasione offerta dall’enoteca La Cieca di incontrare la produttrice e i vini de Il Torchio (già scoperti al Live Wine), cantina dell’estremo levante ligure. L’energica Gilda ci racconta che a Castelnuovo Magra i vigneti sono felicemente esposti a sud-est ad anfiteatro su diverse altezze, alle spalle hanno le Alpi Apuane e davanti il mare. Questa è una storia di coraggio e amore per la propria terra in cui due giovani fratelli decidono di portare avanti la vigna e la cantina dello scomparso nonno Giorgio Tendola. Ora eccoli a occuparsi di 12 ettari di vigne che guardano il mare, coltivate a vermentino in prevalenza con cui producono la doc Colli di Luni.

Cosa mi hanno raccontato questi vini?

Il Bianco” arriva dalla parte più bassa e argillosa dei vigneti, è vermentino 100%, vendemmiato nel 2016  macera sulle bucce per pochi giorni. È morbido in bocca, quasi oleoso, è pieno e la sapidità spicca. Suggerisce di essere bevuto tutto in un sorso all’ora dell’aperitivo.

Colli di Luni Doc“, vermentino in purezza coltivato più in alto dove i terreni sono sassosi e richiedono alle radici un maggiore sforzo per nutrirsi. L’idrocarburo stupisce al naso e gli agrumi vengono dopo, sapidità e freschezza per un assaggio gustoso.

Lo “Stralunato” è vermentino con un 5% di moscato, entrambi provenienti da vecchie vigne che apportano il loro carico di saggezza. Vinificati insieme, macerano sulle bucce per poi essere travasati seguendo le fasi lunari. Al naso erbe mediterranee e, sarà che sono di parte, un sentore di basilico che evoca inevitabilmente una bella pasta al pesto in accompagnamento. Gli aromi tipici del moscato invece non invadono e, ancora una volta, sapidità marina a completare il tutto.

Anche  “Lunatica” è vermentino e nient’altro. Dopo la fermentazione con macerazione sulle bucce per almeno 8 giorni il vino sosta sulle fecce fini finché non è pronto. Mi colpisce per la leggera nota affumicata che ricorda il miele di castagno ma soprattutto per la persistenza che non mi abbandona nemmeno dopo aver preso due tram e fatto 300 metri a piedi

Espressioni tutte diverse seppur da un unico vitigno, vini mai scontati e inaspettati mi raccontano che essere una vigna di Liguria in posizione privilegiata non deve essere tanto male, ma ben poco sarebbe senza l’amore e il rispetto di chi se ne prende cura.

Come il cubo di Rubik

Chissà quanti si ricorderanno del cubo di Rubik, quel dado fatto di tanti tasselli che dovevano essere ricomposti per dare origine a sei facce di uno stesso colore.

A me è venuto in mente degustando il Lüsent, dell’Azienda Vitivinicola Eusebio. Mi sono trovata davanti ad un prodotto completamente diverso da quelli che si è soliti bere, difficilmente descrivibile utilizzando i rigidi termini di una scheda di degustazione.

L’etichetta recita “vino bianco”, ma nel mio bicchiere c’è un vino dal colore ambrato, quasi marrone. Assenti o impercettibili gli aromi floreali e la freschezza della beva tipica della vinificazione in bianco. Al naso mi colpiscono subito gli aromi terziari e principalmente quel sentore ferroso tipico dei vini ossidati e in bocca il tannino risulta quasi ruvido.

Accantono allora la scheda di valutazione dei bianchi, nella quale non mi ritrovo per niente.

Ma questi descrittori non sono neppure quelli dei rossi: non individuo né la tonalità del colore, né la gamma dei profumi. Ecco, forse solo la persistenza li richiama un po’.

Non mi è rimasto allora che chiedere spiegazioni al produttore, Marilena, una simpaticissima signora a cui si illuminano gli occhi quando parla del suo vino e delle sue viti.

Mi racconta che il Lüsent è prodotto con Erbaluce “vinificato in rosso”. E lo sconforto mi assale, demolendo un altro tassello delle mie poche, pochissime certezze. Però la lascio parlare perché senza ombra di dubbio ne sa ben più di me.

Comincia a raccontarmi della sua azienda, a Salussola, in quella parte di collina morenica denominata “Serra d’Ivrea”, nella quale sono banditi i diserbanti chimici e viene dato largo spazio alla lotta integrata, nel completo rispetto dell’ambiente.

Qui i filari di erbaluce sono posizionati su terrazzamenti creati con muretti a secco e coltivati a “pergola espansa” come è tradizione nella zona.

L’uva viene raccolta a completa maturazione, ossia quando gli acini assumono un colore dorato, e sottoposta ad un processo di diraspatura al quale segue un periodo di fermentazione sulle proprie bucce di una decina di giorni. Svolti tutti gli zuccheri, il mosto viene torchiato e lasciato riposare in botti di acciaio.

Seguono le consuete pratiche di cantina di svinatura e filtrazione naturale. L’assenza di solfiti aggiunti attiva un processo di ossidazione che è quello appunto che conferisce questo particolare colore tendente al marrone e gli aromi ferrosi.

Il risultato è un prodotto fuori dagli schemi ai quali noi siamo abituati, un vino “sfrontato, che uccide le papille” come Marilena è solita definirlo.

O lo si ama o si odia, senza mezzi termini. Certamente un’ottima scoperta e un nuovo tassello da aggiungere al panorama enologico italiano.

