Pane, alici e Bamboo Road

Tre metri sopra il mare ci sono le vigne da cui nasce “Bamboo Road”. Al confine tra la Liguria e la Toscana questo vino racchiude il mare, i profumi della campagna e un’eredità emiliano-romagnola data dai vitigni con cui è prodotto, a parte il vermentino che sottolinea l’anima ligure-toscana, ci sono la malvasia di Candia aromatica, l’albana e il trebbiano.

Li abbiamo incontrati a Golosaria Stefano Legnani e la moglie, una piccola realtà vinicola tra le più o meno grandi presenti alla manifestazione. Assaggiamo il loro Vermentino “Ponte di Toi” che già versato nel calice preannuncia e conferma una di quelle bevute che piacciono a me. Ma è il secondo assaggio, il “Bamboo road” con il suo nome zen-rock che mi convince a portarne una bottiglia da “studiare a casa”, soprattutto quando mi si accenna all’ abbinamento ideale: pane, burro e alici.

Soprassiederò sul fatto che potrei scrivere un trattato su questa semplice e spartana pietanza che nei miei ricordi d’infanzia diventa un crostino di pane tiepido con spalmato un burro ammorbidito e schiacciato con le gustose alici sott’olio del Mar Ligure. Servito come aperitivo nei momenti di festa è diventato ora un lusso per il mio palato.

Decido così di celebrare questo vino schietto e di qualità con un accompagnamento che gli fa onore e il perché è presto detto. “Bamboo road”, il cui nome deriva dalle recinzioni che costeggiano il vigneto, è dorato nel calice quasi con riflessi rosa antico, si distingue per la vena salmastra di iodio che si sprigiona all’olfatto e che prosegue al palato persistendo insieme ai profumi di fiori ed erbe di campo che compaiono in retro-olfattiva. Non può esserci abbinamento più armonico ed evocativo.

La lavorazione dei loro vini, ci spiegano, è mirata a esaltare il più possibile il vitigno e data questa premessa non è nel loro interesse che un vino sia uguale all’altro nelle diverse annate. La natura fa il suo corso e il vignaiolo in cantina fa del suo meglio per interpretarla e guidarla nella trasformazione. I vitigni vecchi di 50/60 anni sono quelli che i contadini della zona utilizzavano un tempo e che venivano vinificati a piena maturazione con una bassa acidità. Tecnica ripresa anche da Legnani che si avvale dell’assaggio per capire e decidere quando è il momento buono per vendemmiare.

La vinificazione viene fatta aggiungendo a una pied de cuve di vermentino il resto delle uve diraspate, dopo di che la fermentazione si avvia spontaneamente e a contatto con le bucce, senza controllo delle temperature e in acciaio. I travasi sono tre: uno dopo la fermentazione, uno a fine anno e uno prima dell’imbottigliamento.

La cantina si trova nella frazione di Badia, a Sarzana. Stefano Legnani è bolognese di nascita e dopo varie peripezie si trova in Liguria, terra natia della moglie Monica a coronare il suo sogno vinicolo ispirandosi alla sua passione per i vini sloveni che fanno macerazione sulle bucce. Di proprietà hanno un ettaro piantato a vermentino da cui ricavano il Ponte di Toi, mentre il resto delle vigne appartengono ai contadini della zona che le mettono loro a disposizione di modo che la pura e genuina tradizione non venga mai dimenticata.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Un Grechetto in compagnia

Del Grechetto forse non se ne sente parlare molto, per fortuna però ne avevo uno in frigo e complice una cena tra amiche colgo l’attimo per raccontarne qualcosa.

Per l’occasione sfodero coltelli, pentole e fantasia sopita, e mi metto ai fornelli. Preparo tocchetti di pollo alla mediterranea che più mediterranea non si può: soffritto di cipolla, pomodorini pachino, olive nere, capperi, rosmarino che fiero e indomito cresce sul mio balcone e basilico che resiste nonostante tutto. Il pollo cuoce: è il momento ideale per stappare il vino, un Grechetto della storica e umbra cantina della famiglia Lungarotti.

Un cin, cin (che sia passato di moda a noi poco importa) e nel calice ecco il grechetto dal giallo chiaro e limpido, e dai leggeri sentori erbacei, di fiori e melone bianchi; in bocca è di medio corpo, rotondo e caldo in gola; emerge una sapidità minerale ed è accentuata l’acidità che persiste dopo l’assaggio chiudendosi in un finale leggermente amaricante.

Come si può intuire dal suo nome, pare che il grechetto sia stato portato qui dai popoli greci, per diventare uno dei vitigni tipici dell’Italia centrale: Umbria, Toscana, Marche e Lazio. Conosciuto anche per i nomi bizzarri che ogni zona gli ha attribuito come strozzavolpe o pulcinculo bianco per citarne due.

