Barbaresco DOCG Gallina

Produttore: Oddero
Denominazione: Barbaresco DOCG
Vitigni: Nebbiolo 100%
Alcol: 14%
Annata: 2013
Temperatura di servizio: 16°/18°

Il Barbaresco Docg Gallina 2013 nel calice è rosso rubino con leggerissimi riflessi granata. Molto fine ed elegante al naso, con sentori di frutta rossa matura, viola e spezie. In bocca è di corpo, strutturato, molto equilibrato, con i tannini morbidi che portano verso un finale elegante e un’ottima persistenza.
Perfetto da abbinare a formaggi stagionati e pietanze di carne e selvaggina da piuma.

Il Barbaresco Gallina DOCG  è ottenuto da uve raccolte nei vigneti situati a Gallina di Neive, località che deve il nome, molto probabilmente ad alcune famiglie che nell’ ottocento risiedevano nella zona. Suolo fortemente caratterizzato da sabbie chiare miste ad un terreno marnoso, che regalano eleganza e finezza al vino. Matura in botti di rovere per ventiquattro mesi e, prima di essere messo in commercio, affina in vetro per sei mesi.

QUALCHE NOTA SUL PRODUTTORE:
Poderi e Cantine Oddero nasce alla fine del diciottesimo secolo a Santa Maria di La Morra, nelle Langhe, zona tradizionale per la produzione di Barolo e Barbaresco. Oddero è uno tra i marchi storici del Barolo, da una tradizione familiare che continua a mantenere il proprio stile e i propri valori da anni.

Le cantine, situate in Frazione Santa Maria di La Morra, si innalzano su di un terrazzo naturale. Immersa tra i filari dei vigneti, l’azienda coltiva 35 ettari dei migliori cru delle Langhe e dell’Astigiano da cui ottiene l’eccellenza dei vini piemontesi:
Barolo, Barbaresco, Langhe Nebbiolo, Dolcetto d’Alba, Barbera d’Alba, Barbera d’Asti e Moscato.

 

 

Un Lagrein per il cacimperio

Chi ha mai sentito parlare del cacimperio?

Io no fino a poco tempo fa, quando sfogliando le pagine di La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del mitico Pellegrino Artusi mi imbatto in questa parola dal suono retrò. Incuriosita leggo la ricetta per scoprire che è semplicemente la fondue, la fonduta di fontina nel libro intesa alla maniera dei torinesi, con formaggio, burro, rossi d’uovo e latte.

L’Artusi con il suo modo leggero e confidenziale sembra raccontare non solo ricette ma favole culinarie, diventando per me un efficacie antidoto ai momenti di malinconia con il suo linguaggio scanzonato e d’altri tempi.

Quella del cacimperio potrebbe essere un’idea interessante da proporre magari durante una cena, servita agli ospiti in piccole e da me amate cocottes. Accompagnatela con qualche sottile fetta di pane abbrustolito e completate il tutto con un calice di Carano, il Lagrein Riserva 2012 della storica Baron di Pauli.

I Baron de Pauli furono fornitori di corte durante l’impero asburgico e la loro fama raggiunse anche gli zar a San Pieroburgo. Oggi coltivano vite su terreni nei pressi del lago di Caldaro e Termeno, zone dove suoli e climi favorevoli permettono di produrre grandi vini. In fase di produzione il loro motto è rese basse, vendemmia manuale e svolta a piena maturazione.

Anche il lagrein è un vitigno con una storia antica, partito dal sud Italia secoli fa, ha trovato l’ habitat ideale in Trentino Alto Adige. Dona vini scuri e potenti tanto che Carlo IV, già nel 1300 ne vietò la distribuzione ai militari in favore della versione “soft” e rosata che conosciamo come Kretzer. Il Lagrein originale si chiamava Dunkel e all’epoca era riservato ai nobili, principi, vescovi e abbazie, ma era talmente amato che verso il 1500 ci fu addirittura una rivolta contadina per far sì che potesse essere gustato da tutti.