Due da uno

Due da uno: due spumanti da un unico vitigno. E qui non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che la base spumante è una barbera.

Sì, avete letto bene: una barbera!

Ci troviamo nel cuore del Monferrato, a Costignole d’Asti. Qui sulla collina di Sant’Anna la famiglia Lenti nel recente 2012 acquista una cascina e per prima cosa recupera il corpo vitato: circa 5 ettari, uno dei quali viene reimpiantato completamente. Di uve barbera e moscato, manco a dirlo, sono i filari.

La signora Orsetta, indiscussa padrona di casa, ha un modo di atteggiarsi quasi antico, con un qualcosa di nobiliare, e nel suo elegantissimo abito di sangallo blu mi racconta con passione le sue giornate passate in vigna e in cantina.

Mi mostra con orgoglio le nodose viti, vecchie di qualche decennio e i più giovani virgulti, già però in grado di produrre dell’ottimo vino. Mi spiega come lei e la sua famiglia si prendono cura della vigna e della cantina; con dispiacere mi confida che non si attivano per ottenere la certificazione “bio” in quanto i vigneti confinanti sono trattati con i sistemi convenzionali e di questo ne risente tutto l’eco-sistema della zona.

Tuttavia il rispetto dell’ambiente li porta continuamente verso scelte il meno possibile invasive. Il recente posizionamento di una centralina metereologica direttamente in vigna consente interventi focalizzati e dal minimo impatto ambientale.

Qui la vendemmia è fatta tutta manualmente, nel rispetto pieno della vite.

Mentre la mia attenzione è rivolta a questo suadente racconto, i miei occhi sono catturati da due bottiglie chiuse con il tappo fungo e la gabbietta, forse proprio perché gli spumanti nel Monferrato sono rari e hanno sempre qualcosa da raccontare. Proprio come questi due.

Sorsi di Emozione” è uno spumante metodo Martinotti. La base è una barbera vendemmiata ai primi di settembre alla quale è aggiunta una piccolissima percentuale di chardonnay. Il vino viene lasciato per circa sei mesi a contatto con le proprie bucce mantenute in sospensione e rimescolate con bâtonnage settimanali. Nella primavera successiva alla vendemmia avviene la presa di spuma e il successivo affinamento in bottiglia per qualche mese. Insomma, in meno di un anno abbiamo la possibilità di degustare un ottimo spumante dal bel colore giallo paglierino e dal fine perlage, è armonico e ci regala un’ottima freschezza unita ad aromi fruttati per nulla scontati. Il titolo alcolometrico si aggira intorno al 12% ed è classificato come brut.

Incanto” è uno spumante metodo classico. La base è costituita unicamente dai migliori grappoli di barbera, selezionati a mano uno per uno. Il corpo e l’eleganza di questa base sono frutto di un passaggio in barriques e dei bâtonnage a frequenza settimanale. Ai primi caldi avviene la presa di spuma innescata da un mosto fermentato di moscato approntato per l’occasione e conservato ad una temperatura di 0°. Il contatto con il vino caldo e innalzamento delle temperature stagionali avviano naturalmente la presa di spuma.  Su questi lieviti del tutto indigeni il nostro spumante giace per 24 mesi. Per il necessario rabbocco successivo alla sboccatura si ricorre alla base barbera. Gli unici zuccheri presenti sono quelli naturali del mosto di moscato che si svolgono completamente nel corso del processo fermentativo. Ne consegue che questo spumante dal titolo alcolometrico pari a 12,5% possa essere classificato come pas dosé. Rispetto al precedente, questo spumante risulta arricchito degli aromi tipici del “passaggio in botte” e della naturale morbidezza che ciò conferisce, oltre ai sentori di crosta di pane e di crema al burro che i lieviti portano con sé.

Due spumanti così simili ma così diversi, come due fratelli nati dalla stessa madre. E a noi, poveri assaggiatori, non rimane che l’imbarazzo della scelta.

Family Affair in Monferrato

Quella di Cinque Quinti è una piccola realtà.
Tanto piccola quanto meravigliosa; il sogno di cinque fratelli che hanno deciso di portare avanti l’attività di famiglia lunga quattro generazioni, e di rinnovarla.
Loro sono Fabrizio, Martina, Michele, Francesca e Mario. Il nome nasce proprio da questo, cinque fratelli con idee e capacità diverse pronti a dare il loro contributo per un unico scopo.
Decido di andarli a trovare un sabato mattina, con un paio di amici, la classica gita fuori porta: visitare una cantina, quattro chiacchiere sul vino e un pranzo in qualche ristorante in zona.
L’azienda si trova a Cella Monte, uno splendido borgo di poco più di cinquecento anime tra le colline del Monferrato, nella provincia di Alessandria.
La giornata non è climaticamente delle migliori, ma grazie all’accoglienza di Martina, la “seconda quinta” come si definisce lei, ci dimentichiamo della pioggia che ci accompagna nel tragitto in auto per dirigerci verso una delle vigne, sempre a Cella Monte, in località Perona.
Sfortunatamente le condizioni del terreno, non ci permettono di addentrarci molto più in là del ciglio della strada, ma Martina ci spiega perfettamente lo svolgimento dei lavori in vigna, di come tutto è partito grazie ai suoi fratelli, della divisione dei terreni e delle altre attività svolte nell’azienda.
Le altre attività, appunto. Perché la Società Agricola Fratelli Arditi non produce solo vino. Dei 100 ettari di proprietà, 15 sono per la coltivazione dei cereali come mais, grano e soia, circa 30 ettari invece sono destinati ai pioppi, specialmente vicino alle rive del Po, e una piccola parte è dedicata ai tartufi.
La restante metà è tutta vocata ai vigneti. Oltre alla barbera per la produzione privata della cantina, vengono allevate anche altre tipologie di uva per la vendita a piccoli produttori locali e cantine sociali.
Al ritorno dalla vigna, la mattinata prosegue con un breve tour della sede e tra i corridoi sotterranei dell’ “Infernot”.

