Vespolina

Il vespolina, o la vespolina, è un vitigno originario del Piemonte che fino al XVII secolo era molto diffuso anche nella zona dell’Oltrepo’ Pavese. L’epidemia della fillossera ridusse drasticamente i suoi impianti, anche perché l’innesto sulla vite americana non diede subito dei frutti apprezzabili. Questo limitò notevolmente il reimpianto dei filari.

Le origini del suo nome sono da ricercarsi nel fatto che quando giunge a piena maturazione è un’uva molto dolce e particolarmente gradita alle vespe, che se ne nutrono in abbondanza. Questo fattore, unitamente al fatto che è un vitigno molto delicato e facilmente attaccabile dalle malattie crittogamiche, ha fatto sì che in molte zone venisse sostituita con la più resistente e generosa barbera.

Attualmente è un vitigno raccomandato in Piemonte, anche se ve ne sono tracce anche nell’Oltrepo’ Pavese dove è meglio conosciuta con il nome di Ughetta. È vinificata in purezza solo nella zona di Gattinara e nel novarese. Concorre alla formazione delle Doc Boca, Bramaterra, Colline Novaresi, Coste del Sesia, Fara e Ghemme.

Da un punto di vista ampelografico, il grappolo risulta compatto, allungato, non particolarmente piccolo. L’acino è di media grandezza, la buccia è di colore scuro, quasi nero ed è poco sottile. Questo fatto, unito alla scarsa presenza di pruina, rende gli acini facilmente attaccabili dalle malattie crittogamiche. Predilige terreni soleggiati e freschi.

Quando viene vinificata in purezza dà origine a vini da colore rosso rubino carico, molto profumati con sentori di fiori e spezie; il corpo è leggero.

Erbaluce

L’erbaluce è un vitigno antico in quanto se ne hanno le prime menzioni già intorno al XVII secoloe le sue origini sarebbero nel basso Monferrato, dove però non se ne ha più traccia.

Oggi è diffuso in quella zona della provincia di Torino a ridosso dell’arco alpino, nel Canavese e in particolare nella Serra di Ivrea. Qui il terreno è costituito in prevalenza da ciottoli di carattere morenico, sedimentatesi in epoca glaciale; un territorio particolarmente vocato per la produzione di vini di qualità.

È un vitigno dall’alta vigoria e quindi richiede una potatura lunga e gli impianti sono a pergola canavesana, oltre che a guyot. La produzione non è mai abbondante e soprattutto è una pianta molto sensibile alle malattie crittogamiche.

Il grappolo ha una grandezza media, di forma allungata e compatta e vede la presenza di una o due ali.

L’acino è sferoidale con una buccia pruinosa. Quando raggiunge la sua completa maturazione, verso la fine di settembre, presenta un colore giallo con riflessi verdognoli.

Il vino che si ottiene dalla vinificazione di queste uve è di colore giallo paglierino; i profumi sono fini e floreali, con un gusto secco e sapido dal finale amarognolo.

È utilizzato per la preparazione di vini fermi, ma offre dei buoni risultati anche come base per la preparazione di spumanti ottenuti con il metodo classico (vendemmia anticipata), nonché nella versione passito (vendemmia tardiva). Di estrema attualità è la sua versione macerata sulle sue fecce nobili.

Concorre alla formazione della DOCG Erbaluce e in altre doc come ad esempio Colline Novaresi, Coste del Sesia, Piemonte e Canvese.

 

Albarossa

L’Albarossa è un vitigno recente, nato nel 1938, dall’incrocio di nebbiolo e barbera, nel tentativo di creare una nuova varietà che avesse le qualità del nebbiolo, ma la produttività della barbera e che ovviamente fosse adatto alle caratteristiche del clima piemontese.

Solo una trentina di anni fa è stato iscritto nel registro dei vitigni raccomandati in Piemonte. Oggi la sua produzione è limitata ad alcuni filari posti nelle province di Alessandria e Cuneo.

Il grappolo ha forma piramidale, con un’ala generalmente poco pronunciata, è abbastanza compatto, mediamente corto. L’acino di colore blu-nero è abbastanza piccolo, di forma elittica e ricco di pruina. La sua maturazione è medio-tadiva.