Dal color rubino impenetrabile Carano profuma di frutta rossa quasi marmellatosa che dà spazio poi a sentori di sottobosco e speziati di pepe nero e cannella. Entra in bocca pizzicando sulla lingua, ha una buona struttura e il tannino è in equilibrio con l’acidità ancora viva. Finisce asciutto, ammandorlato e persistente.

Fermenta spontaneamente in tini scoperti con macerazione del mosto di 20 giorni, passa in barrique e riposa in botte per circa due anni.

La fonduta è calda e saporita, profumata e grassa, una goduria per il palato ma può anche stancare e in quel caso il vino accorre sposandosi per struttura, profumi e persistenza ma ripulendo il palato sul finale.

… basta si sappia tenere un mestolo in mano, che qualche cosa si annaspa.” ci rassicura l’Artusi.

Et voilà, basta poco e un mestolo in mano diventa la bacchetta magica che trasforma un buon vino, pochi ingredienti e un libro senza tempo, in una poesia.

Bevo per scrivere… o scrivo per bere?

Cena con il Produttore: BUSSIA SOPRANA

Appuntamento all’ Enoteca “Il Cinghiale Rosso” per una serata in compagnia di  Silvano Casiraghi grande produttore di ottimi Barolo e non solo.

Il menù:

• Vitello Tonnato abbinato al Langhe Bianco DOC 2015
• Plin con sugo d’arrosto abbinata al Nebbiolo Langhe DOC 2016
• Brasato al Barbera “Vigna del Ross” con polenta abbinata Barbera d’Alba DOC “Vigna del Ross” 2007
• Toma e Castelmagno con Barolo DOCG Bussia Soprana 2012
Il costo della Serata è di € 45, 00 la cena con i relativi abbinamenti.

Prenotazione Obbligatoria !!!!!

Autunno con il Barolo di La Morra

Torna l’appuntamento più atteso dell’anno!

Nella Cantina Comunale dal 6 ottobre e per i cinque sabati successivi (sabato 13 ottobre, 20 ottobre, 27 ottobre, 3 novembre e 10 novembre) tornano le degustazione più attese da tutti gli amanti dei vini d’eccellenza, categoria nella quale, spicca il Barolo, indiscusso Re dei vini.
L’importante evento è in programma presso la Cantina Comunale ed interesserà, come ad ogni edizione, moltissimi operatori del settore e eno-appassionati.
Naturalmente, oltre a poter degustare l’annata, l’appuntamento in programma presso i locali di via Carlo Alberto rappresenterà anche un’imperdibile occasione per conversare con i produttori che avranno il piacere di raccontare ai graditi ospiti curiosità, aneddoti e le tappe che hanno portato, nel corso degli anni, il Barolo ad ottenere il meritatissimo successo mondiale di cui gode.

Si ricorda che per partecipare alle degustazioni non è necessaria la prenotazione.

Giovedì, vino!

Un tempo, era facile sentire dire in giro “Giovedì, gnocchi”, e scommetto che pochi di voi sanno il vero significato di questo modo di dire.

Ma da ieri sera, quando ho capito che, senza nemmeno farlo apposta, ogni giovedì sera mi ritrovo a condividere  una bottiglia con uno o più amici, la frase è diventata magicamente “Giovedì, vino!”. 

La versione originale è un modo di dire italiano, più precisamente romano, la cui origine si colloca nel dopoguerra: per soddisfare la richiesta di tutti, con i pochi prodotti disponibili sul mercato, il programma alimentare settimanale prevedeva “giovedì gnocchi, venerdì pesce e sabato trippa”. Si partiva con un piatto calorico in vista del venerdì, in cui secondo il credo religioso si rispettava il digiuno da carne e si potevano mangiare solo pesce e legumi. Gli gnocchi quindi erano il piatto più indicato per il loro potere saziante.

