Dalle uve ai fenicotteri rosa

La settimana dedicata al Movimento Turismo del Vino Puglia è ormai alle spalle e sono svaniti anche tutti gli aromi dei prodotti locali che la generosità della gente pugliese aveva portato con sé.

Abbiamo potuto degustare l’elegante olio, in purezza oppure aromatizzato, fatto colare su fette di pane casereccio. Taralli e friselle non sono certo mancati. Tutti serviti in accompagnamento al primitivo o al negroamaro, i vini simbolo di quella bellissima regione.

La manifestazione si è snodata nel corso di un’intera settimana e ha coinvolto una decina di enoteche nella sola città di Milano, quindi è facilmente immaginabile la quantità di bottiglie stappate e i fiumi di vino sgorgati. Alcuni sono stati apprezzati per la loro qualità, altri per il forte legame con il territorio, alcuni perché più semplici altri perché complessi. Insomma, ce n’era per tutti i gusti.

Uno di questi mi ha particolarmente colpito non solo perché ha subito incontrato il mio gusto, ma perché porta con sé un bellissimo progetto. Si tratta di un blend di uve negroamaro, primitivo con una piccola parte di merlot che tuttavia fornisce un considerevole apporto.

Il colore infatti è di un bel rosso rubino, brillante, con riflessi a tratti violacei. Al naso sono subito percepibili i sentori di frutta rossa a bacca piccola, matura, che in bocca lasciano spazio anche alle spezie, al tabacco e al cioccolato. I tannini sono morbidi e la beva è molto piacevole. Insomma un gran bel vino da portare sulla nostra tavola.

Sull’etichetta troviamo tutto quello che ci serve per conosce il progetto collegato e anche qualche cosa di più. Iniziamo dal suo nome, “QU.ALE”,ossia le iniziali del nome e del cognome della sua ideatrice, Alessandra Quarta. Figlia di quel Claudio Quarta che è proprietario di tre tenute agricole situate nella provincia di Avellino (cantina Sanpaolo), Lecce (cantina Moros) e Taranto (tenuta Eméra), ha scelto quest’ultima per tenere a battesimo il suo innovativo prodotto.

Da oltre un decennio la famiglia Quarta produce i suoi vini nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’uomo, affidandosi all’agricoltura biologica, ma Alessandra con questo progetto ha voluto fare un ulteriore passo avanti: bottiglia, tappo ed etichetta sono fatti con materiali riciclati e a loro volta riciclabili. Una parte dei proventi delle vendite del vino è destinato alla salvaguardia della “Salina Monaci” a Manduria, dove è stata costituita una Riserva Naturale per la salvaguardia dei fenicotteri rosa, specie animale destinata all’estinzione se non amorevolmente protetta.

Come se non bastasse, ogni bottiglia riporta un codice che permette agli utilizzatori finali di donare a loro volta una somma di denaro, piccola o grande che sia, ad una organizzazione no profit liberamente scelta. E su questa etichetta, che sembra non essere grande abbastanza, c’è anche posto per i primi sei articoli del “Manifesto per una democrazia del vino”.

Che cosa chiedere di più se non qualche calice per brindare in compagnia?

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Un’Orma di vino

Ebbene sì, devo confessarlo, non sono una grande appassionata di carne. Anzi spesso rifuggo dal mangiare quello che fu di un essere vivente.

Questo però mi porta inevitabilmente a bere i “soliti” vini bianchi che si accompagnano bene a cibi più delicati, come ad esempio le verdure, stufate o come condimento a primi piatti.

L’altra sera però mi hanno regalato una bottiglia di “Orma” e mi pareva brutto non berla subito.

Mi sono quindi messa ai fornelli e tra lo stupore generale dei miei commensali ho cucinato sulla piastra domestica – ahimè nel centro di Milano è molto difficile avere a disposizione del fuoco vivo – un paio di spesse e grasse bistecche. In un piatto ho messo del pomodoro ramato tagliato e condito con olio, aceto, sale e una bella spolverata di origano pugliese.

Nel calice avevo il mio “Orma”, un IGT Toscana prodotto con uve merlot, cabernet sauvignon e cabernet franc. Un bordolese di noi altri, insomma, prodotto in quella zona della Toscana chiamata Bolgheri e più conosciuta per i famosi Sassicaia e Ornellaia.

Il Podere Orma si estende per pochi ettari su un terreno argilloso e calcareo a Castagneto in provincia di Livorno, paese che già diede i natali ad uno dei più grandi poeti italiani, Carducci, presagio quindi di eccellenza a prescindere.