L’uva albarossa è utilizzata unicamente per la vinificazione. Il vino che se ne ottiene ha un colore rosso rubino intenso, dai riflessi violacei. Gli aromi prevalenti sono quelli della frutta matura, in  particolare mora fragola e prugna, ai quali si affiancano note di tabacco e spezie. È un vino di buona struttura, armonico, dall’elevato tenore alcolico.

Per la sua limitata diffusione concorre unicamente alla formazione della Doc Piemonte.

 

Chiavennasca

La Chiavennasca è una sotto varietà del Nebbiolo che si è diffusa in Valtellina già a partire dal XVI secolo.

Coma spesso accade, l’origine del nome è piuttosto incerta, ma da ricercarsi assolutamente a delle forme dialettali che sono riconducibile alle caratteristiche del vitigno stesso: “vitigno con più vigore” oppure “vitigno che ben si adatta a fare il vino”.

Qualunque ne sia l’origine, il nome è riconducibile proprio alle due principali caratteristiche del vitigno.

Sta di fatto che è un vitigno che ben si adatta alle altitudini elevate (intorno ai 1000 mt/slm) e che di certo non patisce i lunghi e freddi inverni di montagna e anzi fornisce un’ottima resa tenuta anche conto l’impervietà del terreno.

I viticoltori valtellinesi ne riconoscono tre varietà che chiamano in questo modo: Ciavenasca, Ciavenascon, Ciavenaschin, e Ciavenasca intagliata.

La Chiavennasca è coltivata esclusivamente nella Valtellina, in provincia di Sondrio, un territorio suddiviso in quattro zone che danno origine a quattro vini ben distinti all’interno della DOCG Valtellina Superiore: Sassella, Grumello, Valgella e Inferno.

Il grappolo è di media grandezza, di forma cilindrica piuttosto lunga, con la presenza di due ali poco sviluppate.

Gli acini sono medio piccoli dal colore blu-nero e sulla buccia vi è uno spesso strato di pruina.

La posizioni dei vigneti sulla dorsale alpina e le condizioni metereologiche sono componenti importanti per la vendemmia che differisce sensibilmente da zona a zona, ma che comunque si attesta nel mese di ottobre.

La Chiavennasca è vinificata in purezza e concorre alla produzione della DOCG Valtellina Superiore e della DOCG Sforzato di Valtellina.

Questi vini presentano un profumo molto fine, con note speziate, floreali e di sottobosco; buon grado alcolico e sostenuta acidità, elemento fondamentale per i vini che vogliono rimanere immutati nel tempo.

Le uve vinificate in bianco sono un’ottima base per gli spumanti rifermentati in bottiglia.

 

Perricone

Il Perricone è sicuramente un vitigno autoctono della Sicilia Occidentale anche se ve ne sono poche tracce storiche.

Il passaggio della fillossera ne ha quasi completamente distrutto la produzione che con il tempo è stata sostituita da vitigni maggiormente redditizi.

In questi ultimi anni in cui si stanno valorizzando i vitigni autoctoni, la ripresa della coltivazione del Perricone è molto incentivata, anche perché i terreni siciliani sono particolarmente vocati alla sua produzione. Attualmente risulta particolarmente diffuso nel trapanese e nell’agrigentino, anche se filari se ne trovano un po’ ovunque sul territorio siciliano.

Il grappolo è di forma conica e di media grandezza; si sviluppa particolarmente in lunghezza, raggiungendo anche i 30 cm. L’acino è grande e di forma sferica, con la buccia spessa e dall’intenso colore blu-nero.

Raggiunge maturazione verso la metà di settembre e l’acino ha un buon grado zuccherino e una bassa acidità, tanto che localmente viene consumato anche come uva da tavola.

Il vino che se ne ottiene è di colore rosso rubino non eccessivamente intenso, dal profumo vinoso; aromi di frutta rossa e di spezie ne caratterizzano il gusto.

Contribuisce in misura molto piccola alla formazione di numerose Doc siciliane.

In purezza è contemplato nelle Doc Contea di Sclafani, Delia Nivolelli, Eloro e Monreale.

Nerello cappuccio

Il Nerello Cappuccio è un vitigno autoctono della zona costiera delle provincie di Catania e Messina.

La coltivazione è prevalentemente ad alberello e forse è proprio dalla conformazione che assume la pianta quando si avviluppa al sostegno che deriva il suo nome.