Ma torniamo al vino.
Anche ieri sera è bastato uno dei soliti miei messaggini alla persona giusta: “Ma tu non hai sete stasera?”-“Certo si che ne ho! Andiamo a berci qualcosa, da Valerio al Wineroad magari, che è parecchio tempo che non ci andiamo insieme.

Detto fatto. Alle 22.00 varchiamo la soglia del Wineroad, in viale Piave al 19, a pochi metri da Porta Venezia, uno dei cuori pulsanti della movida milanese.
Io sono praticamente di casa, tra compleanni e riunioni di redazione di Blogelier, serate estive ai tavolini all’aperto, chiacchierate e degustazioni durante prima e dopo l’esame per diventare Sommelier , qui ne ho passato di tempo e posso dire che è tra i miei posti del cuore. Enoteca con cucina, aperta a pranzo e a cena, ottima selezione dei vini, spiegati egregiamente da Valerio o Valeria, i gestori del locale, bravissimi sommelier.
I vini alla mescita sono riportati su una lavagnetta ma se invece, come succede spesso a me, si va con l’idea che “tanto ci facciamo consigliare da loro”, allora diventa un divertentissimo “problema”.

Ogni volta che decido di andare da loro senza una “voglia” particolare, senza un’idea precisa, si finisce con una carrellata di bottiglie prese dal frigo, dal magazzino o dagli scaffali. Per ogni bottiglia una spiegazione: territorio, annata, vitigno principale, nozioni sul produttore, curiosità.
Prendiamo ieri come esempio, da un mio “stasera niente vino bianco fermo però” sono arrivate sul tavolo un Metodo Classico dell’ Oltrepò, un Erbaluce di Caluso spumantizzata, uno Champagne, un Pinot Nero dell’Alto Adige, un Negroamaro, un Barolo e uno Sforzato di Valtellina. La confusione iniziale è in aumento. Ora ne vorrei provare almeno quattro.
Si inizia quindi a escludere per tipologia, per struttura e infine per rapporto qualità-prezzo, era pur sempre giovedì sera, e doveva essere una serata tranquilla). Valerio prova quindi ad aumentare le nostre idee confuse con un rosso dell’Etna e un rosso di Faro, ma pur sempre Sicilia.
Il Barolo sembra eccessivo e lo spostiamo dietro assieme agli spumanti e allo Champagne. Successivamente vengono raggiunti dal Negroamaro e dal Pinot Nero.
I miei occhi si posano quindi sullo Sforzato di Valtellina 2011 Albareda della Cantina Mamete Prevostini.
Ci viene detto che è l’ultima in magazzino, che di quella vendemmia non ne hanno più, che quel 2011 è totalmente diverso dagli altri anni e che potremmo bere “molto molto bene”.

Sfida accettata, Albareda 2011 sia!

Lo sforzato è prodotto con una tecnica simile a quella utilizzata in Valpolicella per l’Amarone. Le migliori uve di Chiavennasca, una sottovarietà del Nebbiolo, sono selezionate a mano e raccolte a maturazione avanzata, disposte sui graticci all’interno di locali areati chiamati fruttai per circa 90 giorni. In questo periodo avviene l’appassimento, l’uva perde circa il 35/40% del peso, diminuendo il contenuto di acqua ed aumentando il grado zuccherino.
Le uve per disciplinare possono essere pigiate dopo il 10 dicembre dello stesso anno della vendemmia, ma molti produttori della Valtellina aspettano gennaio o addirittura febbraio. Segue una fermentazione e un affinamento di almeno due anni prima in botte e poi in bottiglia.