Un tempo veniva associato anche ad altri vitigni con caratteristiche ampelografiche differenti ma che producevano vini simili tra loro. Dopo vari studi non solo sono riusciti a differenziarlo dal resto, ma ne hanno trovati due diversi tipi: il grechetto di Orvieto tecnicamente definito G109 e il grechetto di Todi, G5. Dai profumi fruttati non troppo intensi ma eleganti, di solito nel vino sviluppa un tenore alcolico abbastanza elevato. È spesso usato con altre uve, come il trebbiano, a scopo migliorativo.

Il pollo è nel piatto con il suo tripudio di sapori mediterranei. Gli aromi di capperi e rosmarino sono intensi, c’è la succulenza della carne e del sughetto che si è venuto a creare e un po’ di dolcezza dei pomodorini. La struttura del piatto non è certo imponente così come quella del vino. I vari profumi si sposano, il vino ripulisce il palato con freschezza ma, come avevo intuito, sul finale si impone un po’ la carne con il suo condimento verace.

Nulla di grave, forse bastava scendere un po’ più a sud nella scelta del vino per attenerci alla regola dell’abbinamento regionale con cui difficilmente si sbaglia. Il Grechetto comunque ha fatto degnamente la sua parte e nessuno si è lamentato. Un piatto gustoso, un buon vino e una bella compagnia lasciano sempre il palato e l’anima soddisfatta.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Altemasi, dalla montagna allo Yacht di Milano

Milano, ultima domenica di settembre, sono partiti ufficialmente decine, centinaia di eventi sul vino, corsi, mini corsi; Ais e Fisar hanno ricominciato a far lezioni per formare  nuovi Sommelier; si avvicina la Milano Wine Week, ma soprattutto è il momento per “Trentodoc in Città – Milano 2018”, una kermesse rivolta ai professionisti del settore, agli estimatori ed  appassionati del metodo classico di montagna.
Durante questa manifestazione, esattamente per nove giorni, 19 tra locali, ristoranti e bar, ospiteranno aperitivi, eventi, party esclusivi, degustazioni e cene.

Ed è proprio di una cena che vi sto per parlare.
Invitato dalla mia amica Chiara, grande appassionata di spumanti e futura promettente sommelier, domenica sera ho deciso di cenare al Ristorante Nuovo Yacht di Milano: tre portate abbinate ad altrettante bottiglie di metodo classico Altemasi.

A presentare la serata, a raccontarci la storia di Altemasi, e le caratteristiche dei suoi prodotti, ci sono Roberto Sebastiani, Brand Manager Cavit/Altemasi, e Marco Zambianchi.
Scopriamo che la cantina Altemasi è socia della cooperativa Cavit di Trento, che ogni anno produce circa 70 milioni di bottiglie, bottiglia più bottiglia meno. Sono oltre 4500 i viticoltori che conferiscono le uve ad una decina di cantine sociali nelle quali sono prodotti i vini che comporranno poi la vasta gamma della produzione Cavit.

Si inizia con un calice di benvenuto, un Brut Millesimato 2014, composto unicamente da chardonnay proveniente da vigneti piantati tra i dai 400 agli 800 mt di altitudine. Bolla fine ed elegante, sentori di frutta al naso e freschezza in bocca.

L’antipasto, un’insalatina di polpo ligure con scaglie di Parmigiano Reggiano, sedano e frutti di bosco, invece è accompagnata magistralmente dal Rosè, composto da 40% chardonnay e 60% pinot nero, vendemmia 2018 coltivati nei dintorni di Trento e sull’Altopiano di Brentonico tra i 400 e i 600 mt. di altitudine.
Affina 30 mesi sui lieviti e la sboccatura è del 2018.
Di color rosa tenue, anche nel Rosé la bolla è fine e persistente. Il naso è invaso da sensazioni di frutta fresca, si riconoscono prugna, amarena, mela rossa e piccoli frutti di bosco; in bocca è molto ricco, complesso, molto equilibrato. L’abbinamento tra pietanza e spumante è ottimo, direi che iniziamo molto bene.

La prima portata è un risotto con scampi e fiori di zucca di ottima fattura. Il vino scelto dal ristorante è il il Brut Millesimato che avevamo bevuto come benvenuto, ma della vendemmia 2013, 48 mesi sui lieviti, sboccatura del 2018, molto più riposato e morbido rispetto a quello di prima.
La caratteristica che mi colpisce subito è la grana molto fine dello spumante, che dona eleganza al calice. I profumi sono complessi. Al naso si riconoscono note agrumate e di frutta bianca, in bocca è particolarmente fresco e di ottima struttura e equilibrio.