Gli Infernot erano le vecchie cantine private, costruite solitamente sotto le abitazioni più grandi o con famiglie numerose. Potevano essere profonde diversi metri ed erano scavate a picconate in una roccia tipica della zona del basso Monferrato, simile al tufo. Servivano a conservare il vino più pregiato ed il cibo grazie alla capacità di mantenere inalterata la temperatura sotterranea in qualsiasi stagione.
Quello mostratoci è un vero gioiello. Vasche di cemento, botti antiche, ripiani scavati nella roccia e cunicoli bui ancora chiusi.

Ed eccoci infine alla degustazione.
Il VINO ROSSO Cinque Quinti è un vino da tavola prodotto con sola uva Barbera dalla vendemmia 2016, in sole 1400 bottiglie e vinificato in acciaio. Nel calice è di un bel rosso porpora, profumi intensi di frutta rossa, in bocca è di corpo, spicca la freschezza tipica della Barbera piemontese. Un vino che colpisce al cuore, soprattutto se abbinato ad un tagliere di salumi e formaggi e bevuto tra amici.
Una degustazione accompagnata da Martina con l’appoggio del maggiore dei fratelli, Fabrizio. Una bella mattinata trascorsa a chiacchierare di vino, di sogni nel cassetto, di progetti futuri e di attività da poter svolgere dentro l’azienda.
Ci illustrano un calendario pieno in effetti, dallo yoga in vigna, agli aperitivi musicali, alla possibilità di aiutarli nella vendemmia a settembre.
Nel futuro immediato c’è la produzione di una seconda linea, con il nome Roverò, un vino ottenuto da sole uve Barbera, ma con affinamento in tonneaux.

L’impressione è quella di aver trovato uno di quei produttori con la P maiuscola, in cui lavorano persone appassionate, preparate, e pronte ad affrontare quel futuro radioso che si meritano, grazie soprattutto ad una famiglia unita con un bel progetto, forse quello che molti di noi appassionati di vino avremmo voluto realizzare.

 

In Germania, dove il riesling renano esprime tutto sé stesso

Lo sapevate che il riesling renano dà il meglio di sé sotto stress?

È vitigno da climi rigidi, se coltivato dove le temperature sono più miti, tende a rilassarsi diventando tenero e accomodante. Un po’ come noi quando siamo in vacanza.

Questa volta il  Vinodromo , in sei calici ci ha portato nel posto in cui il riesling dà i migliori risultati, la Germania, dove la coltivazione della vite è concentrata a sud-ovest in poche zone d’elezione.

Pfalz e Rheinessen sono le aree con la maggior produzione. Il clima qua è un po’ più caldo, i terreni sono in prevalenza composti da sabbie e calcare e i vini giocano sugli aromi fruttati diventando morbidi e un po’ scarichi al palato. Nahe, dall’omonimo affluente del Reno, gode di terreni complessi, sassosi, composti da scisti e ardesia che nel vino diventa sapidità. L’esposizione verso sud, è favorevole nel Rheingau, e i terreni formati da quarzo rosa e pietra focaia ne fanno una delle zone maggiormente vocate. Nella Mosel-Saar-Ruwer le pendenze sono ripide, le vigne spesso poste su terrazzamenti e le scisti di ardesia rossa, grigia e blu, esaltano nei vini frutto, sentori citrini o austerità a seconda del loro colore.

Sei i vini in degustazione, di annate e zone diverse.

Riesling Trocken*, 2016, Wittman  Rheinessen

Tre/quattro ettari di vigna, macerazione sulle bucce per 3/4 giorni a seconda del loro spessore, fermentazione spontanea. È morbido ma colpisce per l’estrema sapidità e freschezza, in un equilibrio che lascia la bocca pulita e in armonia.

Riesling Trocken, 2015, Schäfer-Frölich – Nahe

Fermentazione spontanea sulle bucce e in vecchie botti, sosta sulle fecce al limite del possibile (per il vino). Spiccano le note sulfuree al naso e al palato, di certo meno il frutto in favore di una mineralità che arriva dritta in bocca

Riesling Trocken, 2014 – Weingut Christmann – Pfalz

Annata fresca da una zona calda e uve con bucce più fini, nel vino profumi intensi di frutta bianca e una bocca suadente e morbida.

Riesling Trocken, Rotenpfad Fass, 2013, Clemensbush – Mosel

Un gran cru da terreni di diversa origine, le vigne terrazzate su pareti di ardesia, hanno dagli 80 ai 50 anni. Sorprendente nella sua freschezza e sapidità, mitigate dal residuo zuccherino; la persistenza che non molla e cambia in bocca, ci dicono essere caratteristica della zona.

I due ultimi assaggi di annate meno recenti, sono stati serviti nei calici Zalto, ideali per lasciare con delicatezza spazio al vino.

