Di quando c’era uno Chablis nel frigo

Tutto nasce da quel formaggio francese dall’aroma invadente che a ogni apertura di frigo mi ricorda la sua presenza. Il Pont L’Evêque si chiama, arriva dalla Normandia ed è tanto “puzzone” quanto morbido e gentile in bocca. Per non offenderne la sensibilità d’oltralpe lo uso come rinforzo gustoso a una quiche con zucchine, menta e yogurt ben racchiusi nella loro pasta brisée.

Il caso ha voluto che ci fosse anche uno Chablis nel frigo. Un vino che arriva dalla Borgogna anche se l’omonima cittadina da cui prende il nome è più vicina alla Champagne che alla Côte d’Or e ne ha in comune il clima rigido e i terreni gessosi che sorgono su strati ricchi di fossili marini (Kimmeridge). Unico e solo vitigno con cui può essere prodotto è lo chardonnay che, se non domato dal legno come si usa adesso, in questa zona spicca per la sua acidità.

Ma non solo di questo è fatto lo Chablis! A seconda delle zone il vino ha sentori più lievi e fruttati, o più intensi e minerali di pietra focaia. Va da sé che più ci si avvicina ai gran cru, più si avranno caratteristiche di complessità ed eleganza.

Ho mantenuto un low profile e nel mio calice brilla uno “Chablis AOP (appellation d’origine protégée), 2015” di La Colombe, cantina di cui ho scoperto ben poco tranne che hanno voluto rispettare la tradizione di questo vino, evitando il passaggio in botte che lo avrebbe reso immeritatamente morbido. Dai profumi sottili di agrumi, frutta bianca e un sentore salmastro, in bocca impatta con la sapidità e la super – da me – citata acidità che persiste. Un vino piacevole, equilibrato nel suo disequilibrio, più “gustoso” di quello che, forse, ci si poteva immaginare all’olfatto.

La quiche da parte sua è delicata e fresca, ingolosita dagli elementi grassi di yogurt e formaggio che lasciano rispettivamente una leggera nota acidula e una non eccessiva persistenza sapida.

Il verdetto finale: al primo impatto le durezze del vino invadono il palato e le guance, per poi affievolirsi armonizzandosi abbastanza bene con il boccone. Certo, un’aggiunta di pancetta o salmone affumicati o prosciutto cotto per esempio, avrebbero probabilmente aiutato l’armonia.

Ma, si sa, il viaggio alla ricerca dell’unione perfetta è fatto di continui tentativi che rendono il percorso divertente forse ancor più della meta!

Cheese & Wine

Abbassate le luci sul Vinitaly 2018, si cominciano a decifrare le numerose pagine di appunti.

La maggiore manifestazione vinicola italiana è stata preceduta da un fine settimana intenso di eventi dislocati in punti turistici della città di Verona, che per l’occasione si è trasformata in uno dei più grandi palcoscenici d’Italia. Vinitaly and the City l’hanno chiamato.

Nei giardini pubblici dell’Arsenale, proprio accanto al Ponte di Castelvecchio, il fine settimana ha vestito i colori e i profumi della Sicilia. Il bel giardino antistante la fontana durante il giorno ha visto radunarsi compagnie di amici e famiglie intere con i bimbi al seguito; appena calato il buio magnifici giochi di acqua e luci colorate hanno ravvivato le serate.

Il filo conduttore però è sempre stata la Sicilia con i suoi vini, ovviamente, e con prelibatezze gastronomiche antiche di secoli che, grazie anche all’intensa attività del presidio Slow Food locale, stanno riacquistando vita e notorietà.

In questo contesto ho avuto la possibilità, o forse è meglio dire l’onore, di assaggiare il Maiorchino, un formaggio prodotto con un mix di latte di capra e pecora, lavorato rigorosamente a mano e lasciato stagionare per quasi un anno.

Ovviamente noi cittadini non ne abbiamo mai sentito parlare; in città questo formaggio non ci arriva neppure. La sua produzione è limitata e circoscritta nella zona dei Monti Peloritani, in provincia di Messina, e la “ricetta” viene tramandata di padre in figlio.

Qui la parola transumanza ha ancora significato. Le pecore brucano l’erba dei prati e si spostano, seguendo i ritmi delle stagioni e della natura, alla ricerca del foraggio fresco. E quando l’erba non si trova più il bestiame è alimentato con il fieno raccolto ed essiccato nei mesi precedenti, quando le vallate erano ancora verdi.