Le parole del cameriere “Adesso arriva la punta di diamante di Altemasi” mi incuriosiscono.

Manca un solo piatto, il salmone in crosta di pane, e in abbinamento c’è la Riserva Graal.
Lo spumante è composto dal 70% di chardonnay che vinifica in barrique, e dal 30% pinot nero.
Vendemmia 2010, sboccatura nel 2018, quindi ben 84 mesi sui lieviti.
Di color giallo dorato, perlage molto persistente, profumi molto fini ed eleganti, mela matura, nocciola, miele. Al palato si nota subito l’avvolgenza del sorso, arricchita dalla freschezza e dalla sapidità che danno la sensazione di totale equilibrio.
Il salmone, cucinato con grande maestria, era accompagnato ad una salsina,  una maionese sapientemente aromatizza, molto delicata ma allo stesso tempo capace di tener testa al vino che altrimenti avrebbe sovrastato il piatto.

Aveva ragione il cameriere. La riserva Graal è la vera punta di diamante della casa.

Dulcis in fundo una vendemmia tardiva di Cavit, Rupe Re, da accompagnare a piccoli squisiti biscotti fatti in casa.
Vino che nasce nella Valle dei Laghi, quella che porta da Trento a Riva del Garda, battuta da un vento che si forma tutti i giorni sul lago, l’ Ora, che permette ai grappoli di rimanere asciutti e di appassire tranquillamente in pianta.
Le uve sono gewürztraminer, sauvignon, incrocio Manzoni e nosiola. La beva è fresca, di piacevolissima dolcezza, che si abbina perfettamente ai biscottini.

 

La sensazione, dopo serate del genere, dove si ha la possibilità di assaggiare prodotti dell’eccellenza enogastronomica italiana, è sempre gratificante. Mi dirigo verso casa, in metropolitana ovviamente, rilassato, dimenticandomi che il weekend è appena finito e un altro lunedì mattina sta arrivando!

Sui colli novaresi alla scoperta del Tapulone

L’ autunno ha bussato alla mia porta e io l’ho accolto a bocca aperta con un piatto di Tapulone e un calice di Nebbiolo.

“Tapulone” non è un insulto declinato in qualche dialetto lombardo ma un antichissimo piatto tipico della sponda piemontese del Lago Maggiore. Ne ignoravo l’esistenza fino a qualche mese fa, ma illuminante è stata una gita da quelle parti e l’incontro con la memoria storico-gastronomica di chi quelle terre le conosce, le ha vissute e quindi le ha anche “mangiate”. Così ho aspettato in trepida attesa l’aria frizzante che fa tornare l’appetito (in realtà a me non era mai scomparso) per poi partire verso i colli novaresi, per la precisione a Borgomanero, patria indiscussa del Tapulone.

Questa è una zona dove la norcineria equina è ancora importante. Il Tapulone (pronunciato “taplòn”) da tradizione è infatti realizzato con carne d’asino tritata finemente, rosolata poi con olio, burro e aglio, fatta cuocere a lungo con alloro e rosmarino mentre la si innaffia di brodo e vino. La carne d’asino è piuttosto dura, quindi da tapulà, da sminuzzare con il coltello fino a farne un trito da cuocere per molto tempo in modo che si ammorbidisca lentamente.

Secondo la leggenda la storia del Tapulone arriva da molto lontano e narra che la nascita di questo piatto sia contemporanea a quella di Borgomanero verso gli ultimi decenni del XII secolo. E, come di consuetudine, le sue origini vanno ricercate nella cucina povera dei contadini che dovevano sfruttare al massimo le risorse locali, in questo caso i vecchi asinelli che al culmine delle loro fatiche venivano poi usati per sfamare le famiglie. Per questo motivo la carne che si trova oggi forse non è poi tanto più “da tapulà”, sarà difficile ottenere la stessa consistenza di un animale abituato al lavoro nei campi rispetto a uno cresciuto in allevamento.

Il mio primo Tapulone amabilmente accompagnato da polenta l’ho assaggiato all’Osteria della Corte e mi è andata di lusso perché era il giorno in cui lo avevano in menù. La scelta del vino non è stata difficile perché nella zona le cantine locali sono proposte senza esitazione, a sottolineare il legame tra cibo e territorio che queste terre si portano dietro. Ho scelto “Agamium” un Colline Novaresi Doc annata 2014, dell’azienda Antichi Vigneti di Cantalupo, cantina di cui vi abbiamo parlato recentemente in un altro articolo.