Riesling Trocken Doosberg, 2007, Khun – Rheingau

Gran cru con vigne di 70/80 anni, fermenta e matura in botti da 20 hl per minimo due anni. Al naso è fine di note balsamiche ma è al palato che colpisce con freschezza, sapidità, persistenza. Come nuovo nonostante gli undici anni.

Riesling Auslese**, 2003, Lippold – Mosel

Poeticamente chiamata “il giardino delle spezie”, questa parcella gran cru ospita viti a piede franco che crescono su terreni di ardesia rossa. Aromaticità e persistenza di miele con dolcezza – siamo a 100/110 g/l di zucchero – mitigata dalla tipica acidità, per questo esemplare di cui si producono 5000 bottiglie l’anno

E l’idrocarburo agognato? Ha ragione d’essere solo nei vini di lunga data, altrimenti diventa difetto. In effetti non è difficile credere che questi vini possano durare nel tempo, sempre che la gola non prenda il sopravvento mettendo fine al buon proposito di conservarli in cantina.

 

 

*Trocken: “secco”, secondo la classificazione tedesca lo sono i vini che hanno un residuo zuccherino che va dai 4 ai 9 mg/l.

**Auslese: “vendemmia da grappoli selezionati” con residuo zuccherino che parte da 100 g/l.

 

 

La tradizione scorre lungo il fiume Douro.

Il Duero è un fiume che nasce in Spagna, fa un viaggio di quasi 900 chilometri e taglia il Portogallo settentrionale da est a ovest prima di sfociare nell’Atlantico con il nome di Douro.

Questo fiume presenta un terroir unico e collabora con il popolo lusitano a rendere importante e famoso il Porto, un vino liquoroso conosciuto in tutto il mondo, reso particolare dalla sua fermentazione mutizzata.

Questo nettare prende il nome dall’omonima città sulle rive del fiume, sulla cui “rive gauche” presenta tutte le migliori cantine delle aziende produttrici. Per il turista comune che visita questa caratteristica località, la presenza di queste realtà può non significare molto.

Ma per gli eno-appassionati come me….. è il paese dei balocchi e c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Recentemente ho visitato questa città e si è presentata l’occasione per soddisfare la mia passione enologica. Per una giornata mi sono dedicato alla scoperta delle cantine presenti. Fantastico!

Arrivati sul luogo e di fronte ad un quartiere pieno di opportunità sorge il dubbio: quale scegliere?

Dopo un attimo di indecisione, avanziamo diritti verso la cantina più vicina al suggestivo ponte Dom Louis I: Burmester.

Fondata nel 1730 da Henry Burmester, questa società è una delle più antiche. L’entrata è molto cupa, scarna, essenziale e si intuisce come sia testimone dell’antica tradizione del “Vinho do Porto”. Chiediamo di poter fare una visita e scopriamo che è disponibile una guida in lingua italiana. Si presenta Luca, un ragazzo portoghese, che inizia a raccontare le origini di questa azienda vinicola. La quale dopo diverse gestioni, prima inglese e poi tedesca, è diventata parte di un gruppo spagnolo, Sogevinus, che comprende altri quattro brand come Barros, Calem, Kopke e Gilbert.

Durante la visita, percorriamo i corridoi delle sale con enormi antiche botti piene di nettare mentre le parole di Luca risuonano nel silenzio quasi religioso della cantina. Spiega che questo vino liquoroso nasce a cento chilometri dalla città, nelle colline che costeggiano il fiume, dove l’area vocata alla coltivazione delle uve è divisa in tre parti, ognuna con caratteristiche diverse e che conferisce al Porto aromi nettamente distinti.

Burmester si rivela un tour piuttosto breve ma l’ambientazione interna è molto suggestiva e la visita è veramente apprezzata.

E dulcis in fundo la degustazione!

Ci vengono offerti tre bicchieri. Un Porto bianco, un Porto Ruby e un LBV (late bottle vintage). Luca, ottimo anfitrione, ci descrive le loro caratteristiche con maestria e competenza che vengono molto apprezzate.

Il clou della degustazione arriva fuori programma, quando Luca ci offre altre due degustazioni. Una di queste è un Porto Burmester Tawny invecchiato 30 anni. Lui lo definisce, a suo parere il migliore della gamma, e debbo ammettere che il ragazzo è un grande intenditore.

Lasciamo con soddisfazione Burmester percorrendo la riva del fiume mentre snoccioliamo le cantine presenti sulla via: Sandeman, Quinta do Noval, Ramos Pinto, Porto Cruz, Vasconcellos.

Alla fine scegliamo di entrare in Ferreira, una cantina molto conosciuta e con una grande tradizione.

Fondata nel 1751 da una famiglia di viticoltori, ha un ruolo preminente nella storia del Porto. Fa parte di un gruppo portoghese dove sono presenti anche i brand Sandeman e Ramos Pinto.

La cantina è stata costruita sulle fondamenta di un ex-convento e si tratta di un grande edificio con soffitti alti in legno stagionato. La fondatrice, Dona Antónia Adelaide Ferreira, leggendaria nobildonna con una personalità unica, divenne un mito e un simbolo di forza contribuendo in modo significativo al consolidamento del marchio nei tempi difficili del Douro nel 19esimo secolo.

L’ambientazione è molto simile a quella presente a quella presente da Burmester, luci e odori ricordano sempre gli ambienti dei secoli scorsi. In alcuni corridoi o gallerie l’umidità si mescola a delle muffe molto persistenti e in ogni angolo si percepisce l’odore del legno bagnato mescolato con quello del vino molto dolce.