Tutto ciò non può che dare origine ad un grande formaggio, dagli intensi aromi e dai forti sapori erbacei, molto sapido e speziato.

Il vino servito in abbinamento era un Nero d’Avola, il vino rosso siciliano per antonomasia. Nella fattispecie Vitese, Nero d’Avola, cantina Colomba Bianca, 2017agricoltura biologica certificata.

Come si sa, il Nero d’Avola si caratterizza per i sentori di frutta rossa a bacca piccola, generalmente maturi, per i sentori di pepe nero e spezie e per l’elegante tannino.

Sulla carta, quindi, ci saremmo aspettati un abbinamento perfetto, un completo bilanciamento tra cibo e vino con la nascita del famigerato “terzo sapore” del quale sono alla costante ricerca i sommelier più raffinati.

C’erano tutte le carte in regola perché fosse quel grande vino che tutti ci aspettavamo, gradazione alcolica compresa. Ma al momento era decisamente troppo giovane e troppo poco strutturato per reggere il passo con un formaggio così impegnativo.

La giovane annata e il recente imbottigliamento non hanno permesso ai tannini di ammorbidirsi, rimanendo di fatto ancora molto nervosi, e al corpo di espandersi, di maturare.

La consistenza e la grassezza del formaggio hanno sovrastato il corpo e i tannini del vino che, così, è passato in secondo piano rispetto al nostro Maiorchino, padrone indiscusso della scena.

Sarebbe bastato aspettare qualche mese, forse anche meno di un anno, e avremmo potuto godere in un vino ottimo, strutturato e affinato al punto giusto; capace quindi di ben abbinarsi a questo buonissimo, ma molto impegnativo, formaggio.

Schivo e generoso come un Rossese

È vero, noi liguri siamo schivi e ci teniamo le cose buone per noi, timorosi nel concederle agli altri.

Ma oggi mi sento generosa e racconterò di un vino da bere quando ha pochi anni di vita ma anche quando si evolve nel tempo. Da abbinare a piatti semplici o a quelli più complessi della tradizione; alla carne e al pesce. Un vino che si fa attendere, è schivo sì, ma generoso.

Racchiude tutta la Liguria in un sorso.

Siamo a ponente tra la Val Nervia e la Valle Crosia dove, tra i 300 e i 600 metri di altitudine, cresce il Rossese. Vitigno autoctono abbandonato e poi riscoperto, anche grazie allo zampino di Luigi Veronelli che con il suo sguardo lungo aveva capito tutto. Anche in questa parte di Liguria la viticoltura non è sempre facile, spesso le viti sono coltivate ad alberello e sorgono su terrazzamenti. Ma quel clima unico che rinfresca da nord e giova delle brezze marine ricompensa della fatica.

In tavola il Testalonga, Rossese di Dolceacqua doc 2015, di Antonio Perrino. Produttore da 50 anni. Biologico ancora prima che il biologico esistesse. Un ettaro di vigna coltivato a Rossese e Vermentino di cui produce una versione a testa. Trattamenti con zolfo in polvere, uve pigiate (c’è chi dice con i piedi) con raspi annessi, fermentazioni non controllate e sosta di minimo un anno in botti da 500 l.

Tipico del vitigno il rosso rubino scarico, al naso è salmastro, con lieve spezia di pepe, mandorla amara e le solite note di frutta rossa di bosco stavolta macerata.

Ma quello che più amo di questo vino, è che rivela la sua natura in bocca. Non ci si sottrae all’impatto speziato di cannella, chiodi di garofano, incenso. Anche i profumi diventano masticabili. È un po’ piccante in entrata e caldo in gola. Sapidità e freschezza si bilanciano, il tannino è ruvido ma in evoluzione, si fa ricordare sul finale, per lasciare lentamente il posto al frutto.

Con semplicità l’ho abbinato a un classico della cucina casalinga: il polpettone di carne, fatto con manzo e suino, Parmigiano Reggiano e pecorino romano nell’impasto, profumato di menta e alloro. E l’intesa è scattata.

Che ci volete fare? Siamo fatti cosi. Ma la nostra terra è generosa e così lo sono i nostri frutti, per chi avrà il cuore e la curiosità di scoprirli.

Il matrimonio d’amore dei pizzoccheri con il vino

Perché gli abbinamenti “territoriali” funzionano?

Ho cercato la risposta con un piatto del territorio e vino del territorio, gustati SUL territorio: la Valtellina.