Nebbiolo in purezza delicatamente profumato di violetta e piccoli frutti rossi; in bocca ha un buon corpo ma è l’acidità a spiccare, retaggio dei suoli minerali della zona. Il tapulone da parte sua è ben equilibrato, si percepiscono le erbe aromatiche che delicatamente si sposano con il gusto della carne, succulenta e dal gusto persistente, addolcita dall’accompagnamento con la polenta.

Il vino gioca bene le sue carte nella parte aromatica e di pulizia anche se sul finale il sentore di carne un po’ torna a farsi sentire. Una piacevole unione dove forse un maggiore grado alcolico rispetto ai 12,5% di quello che avevo nel calice avrebbe aiutato nel pulire completamente il palato.

Ma non posso lamentarmi del mio primo assaggio autunnale, come amo ripetere l’esperienza insegna e quando c’è da imparare gustando, io divento come mai in vita mia la secchiona della classe.

*Secondo suggerimenti dei locali ecco altre due osterie a Borgomanero dove poter gustare il Tapulone nella sua versione tradizionale:

Osteria del Ciclista

Trattoria dei Commercianti

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Piccolo roadtrip eno-gastronomico in Sicilia

Primi di Settembre. Tornato dalle ferie a fine Agosto, ancora tra borsoni e zaini vuoti da sistemare fino al prossimo viaggio, trovo la vecchia guida della Sicilia, convinto di averla persa o abbandonata da qualche parte e scopro segnalibri e appunti presi prima della partenza.

Questa del 2018 è stata un’estate da girovago. Una breve sosta dai miei genitori a Taormina, per poi prendere un autobus fino a Palermo, raggiungere Trapani e Marsala, nella punta ovest dell’isola, e in auto con amici, tornare a est passando per Noto e Siracusa, per concludere come ultima tappa, ancora Taormina.
Ed è proprio dalla perla del Mediterraneo, che voglio far partire il mio racconto-tour, un elenco dei migliori ricordi eno-culinari  di questi venti giorni.

Sono stato all’ Arco Rosso, era da anni che non tornavo in questo piccolo locale di amici, incastrato in una strettissima via, in discesa, tra un negozio di souvenir e i tavolini dei ristoranti in equilibrio precario.
A conduzione familiare, la specialità della casa sono le ottime bruschette, ma anche panini e taglieri di affettati misti con prodotti tipici siculi.
Decido quindi di assaggiare due bruschette, una con origano, aglio, pomodoro, prosciutto crudo e formaggio spalmabile e l’altra con pesto di pistacchio, melanzane, prosciutto crudo e grana a scaglie, entrambe su buon pane di casa. Devo dire ottime!

Il vino scelto per questo veloce aperitivo è stato consigliato dallo staff, Tenute Donna Elia 2016, Etna Bianco doc composto da carricante per l’80%, minnella e altri vitigni a bacca bianca per il 20%.
Giallo paglierino intenso, al naso si nota una nota fruttata intensa, inizialmente agrumata, poi di frutta bianca come pesca, accenni floreali, come l’acacia e una leggera mineralità.
In bocca si nota subito la sapidità e la freschezza. Un vino equilibrato, l’ho trovato interessante, abbinato soprattutto alla bruschetta con il pesto di pistacchio.

 

Abbandonata la “east cost”, i giorni successivi li ho passati a Palermo, tra le splendide cattedrali e i vicoli rumorosi e colorati dei mercati di Ballarò, della Vucciria e del Capo.

Sono stato con amici, dopo svariati e insistenti consigli, all’Osteria Ballarò, un ristorante molto particolare, un piccolo gioiello in mattoni e archi all’interno delle antiche scuderie di Palazzo Cattolica. Dopo la prima lettura del menù, capisco subito che uscirò soddisfatto. Tutti prodotti, dai formaggi ai vini, di Presidi Slow Food.

Carta dei vini che mette in difficoltà, per l’ottima scelta. Decido di ordinare Bianco Pomice, della cantina Tenute di Castellaro, un vino già bevuto in altre degustazioni ma mai a tavola con calma e accompagnato a ottimo cibo.
Vino prodotto sull’isola di Lipari, nelle Eolie, a 350 mt s.l.m. composto da malvasia delle Lipari per il 60% e carricante per il 40%.
Fermentazione in barriques e affinamento in bottiglia per due mesi.
Si presenta alla vista con un giallo paglierino scarico, con riflessi verdolini.
Al naso si percepiscono note floreali, che con il passare dei minuti vengono coperte da sentori di frutta fresca, erbacei, di macchia mediterranea, un leggero profumo agrumato, ma quello che spicca di più è la potente mineralità.
In bocca ha grande struttura, è parecchio persistente, fresco e sapido, torna prepotente la nota minerale.
Un vino di grande struttura, ma allo stesso tempo estremamente fine ed elegante. Unica pecca, l’abbinamento con una “Ricottina di bufala siciliana affumicata alle erbe, fiore di zucca in tempura e croccante al pistacchio di bronte”. E’ risultato un piatto troppo delicato per tener testa all’ottimo vino.