L’ambiente è sempre suggestivo, nonostante questo si ha la percezione che Ferreira voglia dare più un taglio più commerciale alle visite. Infatti alla degustazione vengono offerti solo due bicchieri di vino Porto della linea base, lasciandoci un po’ delusi.

Continuiamo il nostro percorso, arrampicandoci sulla collina, per un’ultima visita e notiamo la Taylor’s.

L’esterno ha un architettura stile “Impero Britannico” ed è veramente elegante e allettante. La reception mostra già lo stile e l’impronta della società, da sempre di proprietà inglese.

Fondata nel 1692, la Taylor’s è stata una società che ha precorso molto i tempi ed è rimasta molto indipendente, non è legata a nessun gruppo commerciale.

Già nella reception notiamo un arredamento differente dalle altre due realtà visitate. In questa traspare il richiamo ad una tradizione britannica molto evidente. Successivamente all’apertura della porta di accesso alla cantina, la vista è mozzafiato. Un enorme padiglione con un corridoio lungo almeno 200 metri dove sia alla nostra destra che alla nostra sinistra ci sono due lunghe file di botti.

Suggestiva anche una delle sale successive dove sono visibili, poste nelle teche, bottiglie di Porto di antiche vendemmie, risalenti anche al 1800. Lasciate impolverate come prevede la logica dell’invecchiamento.

Come al solito la degustazione conclude la visita. La location ha uno stile inimitabile e suggestivo. Decidiamo per una verticale di questo nettare e ci regaliamo quattro Tawny di 10, 20, 30, 40 anni più un fuoriclasse, il Taylor’s Tawny del 1966.

Una degustazione utile per distinguere nettamente le differenze dell’invecchiamento tra gli esemplari, qui gli aromi si modificano da fruttati e corposi, presenti nel Taylor’s Tawny di 10 anni, verso una raffinata setosità dove emergono sentori di legno, vaniglia e miele del Taylor’s Tawny 40 anni. Infine l’eccellente 1966 si dimostra un vero fuoriclasse con complessità di aromi e sentori, sorprendendo per quanta longevità può avere questo prodotto. Svolto in un terrazzo con vista sublime sul fiume Douro e dell’altra sponda della città.

Una giornata veramente piacevole, con il fascino di aver scoperto una tradizione più che una moda.

E adesso so cosa degustare nelle serate casalinghe quando ho l’opportunità di rilassarmi e di meditare. E ricordare quanto sia stata fantastica questa giornata passata tra le cantine di Porto.

Santa Giuletta, protettrice degli eno-artigiani.

Domenica mattina di inizio marzo, una pioggia copiosa scende dal cielo. Con questo tempo si preferirebbe stare in un caldo letto a dormire.

Stefano Milanesi non ci riesce. E’ già in piedi nella vigna a controllare le sue viti, ancora spoglie. Nella collina pavese c’è così tanto da fare. Un amore per la vigna nato seguendo le orme del padre e del nonno, nell’azienda agricola di famiglia, e così grande da accogliere gli studenti dei suoi corsi o appassionati come me, curiosi di conoscere le realtà vinicole a pochi chilometri dalla grande città.

Santa Giuletta è a solo un’ora di macchina dalla metropoli. Nei pressi dell’arrivo, i cartelli che indicano l’Azienda Agricola Stefano Milanesi presentano una dicitura che lo descrive con un aggettivo che trovo molto appropriato: eno-artigiano.

Perché l’istrionico Stefano Milanesi è un vero artigiano, passionale, esperto, meticoloso. Ci accoglie, con il suo fare burbero ma bonario. Scherza e ironizza molto, ma quando c’è da parlare sul vino sale in cattedra e la sua voce modella le sue parole ed il suo discorso come un docente universitario sa fare.

La sua cantina è essenziale, per certi versi anche caotica, perchè lo spazio è esiguo. Mostra un attività sempre in fermento, come il vino posto nei vari recipienti presenti.

Ci parla della sua azienda, situata nell’Oltrepò Pavese a 20 chilometri dal piacentino e ad altrettanti chilometri dall’alessandrino. Situata nella prima fascia collinare, a circa 250 metri sul livello del mare, il sottosuolo è composto da un soffice strato di limo che copre uno strato sottostante di arenaria e tufo. Un terreno che drena le precipitazioni piovose in maniera ottimale. I suoi vigneti, 13 ettari esposti da sud-est a sud-ovest, sono lambiti dalla corrente proveniente dal golfo del Tigullio che asciuga le sue coltivazioni.

Ha scelto la via del naturale ed ha sposato i dettami della agricoltura biologica. Non per convenienza ma perchè ci crede.

Da più di dieci anni tratta tutte le vigne rispettando le leggi della natura, assecondandola e non forzandola. Le sue pratiche sono per una viticoltura a favore della vite e del vino. Senza usare diserbanti chimici e utilizzando i resti di potatura come sostanze organiche per il terreno. I sistemi di allevamento usati sono il Guyot o cordone speronato. La vendemmia è eseguita manualmente, ogni grappolo viene selezionato e la vinificazione utilizza lieviti indigeni presenti in natura, senza nessun trattamento.