Sabato con ancora la neve in sottofondo e reduci da una visita da Nino Negri con  Fisar Milano  , non ci resta che mettere le gambe sotto al tavolo. In questo caso i tavoli del “Ca’ d’Otello” a Trevisio, ristorante del marito di Elena Fay.

Neanche a dirlo, pizzoccheri profumati e filanti nel piatto, abbinati al “Carteria, Valtellina Superiore Valgella Riserva DOCG Dall’omonima vigna Carteria situata a 500 m slm, nasce da terreni sabbiosi al 90%, matura per 12 mesi in botte da 30 hl e in botti di rovere da 500 l.

I pizzoccheri sono straccetti di pasta in prevalenza di grano saraceno, un cereale (che tanto cereale non è) che nel Medioevo è approdato in Germania, poi in Svizzera e infine in Valtellina (dove è presidio Slow Food). Il ricco condimento è composto da verza, ortaggio delle stagioni fredde, e patate. C’è poi l’aggiunta non indifferente di formaggio Casera e/o Bitto, valtellinesi per eccellenza, per concludere con burro in abbondanza aromatizzato con aglio e salvia.

Dal sito accademia del pizzocchero  (ebbene si, esiste!) documenti storici attestano che

“… il contadino benestante vive bene. Coltiva infatti i prodotti della sua terra. Latte, formaggio e burro sono serviti ogni giorno in abbondanza”.

I vini rossi della Valtellina hanno profumi delicati ma presenti, tipici di fiori, frutti rossi, erbe aromatiche e spezie quando piano piano si evolvono. La loro struttura non è mai imponente, eppure il loro carattere si sente nella freschezza e nei tannini più o meno incisivi a seconda della maturazione e del territorio. Mai eccessivi eppure difficili da dimenticare.

Dallo stesso luogo nascono un vino e una pietanza i cui ingredienti, seppur opposti, si equivalgono creando un matrimonio di puro sentimento grazie a quello che offre la terra.

Sarà una magia?

I pizzoccheri sono profumati di aglio e salvia e burro. Unti da quest’ultimo e con sensazioni grasse dei formaggi, un piatto la cui struttura non è certo delle più leggere. Ma non temiamo, perché il vino accorre in nostro aiuto sposandone gli aromi, per ripulire e asciugare la bocca grazie alla trama tannica vellutata e all’acidità sostenuta. Questi contrasti provvidenziali ci portano al lieto fine fiabesco dove i sapori si fondono.

Ho trovato la risposta che cercavo?

Mi affido alla terra che, sicuramente più saggia di noi, porta consiglio e qualche profezia. Quando gli opposti si attraggono allora può essere che il sodalizio sia ben riuscito!

 

Pasteggiare a spumante … si può!

Le fasi cicliche della vita mi hanno riportato sui miei passi.

A qualche anno di distanza sono tornata alle Tenute Tonalini 1865 in quel di Montù. Allora si chiamava Cantina Storica di Montù Beccaria.

Diverso il nome e diversa la grafica delle etichette, invariata l’accoglienza e la qualità dei vini.

Ci troviamo nell’Oltrepo’ Pavese, una distesa di colline dai tratti morbidi, disegnati dai lunghi filari di vite ora in quiescenza, ma già pronti ad iniziare il meraviglioso ciclo vitale ormai alle porte. Qui madre natura è stata molto generosa e la vite cresce rigogliosa, dando ottimi frutti.

In questa zona la fa da padrona l’umile Croatina che cresce indisturbata accanto al nobile Pinot Nero e ad una serie di vitigni che sarebbe troppo lungo riportare.

La visita inizia e termina nella cantina dove è stato possibile, per così dire, toccare con mano le varie fasi della trasformazione dell’uva in vino. Tra la visita, il pranzo e la degustazione abbiamo assaggiato tutti, o quasi, i vini prodotti da questa azienda, grappa compresa.

All’interno infatti delle Tenute Tonalini vi è una importante distilleria che produce ottime grappe, partendo proprio dagli “scarti” della loro produzione vinicola.

Per i pochi che non lo sapessero ancora, sono un’appassionata di vini rosati e di Pinot Nero e quindi per me questa gita fuori porta è stata occasione per acquistare una cassa del loro Cruasé.

La capacità di questo spumante, prodotto con il metodo classico, è indubbiamente quella di abbinarsi a numerosi piatti della cucina tipica italiana a partire proprio dagli antipasti di salumi, dove gli aromi di frutta di bosco a bacca piccola tipici del Pinot Nero ben si accostano a quella degli insaccati.