Appena aperta la bottiglia sono subito attratta dai profumi che invadono l’aria. Aromi di frutta a bacca rossa e spezie finissime non tardano ad uscire dal bicchiere. In bocca sento un vino pieno e complesso, dall’alcolicità importante. Ritrovo la ciliegia e la prugna unite ad una variegata speziatura: pepe nero, cannella, liquirizia. Scopro anche i terziari originati dal lungo affinamento in botte, come il tabacco ed il cuoio.

Sono catturata da un vino sontuoso, importante, complesso, che non ha nulla da invidiare ai più famosi vicini o ai cugini francesi. Un vero e proprio nettare che rapisce i sensi e che solo al secondo bicchiere scopro avere anche un affascinante colore rosso rubino, con luminosi riflessi purpurei, passato inevitabilmente in secondo piano davanti a cotanta ricchezza olfattiva.

Non mi resta ora che abbinarlo alla mia bistecca, ma quale bistecca? Quella che ormai fredda e poco invitante è abbandonata nel piatto?

La lascio là, rovinerebbe tutta la poesia di questa lunga persistenza che ancora invade i miei sensi.

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Alla scoperta del Sud Africa

Mettendo a posto l’agenda, com’è d’uso nei primi giorni dell’anno, mi sono imbattuta in alcuni appunti presi qualche mese fa durante una delle nostre frequenti scorribande enologiche.

Come non ricordare la degustazione di vini del Sud Africa che Eugenio ci ha offerto in occasione del suo compleanno? Credo sia stata una delle poche volte in cui c’eravamo tutti e cinque e forse lì si sono poste le basi di Blogelier….

Ricordo ancora la serata, eravamo alla Cantina Carducci, posto nuovo per noi, però ci siamo subito ambientati grazie anche all’affabilità dei padroni di casa.

Siamo stati accolti nella sala posta al piano inferiore dove erano allestiti i tavoli per la cena e dove facevano bella mostra di sé le otto bottiglie in degustazione, anticipo di tutto rispetto di come si sarebbe evoluta la serata.

Della cena ricordo poco o niente anche perché i vini non erano in abbinamento con le pietanze, anzi queste ultime avevano più l’aspetto e la consistenza di un aperitivo, magari sostenuto.

Il primo che ci è stato servito era lo Chenin Blanc, un vino dal bel colore giallo paglierino scarico, dagli intensi aromi di frutta esotica arricchiti da una decisa mineralità.

Con lo Chardonnay, anch’esso uscito dalla cantina Dalla Cia, abbiamo fatto un altro passo tra i vini bianchi. Decisamente più intenso il colore e più numerosi gli aromi percepiti in bocca; tuttavia neanche la sosta del mosto sulle proprie bucce è riuscita a conferire struttura e persistenza.

L’assemblaggio di queste due uve unite al Verdelho dà vita al terzo bianco in degustazione: il nostro olfatto è stato subito sollecitato da sentori di miele e di frutta esotica matura, ottimamente bilanciata da una buona acidità. Scaramanga risulta quindi ben equilibrato e dalla lunga persistenza.

Il Viognier in purezza non lo avevo mai assaggiato prima; una vera scoperta questo vino dagli intensi aromi di frutta bianca matura e di albicocca, sicuramente amplificati dal passaggio in barriques che l’Idiom compie prima di essere messo in commercio.

Il quinto vino, un Sauvignon Blanc in purezza, è stato un ottimo ponte verso i rossi che sono seguiti. Il Diemersal presenta già subito al naso il suo carattere: complesso bouquet floreale che si arricchisce di note balsamiche. Quello che ci ha colpito di questo vino è stato l’anno di vendemmia, quel 2017 che ad agosto noi, che abitiamo nell’emisero boreale, stiamo ancora aspettando e che invece dall’altra parte del mondo è già sulle tavole.

Gli ultimi tre bicchieri sono stati riempiti con tre vini rossi molto diversi tra loro: un Merlot in purezza (Audacia), un blend di Shiraz, Mourvedre e Viognier (Thokozani) ed infine un taglio bordolese (Giorgio), tutti vendemmia 2012. Certamente questi vini erano caratterizzati per il maggior corpo e la più lunga persistenza, lasciando in bocca note di frutta rossa, tabacco e tannini ben avvolgenti.

Davvero molto interessante si è rivelata questa degustazione ma anche decisamente impegnativa. Ci ha fatto conoscere a tutto campo una realtà molto lontana geograficamente da noi, ma non per questo differente nel gusto. Ci ha portati inoltre alla scoperta di vitigni conosciuti e di altri di cui avevo appreso l’esistenza soltanto sui libri di testo.

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)