I vitigni coltivati sono diversi. Spicca il  Pinot Nero, re incontrastato nell’Oltrepò Pavese, ma c’e spazio anche per Riesling Italico, Cortese, Sauvignon Blanc,  Barbera, Uva Rara, Croatina, Cabernet Sauvignon.

Con questi vitigni, Stefano Milanesi produce degli ottimi risultati. Con degli aromi molto particolari.

Come i nomi delle sue produzioni, frutto della sua fantasia, creati con degli anagrammi e giochi di parole.

Due metodi classici: Vesna, un  Pinot Nero  in purezza con permanenza sulle fecce nobili per 12 mesi e un bouquet molto delicato e floreale, e Smila, una cuvèe di  Pinot Nero, Cortese e Riesling Italico con 60 mesi sui lieviti ed un profilo aromatico con sentore di frutta bianca.

La linea base è composta dal Poltre bianco e Poltre rosso. Il primo è una cuvèe di uve bianche con una spiccata freschezza e mineralità mentre il secondo è composto da Croatina,  Barbera, Uva Rara, Cabernet Sauvignon e  Pinot Nero  piacevolmente intenso con sentori di frutta rossa e frutti di bosco.

Le produzioni più nobili si hanno con il Neroir, un  Pinot Nero  in purezza intenso e equilibrato con aromi prevalentemente fruttati, e l’OpPure, una Croatina in purezza, con macerazione sulle bucce per dodici giorni e invecchiamento in rovere per tre anni, che si fa notare per la sua potenza, struttura e leggera speziatura.

Infine i cru, esclusivamente monovitigni: Maderu (Pinot Nero), Elisa (Barbera) e Alessandro (Cabernet Sauvignon).

A nostro personalissimo parere si sono distinti il Vesna ed l’OpPure, espressioni del territorio pavese dall’impronta più classica ma nello stesso tempo innovativa. Le caratteristiche di questi vini trasudano di questo angolo di Lombardia e di questa terra. E riflettono l’immagine del loro creatore, un eno-artigiano con una visione del vino proiettata nel futuro, sempre con il rispetto di Madre Natura.

Una natura generosa come Santa Giuletta, protettrice degli eno-artigiani.

Rosso Barbera

Ennesimo “centro” fatto dagli amici di Go Wine che hanno organizzato un piccolo ma interessantissimo evento completamente dedicato alla Barbera, uno dei vitigni maggiormente coltivati in Italia.

La loro attenzione si è incentrata sulla Barbera piemontese e in questa manifestazione hanno invitato cinque aziende agricole situate nelle province di Cuneo e Asti.

A dirla così, sembra che siano stati proposti vini tutti uguali rendendo l’evento di una noia mortale.

Niente di più sbagliato!

La selezione delle bottiglie è stata quanto mai varia, per tipologia di terroir e affinamento: ogni azienda agricola ha proposto quanto di sua produzione, compiendo anche qualche “fuori tema”, proprio per far meglio apprezzare la sua produzione.

Il tempo, sempre tiranno, mi ha concesso solo una piccola tregua e pertanto mi sono soffermata a degustare unicamente Barbera, riuscendo comunque ad avere una bella panoramica su questo vitigno, molto spesso snobbato, che riserva invece bellissime sorprese.

Arriviamo al dunque.

 

CASCINA DEL POZZO (Castellinaldo – CN)

Barbera d’Alba Doc Fossamara 2016: ci troviamo di fronte ad un vino appena imbottigliato, quindi ancora molto giovane. La sua produzione prevede, infatti, un periodo di affinamento in acciaio di 8 mesi completato con altri 6 mesi in bottiglia. Si presenta di un bel colore rubino, intensi sapori di frutta rossa acerba, forte acidità al palato.

Barbera d’Alba Doc Fossamara 2013: il maggiore affinamento in bottiglia si nota subito dal colore più sanguigno del precedente. Rimangono inalterati i sapori di frutta rossa, già presenti nella versione giovane, ai quali si aggiungono i terziari e in modo particolare una bella speziatura. Peccato solo che al naso si perdano un po’ gli aromi originari.

Barbera d’Alba Doc Lucrezia 2015 e 2014: la storia di questo vino nasce da viti che arrivano ad avere fino a 55 anni e passa attraverso un affinamento in botte grande che dura 12 mesi e si completa con un altrettanto lungo periodo in bottiglia. Il vino che degustiamo è quindi di un bel rosso granato intenso, con sentori vinosi affiancati da quelli di cuoio, tabacco e legno; leggere note di miele si percepiscono sul fin di bocca. Il tannino è morbido e accompagnato da una buna acidità, presagio di un’aspettativa di vita ancora lunga. Bel regalo di un padre alla figlia, Lucrezia appunto!

 

TENUTA IL FALCHETTO (Santo Stefano Belbo – CN)

Barbera d’Asti Docg Pian Scorrone 2016: il bel rosso che colora questo vino è presagio di una fresca e leggera beva. La sosta lunga 6 mesi delle uve nelle vasche d’acciaio fa sì che gli aromi fruttati siano ben percepibili e i tannini eleganti. Al palato è di buona struttura e invita piacevolmente all’assaggio di un piatto di antipasti all’italiana o ad un ricco tagliere di salumi.