La freschezza e l’effervescenza sono invece degli ottimi sgrassatori per un secondo di carne. E a noi, buoni italiani, il sentore di crosta di pane, che è subito percepibile al naso, risulta piacevole a tutto pasto.

L’ho provato anche con il dessert, una fetta di torta rustica a base di cioccolato. Forse questo abbinamento era poco consono in quanto il grado zuccherino dello spumante, un brut, non si equilibrava certamente con il dolce che era nel piatto, ma la speziatura percepibile sul fin di bocca, quella sì che si è armonicamente amalgamata!

 

Un piatto di spaghetti e un bianco che non è bianco

Appena l’ho visto ho capito. Ammaliante nella sua veste dorata quasi ambrata non poteva che suggerirmi quello. L’ho assaggiato e la struttura che a occhi chiusi non sapresti dire con certezza se appartenga a un bianco o a un rosso, mi invitava verso primi piatti con sughi di pesci “cicciosi” o bianchi di carne, o forse un bel pollo in umido.

Ecco come i vini bianchi macerati poi tanto bianchi non sono. Nel calice “Ramì Terre siciliane IGP, 2014” dell’azienda Cos di Vittoria. Nata negli anni ‘80 dal sogno di tre amici che coltivano in regime biodinamico e vinificano in anfore. Grecanico e Inzolia in parti uguali, “Ramì” nasce da una fermentazione spontanea sulle bucce con lieviti indigeni e affina in vasche di cemento e poi bottiglia.

Aromi intensi ma non invadenti di miele, frutta gialla matura e agrumi. In bocca è di corpo e morbido, fresco ma non troppo e leggermente tannico causa macerazione con le bucce. Buona persistenza, equilibrio e tenuta. Un vino stupendo che racchiude quel pezzo di Sicilia lontano dal mare ma neanche troppo.

Sapevo di non doverlo fare. Però la voglia di sentirmi a casa non mi ha fatto desistere. Ha vinto il “se famo du’ spaghi” dell’ultimo minuto. Un piatto della mia infanzia che pare povero ma non è perché gli ingredienti di qualità fanno la differenza. E quindi: spaghetti di grano duro trafilati al bronzo, acciughe sott’olio, spicchio d’aglio, prezzemolo tritato, aggiunta personale di scorza di limone grattugiata e pane raffermo sbriciolato fatto saltare in padella con un filo d’olio.

Il verdetto finale: sapidità delle acciughe in testa che donano anche, insieme agli altri condimenti, una certa persistenza aromatica, la pasta e il pane mitigano con la tendenza dolce ma la struttura non è di certo imponente. I due paiono fare a pugni, il vino vuole assolutamente prevalere in quanto a importanza in bocca ma, guarda un po’, non riesce a pulire la sapidità delle alici (che crea un terzo sapore non proprio piacevole) e l’aroma del piatto torna trionfante sul finale.

Ebbene un bianco macerato non va trattato come un bianco qualsiasi (a partire dalla temperatura di servizio che dovrebbe essere intorno ai 16°). Con la pietanza in questione magari sarebbe stato meglio  un bianco più “marinaro”, profumato e con freschezza accentuata per sovrastare la sapidità e ripulire il palato.

E voi cosa avreste abbinato a un piatto così semplice ma ricco di gusto?

E’ tempo di Brunello!

E’ stata una settimana particolarmente lunga e faticosa. La voglia di rilassarsi davanti ad un buon vino era tanta. E aver trovato una data ideale per l’invito, da parte di un caro amico, ad aprire una bottiglia di rosso “come piace a noi” è stata la fine gloriosa di questa settimana lavorativa.
La bottiglia in questione è il Brunello di Montalcino “Bassolino di sopra” della cantina Pian dell’ Orino, vendemmia 2010. Un vino che ha ottenuto un prestigioso 100/100 per “The Wine Advocate”, l’autorevole pubblicazione di Robert Parker, guru Statunitense della critica enologica mondiale.
Le uve per questo vino provengono dalla parte alta del vigneto “Pian Bassolino” denominato “Bassolino di Sopra”, che si trova ad un’altitudine di 370-390 m/slm. I soli 6 ettari vitati sono coltivati in biologico e biodinamico.
Ed eccola lì sul tavolo, sapientemente aperta un paio di ore prima del mio arrivo dal padrone di casa. Affiancata da due calici, e un tagliere ancora vuoto.
Chi mi conosce bene sa che non vado molto d’accordo con i vini toscani; non è mai scattata la scintilla, non so il perché. Tranne per alcuni casi speciali, ahimè quasi impossibili da portarsi a casa per il prezzo.
Tolta giacca e fatti tutti i convenevoli arriviamo al dunque; una veloce apparecchiata del tavolo, decidiamo di accompagnare il nostro Brunello con un altrettanto fantastico Pecorino di Pienza semistagionato del Caseificio Cugusi.