Nell’attualità il Nerello Cappuccio sta vivendo una rinascita, dopo anni di abbandono e il rischio di estinzione. Sta risorgendo agli antichi fasti, quando cioè era coltivato nella stessa misura del Nerello Mascalese, con cui è strettamente imparentato.

Al di fuori della Sicilia, troviamo qualche filare di Nerello Cappuccio anche in Calabria nelle province di Reggio Calabria e di Catanzaro.

Il grappolo è di media grandezza, piramidale, corto e compatto. L’acino ha forma sferica ed è di media grandezza; la buccia presenta un colore molto scuro ed è ricca di pruina.

È un vitigno che matura abbastanza precocemente per cui la vendemmia viene fatta verso la metà di settembre.

In Calabria concorre, seppure in misura minima, alla formazione delle Doc Lamezia, Sant’Anna di Capo Rizzuto, Savuto e Scavigna.

In Sicilia concorre per un massimo del 20% alla formazione della Doc Etna Rosso; lo troviamo anche nella Doc Faro.

Raramente lo si trova in purezza. In questo caso dà origine a vini dal colore rosso rubino scarico, ricchi di aromi fruttati e speziati, dai tannini non eccessivi.

Per queste sue caratteristiche è utilizzato in abbinamento con altri vitigni a bacca nera che necessitano di un arrotondamento dei tannini e un ammorbidimento dell’acidità.

 

Barbera

La Barbera è uno dei più importanti vini d’Italia sia in termini di quantità di bottiglie prodotte, sia per estensione dei suoi vitigni.

È originaria della zona del Monferrato e la sua coltivazione si estende nelle provincie di Asti, Alessandria e Cuneo; di fatto è il vino maggiormente prodotto in Piemonte. Quanto alla sua diffusione al di fuori dei confini piemontesi, lo troviamo in Lombardia e in Emilia Romagna; ciò lo rende il secondo vitigno più coltivato in Italia, cedendo il primato solo al Sangiovese,.

La vite ha una resa altissima e da sempre vengono fatte operazioni in vigna per diradare i grappoli; nell’attualità si utilizzano le potature corte (cordone speronato) proprio per ridurre il numero delle gemme, prima ancora che si formi il grappolo.

Forse è proprio l’alta resa che ha permesso, più nel passato che nel presente, che fosse così estesa la sua coltivazione. In passato avere un filare coltivato a uva Barbera garantiva la sicurezza di riuscire a far fronte agli investimenti fatti.

Il grappolo di medie dimensioni è di forma piramidale, privo di ali, di media grandezza; l’acino ha forma leggermente ovale, è ricco di antociani, non molto tannico. La buccia relativamente sottile rende quest’uva capace di affrontare e superare il caldo e la siccità estiva, ma anche le rigidità del freddo invernale. La vite si adatta bene ai terreni argillosi, di media profondità e poco fertili. La sua maturazione è medio tardiva, e viene vendemmiata poco prima del nebbiolo.

Il vino che viene prodotto da uve barbera si presenta di un bel rosso rubino intenso, con profumi di frutta rossa poco matura; elevata è la sua acidità.

Concorre alla formazione della Barbera D’Asti Docg, della Nizza Docg, della Barbera del Monferrato superiore Docg, nelle quali compare in purezza, e di altre numerose Doc.

Infine, per dare qualche numero in termini di produzione, segnaliamo che la coltivazione della Barbera in Piemonte copre circa 12.000 ettari, che producono circa 593.000 ettolitri di vino che corrispondono a circa 80 milioni di bottiglie (con qualche variazione annua, ovviamente). *

 

* Fonte dei dati: Consorzio Vini d’Asti e del Monferrato

Pinot Nero

Il Pinot Nero è un vitigno cosiddetto internazionale in quanto viene coltivato in diverse zone del mondo.

In Italia viene coltivato principalmente in Lombardia, nelle zone dell’Oltrepo’ Pavese e della Franciacorta, e in Alto Adige; dà buoni risultati anche in Veneto, in Friuli e in Toscana.

In Francia, sua Patria di origine, dà origine agli importanti vini della Borgogna ed entra nella produzione delle più prestigiose cuvée di Champagne.