Barbera d’Asti Docg superiore Bricco Paradiso 2015: prima di passare alla degustazione di questo vino occorre conoscerne le varie fasi di produzione. Prima di tutto il vino ancora grezzo viene affinato in botti di rovere francese per un periodo che varia tra i 12 e i 14 mesi. Successivamente viene posto in bottiglia dove prosegue la sua evoluzione, processo possibile in quanto non subisce filtrazioni.  Si presenta quindi di un bel colore rosso rubino carico: subito al naso sono percepibili gli aromi di ciliegia e frutti di bosco, come mora e lampone; in bocca sono percepibili in aggiunta aromi di caffè e spezie con un finale mentolato che ne favorisce la freschezza e contribuisce alla sua persistenza.

 

COLLE MANORA (Quargnento – AL)

Barbera del Monferrato Doc Pais 2016: ci spostiamo con questa degustazione sul versante dell’alessandrino, dove i terreni sono argillosi e sabbiosi. Le viti in questa zona sono vecchie, raggiungono anche i 50 anni. Il vino raccoglie in sé tutta l’aromaticità della frutta rossa e di sottobosco. In bocca è un vino di corpo con i tannini molto più rotondi rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da un vino così giovane.

Barbera d’Asti Docg superiore Manora 2015: le vigne vecchie la fanno da padrone anche qui. Rispetto al precedente questo vino è certamente più “intrigante”. I tannini sono più morbidi ed eleganti, il passaggio in barriques, per un tempo compreso tra i 6 mesi e l’anno, conferisce struttura e personalità. Interessanti i sentori di frutti di bosco, di viola e infine di spezie.

 

GUASTI CLEMENTE E FIGLI (Nizza Monferrato – AT)

Barbera del Monferrato Doc Clementina 2016: espressione frizzante della Barbera. Nella produzione di questo vino concorre per il 15% la Freisa, altro vitigno autoctono piemontese. Seppure presente in minima percentuale, riesce a conferire a questa Barbera dal colore piuttosto scarico aromi di frutta rossa matura, il fin di bocca tende al dolce, richiamando appunto i sentori tipici della Freisa.

Nizza Docg Barcarato 2015: la selezione delle uve per la produzione di questo vino è effettuata direttamente in vigna al momento della vendemmia. Dalle viti più vecchie sono scelti i grappoli che presentano il miglior grado di maturazione; la vinificazione avviene separatamente e il successivo affinamento vede l’utilizzo delle barriques per un periodo variabile, ma che si aggira comunque intorno all’anno. Segue poi un secondo affinamento in bottiglia. Il Barbera che ne esce ha un colore rosso granato molto scuro; al naso e in bocca sono percepibili sentori di frutta rossa matura, di tabacco e di spezie. I tannini sono ancora acerbi – del resto, se si fanno un po’ di conti, l’anno di affinamento in bottiglia risulta appena concluso – quindi ci troviamo di fronte ad un vino giovane, in grado di riservarci piacevoli sorprese in futuro.

 

FRANCO ROERO (Montegrosso – AT)

Barbera d’Asti Docg “Carbunè” 2017: questo vino è stato imbottigliato qualche giorno prima dell’evento, quindi appena uscito dalle vasche d’acciaio dove ha sostato 6 mesi. La selezione di uve da vigne vecchie di 50 anni rende questo vino già pronto alla beva: il colore è quello della Barbera giovane, ossia un bel rosso intenso, e gli aromi sono quelli della frutta rossa e delle spezie che sono percepibili maggiormente nel fin di bocca.

Barbera d’Asti Docg superiore “Cellarino” 2016: ancora più intenso e cupo è qui il colore. I tannini sono morbidi e prevalgono sentori di frutta rossa sotto spirito; importanti arrivano anche gli aromi terziari come le spezie e il tabacco. L’affinamento in barriques di secondo e terzo passaggio per 15 mesi conferisce indubbiamente eleganza e struttura. Immaginiamocelo dopo un lungo periodo di ulteriore affinamento in bottiglia.

Barbera d’Asti Docg superiore “Sichei” 2015: sono 18 i mesi che la Barbera trascorre nelle barriques nuove prima di regalarci un altro bel vino dall’intenso rosso con riflessi purpurei. More, ciliegie, spezie, cuoio, caffè e grafite sono gli aromi che ci accarezzano a tutto tondo. Davvero un grande vino, importante, che è capace di non sfigurare al cospetto dei suoi più nobili cugini.

 

Cinque produttori, si diceva sopra, ben più di cinque vini degustati, uno diverso dall’altro, emblematica versatilità della Barbera piemontese.

LiveWine 2018. Piccoli produttori crescono

Il primo weekend di marzo, a Milano, nella splendida cornice del  Palazzo del Ghiaccio in via Piranesi, si è svolta la quarta edizione del LIVEWINE, il Salone Internazione del Vino Artigianale.
Un evento molto atteso dagli amanti dei vini naturali-biologici-biodinamici e dagli addetti ai lavori della metropoli Meneghina e non solo.

Quest’anno il mio  programma era di stare poco e andare a provare solo le novità e i prodotti che non avevo mai avuto occasione di conoscere in questi anni.
Più o meno erano quelle le intenzioni, veloci, concise e senza distrazione dai soliti vini; il risultato è stato che  tutto il pomeriggio di domenica 4 marzo e un “ripasso” in compagnia di Alessandra nel primo pomeriggio del lunedì li ho passati parlando con produttori, distributori e avventori sconosciuti ma appassionati come me.
Così tanto tempo trascorso tra le fila degli espositori mi hanno portato a creare una vera e propria lista dei prodotti che più ho apprezzato.