Il vino si presenta di un bel rosso granato.
Al naso si intuisce subito la sua complessità; dai piccoli frutti rossi maturi iniziali, che si evolvono nei minuti a seguire in profumi di frutta sottospirito e di sottobosco, a note floreali, forse di violetta, di spezie dolci, liquirizia e prugna.
In bocca la cosa che colpisce subito è l’estrema eleganza, quei piccoli frutti rossi tipici del Sangiovese che ritornano, un vino di una notevole struttura accompagnata però dalla freschezza dei suoi pochi anni e dal lieve tannino finale.

L’apoteosi  è poterselo godere con il pecorino. Ecco il famoso “terzo gusto”, quello che ci spiegano ai corsi sommelier!
Pietanze e cibo si bilanciano perfettamente.
La persistenza aromatica del pecorino viene accompagnata dal Brunello che nel suo calice con il passare dei minuti aggiunge complessità a quella iniziale, svelandosi per quello che è effettivamente.

Ho finalmente trovato quello che da tempo stavo aspettando e un sorriso soddisfatto prende il posto sul mio volto dei segni della fatica della settimana.

 

Dal Monferrato agnolotti express

Ripongo i mestoli in segno di resa davanti agli agnolotti arrivati freschi dal Monferrato.

Gustati in una serata conviviale dove l’unica fatica richiesta è stata quella di scegliere un vino da abbinare (che vitaccia!).

L’agnolotto è un tipo di pasta all’uovo nato dalla necessità di non buttare gli avanzi come molti altri piatti straordinari della nostra cultura. Un quadrato non troppo grande tradizionalmente ripieno di carni arrosto di diversa tipologia.

Per l’occasione ripieni con carne di vitello, maiale e coniglio, aggiunta di formaggio e erbe aromatiche in sottofondo. E per completare il godimento conditi con un ragù bianco della stessa natura.

All’assaggio sapidità, succulenza intrinseca* e sensazione mediamente grasse delle carni, untuosità del condimento. Sottili gli aromi delle erbe e la tendenza dolce della pasta a mitigare il tutto.

Abbinamento territoriale d’obbligo per un piatto così veracemente piemontese.

Dopo un consulto con il sommelier dell’enoteca, la scelta ricade sul “Grignolino del Monferrato Casalese Doc, Bricco Mondalino, 2016” di Gaudio Vini.

Nato sul “Bricco”, ripida collina cru dell’azienda dalla selezione delle migliori uve, è una piacevole interpretazione di questo vitigno autoctono. Leggeri i profumi di frutta rossa e spezie. Caratteristico in bocca per il tannino allappante e la freschezza, che ingannano un po’ sui 14° alcolici.

Il verdetto finale: che ve lo dico a fa’? Il piatto è il protagonista della serata e il vino ha lo scopo di esaltarlo. Lievi i profumi che non sovrastano. Acidità e tannini svolgono il loro compito a meraviglia ripulendo il palato, pronto per agguantare il boccone successivo. Quell’alcol che c’è ma non si sente asciuga senza che ce ne rendiamo conto.

La pietanza esalta l’essenza di questo vino che dà il suo meglio negli abbinamenti. E il vino, grato, si mette in secondo piano onorando il piatto.

 

*ricchezza di liquidi dovuta alla preparazione dell’alimento o all’aggiunta di salse, sughi ecc.

Anche l’uovo vuole la sua parte

L’ uovo è una presenza muta e indispensabile delle nostre cucine. Lega torte, creme e salse, dona vita a zabaioni, tiene insieme polpette, impana fritture. Se usato fine a se stesso, può avere innumerevoli varianti.

Non merita anche lui un abbinamento con il vino?

Questa è la storia di una bottiglia di Albana, vitigno autoctono dell’Emilia Romagna e di due uova.

La frittata mi sembrava troppo rustica, il soufflé troppo impegnativo.

Poi ho scoperto la cocotte. Un mondo racchiuso in 10 cm di ceramica.

Un semplice uovo fatto cuocere a bagnomaria dentro il suo piccolo contenitore a cui si può aggiungere un’infinità di ingredienti a seconda del godimento desiderato.