Il Pinot Nero è un vitigno estremamente versatile e porta a risultati variabili di annata in annata. È anche un vitigno estremamente sensibile al terroir, per cui si ottengono interpretazioni molto diverse a seconda della zona di produzione.

Il grappolo si presenta serrato e compatto, di forma allungata e privo di ali. È proprio da questa sua forma conica che prende il nome.

L’acino ha forma cilindrica e la sua buccia è di un rosso chiaro. La polpa invece è bianca.

La buccia sottile e suo colore scarico rendono il Pinot Nero un vitigno particolarmente adatto alla vinificazione in bianco, e quindi alla produzione di spumanti, sia con metodo classico, sia con metodo Martinotti.

Quanto invece viene vinificato in rosso il vino che si ottiene presenta un colore granato scarico; raggiunge una tonalità più intensa solo dopo una lunga permanenza sulle sue bucce.

Il Pinot Nero esprime toni vegetali freschi e sentori di frutta fresca a bacca rossa, come ciliegia e frutti di bosco, che lasciano il posto ad una frutta decisamente più matura ed intensa quando vi è una lunga rifermentazione in botte o sulle proprie bucce.

La significativa acidità rende questo vino longevo e capace di evolversi nel tempo.

Proprio per questa sua versatilità è un vino che si accompagna bene con numerose pietanze.

In Italia concorre alla formazione di numerose DOCG, tra le quali ricordiamo Franciacorta, Oltrepò Pavese Metodo Classico, Alta Langa, e in numerosissime Doc.

 

 

Carignano

Il Carignano è un vitigno diffuso soprattutto nel Sud della Sardegna. Sull’isola di Sant’Antioco e nella zona del Sulcis ha la sua massima espressione.

Quanto alla sua origine qualcuno pensa che sia stato importato dai Fenici che hanno lasciato tracce del loro passaggio proprio sull’isola di Sant’Antioco; altri pensano che sia un vitigno importato dagli spagnoli con il loro dominio sull’intera Sardegna. Attualmente è una vite coltivata sia in Francia che in Spagna, oltre che ovviamente in Sardegna.

Nella zona costiera viene coltivata ad alberello per fare fronte alle forti raffiche di vento ed inoltre l’impianto radicale ha in questo modo la possibilità di espandersi in profondità per cercare il nutrimento che il terreno sabbioso non concede. Ed è proprio questo tipo di terreno che ha permesso che il Carignano non venisse attaccato dalla fillossera: è facilissimo trovare questi viti a piede franco.

La resa degli impianti costieri è mediamente bassa (maggior vigoria si ha negli impianti dell’entroterra); il grappolo, di forma piramidale, si presenta poco compatto e dotato di una o due ali; gli acini, di medie dimensioni, hanno una colorazione molto intensa, tra il blu ed il nero.

Concorre alla formazione della Doc Carignano del Sulcis.

Il Carignano dà origine ai vini pieni e corposi con tannini eleganti. I vini prodotti con uve coltivate sulla sabbia hanno una maggiore complessità e sapidità, sono piuttosto rotondi e dalla grande piacevolezza.

 

Freisa

La Freisa è uno dei più antichi ed importanti vitigni del Piemonte: vi sono documenti dei XVI secolo che riportano il nome di questo vitigno. Con il passare del tempo ha guadagnato una buona diffusione anche in Lombardia. Negli ultimi anni si è invece pensato di circoscrivere la zona di produzione al Piemonte, terra di origine.

La sua diffusione in Piemonte riguarda soprattutto la zona dell’astigiano e del chierese; lo si ritrova anche alle pendici dell’arco alpino.

Si pensa che l’origine del suo nome sia ricollegabile all’intenso aroma di frutta rossa e in particolare di ciliegia che sprigionano le sue uve.

Il grappolo è di forma cilindrica, poco compatto e presenta una solo ala, molto piccola. L’acino è di medie dimensioni con una forma leggermente ovale. Le uve giungono a maturazione verso la fine di settembre.

Concorre alla formazione della Doc Freisa d’Asti e della Doc Freisa di Chieri.

La Freisa dà origine a vini molto diversi da loro. Questo è dovuto al fatto che è un vitigno che ben si adatta a terreni diversi e a differenti climi. Inoltre per le sue caratteristiche organolettiche si presta bene a differenti vinificazioni: ferma e frizzante oppure secca o dolce.