Slovenia
GORDIADamigiana 2012 
da uve malvasia e moscato bianco, ottenuto da grappoli lasciati appassire in cassette fino a gennaio. Torchiatura, maturazione e fermentazione in botti di legno di quercia per circa 12 mesi. Giallo dorato, al naso confetture di albicocche molto intenso. In bocca ricorda molto il miele con la frutta secca. Estremamente elegante e armonico

Italia
AGRICOLA NEVIO SCALA
Novità assoluta dell’edizione 2018, l’ex allenatore di Serie A si è dato al vino. Azienda Agricola aperta assieme al figlio, in provincia di Padova, sui Colli Euganei.
Gargànte: garganega 100%, vino bianco rifermentato in bottiglia, giallo paglierino intenso, note fruttate al naso e una leggera crosta di pane. In bocca è scorrevole e fresco, persistente e di buona bevibilità

CANTINA MARILINA: Altra novità 2018 del salone, cerco la postazione e vengo accolto dai due splendidi sorrisi delle sorelle Marilina e Federica, titolari dell’Azienda sulle stupende colline di Noto.
In degustazione parecchi prodotti tra cui i due metodi ancestrali: Fedelie Bianco Frizzante da uve viogner e Fedelie rosato frizzante, veramente una sorpresa per me questa versione di Nero d’Avola. Eccellente il colore, un melograno intenso, al naso ricorda la viola, ciliege e agrumi, in bocca è fruttato, fresco, lo si immagina da bere seduti al mare, come ottimo aperitivo.
Tra le chiacchiere sull’amata Sicilia, la spiegazione delle etichette e le varie promesse di visite in cantina  a provare tutta la linea di produzione, Marilina mi fa innamorare del suo Cuè, che in dialetto siciliano significa “Chi è?”. Una vera e propria sorpresa.
Fermentato sulle sue bucce, fa affinamento in vasche di cemento con lieviti naturali. Un moscato secco di color giallo paglierino intenso, con sentori intensi di pesca e mela matura al naso e in bocca piacevolmente sapido e secco.

MARIA PIA CASTELLI: Cantina consigliata da svariato tempo da amica che conosce la produttrice di persona. La bottiglia che mi ha colpito di più è stata Stella Flora, un vino bianco ottenuto da Pecorino, Passerina, Trebbiano e Malvasia di Candia, di un elegantissimo giallo paglierino intenso, con sfumature d’oro. I profumi ricordano gli agrumi, la buccia di un pompelmo maturo, e successivamente un sentore di erbe aromatiche. Il sorso è pulito, sapido con una grande ricchezza aromatica. Molto persistente.
Affina 18 mesi in legno e altrettanti in bottiglia.

ANCARANI: Indigeno 100% Trebbiano, leggermente frizzante, un vino che rifermenta in bottiglia sui propri lieviti. Profumi non invadenti ma eleganti, di agrumi e leggera crosta di pane. Al palato spiccano sapidità e acidità. Molto equilibrato.
Perlagioia, prodotto con Albana e una minima parte di vitigni  romagnoli, si presenta  giallo intenso, con profumi molto delicati di fiori bianchi e un leggero ricordo di agrume. In bocca è minerale, con una strepitosa sapidità inaspettata.

CRASA’: Si sale sull’Etna. Il loro Etna Rosso Doc Cru “Rivaggi” prodotto con 80% nerello mascalese  e 20% granaccia. Color rosso porpora intenso, al naso si riconoscono profumi di frutta rossa che accompagnano il pepe nero e i sentori erbacei tipici del territorio Etneo. In bocca è tannico e mantiene una buona acidità, un vino molto persistente, ottimo direi. Da riprovare a tavola, accompagnato da piatti con sughi complessi o da formaggi stagionati del luogo.

ELIOSSempre in Sicilia ma sul versante ovest dell’isola, cantina di cui avevo letto molto ultimamente ma non avevo avuto ancora occasione di provare i vini.
Modus bibendi Grillo 100% Grillo, di color giallo paglierino con riflessi leggermente verdolini, una trama olfattiva che ricorda la terra da dove proviene, note balsamiche e macchia mediterranea come menta e salvia, in bocca risulta fresco, di buona acidità e sapidità.
Modus bibendi bianco macerato non filtrato da uve Grillo, Cataratto, Zibibbo, color arancione con riflessi dorati, al naso presenta profumi di arancia e albicocca candita. In bocca colpisce immediatamente la freschezza e la leggera astringenza. Molto persistente.

Il TORCHIO: Trovati per caso, a fine giro del lunedi pomeriggio. Colpito più che altro perchè unici produttori liguri nella fiera e per le splendide etichette realizzate dal pittore locale Francesco Musante, la vera sorpresa è stata il loro Stralunato 2016 da uve vermentino e moscato bianco. Giallo paglierino con riflessi dorati, profumi molto intensi di frutta tropicale, agrumi e frutta matura. Buona acidità, lascia un finale piacevole e armonioso.

Personalmente sono molto affezionato a questa manifestazione: la mia prima fiera del vino da studente nel mondo del vino, come visitatore ovviamente, la scoperta di alcuni produttori a cui ora sono particolarmente legato, la mia fuga dallo studio per diventare Sommelier l’edizione passata per assistere ad una degustazione guidata dell’ Etna, la sensazione di festa che si vede sui visi degli espositori e dei loro avventori.

La cosa che mi ha colpito di più nell’edizione 2018 è proprio questa. I vini del LIVEWINE sono veri come i loro produttori!