Terza e ultima tappa, ma solo per ordine cronologico, è Marsala.
Consigliati dalla persona che ci ha affittato casa, ci rechiamo a “Le Caserie, locanda di charme“, un luogo tranquillo, tra i vicoli bianchi di della cittadina, ristorante dell’omonimo hotel, non lontano dal centro.
Posto particolarmente bello, situato poco sotto il livello della strada, in mattoni, dove non prendono i cellulari, e si può cenare tranquillamente.

La scelta del vino qua è stata più facile. Non ci sono state esitazioni alla vista di Grappoli del Grillo, di Marco De Bartoli.
Un vino incredibile, 100% grillo coltivato nella storica contrada Samperi, poco lontana da Trapani, affina 12 mesi in fusti di rovere e altri 6 mesi di affinamento in bottiglia. Il colore è invitante, un giallo paglierino intenso, una trama complessa al naso, il bouquet floreale iniziale, con il passare dei minuti, scopre i profumi di frutta esotica, come l’ananas maturo.
Al palato è ben strutturato, un finale leggermente amaro, da mandorla, che aiuta la persistenza. Perfettamente bilanciato, questa volta penso di aver trovato un bell’abbinamento con il cibo. Infatti, dopo l’antipasto di crudo di mare diviso tra amici, mi fiondo su un tipico piatto, come quello che facevano le nonne un tempo: “Spaghetti spezzati in brodo di cernia di Marettimo, con scampi”. Matrimonio perfetto con il Grappoli del Grillo.

Ma siamo a Marsala. Non te ne sarai andato via da qua senza aver provato una delle decine di enoteche aperte fino a tardi? Direte voi.
Affatto, l’enoteca La Sirena Ubriaca, nel centro storico di Marsala, offre alla clientela la possibilità di fare degustazioni perfettamente guidate e spiegate da loro.
Chiudiamo la serata quindi con due tipologie diverse dello stesso vino: un Marsala Superiore Ambra Secco della cantina Casano e un Marsala Vergine delle Cantine Buffa.
Il primo, prodotto con Grillo, Cataratto e Insolia è di un color ambrato intenso, molto brillante, profuma di pasticceria siciliana, di mandorle,caramello.
Al palato è un esplosione di sapori, frutta secca, si nota il fico, un ottimo vino da dessert.

Il secondo, la versione Vergine delle Cantine Buffa invece, è tutt’altra storia. Prodotto con Grillo e Cataratto, ha un naso complesso, si va dalla confettura alla frutta esotica e al timo, fino alla vaniglia e al tabacco dolce.
Il gusto è estremamente elegante, strutturato, molto persistente, un bel ricordo che mi accompagna verso casa.

E soprattutto che merita l’acquisto la mattina successiva.

 

 

 

 

Io bevo da sola

Magnifica Milano ad agosto. Il traffico diminuisce, la città diventa semi-silenziosa con solo i turisti a popolare le strade e, se si è fortunati, calano pure le temperature (cosa che non è successa quest’anno). Si respira un’atmosfera ovattata senza sentirsi mai troppo soli. Ma è comunque tempo di vacanza per la maggior parte del popolo meneghino ed è raro trovare un’enoteca aperta. Così faccio quello che mi è più congeniale: bere da sola. A casa. Che poi tanto sola non sono, ho il vino e con lui dialogo che è una meraviglia.

Una sera d’agosto mi sono trovata in compagnia di un Chambave Muscat, Vallée d’Aoste Doc di La Crotta di VegneronLa cantina è una cooperativa nata nel 1980 che raccoglie circa 100 soci tra Chambave e Nus. Viticulteurs che mirano alla valorizzazione dei vitigni autoctoni, tesi a ottenere il massimo da un territorio di non sempre facile coltivazione a causa delle forti pendenze, con altitudini che variano dai 500 agli 800 metri.

Il Muscat de Chambave non è altro che il profumatissimo moscato bianco che, in questa zona, dà il meglio grazie alle scarse precipitazioni e alle temperature elevate durante il giorno che calano drasticamente la notte aiutando a mantenere le uve asciutte e sane, oltre a esaltare gli aromi nel vino. Il mio compagno di bevuta arriva da vitigni esposti per la maggior parte a sud in vari appezzamenti della zona su altitudini tra i 450/680 m sul livello del mare. Il mosto dopo una macerazione pellicolare a basse temperature viene semplicemente fatto fermentare e sostare in acciaio sulle fecce fini con i rituali bâtonnages.