Alla presentazione dei vini che hanno ottenuto i tre bicchieri dal Gambero Rosso ho conosciuto  “I Croppi Albana di Romagna Secco DOCG” dell’azienda Celli Vini di Bertinoro, storico comune in provincia di Forlì-Cesena.

Vino bianco di una certa imponenza, vinificato in acciaio da una vendemmia, la 2016, che ha consentito un buon equilibrio tra profumi e struttura. È giallo oro nel calice. Profuma di fiori bianchi, note di miele, frutta gialla (pesca e albicocca). In bocca una buona struttura anche dovuta all’alcol (14% vol), leggera sapidità e freschezza mitigata dal residuo zuccherino. La lunga persistenza ne completa l’assaggio.

Date le premesse provo ad arricchire la cocotte unta di burro con aggiunta di spinaci e brie piazzandoli sul fondo, rompo l’uovo all’interno mentre il forno si riscalda a 180°. Riempio una teglia con acqua bollente e immergo i contenitori per meno della metà. Cuocio per massimo dieci minuti che l’uovo deve uscire un po’ tremolante (dissero i francesi).

Raccolgo rosso, albume, brie e spinaci per l’assaggio orgasmico e succulento che rivela una media aromaticità del formaggio e dell’uovo. Leggera nota grassa, sapidità del brie, mitigano anche il retrogusto amaro tipico degli spinaci che in questo caso apportano un po’ di leggerezza con il loro essere vegetale.

Verdetto finale: la struttura del piatto e del vino si equivalgono. La buona freschezza pulisce il palato dalle note grasse e sapide, gli aromi e le morbidezze delle parti si fondono in armonia lasciando un piacevole retrogusto. Dove, sogno o son desta, c’è un ritorno dell’albicocca percepita al naso.

Nel dubbio assaggio un crostino con pane, spinaci e brie ma in questo caso il vino si impone senza discussione.

L’uovo, diligente, ha fatto la sua parte ottenendo il rispetto che merita.

From Gallura with love

Li Duni, l’ho conosciuta a Golosaria 2016, si trova a Badesi nel cuore della Gallura. Piccola azienda sorta nel 2003,  20 ettari coltivati con vitigni autoctoni. Le vigne ad alberello a piede franco su terreni di sabbia, giovano delle brezze marine così come del bel sole di Sardegna.

Tajanu”da vendemmia 2011, è composto da un blend di vitigni autoctoni a bacca rossa ben posizionati sulla fascia costiera, le uve fermentate maturano in piccole botti di rovere.

L’entusiasmo della neofita si rivela in questi momenti, quando un anno prima acquisti un vino e ti domandi quanto potrai resistere prima di berlo.

Decido che un anno è sufficiente. Versato nel calice il vino si rivela subito con il suo rosso rubino con riflessi granati, gli aromi si svelano a poco a poco, frutta rossa macerata, cannella, incenso, frutta secca e tostatura del legno. In bocca la struttura è importante, in gola scende caldo (il titolo alcolometrico del 15% non mente), con tannini ammorbiditi e una leggera sapidità che richiama il mare. Il tutto si conclude con grande persistenza e finale di mandorla. Il sole ha fatto il suo lavoro facendone risaltare potenza e alcolicità

Detto ciò, quale sarà l’abbinamento perfetto?

Selvaggina e arrosti di carne recitano i manuali.

Io ho provato così: dal salumiere acquisto un bel pezzo di pecorino sardo stagionato, lo posiziono su un tagliere magari accompagnato con del miele e frutta secca.

Per favorire l’abbinamento territoriale scelgo un “Pecorino sardo dop Gallura d’Oro maturo”. Risalente ai tempi dei Nuraghi, è uno dei più antichi formaggi della regione. Ottenuto da latte di pecora  a pasta semi-cotta, di forma cilindrica con crosta liscia, consistente. Il colore è bruno nelle forme più stagionate, con pasta bianca tendente al paglierino.

Caratterizzato da un gusto forte, aromatico e leggermente piccante, la sensazione grassa dovuta al latte è mediamente percettibile. La stagionatura di minimo due mesi gli dona una struttura di media importanza e una sapidità abbastanza marcata.

Il verdetto finale: matrimonio ben riuscito dove nessuno dei due primeggia sull’altro, fondendo in armonia le rispettive aromaticità mentre acidità (seppur lieve), tannini e alcol puliscono da grassezza e sapidità dovuti al formaggio.

Il vino così diventa non sottofondo di un pranzo pantagruelico ma protagonista per momenti di relax e alcolici spunti di riflessione.