Ma torniamo a quel vino che ha catturato la nostra attenzione:
Alla stappatura si capisce subito che abbiamo trovato il vino perfetto per la serata.
Nel calice un rosso granato scuro, poco scorrevole, al naso si percepisce l’eleganza della frutta matura, di prugna, more, e di confettura i fiori essiccati e un persistente ricordo di speziatura. La pungenza del cacao fa da principe, seguita successivamente dal tabacco e dal caffè.
Al palato è rotondo e morbido, potente, leggermente tannico, ma decisamente equilibrato. Molto persistente, le trame olfattive di confetture e tostature, ritornano a fine bevuta, ancora più evolute e complesse.
Un vino che è riuscito a farsi apprezzare anche senza un accompagnamento culinario, anche se con un formaggio di montagna, magari Valtellinese, sarebbe stato perfetto.
La serata è andata bene il vino era buono, l’enoteca è stata come sempre capace di farmi tornare a casa soddisfatto.

Un semplice messaggino a volte può risolvere una settimana stancante, può far conoscere vini esageratamente buoni e soprattutto fa capire che non si finisce mai di imparare.

Autunno con il Barolo di La Morra

Torna l’appuntamento più atteso dell’anno!

Nella Cantina Comunale dal 6 ottobre e per i cinque sabati successivi (sabato 13 ottobre, 20 ottobre, 27 ottobre, 3 novembre e 10 novembre) tornano le degustazione più attese da tutti gli amanti dei vini d’eccellenza, categoria nella quale, spicca il Barolo, indiscusso Re dei vini.
L’importante evento è in programma presso la Cantina Comunale ed interesserà, come ad ogni edizione, moltissimi operatori del settore e eno-appassionati.
Naturalmente, oltre a poter degustare l’annata, l’appuntamento in programma presso i locali di via Carlo Alberto rappresenterà anche un’imperdibile occasione per conversare con i produttori che avranno il piacere di raccontare ai graditi ospiti curiosità, aneddoti e le tappe che hanno portato, nel corso degli anni, il Barolo ad ottenere il meritatissimo successo mondiale di cui gode.

Si ricorda che per partecipare alle degustazioni non è necessaria la prenotazione.

Piacere Barbaresco 2018

Parte il conto alla rovescia per un rinnovato “Piacere Barbaresco”! Tenetevi pronti per una dodicesima edizione ricca di novità, prima tra tutte il lunedì di degustazioni rivolto agli operatori del settore.

L’evento, organizzato dall’Enoteca Regionale del Barbaresco, si terrà infatti sabato 13, domenica 14 e lunedì 15 ottobre. In questa edizione l’obiettivo sarà puntato sulle annate 2013, 2014 e 2015,  in degustazione oltre cento etichette di cinquanta cantine, che saranno presentate nel Grande Banco d’Assaggio allestito presso il Salone Consiliare del Municipio di Barbaresco.

All’ormai consueto banco d’assaggio di sabato e domenica, si affianca quest’anno il lunedì, dedicato esclusivamente agli operatori del settore che avranno il piacere di degustare i Barbaresco alla presenza degli stessi produttori.

Vespoline a confronto

Se mai si volesse fugare qualche incertezza sul concetto di terroir, se mai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul suo significato e sul suo valore, potrei suggerire di farsi un giro nella zona di Ghemme e degustare la Vespolina, un vitigno coltivato quasi esclusivamente sulle colline novaresi.

Geograficamente ci troviamo sotto le pendici del Monte Rosa, nella parte più a Nord del Piemonte.

Qui la presenza di antichi ghiacciai ha permesso la formazione di colline dal sottosuolo morenico vicino ad altre con terreno prevalentemente argilloso.

A pochi metri di distanza e situate entrambe nel comune di Ghemme, in provincia di Novara, ci sono due cantine che producono da anni la Vespolina in purezza, l’azienda agricola Torraccia del Piantavigna e l’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo.

Le ho assaggiate entrambe, vendemmia 2016. Ho trovato due vini molto diversi tra loro.

La Mostella, prodotta dall’azienda Torraccia dei Piantavigna si presenta di un bel colore rosso e stupisce subito per l’intensa aromaticità e il forte sentore di spezie percepibile fin dal naso. Cannella, noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano ci accompagnano anche nlla beva che per questo risulta molto gradevole.