Il giallo paglierino passa in secondo piano quando si accosta il calice al naso. Fiori bianchi da primavera inoltrata, pesca gialla, un po’ di pungienza di agrumi e erbe aromatiche. In bocca è morbido e ha una buona consistenza dovuta anche ai 13 gradi; non troppo caldo in gola, rimane comunque leggero, equilibrato, con una chiusura persistente e intensa. Aiuta a immaginarsi seduti su un prato ad ammirar le vette lontani dal caldo milanese.

E se a furia di contemplare il tramonto di città scattasse un certo languorino? Si potrebbe provare con un salmone affumicato aromatizzato all’aneto accompagnato magari da qualche fetta di pane o crostino imburrati. Il gioco è semplice: l’affumicatura del salmone dona ulteriore aromaticità al pesce e, con l’aggiunta dell’aneto, i profumi di vino e pietanza diventano un tutt’uno che non stanca. Alcol e acidità puliscono il palato dalla grassezza del salmone dando lo sprint per agguantare il boccone successivo.

Ora posso dirlo. La chiusura delle enoteche e la solitudine di agosto erano solo una scusa. A me bere da sola piace e lo faccio in qualsiasi momento dell’anno. D’altronde c’è chi balla da sola, chi viaggia da sola, chi parla da sola. Ebbene, io bevo da sola.

E voi preferite la solitudine del tu per tu con il calice o non potete far prescindere una bottiglia di vino dalla compagnia?

 

*Immagine dal web

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Rosso di mare

Il mio amore per il vino rosso è illimitato.

Certo mi piaciono anche i vini bianchi o le bollicine. Ma per i vini rossi, soprattutto quelli composti da alcuni vitigni in particolare, ho un grandissimo debole. Purtroppo c’è un periodo dell’anno dove bere un vino rosso non è certo ideale: l’estate.

Sia chiaro, adoro l’estate. E’ la mia stagione preferita.

Però si pone il problema di trovare un rosso, leggero e beverino, che possa essere degustato con piacere quando la temperatura si alza a livelli torridi, sia in città che in località di mare. Magari degustando piatti a base di pesce, altra cosa che adoro.

Per queste due passioni, vino rosso e piatti a base di pesce, a volte è veramente difficile trovare il giusto abbinamento.

Qualche sera fa credo di essere riuscito a trovare la quadra del cerchio. Con un vino alquanto particolare.

Il Fichimori Salento IGT della cantina Tormaresca, un azienda del gruppo Antinori.

Questo vino, con base di  negroamaro  e con una lacrima di syrah attorno al 5%, è stato prodotto nella piana di San Pietro in Vernotico, in provincia di Brindisi, con una macerazione a freddo che risalta le caratteristiche del vitigno principe del Salento.

Il colore è un rosso rubino carico con forti venature purpuree.

E’ un vino da servire freddo, ad una temperatura ideale tra gli 8 e i 10 gradi, ma può essere degustato anche con qualche grado in più, dove sviluppa tutti i suoi sentori fruttati di ciliegia, fragola, lampone e ribes e si percepiscono leggermente degli aromi floreali che mi ricordano i petali di rosa.

Presenta una acidità piacevole, non aggressiva, con poca sapidità ed un corpo leggero e delicato. L’entrata in bocca è morbida e vellutata, causato dai tannini appena accennati, con un sapore molto fine. La persistenza è medio corta ma riesce a lasciare un’aroma finale piacevole.

È stato abbinato in un cena con piatti a base di pesce ed il risultato finale è risultato convincente e soddisfacente.

Anche se la degustazione si è svolta con una temperatura di un paio di gradi superiore a quella indicata dal produttore.

Come antipasto c’era un piatto di salmone su un letto di songino e trevisana, aromatizzati con una salsa di agrumi. Con questa fusione, probabilmente la temperatura un po’ troppo alta del vino ha penalizzato il piatto in quanto ha sovrastato leggermente la delicatezza del salmone ed ha attenuato la salsa di agrumi abbinata.

Al contrario del precedente abbinamento, con il secondo antipasto, un polipo arrostito con patate viola e pomodorini pachino, olive e capperi, questa volta l’alta temperatura del Fichimori lo ha aiutato a sostenere la corposità ed il sapore deciso del polipo, creando un effetto di contrasto e pulizia del palato, reso un po’ untuoso dalla carne del polipo.

Anche con il primo piatto l’abbinamento è risultato positivo. Il risotto di mare alle zucchine, aromatizzato con zafferano, curry e chicchi di melograno si è fuso con i sentori fruttati del Fichimori ed ha risaltato la freschezza dello stesso.

