Vinificazione in rosato

Per vinificazione in rosato si intende quella pratica di cantina che produce un vino dalla colorazione scarica, rosa appunto, partendo da un vitigno a bacca rossa.

Questa pratica prevede che i grappoli vengano posti in una diraspapigiatrice che separa delicatamente i graspi e le bucce dalla polpa in modo che quest’ultima ceda la minore quantità possibile di antociani (i coloranti che sono contenuti della buccia).

Ne consegue che l’intensità del colore è maggiore quanto maggiore è la spremitura delle bucce e quanto maggiore è il contatto del mosto fiore con le bucce stesse.

Un fattore che contribuisce in modo importante alla colorazione del vino è anche la temperatura. Questa è infatti complice della cessione degli antociani: più questa è elevata, maggiore è la cessione.

Il mosto così ottenuto è pronto per essere vinificato secondo le intenzioni del produttore.

In generale i vini rosati esprimono sentori di frutta rossa acerba e i tannini sono scarichi. L’acidità invece si fa sentire ed è proprio per questo che sono delle ottime basi per i vini spumanti.

Il loro colore varia dal rosa tenue al rosa buccia di cipolla, passando attraverso il rosa cerasuolo e il rosa chiaretto.

La normativa europea vieta la produzione di vini rosati attraverso l’assemblaggio di mosti bianchi con mosti rossi; a questa legge fanno eccezione gli Champagne e i Franciacorta.

Fino a qualche anno fa, il vino rosato era sinonimo di vino scadente; ora sta prendendo il posto che si merita nel panorama enologico.

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)