 

 

Villa Horta, degli Antichi Vigneti di Cantalupo, conserva il naturale colore rosso intenso, ma si distingue per la corposità, l’eleganza e la finezza al palato. Gli aromi volgono piuttosto al cuoio e al tabacco. Una beva sicuramente più impegnativa, anche se altrettanto piacevole.

 

 

La vendemmia in questa zona è manuale per tradizione e le uve selezionate subiscono una permanenza di una decina di mesi in cisterne di acciaio per poi completare il loro affinamento in bottiglia prima di essere immesse in commercio. Nell’una come nell’altra azienda.

Come mai allora ci troviamo davanti due prodotti molto diversi tra di loro? A che cosa dobbiamo questa differenza?

Che sia proprio il luogo dove sono impiantati i vigneti a fare la differenza?

L’azienda agricola Torraccia del Piantavigna coltiva la Vespolina su un terreno argilloso, l’aria fredda che scende dal Monte Rosa d’inverno inneva i ripidi pendii vitati e in estate rende il clima molto fresco.

L’azienda agricola Antichi Vigneti di Cantalupo, invece, si estende su terreni prevalentemente morenici, posti tra i 250 ed i 310 mt/slm con esposizione verso Sud, Sud-Ovest e maggiormente riparati dalle correnti provenienti delle Alpi limitrofe.

Suolo e sottosuolo, disposizione geografica e clima, uniti insieme, caratterizzano in modo inequivocabile l’uva che, sebbene vinificata e affinata in egual modo, dà origine a vini significativamente diversi tra di loro.

 

 

* in copertina: Centro storico di Ghemme

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Degustazione alla cieca: un torneo a colpi di bicchiere

Quasi per scommessa mi sono iscritta ad un round di un torneo di degustazione alla cieca organizzato da Fisar Milano.

Ero sì reduce da un consistente ripasso di ampelografia ma mi sono accostata alla serata completamente impreparata, e di questo ero perfettamente consapevole, ma comunque ben disposta a dare il meglio di me.

Ne è uscita una serata molto divertente: tutti i concorrenti, quelli seri per intenderci, hanno analizzato con molta tecnica e competenza i vini scaraffati e giocoforza anch’io mi sono prodigata nell’analisi sensoriale di ciascun assaggio. Ho portato a casa un misero ultimo posto e la consapevolezza che ho bisogno di fare tanta altra strada nel mondo del vino.

La serata si è svolta presso l’enoteca Hic di via Spallanzani a Milano e attorno al tavolo eravamo seduti in 12, metà assidui partecipanti al torneo, gli altri, tra i quali mi ci metto pure io, semplici curiosi.

Qualche giorno prima ci era stato fornito un elenco di venti etichette delle quali si sapeva solo il nome del produttore e il vitigno, nella fattispecie rossi d’Italia. In caraffe numerate ci sono state servite le cinque bottiglie selezionate dalla lista che ci era stata fornita. Noi concorrenti dovevamo indovinare vitigno, regione di produzione, classificazione, anno di vendemmia e infine gradazione alcolica.

Facile no? No, per niente.

Prendo ad esempio il quarto assaggio proposto.

Questo vino ha sfoggiato un bellissimo color porpora molto carico, con riflessi violacei, forse tipici di un vino giovane. Al naso sono risultati predominanti gli aromi terziari e la speziatura. In bocca, infine, si è fatto notare per la spiccata acidità e per gli importanti tannini. Certamente un vino ben strutturato, di carattere, si potrebbe dire.

Difficile, almeno per me, anche solo collocarlo territorialmente. Non mi ricordo neppure che cosa ho indicato.

Di fatto era “Altaguardia”, Forti del Vento, Albarossa, Piemonte Doc, vendemmia 2013, 13%.