La robusta corpulenza del secondo piatto, una fetta di pesce spada impanato con funghi e erbe aromatiche ha risaltato la leggera corposità del Fichimori, lasciando nel palato un finale leggermente amarognolo.

In conclusione il Fichimori si è dimostrato un ottimo rosso per i piatti di pesce, con una bevibilità semplice e un gusto delicato, a patto che i piatti abbinati non siano troppo corposi, unti o con grande riduzione.

In pratica un ottimo, delicato e fresco “rosso di mare”.

Bancario (e non banchiere, purtroppo) con la passione per il ballo, i gatti e gli sport americani, baseball in particolare.

Da quando ha scoperto il mondo del vino e dell’enologia, questa passione ha soppiantato le altre.

Non si è ancora pentito di questa scelta. Se mai se ne pentirà.

Un Irriverente assaggio

Attirata da un’etichetta bianca dove il tuo nome è scritto come con un filo d’erba. Avevo in mente altro per la mia cena ma ho trovato te: l’irriverente

Sono a tavola con “Lirriverente, Igp Terre Siciliane” un catarratto in purezza di Animacorale che ancora non è una vera cantina ma di certo è un bel progetto.

Cos’è Animacorale? 

“È una comunità che lavora con il cuore” questa è la risposta quando si chiede a chi fa parte del progetto il significato del nome.

A Bagheria in provincia di Palermo, Padre Salvatore Lo Bue fonda anni fa la comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti che negli anni amplia il suo raggio di aiuto a minori e donne vittime della prostituzione. I suoi interventi sono talmente efficaci che il comune di Castelvetro lo premia con 88 ettari di terreni coltivabili confiscati alla mafia, dove la comunità decide di destinare 33 ettari ai vigneti e di piantare 5000 piante di ulivo per 42 ettari.

L’incontro tra il vignaiolo Francesco Guccione e la Onlus Casa dei giovani nasce con l’intento di aiutare il reinserimento dei giovani attraverso il loro impegno nella produzione locale. I ragazzi sono coinvolti in tutta la produzione e parte del ricavato remunera il loro lavoro oltre a coprire i costi di produzione, mentre il restante è destinato alla costruzione di una cantina dove poter eseguire le operazioni di vinificazione, che per il momento vengono eseguite in quella di Guccione a Valle del Belice.

La coltivazione è destinata a uve autoctone bianche vinificate in rigorosa purezza con metodi naturali che danno vita a 4 etichette i cui nomi sono ispirati alle persone che portano avanti l’iniziativa. Lirriverente da uve catarratto, l’eretico da grecanico, il visionario da inzollia, l’audace da grillo e uno speciale Vino del miracolo prodotto in 3000 bottiglie sempre da uve grillo, è dedicato a Padre Salvatore. 

Chi è l’irriverente?

Mi aspettavo il solito giallo paglierino e invece è arancione, quasi mogano, come le foglie d’autunno. Profumi di miele e agrumi canditi ricordano un passito ma il sentore di mare dirotta altrove, pieno in bocca ancora un po’ confonde, per un momento sembra dolce ma quella freschezza che pulisce tutto non mente sul suo essere tutto fuorché un vino dolce. Con irriverenza, ha disilluso le attese di quello che mi sarei potuta aspettare da un calice di catarratto.

Di notizie sulla vinificazione non ne ho trovate se non un generico “10 mesi tra botte e bottiglia”, di sicuro c’è stata la macerazione sulle bucce, nessuna filtrazione, forse arriva da una vendemmia tardiva o solo da uve scaldate dal bel sole di Sicilia.

In tavola senza nessun accompagnamento se non una penna per annotare qualcosa, perdendomi nei suoi sapori mi sono venuti in mente i pomodori pachino, quelli belli dell’Isola, dolci e succosi. Poi banalmente, ho pensato a un pesce. Il pesce spada? O un pesce grassoccio e dalle carni più dolci? Da buttarci la pasta dentro o un bel tozzo di pane appena sfornato.

“Per noi è fondamentale la qualità dei nostri vini. Sono vini unici, lontani dal gusto omologato della produzione di massa e, quindi, possono non piacere al primo impatto.

Parole di Valentina Vitale, coordinatrice del progetto. Non piacere al primo impatto? Non è stato questo il caso, mi toccherà assaggiare i restanti se avrò la fortuna di imbattermici mentre cerco altro.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Un’Orma di vino

Ebbene sì, devo confessarlo, non sono una grande appassionata di carne. Anzi spesso rifuggo dal mangiare quello che fu di un essere vivente.

Questo però mi porta inevitabilmente a bere i “soliti” vini bianchi che si accompagnano bene a cibi più delicati, come ad esempio le verdure, stufate o come condimento a primi piatti.