Forti del Vento è un’azienda che si è convertita all’agricoltura biodinamica, ossia ha completamente abolito fertilizzanti e pesticidi di origine chimica che sono stati sostituiti dall’uso del compost, dalla rotazione delle colture, da pesticidi a base di sostanze minerali. Rispetto del territorio e stagionalità, fasi lunari comprese, sono la filosofia aziendale.

In cantina vasche d’acciaio, botti di legno e anfore lavorano a stretto contatto le une con le altre. Anche nella fase della lavorazione del vino l’intervento della mano dell’uomo è ridotto al minimo. È il mosto, e poi il vino, che detta i tempi della permanenza sulle bucce, dei travasi, della filtrazione. Il costante controllo delle temperature permette che i lieviti indigeni svolgano in maniera egregia il loro difficile compito.

Da chi lavora in questa maniera non ci si poteva aspettare niente di diverso: un ottimo prodotto, pulito, dall’ampio spettro aromatico e dal perfetto equilibrio. Un grande vino che da oggi occuperà un posto d’onore nella mia cantina.

 

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)

Come il cubo di Rubik

Chissà quanti si ricorderanno del cubo di Rubik, quel dado fatto di tanti tasselli che dovevano essere ricomposti per dare origine a sei facce di uno stesso colore.

A me è venuto in mente degustando il Lüsent, dell’Azienda Vitivinicola Eusebio. Mi sono trovata davanti ad un prodotto completamente diverso da quelli che si è soliti bere, difficilmente descrivibile utilizzando i rigidi termini di una scheda di degustazione.

L’etichetta recita “vino bianco”, ma nel mio bicchiere c’è un vino dal colore ambrato, quasi marrone. Assenti o impercettibili gli aromi floreali e la freschezza della beva tipica della vinificazione in bianco. Al naso mi colpiscono subito gli aromi terziari e principalmente quel sentore ferroso tipico dei vini ossidati e in bocca il tannino risulta quasi ruvido.

Accantono allora la scheda di valutazione dei bianchi, nella quale non mi ritrovo per niente.

Ma questi descrittori non sono neppure quelli dei rossi: non individuo né la tonalità del colore, né la gamma dei profumi. Ecco, forse solo la persistenza li richiama un po’.

Non mi è rimasto allora che chiedere spiegazioni al produttore, Marilena, una simpaticissima signora a cui si illuminano gli occhi quando parla del suo vino e delle sue viti.

Mi racconta che il Lüsent è prodotto con Erbaluce “vinificato in rosso”. E lo sconforto mi assale, demolendo un altro tassello delle mie poche, pochissime certezze. Però la lascio parlare perché senza ombra di dubbio ne sa ben più di me.

Comincia a raccontarmi della sua azienda, a Salussola, in quella parte di collina morenica denominata “Serra d’Ivrea”, nella quale sono banditi i diserbanti chimici e viene dato largo spazio alla lotta integrata, nel completo rispetto dell’ambiente.

Qui i filari di erbaluce sono posizionati su terrazzamenti creati con muretti a secco e coltivati a “pergola espansa” come è tradizione nella zona.

L’uva viene raccolta a completa maturazione, ossia quando gli acini assumono un colore dorato, e sottoposta ad un processo di diraspatura al quale segue un periodo di fermentazione sulle proprie bucce di una decina di giorni. Svolti tutti gli zuccheri, il mosto viene torchiato e lasciato riposare in botti di acciaio.

Seguono le consuete pratiche di cantina di svinatura e filtrazione naturale. L’assenza di solfiti aggiunti attiva un processo di ossidazione che è quello appunto che conferisce questo particolare colore tendente al marrone e gli aromi ferrosi.

Il risultato è un prodotto fuori dagli schemi ai quali noi siamo abituati, un vino “sfrontato, che uccide le papille” come Marilena è solita definirlo.

O lo si ama o si odia, senza mezzi termini. Certamente un’ottima scoperta e un nuovo tassello da aggiungere al panorama enologico italiano.

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.

Edoardo VII (1841 – 1910)