L’altra sera però mi hanno regalato una bottiglia di “Orma” e mi pareva brutto non berla subito.

Mi sono quindi messa ai fornelli e tra lo stupore generale dei miei commensali ho cucinato sulla piastra domestica – ahimè nel centro di Milano è molto difficile avere a disposizione del fuoco vivo – un paio di spesse e grasse bistecche. In un piatto ho messo del pomodoro ramato tagliato e condito con olio, aceto, sale e una bella spolverata di origano pugliese.

Nel calice avevo il mio “Orma”, un IGT Toscana prodotto con uve merlot, cabernet sauvignon e cabernet franc. Un bordolese di noi altri, insomma, prodotto in quella zona della Toscana chiamata Bolgheri e più conosciuta per i famosi Sassicaia e Ornellaia.

Il Podere Orma si estende per pochi ettari su un terreno argilloso e calcareo a Castagneto in provincia di Livorno, paese che già diede i natali ad uno dei più grandi poeti italiani, Carducci, presagio quindi di eccellenza a prescindere.

Appena aperta la bottiglia sono subito attratta dai profumi che invadono l’aria. Aromi di frutta a bacca rossa e spezie finissime non tardano ad uscire dal bicchiere. In bocca sento un vino pieno e complesso, dall’alcolicità importante. Ritrovo la ciliegia e la prugna unite ad una variegata speziatura: pepe nero, cannella, liquirizia. Scopro anche i terziari originati dal lungo affinamento in botte, come il tabacco ed il cuoio.

Sono catturata da un vino sontuoso, importante, complesso, che non ha nulla da invidiare ai più famosi vicini o ai cugini francesi. Un vero e proprio nettare che rapisce i sensi e che solo al secondo bicchiere scopro avere anche un affascinante colore rosso rubino, con luminosi riflessi purpurei, passato inevitabilmente in secondo piano davanti a cotanta ricchezza olfattiva.

Non mi resta ora che abbinarlo alla mia bistecca, ma quale bistecca? Quella che ormai fredda e poco invitante è abbandonata nel piatto?

La lascio là, rovinerebbe tutta la poesia di questa lunga persistenza che ancora invade i miei sensi.

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Di quando c’era uno Chablis nel frigo

Tutto nasce da quel formaggio francese dall’aroma invadente che a ogni apertura di frigo mi ricorda la sua presenza. Il Pont L’Evêque si chiama, arriva dalla Normandia ed è tanto “puzzone” quanto morbido e gentile in bocca. Per non offenderne la sensibilità d’oltralpe lo uso come rinforzo gustoso a una quiche con zucchine, menta e yogurt ben racchiusi nella loro pasta brisée.

Il caso ha voluto che ci fosse anche uno Chablis nel frigo. Un vino che arriva dalla Borgogna anche se l’omonima cittadina da cui prende il nome è più vicina alla Champagne che alla Côte d’Or e ne ha in comune il clima rigido e i terreni gessosi che sorgono su strati ricchi di fossili marini (Kimmeridge). Unico e solo vitigno con cui può essere prodotto è lo chardonnay che, se non domato dal legno come si usa adesso, in questa zona spicca per la sua acidità.

Ma non solo di questo è fatto lo Chablis! A seconda delle zone il vino ha sentori più lievi e fruttati, o più intensi e minerali di pietra focaia. Va da sé che più ci si avvicina ai gran cru, più si avranno caratteristiche di complessità ed eleganza.

Ho mantenuto un low profile e nel mio calice brilla uno “Chablis AOP (appellation d’origine protégée), 2015” di La Colombe, cantina di cui ho scoperto ben poco tranne che hanno voluto rispettare la tradizione di questo vino, evitando il passaggio in botte che lo avrebbe reso immeritatamente morbido. Dai profumi sottili di agrumi, frutta bianca e un sentore salmastro, in bocca impatta con la sapidità e la super – da me – citata acidità che persiste. Un vino piacevole, equilibrato nel suo disequilibrio, più “gustoso” di quello che, forse, ci si poteva immaginare all’olfatto.

La quiche da parte sua è delicata e fresca, ingolosita dagli elementi grassi di yogurt e formaggio che lasciano rispettivamente una leggera nota acidula e una non eccessiva persistenza sapida.

Il verdetto finale: al primo impatto le durezze del vino invadono il palato e le guance, per poi affievolirsi armonizzandosi abbastanza bene con il boccone. Certo, un’aggiunta di pancetta o salmone affumicati o prosciutto cotto per esempio, avrebbero probabilmente aiutato l’armonia.

Ma, si sa, il viaggio alla ricerca dell’unione perfetta è fatto di continui tentativi che rendono il percorso divertente forse ancor più della meta!

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?